È
vero che siamo al penultimo atto della stagione e ormai si pensa solo all’Otello
del (4) 7 dicembre; tuttavia, un titolo come Traviata non può essere
snobbato in alcun modo. E meritoriamente la Scala ne ha riproposto la storica
produzione di Liliana Cavani, che ininterrottamente ha tenuto
banco a partire dal 1990 e poi nel 91-92-95-97-01-02-07-08-17 e 19! Con
un’unica eccezione, la produzione targata Cerniakov del SantAmbrogio 2013.
Domanda:
ma come? Dopo 36 anni, ancora ci si affida ad una regia da museo e non a quella
moderna e geniale del celebrato regista russo? Io la mia
risposta l’avevo già anticipata a suo tempo, e gli eventi successivi –
compreso questo - mi hanno dato pienamente ragione!
OK,
dimenticato Cerniakov e ri-lodata – come ha fatto il folto pubblico - la
venerabile Liliana (e il suo team) passiamo direttamente ai suoni, dove il
risultato è un quasi pareggio fra applausi e buh… ma vediamo qualche
dettaglio.
Michele
Gamba,
dopo il Rigoletto del 2022, affrontava una seconda opera della trilogia
verdiana e l’ha rivestita con opportune dosi di… espressionismo, in specie nei
due Preludi, dove gli archi, in particolare, devono creare quell’atmosfera di
tensione e di instabilità che caratterizzano il turbamento psicologico di
Violetta. Per il resto il Direttore milanese ha cercato di governare il
mutevole percorso dell’opera, dalla spettacolarità e dalla brillantezza di
suono del primo atto, al dramma familiare del secondo, fino alla tragica
atmosfera della conclusione. Non sempre riuscendovi, se si guarda alle
dinamiche spesso eccessive e ai tempi talvolta un po’… erratici. L’Orchestra ha cercato
di fare del suo meglio, con gli archi davvero in gran spolvero. Dopo
applausi (e un isolato bravo maestro!) ai rientri, ha però incassato chiari buh
alla prima uscita e così, a quella singola finale a sipario chiuso, si è
presentato difeso dallo scudo umano di… Liliana Cavani (mah…)
Alberto
Malazzi ha
guidato da par suo il coro, che in quest’opera deve spesso accogliere al suo
interno le voci di alcuni personaggi del cast con i quali amalgamarsi. E
lo ha fatto con la proverbiale professionalità.
Nel
second’atto fanno la loro apparizione (e la loro bella figura) anche il Corpo
di Ballo di Frédéric Oliveri e il danzatore solista Gabriele Corrado.
***
[Prima
di parlare delle voci faccio qui una digressione a proposito dei cosiddetti tagli
di tradizione, che caratterizzano in particolare quest’opera e che i
diversi Direttori (compresi quelli che sono stati ospitati dalla Scala negli
anni) ancor oggi decidono di praticare o riaprire secondo la loro sensibilità
interpretativa.
Cito
solo i principali, più macroscopici: la grande aria di Violetta alla fine del
primo atto (È strano! seconda strofa) e l’Addio del passato alla fine dell’opera,
che viene spesso mutilato della seconda sezione (Le gioie, i dolori…); la
cabaletta di Alfredo all’inizio del secondo atto (O mio rimorso!) e quella
di Germont (No, non udrai rimproveri, second’atto); la ripresa del
duetto Violetta-Alfredo (Gran Dio morir sì giovine). A volte si tratta
di tagli che mutilano non solo la musica, ma anche il testo (e quindi la
drammaturgia); in altri casi si evitano ripetizioni di passaggi appena uditi (riprese
di strofe o di intere cabalette).
Fino
alla seconda metà del ‘900 erano diffusi in tutto il mondo, motivati dall’obiettivo
di stringere l’azione, o per far un favore all’interprete (rendendogli/le meno
impervia l’impresa) e persino a causa dei limiti di minutaggio imposti dai
vecchi dispositivi di registrazione… Poi, a partire dalla fine anni ’70 ci
furono diversi casi di direttori che (in teatro o in sala di registrazione)
cominciarono a proporre versioni (sedicenti) integrali dell’opera: fra
questi Bonynge
(1981), Solti (1994) e,
per restare alla Scala, Muti
(1990).
A
mo’ di esempio e di curiosità provo ad elencare le vicissitudini scaligere
legate ad un caso preciso: la grande aria di Violetta della fine dell’atto
primo. La cui struttura contempla l’introduzione (È strano!) seguita da
due strofe (Ah, forse è lui e poi A me, fanciulla) che si
chiudono con la riproposta della frase di Alfredo (A quell’amor…) Segue
quindi il tempo di mezzo (Follie! Follie!) e infine la bipartita cabaletta
Sempre libera.
Orbene,
per tradizione alla Scala si tagliava regolarmente la seconda strofa (A me,
fanciulla) e ne abbiamo un esempio del 1955 (Callas con Giulini, ecco qui il taglio a 26’40”).
Purtroppo, in questo caso il taglio ha un preciso (e negativo) risvolto
drammaturgico, poiché ci nasconde come Violetta, da giovanissima, avesse
sognato per sé una vita con un amore compiuto, prima di essere ingoiata dal
vortice del demi-monde parigino.
Il
ghiaccio venne rotto da Riccardo Muti che, in coincidenza con la regia
di Cavani, a partire dal 1990 e fino al 2002 (soprani Fabbricini, poi Rost
e Mula) impose la riapertura del taglio (ecco qui nel 1992 il brano
completo, con la riapertura
a 3’53”).
Ma
poi, nel 2007 arrivò Lorin Maazel, che tornò a praticare il taglio, qui a 25’05” per la Gheorghiu
(la quale peraltro con Solti già nel 1994, alla ROH – ecco qui a 21’13”
- aveva eseguito l’aria completa) imitato l’anno dopo da Montanaro
(per la Lungu).
Nel
2013 fu Daniele Gatti (regia di Cerniakov) a riaprire il taglio (per la Damrau,
qui a 33’50”).
Ma
poi, 2017, arrivò Nello Santi a ripristinare la tradizione e
quindi graziare… Netrebko (qui il taglio a 27’35”). E lo stesso
fece Chung nel 2019 (con Rebeka).
___
Bene,
e Gamba che scelte ha fatto? Ahimè,
è tornato per 4 casi su 5 alla trita tradizione dei tagli, risparmiando l’integrità
solo de Le gioie, i dolori di Violetta. I buh che si è preso alla
fine sono forse esagerati, ma io personalmente mi ci associo proprio per la
scelta… taglierina.]
***
Eccoci
quindi alle voci. La coppia Nadine Sierra / Piero Pretti tornava qui
dopo la discreta prova del citato Rigoletto e il risultato è stato… ehm…
problematico.
Il soprano yankee (che ormai sta cantando Violetta in tutto il mondo…) ha
sciorinato la sua voce corposa ma ancora piuttosto… acerba e carente di tutte
le sfaccettature di espressione richieste dalla complessa personalità della
protagonista: che nel primo atto passa dal disincantato tran-tran quotidiano (i
walzer dell’irresponsabilità) all’improvviso, ancora inconsapevole manifestarsi
di quell’elemento misterioso, altero che trasformerà – per poco tempo –
la sua vita; travolta poi – second’atto - dalle spietate regole del demi-monde
che finiranno per distruggerla. Un esito che lei – nel catartico finale, una
miscela utopia e di rassegnazione - cercherà invano di scongiurare. Ecco, la
Sierra ha percorso questa parabola (musicale e scenica) del personaggio con alti
e bassi.
E,
fra i bassi, devo personalmente citare, nell'aria È strano!, assieme al peccato del taglio, la sua
personale coloratura della cadenza verso il FA sulle parole Croce e delizia al cor,
davvero pasticciata, con modulazioni improprie ed effetto sgradevole. Si può viceversa
perdonarle il peccato (ormai di ultra-tradizione) consistente nel praticare, nella
citata cabaletta del Sempre libera, la famigerata variante (che
permette al soprano di esibire le sue doti acrobatiche) consistente nel
chiudere l’aria (che Verdi per la verità fa terminare sulla tonica LAb4,
raggiunta scendendo dalla mediante DO6) con la vertiginosa salita alla
dominante MIb6 e finale ricaduta sul LAb5. Il che le ha garantito matematicamente
il previsto uragano di applausi.
Applausi
che sono arrivati anche nei momenti topici dell’opera, ma che alle uscite
finali si sono mischiati a chiari e forti buh dal loggione.
Quanto
a Pretti, il suo Alfredo è plausibilmente centrato: un figlio-di-papà mosso da
un mix di ingenuità e romanticismo che si illude, come Violetta, di poter
ignorare o addirittura sovvertire le leggi della società, per poi rimanerne
vittima e doversi amaramente pentire dei suoi errori e constatare con
disperazione il fallimento della sua vita. Appropriato quindi il suo approccio:
romantico e discreto nel primo atto, mutante dalla spavalderia alla rabbia e
poi alla tracotanza, nel secondo, per chiudere con l’illusione che si trasforma
in disperazione al compiersi della tragedia. Peccato che alle intenzioni non
sia corrisposto l’esito artistico: che la sua voce abbia un timbro non proprio…
cristallino lo si sapeva, ma ieri il tenore è parso anche piuttosto impacciato.
I sonori dissensi che ne hanno accolto le uscite finali non erano del tutto
ingiustificati.
Boris
Pinkhasovich
(lo ricordo come apprezzabile Ashton nella Lucia dello scorso giugno) ha
confermato le sue buone doti e, nei panni del severo Germont-sr, le ha
valorizzate con profitto, restituendoci degnamente un padre che deve prendere
atto della bancarotta di tutti i caposaldi della sua cultura, e al quale non
resta da compiere se non un ormai tardivo ravvedimento. La sua voce tende
pericolosamente al cavernoso quando la parte richiede di forzare la dinamica,
ma in complesso mi paiono meritati i consensi ricevuti a scena aperta e alla
fine.
Da
elogiare le altre due interpreti femminili di contorno: Carlotta Vichi,
una pimpante Flora e Mariapaola Di Carlo (dell’Accademia
scaligera) che ha impersonato con meritoria disinvoltura la premurosa Annina.
Su
standard dignitosi tutti gli altri comprimari: Francesco Pittari (Gastone),
Xhieldo Hyseni (Dottor Grenvil), Gianluca Failla (Marchese
d’Obigny) e Fabrizio Beggi (Barone Douphol). Hanno onorevolmente
completato la compagnia altri due accademici (Aldo Sartori, Giuseppe
e Zhibin Zhang, Commissario) e il membro del Coro Gabriele Valsecchi
(Domestico di Flora).
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Che
dire, in conclusione? Che il tutto non può che migliorare alle prossime recite!