Marko
Letonja
si ri-affaccia – dopo lunghissima assenza - sul podio di Largo Mahler per offrirci
un programma
dall’impaginazione particolare: si va da Beethoven a Richard Strauss,
compiendo un balzo di quasi un secolo e mezzo, a scavalcare tutto il periodo
romantico e tardo-romantico.
Apre il concerto Beethoven con la sua Quarta Sinfonia. Certa esegesi semplificatoria (quella che divide le sinfonie beethoveniane fra dispari – virili - e pari - femminee) la colloca fra le leggere, o pastorali, quindi un po’… disimpegnate. L’Introduzione in Adagio sarà pure un ricordo di Haydn, ma contiene novità mica da poco, con modulazioni enarmoniche che definire ardite (per quei tempi, 1807) è ancora poco. E poi basta ricordare l'incipit dell’Allegro vivace (in realtà ormai uno Scherzo, e non più il settecentesco Menuetto) e infine il folle metronomo del Finale per considerarla una signora sinfonia! Che certo può apparire – arrivando dopo la rivoluzionaria Eroica e subito prima della sconvolgente Quinta – più un’erede della Seconda, ma sappiamo che anche quest’ultima non è per nulla una cosuccia trascurabile, tutt’altro.
Il 65enne Direttore sloveno cerca proprio di dimostrarci che la Sinfonia sarà pure femminea ma non è effeminata, calcando la mano sui tempi (à la Toscanini) e sui contrasti (vedi fra l’Introduzione e l’Allegro vivace e nell’Adagio). Come si può ascoltare in questa chiacchierata con Oreste Bossini nell’intervallo del Concerto, ha guidato con gesto minimalista l’Orchestra ad un’esecuzione davvero rimarchevole, accolta con gran calore dal pubblico, anche ieri abbastanza nutrito.
La
38enne australiana, berlinese di adozione, Siobhan Stagg (eccola qui in un’incisione in patria di
pochi anni fa)
li ha interpretati per noi con grande nobiltà ed espressività. Voce ben
impostata nell’intera gamma, mancante solo di qualche decibel, ma il successo
per lei è stato completo.
E poi non si possono non fare almeno un paio di citazioni di interventi solistici di strumenti dell’orchestra: il corno magico di Amatulli nella mirabile chiusura di September, una vera perla di musica sbudellante… e il violino di Santaniello nella stupefacente introduzione all’ultima strofa di Beim schlafengehen. E infine come non emozionarsi al religioso raccoglimento delle ultime battute strumentali dell’opera, con le reminiscenze di Tod und Verklärung (lo Strauss di 60 anni più giovane!) e dell’Adagio della Settima bruckneriana, a sua volta ispirato alla memoria di Wagner.
Programmaticamente
focalizzata sui due personaggi del popolo (Barak e consorte) più che su
quelli regali (Imperatore e consorte) dopo poche battute di introduzione
(prese di peso dall’attacco dell’opera) che anticipano il rude e minaccioso
inciso dello spirito di Keikobad (padre dell’Imperatrice) e un frammento
del tema della Nutrice, la Fantasia ci presenta – riprendendo un nobilissimo
passaggio strumentale del primo atto - il personaggio di Barak, il
modesto tintore, del quale viene esaltata la bontà d’animo, l’altruismo e
l’impegno per la famiglia (moglie e tre fratelli disabili).
La sezione successiva – mossa e… seducente, con spruzzatine di Zarathustra - si focalizza sulla moglie di Barak, e sulle tentazioni (leggi: corruzione) che lei subisce – sempre nel primo atto – da parte della nutrice della figlia di Keikobad, consistenti in promesse di ricchezza e poi – nel second’atto - di felicità (anche… ehm, sessuale, in spregio al marito) in cambio della sua ombra (leggi: fertilità) che serve all’Imperatrice per salvare il consorte dalla condanna alla pietrificazione comminata da Keikobad.
Segue poi una sezione che nell’opera (atto terzo) è cantata da Barak e consorte (Mir anvertraut) ed è il momento forse più alto, musicalmente, oltre che drammaticamente, della FroSch; e non per nulla Strauss la mette proprio al centro della sua Fantasia:
Dove
la voce principale (Barak) è affidata al trombone solista. Dopo la ripresa di
questo tema, chiude il brano, con enfasi e lungaggini francamente degne di
miglior causa, il finale riscatto che porta alla conseguente apoteosi delle due
coppie. La chiusura riprende quella dell’opera, sul sempre più lento
accordo perfetto di DO maggiore, in pianissimo, dell’intera orchestra.
Effettivamente
questa Suite non diede molte soddisfazioni postume a Strauss, semplicemente
perché l’opera sottostante non era (e ancor oggi non è) fra le sue più eseguite. A differenza, per
dire, di quella predisposta nello stesso periodo per Der Rosenkavalier,
opera che aveva dato a Strauss gran fama anche all’estero, se è vero che
l’ufficiale americano incaricato di sequestrargli la lussuosa villa di
Garmisch, reso edotto dell’identità del proprietario, ordinò ai suoi sottoposti
di soprassedere al sequestro!
Tuttavia, è difficile non farsi coinvolgere da questa musica, e ciò è avvenuto anche ieri, con il pubblico che ha mostrato di apprezzarla assai, con convinte acclamazioni per tutti e in particolare per l’impeccabile Joshua Blows al trombone solista.


