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10 ottobre, 2026

Stagione 26-27 dell’Orchestra Sinfonica di Milano.1.

Dopo il tradizionale concerto inaugurale alla Scala, l’Orchestra Sinfonica di Milano ha iniziato la regular-season 26-27 in Auditorium - pieno zeppo, come ormai accade quando sul podio c'è il Tjek - con il Direttore Musicale (reduce dai fasti delle Nozze di Figaro romane) a proporre un corposo programma russo-sovietico.

[Prima dell’inizio, davanti all’ingresso, alcuni orchestrali e dipendenti della Fondazione hanno distribuito un volantino sindacale – leggi più sotto - di sensibilizzazione del pubblico sui problemi che ancora permangono a livello di trattamento normativo ed economico del personale.]

Il Tjek ha fatto il suo ingresso scortando la bella e giovanissima (under-20, ormai ex-bambina-prodigio) russa Alexandra Dovgan (per la stagione sarà artista residente, quindi la rivedremo almeno altre tre volte) che si è cimentata con il mostro sacro del Concerto per pianoforte di Ciajkovski, che è alla sua dodicesima apparizione nei programmi dell’Orchestra, dal lontano 1995!

Come tutti i prodigi nel suo campo, anche Alexandra sembra essere nata con le mani già predisposte al contatto con la tastiera, tanto il suo gesto è naturale e persino meccanico, come di androide programmato dalla famigerata IA. Che lei non sia un robot lo testimoniano però il suo istinto e la sua sensibilità interpretativa, oltre che le poche, piccolissime sbavature, che sono inevitabili quando si affronta una lavoro come questo.

Lavoro che solista e direttore ci hanno proposto evitando tutti i tranelli di una partitura che può facilmente indurre alla volgarità, al Kitsch e alla gigioneria (questo era il giudizio del primo ascoltatore in privato del concerto, Nikolai Rubinstein, peraltro ricredutosi presto). La Dovgan ha gestito sapientemente il rubato, cogliendo tutte le preziose sfumature dei temi più delicati e intimistici (in specie nel centrale Andantino semplice) e ha affrontato con rigore i passaggi più enfatici e retorici dei due movimenti esterni.

Il Tjek da parte sua ne ha assecondato l’approccio, evitando accuratamente di coprirne il suono per scatenare l’orchestra nei passaggi dove il solista tace. Trionfale quindi l’esito della performace, con il Direttore che è rimasto in orchestra ad ascoltare il bis per poi ricevere con tutti i protagonisti i meritati applausi e le ovazioni di un pubblico entusiasta.
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La seconda parte del concerto presentava musiche di due compositori del ‘900 sovietico. Dapprima ecco l’azero-armeno-georgiano Aram Kachaturian - che nella parte centrale del ‘900 fu, con Shostakovich e Prokofiev, uno dei principali alfieri della musica sovietica, avendo quindi con il regime rapporti altalenanti, fra incarichi, onorificenze e… zdanoviane accuse di formalismo - del quale abbiamo ascoltato due brani dalle Suite del balletto Spartacus, ispirato alle gesta dell’omonimo eroe della Tracia che più di 2000 anni orsono guidò a Roma una delle rivolte degli schiavi. Una figura emblematica dello spirito di lotta per la libertà, che quindi ebbe in URSS vasta popolarità (anche nello sport, vedi lo Spartak Mosca, una delle più titolate squadre calcistiche del mondo sovietico).

Dalla seconda (delle quattro) Suite abbiamo ascoltato il primo numero (terzo numero del terzo atto del balletto) intitolato Adagio di Spartacus e Phrygia (quest’ultima era la compagna dell’eroe, anche lei deportata a Roma dal Console Marco Licinio Crasso).

È un brano sostanzialmente monotematico, dove il tema di base, di carattere languido e patetico, evocante il rapporto amoroso fra Spartaco e Frigia, è riproposto più volte, in tonalità cangianti:

[Questo tema divenne famoso per essere stato impiegato nel video di presentazione del serial televisivo della BBC degli anni ’70, intitolato The Onedin line.]

Dopo un episodio più mosso, con irruzione di fanfare di ottoni, il motivo principale ritorna in forma grandiosa, per poi calmarsi e chiudersi sommessamente.

Qui il brano interpretato dal paparino del Tjek.

Poi, dalla prima Suite ecco il terzo numero (ottavo numero del primo atto del balletto) intitolato Variazione di Aegina e Baccanale. Aegina era la concubina di Crasso e in questo episodio del balletto si esibisce in una danza sfrenata per tenere alto il morale dei soldati. Anche qui abbiamo sostanzialmente un tema agitato (la danza di Aegina) ripetuto più volte:

E poi riproposto in modo variato per evocare il baccanale, nel cui vortice trasgressivo Aegina trascina i soldati. Anche qui ascoltiamo il brano da papà Loris, che per affinità di origine (armena) con Kachaturian ne è stato interprete di primo piano.

E anche Emmanuel deve sentire sangue armeno nelle sue vene, a giudicare dalla cura e dall’impegno che ha messo nel valorizzare al meglio questa musica, cosa che ha garantito – a lui e ai suoi ragazzi - altri scroscianti applausi.
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La chiusura era offerta da Dmitri Shostakovich e dalla sua Nona Sinfonia (della quale ho scritto qualcosa tempo fa).

E qui l’Orchestra ha davvero superato se stessa, guidata da colui che ormai la sa trascinare ogni volta a livelli più alti. Tutte le sfaccettature di questo lavoro, apparentemente bizzarro e dissacrante, sono emerse con chiarezza e rigorosità: dai temi spiritati e parodistici dei movimenti esterni alla dolente introspezione del Moderato, allo straniante dialogo fra gli ottoni e il fagotto nel Largo, e infine all’enigmatico finale dove la tonalità maggiore cerca invano di imporsi, sempre trascinata su terreni accidentati e su toni per nulla trionfalistici.

Trionfale invece è stata ancora una volta l’accoglienza del pubblico, che ha osannato tutti indistintamente, ma in particolare le prime parti dell’orchestra, che in tutti i brani in programma hanno avuto la loro occasione per mettersi in bella mostra.     

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21 febbraio, 2026

Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26.13 – Il balletto secondo Tjeknavorian.

Riecco il pimpante e sempre sorridente (nonostante l’annunciata indisposizione, forse una bronchitella…) Tjek sul podio dell’Auditorium, per offrirci un corposo concerto prevalentemente basato su musiche di balletto.   

Il Direttore Musicale, nato a Vienna, ma da genitori di origini armene (come lascia trasparire la desinenza del suo cognome) ha aperto la serata con il più famoso compositore… armeno, Aram Kachaturian, del quale ha assemblato una personale collezione di brani dal balletto Gayane.

Musica composta in piena WWII - in quel di Perm, Siberia (oggi domicilio artistico di Theodor Currentzis) dove molti intellettuali sovietici erano stati deportati trasferiti per ragioni di sicurezza - impiegando buona parte di quella che l’Autore aveva già composto anni prima per un balletto intitolato Felicità. A latere, seguendo una prassi consolidata, Kachaturian non mancò di predisporre ben tre Suite, a partire da alcuni numeri del balletto. Balletto poi completamente rivisto e ristrutturato – da 4 a 3 atti, musica inclusa - negli anni ’50 e definitivamente consolidato nel ’57 a Mosca. 

Il Tjek ci ha proposto sette numeri estrapolati dalla prima (5) e dalla terza (2) Suite, mettendo al primo posto proprio il brano più universalmente famoso ed eseguito, la Danza delle Sciabole, perfettamente funzionale ad eccitare l’attenzione del pubblico (e agli ultimi spettatori di prender posto…) 

Tjeknavorian
Suite/numero
Balletto: atto/numero
Danza delle Sciabole
3/5
III/49
Danza dei giovani montanari
3/2
III/38
Danza delle giovani fanciulle delle rose
1/2
II/18
Risveglio e danza di Aisha
1/3
I/13
Danza dei montanari
 1/4
III/37
Ninnananna (Aisha e Gayane)
1/5
II/24
Lezginka
1/8
I/7

Il flusso puramente musicale proposto dal Tjek (che prescinde dalla trama del balletto) dopo l’infernale danza iniziale ci propone ancora un brano caratterizzato da un ritornello veloce alternato ad oasi di calma; quindi una graziosa danza, leggera e spigliata; poi un lungo e sognante intermezzo; seguito da una breve parentesi mossa e nervosa; che introduce un'altra lunga oasi di malinconica tranquillità, appena increspata da qualche guizzo dei legni, prima di sfumare in lontananza; per chiudere infine con un’altra danza indiavolata, che ci riporta all’atmosfera dell’inizio della Suite.    
   
Esecuzione trascinante, accolta dal pubblico – che ormai riempie sempre l’Auditorium – con gran calore. 
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Il secondo brano in programma è un Concerto per orchestra. Questo genere di composizione è curiosamente nato negli USA, dove annovera due dei principali esemplari esistenti al mondo, guarda caso opere di altrettanti compositori ungheresi praticamente coetanei! Quello più famoso ed eseguito, di Bartók (composto nel 1943, su commissione della Boston Symphony) e quello del suo compatriota Kodály Zoltán (nella terra di Attila si mette sempre il cognome in primo piano…) che lo compose tre anni prima (1940, per i 50 anni della Chicago Symphony) presto soppiantato da quello di Bartok in tema di audience.

Ma è proprio quello di Kodály ad essere eseguito qui (credo per la prima volta dall’Orchestra). La caratterizzazione di Concerto si materializza con frequenti interventi di singoli strumenti o di piccoli gruppi (ad esempio due soli violini, viole e celli) che dialogano con altri piccoli gruppi (ad esempio un clarinetto e un fagotto).

Il brano ha una struttura tripartita, con una prima sezione espositiva, nella quale vengono presentati due gruppi tematici: il primo, veloce (Allegro risoluto, 3/4 con alcune battute in 2/4) che nell’incipit ricorda abbastanza scopertamente (piglio e tonalità di RE minore) la terza delle Variazioni su un tema popolare ungherese (Il pavone volò, un lamento per la libertà) composte poco tempo prima:

Ecco poi un secondo gruppo, contrastante, in tempo Largo, 3/2, tonalità FA# minore, con successive modulazioni, protagonisti dapprima un violoncello e poi un clarinetto soli:

Un poderoso climax dell’intera orchestra chiude l’esposizione e porta alla seconda sezione del brano, che possiamo assimilare ad uno sviluppo/ricapitolazione, dove vengono ripresi nello stesso ordine i due gruppi tematici, con numerose variazioni e modulazioni. La coda conclusiva si basa ancora sul primo gruppo tematico, che porta alla secca conclusione in RE minore.

È un brano di grande spessore, che dovrebbe avere più presenza nei programmi delle Orchestre, e bene ha fatto il Direttore Musicale a proporcelo per farcelo apprezzare – grazie alla bravura dei suoi Musikanten - come si merita. Alla fine lui è andato a complimentarsi con tutte le prime parti e con i diversi gruppetti di strumenti che sono protagonisti di questo brano, fra gli osanna del pubblico. 

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Altro balletto e altra Suite: la Seconda da El sombrero de tres picos di Manuel de Falla, commissionato dall’onnipresente Diaghilev e rappresentato per la prima volta a Londra nel 1919. Tratto da una novella di Pedro Antonio de Alarcòn, è una specie di farsa a lieto fine, piena di equivoci, travestimenti e bagni fuori stagione, dove il Corregidor (una specie di Podestà del paesotto) insidia la bella moglie di un mugnaio e fa la fine… che si merita, smerluzzato da tutto il popolo nella notte di San Giovanni.  

Dal balletto De Falla estrasse due Suites, che racchiudono buona parte (circa i 2/3, come tempo di esecuzione) della musica originale. In particolare, vi sono stati esclusi gli interventi del mezzosoprano.

La Suite n°2 comprende tre numeri, tutti provenienti dalla seconda parte del balletto. Il primo è una seguidilla, La danza dei vicini:

Il secondo numero è una farruca, tratto da La danza del mugnaio: 

Chiude la vorticosa Jota che, in DO maggiore, presenta più volte il tema principale e più famoso del balletto:

Pubblico trascinato all’escandescenza, con grida di bravo/i per tutti. 
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Ha chiuso la serata Igor Stravinski, di cui abbiamo ascoltato l’inflazionata Suite (1919, versione con Berceuse e Finale) dal balletto L’Oiseu de Feu, che l’Orchestra ha già eseguito innumerevoli volte (rimando ad un mio precedente scritto che riassume i contenuti delle diverse Suite e tratta di questa in particolare). Questi i numeri della Suite:
 
Suite 1919
n°
Introduzione
1
L’Uccello di Fuoco e sua danza
2
Variazione dell’Uccello di Fuoco
3
Ronda delle Principesse
4
Danza infernale del Re Kastchei
5
Berceuse
6
Finale
7

Il Tjek per tutta la serata ha tenuto le partiture sotto gli occhi, e per questo Stravinski non vi ha distolto gli occhi che per il 20% del tempo: il che, per uno come lui che ha in memoria cosucce come la Nona di Beethoven, è segno di grande serietà e modestia.

Mozzafiato l’attacco degli archi bassi con la grancassa, in un pianissimo ai limiti dell’udibile, un cupo tappeto sul quale sono calati gli spettrali accordi dei tromboni, poi le entrate di clarinetti e fagotti, e infine dei corni, a preparare il terreno per l’arrivo del protagonista. E che dire dell’oboe (di Greci) nella cantabilissima (Rimski-ana) Khorovode. E poi la danza - infernale per davvero – di Kastchei. Per non parlare del finale, con l’abbacinante arcata di accordi delle ultime otto battute.

Travolgente tripudio di folla alla fine.

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L’acciacco che ha colpito il Maestro non deve essere proprio trascurabile, se questa mattina è arrivato l’annuncio che il concerto da camera al Teatro Gerolamo di domenica mattina (tutto Dvořák) è stato rimandato (evidentemente un conto è dirigere, un altro suonare il violino per un’ora filata…) Per ora sembrano invece confermate: l’esecuzione della Suite dell’Oiseau (con Elisabetta Garilli recitante) oggi pomeriggio per i giovani (Crescendo in musica) e la replica di questo concerto, nel pomeriggio di domenica.

Chi fosse interessato al concerto di ieri può sintonizzarsi in web su RAIPlaySound, dove lo si può ascoltare accompagnato dalla cronaca del sempre affabile Oreste Bossini.