Dopo
due turni, torna sul podio dell’Auditorium Emmanuel Tjeknavorian per
offrirci un succoso programma dii struttura canonica (breve apertura,
Concerto solistico e Sinfonia).
Prima
dell’inizio viene ricordato il sommo Angelo Foletto, scomparso proprio
ieri: un posto dell’Auditorium (pieno come un uovo) è stato simbolicamente lasciato vuoto in suo
omaggio.
In apertura torna Nicola Campogrande con un nuovissimo brano ispirato alle imminenti Olimpiadi Milano-Cortina, commissionato dall’Orchestra Sinfonica e dedicato al suo attuale Direttore Musicale: Gioco di squadra.
Come
ha spiegato lo stesso Autore, intervistato dal conduttore Oreste Bossini
prima del concerto, il brano evoca la continua sfida al record (Citius, Altius,
Fortiur, come recita il motto olimpico) e in particolare i movimenti dei
giocatori di una squadra (di hockey nella fattispecie, ma anche di altri sport)
dove c’è un oggetto conteso (il tema principale e ricorrente del brano…) che
passa da una mano, o da un piede, o da un bastone ricurvo all’altro, inseguito,
catturato, e rilanciato dai giocatori (le sezioni dell’orchestra).
Sono
12 minuti di musica intrigante, che mette alla prova come solisti tutti gli
strumenti della grande orchestra, ad evocare l’importanza che ha ogni
componente di una squadra. Con un po’ di fantasia ci si possono vedere
ascoltare azioni di gioco, ora concitate, ora magari di melina, o
preziosismi individuali, o magari qualche rude richiamo dell’allenatore… Alla fine, il temino ricorrente chiude (direi
in SOL maggiore!) la partita…
A proposito di Giochi, laVerdi, con l’onnipresente Tjek, manco a dirlo, sarà protagonista, il 14 febbraio al Conservatorio, di uno speciale Concerto dedicato alle Olimpiadi e a beneficio di importanti iniziative di carattere sociale.
A noi porge l’inflazionato Rach2, il più famoso ed eseguito dei quattro Concerti pianistici del compositore russo, che lo sfornò proprio all’alba del XX Secolo come prima opera dopo quasi quattro anni di depressione legata al fallimento della sua Prima Sinfonia (qui un mio commento ai fatti pregressi e alla macro-struttura del Concerto).
La
bella Janeba, fisico da modella, non si lascia traviare dal tardo-romanticismo
del brano, evitando facili effetti e decadenti sdolcinature: così, grazie anche
alla sobrietà con la quale il Tjek la accompagna, ne cava un’esecuzione seria e
convincente. Primo movimento serrato (da incorniciare il corno di Ceccarelli
nella ripresa del secondo tema); Adagio mirabilmente aperto dal clarinetto
della Raffaella, caratterizzato poi da un moderato uso del rubato
da parte della Janeba e da lei chiuso con gran delicatezza; Finale invero travolgente.
La
ragazza può ancora migliorare, ed ha tutto il tempo davanti a sé, ma mi sembra
già ben avviata sulla buona strada. Per lei convinti applausi, ricambiati con la
celebre Tristesse di Chopin.
Il
Tjek qui scioglie tutte le briglie all’orchestra (agogica e dinamica estreme) e
così l’apoteosi della danza (copyright Wagner) diventa quasi un
barbaro rito stravinskiano! Ne viene contagiato persino il delicato Allegretto,
al climax della lettera G della partitura. Nel finale Allegro con
brio la velocità delle quartine di semicrome del tema principale finisce
per trasformarle (come spesso avviene) quasi in glissando, dove si
distinguono solo le note estreme delle quartine.
Insomma, un’orgia sonora fin troppo esagerata! Ma gli applausi scrosciano copiosi e tutti ce ne andiamo a casa felici e contenti.

