la civiltà del futuro si fonda su nuove leggi:

giungla, taglione, occhio per occhio…

21 febbraio, 2026

Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26.13 – Il balletto secondo Tjeknavorian.

Riecco il pimpante e sempre sorridente (nonostante l’annunciata indisposizione, forse una bronchitella…) Tjek sul podio dell’Auditorium, per offrirci un corposo concerto prevalentemente basato su musiche di balletto.   

Il Direttore Musicale, nato a Vienna, ma da genitori di origini armene (come lascia trasparire la desinenza del suo cognome) ha aperto la serata con il più famoso compositore… armeno, Aram Kachaturian, del quale ha assemblato una personale collezione di brani dal balletto Gayane.

Musica composta in piena WWII - in quel di Perm, Siberia (oggi domicilio artistico di Theodor Currentzis) dove molti intellettuali sovietici erano stati deportati trasferiti per ragioni di sicurezza - impiegando buona parte di quella che l’Autore aveva già composto anni prima per un balletto intitolato Felicità. A latere, seguendo una prassi consolidata, Kachaturian non mancò di predisporre ben tre Suite, a partire da alcuni numeri del balletto. Balletto poi completamente rivisto e ristrutturato – da 4 a 3 atti, musica inclusa - negli anni ’50 e definitivamente consolidato nel ’57 a Mosca. 

Il Tjek ci ha proposto sette numeri estrapolati dalla prima (5) e dalla terza (2) Suite, mettendo al primo posto proprio il brano più universalmente famoso ed eseguito, la Danza delle Sciabole, perfettamente funzionale ad eccitare l’attenzione del pubblico (e agli ultimi spettatori di prender posto…) 

Tjeknavorian
Suite/numero
Balletto: atto/numero
Danza delle Sciabole
3/5
III/49
Danza dei giovani montanari
3/2
III/38
Danza delle giovani fanciulle delle rose
1/2
II/18
Risveglio e danza di Aisha
1/3
I/13
Danza dei montanari
 1/4
III/37
Ninnananna (Aisha e Gayane)
1/5
II/24
Lezginka
1/8
I/7

Il flusso puramente musicale proposto dal Tjek (che prescinde dalla trama del balletto) dopo l’infernale danza iniziale ci propone ancora un brano caratterizzato da un ritornello veloce alternato ad oasi di calma; quindi una graziosa danza, leggera e spigliata; poi un lungo e sognante intermezzo; seguito da una breve parentesi mossa e nervosa; che introduce un'altra lunga oasi di malinconica tranquillità, appena increspata da qualche guizzo dei legni, prima di sfumare in lontananza; per chiudere infine con un’altra danza indiavolata, che ci riporta all’atmosfera dell’inizio della Suite.    
   
Esecuzione trascinante, accolta dal pubblico – che ormai riempie sempre l’Auditorium – con gran calore. 
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Il secondo brano in programma è un Concerto per orchestra. Questo genere di composizione è curiosamente nato negli USA, dove annovera due dei principali esemplari esistenti al mondo, guarda caso opere di altrettanti compositori ungheresi praticamente coetanei! Quello più famoso ed eseguito, di Bartók (composto nel 1943, su commissione della Boston Symphony) e quello del suo compatriota Kodály Zoltán (nella terra di Attila si mette sempre il cognome in primo piano…) che lo compose tre anni prima (1940, per i 50 anni della Chicago Symphony) presto soppiantato da quello di Bartok in tema di audience.

Ma è proprio quello di Kodály ad essere eseguito qui (credo per la prima volta dall’Orchestra). La caratterizzazione di Concerto si materializza con frequenti interventi di singoli strumenti o di piccoli gruppi (ad esempio due soli violini, viole e celli) che dialogano con altri piccoli gruppi (ad esempio un clarinetto e un fagotto).

Il brano ha una struttura tripartita, con una prima sezione espositiva, nella quale vengono presentati due gruppi tematici: il primo, veloce (Allegro risoluto, 3/4 con alcune battute in 2/4) che nell’incipit ricorda abbastanza scopertamente (piglio e tonalità di RE minore) la terza delle Variazioni su un tema popolare ungherese (Il pavone volò, un lamento per la libertà) composte poco tempo prima:

Ecco poi un secondo gruppo, contrastante, in tempo Largo, 3/2, tonalità FA# minore, con successive modulazioni, protagonisti dapprima un violoncello e poi un clarinetto soli:

Un poderoso climax dell’intera orchestra chiude l’esposizione e porta alla seconda sezione del brano, che possiamo assimilare ad uno sviluppo/ricapitolazione, dove vengono ripresi nello stesso ordine i due gruppi tematici, con numerose variazioni e modulazioni. La coda conclusiva si basa ancora sul primo gruppo tematico, che porta alla secca conclusione in RE minore.

È un brano di grande spessore, che dovrebbe avere più presenza nei programmi delle Orchestre, e bene ha fatto il Direttore Musicale a proporcelo per farcelo apprezzare – grazie alla bravura dei suoi Musikanten - come si merita. Alla fine lui è andato a complimentarsi con tutte le prime parti e con i diversi gruppetti di strumenti che sono protagonisti di questo brano, fra gli osanna del pubblico. 

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Altro balletto e altra Suite: la Seconda da El sombrero de tres picos di Manuel de Falla, commissionato dall’onnipresente Diaghilev e rappresentato per la prima volta a Londra nel 1919. Tratto da una novella di Pedro Antonio de Alarcòn, è una specie di farsa a lieto fine, piena di equivoci, travestimenti e bagni fuori stagione, dove il Corregidor (una specie di Podestà del paesotto) insidia la bella moglie di un mugnaio e fa la fine… che si merita, smerluzzato da tutto il popolo nella notte di San Giovanni.  

Dal balletto De Falla estrasse due Suites, che racchiudono buona parte (circa i 2/3, come tempo di esecuzione) della musica originale. In particolare, vi sono stati esclusi gli interventi del mezzosoprano.

La Suite n°2 comprende tre numeri, tutti provenienti dalla seconda parte del balletto. Il primo è una seguidillaLa danza dei vicini:

Il secondo numero è una farruca, tratto da La danza del mugnaio

Chiude la vorticosa Jota che, in DO maggiore, presenta più volte il tema principale e più famoso del balletto:

Pubblico trascinato all’escandescenza, con grida di bravo/i per tutti. 
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Ha chiuso la serata Igor Stravinski, di cui abbiamo ascoltato l’inflazionata Suite (1919, versione con Berceuse e Finaledal balletto L’Oiseu de Feu, che l’Orchestra ha già eseguito innumerevoli volte (rimando ad un mio precedente scritto che riassume i contenuti delle diverse Suite e tratta di questa in particolare). Questi i numeri della Suite:
 
Suite 1919
Introduzione
1
L’Uccello di Fuoco e sua danza
2
Variazione dell’Uccello di Fuoco
3
Ronda delle Principesse
4
Danza infernale del Re Kastchei
5
Berceuse
6
Finale
7

Il Tjek per tutta la serata ha tenuto le partiture sotto gli occhi, e per questo Stravinski non vi ha distolto gli occhi che per il 20% del tempo: il che, per uno come lui che ha in memoria cosucce come la Nona di Beethoven, è segno di grande serietà e modestia.

Mozzafiato l’attacco degli archi bassi con la grancassa, in un pianissimo ai limiti dell’udibile, un cupo tappeto sul quale sono calati gli spettrali accordi dei tromboni, poi le entrate di clarinetti e fagotti, e infine dei corni, a preparare il terreno per l’arrivo del protagonista. E che dire dell’oboe (di Greci) nella cantabilissima (Rimski-ana) Khorovode. E poi la danza - infernale per davvero – di Kastchei. Per non parlare del finale, con l’abbacinante arcata di accordi delle ultime otto battute.

Travolgente tripudio di folla alla fine.

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L’acciacco che ha colpito il Maestro non deve essere proprio trascurabile, se questa mattina è arrivato l’annuncio che il concerto da camera al Teatro Gerolamo di domenica mattina (tutto Dvořák) è stato rimandato (evidentemente un conto è dirigere, un altro suonare il violino per un’ora filata…) Per ora sembrano invece confermate: l’esecuzione della Suite dell’Oiseau (con Elisabetta Garilli recitante) oggi pomeriggio per i giovani (Crescendo in musica) e la replica di questo concerto, nel pomeriggio di domenica.

Chi fosse interessato al concerto di ieri può sintonizzarsi in web su RAIPlaySound, dove lo si può ascoltare accompagnato dalla cronaca del sempre affabile Oreste Bossini.


18 febbraio, 2026

Il nuovo Ring della Scala.

Oggi pomeriggio la Scala ha ospitato, nel foyer Toscanini, un simpatico incontro sul prossimo duplice Ring, incontro guidato dal Soprintendente Ortombina, con la partecipazione dei due Direttori d’orchestra e del Presidente dell’Associazione Wagneriana di Milano, Marco Targa.

L’annuncio sul sito deve aver scoraggiato molti non fluenti in lingua albionica a disertare, ma per fortuna l’incontro si è tenuto – a sala comunque gremita - nella lingua del dolce stil novo, che anche i due Direttori di madrelingua albionica hanno mostrato di padroneggiare a sufficienza.

Una piacevole chiacchierata, fra storici ricordi, biografie parallele dei due Direttori e battute salaci sul tema Wagner-vs-Verdi. E ovviamente un pizzico di sano sovranismo che non guasta mai.

Ma l’annuncio clamoroso (purtroppo relegato solo alla terza pagina di copertina del numero speciale della Rivista del Teatro, distribuita ai presenti) è la rivoluzionaria impaginazione del Ring:


14 febbraio, 2026

L’Orchestra Sinfonica di Milano al Conservatorio – Nona di Beethoven.

Enorme partecipazione di pubblico oggi pomeriggio al Conservatorio milanese per la Nona beethoveniana olimpicaL’Orchestra ci tornava dopo quasi 33 anni, da quel ’93 in cui aveva dato i primi vagiti, con il venerabile Delman.

Evento con caratura di ufficialità, con tanto di presenza di Autorità civili e militari, e relativi indirizzi di saluto. Poi arriva il Tjek e, invece della Sinfonia, attacca, con il coro, l’Inno di Mameli! Ma anche con la terza strofa, che richiama il messaggio schilleriano della Nona (e però senza il finale, cassato di recente da Mattarella…) 

Con una battuta per stemperare quest’atmosfera seriosa, dirò che abbiamo ascoltato una Sinfonia per grande orchestra, coro e… oboe obbligato! Quello implacabile del bravissimo Luca Stocco, che ha imperversato dall’inizio alla fine.

Ma, a parte le battute, è stata un’esecuzione da incorniciare, con tutti i protagonisti da elogiare incondizionatamente. A partire dall’Orchestra e dal Coro (di Fiocchi Malaspina) che solo da Capodanno ad oggi hanno suonato la Nona almeno una mezza dozzina di volte. Ma bravissimi anche i quattro solisti: la trentenne russa trapiantata in Germania Anna Nekhames, soprano; la 23enne (!) austriaca Anja Mittermüller, mezzo; il 38enne tenore svizzero Mauro Peter; e il 53enne baritono austriaco Günter Haumer. Tutti magistralmente e carismaticamente guidati dal Tjek, ormai pericolosamente (!) assurto a idolo delle folle, di sbarbati e matusa insieme.

Sala stracolma, trasformatasi in bolgia per il finale delirio collettivo, segno tangibile, anzi udibile, dell’adesione popolare al messaggio di pace e fratellanza che mai come in questi tempi turbolenti, infestati da guerre e odio e caratterizzati da una preoccupante regressione della nostra civiltà, ci arriva da questo immortale monumento. 


Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26.12 – Gamzou (Mahler).

Il concerto di questa settimana dell’Orchestra Sinfonica di Milano è monopolizzato dall’ultima, incompiuta sinfonia (la Decima) di Gustav Mahler. Che qui è stata diretta dal 38enne israelo-statunitense Yoel Gamzou (già due volte gradito ed applaudito ospite dell’Auditorium negli ultimi tre anni) che ne ha anche curato (tra il 2003 e il 2010) il completamento. 

Prima del concerto – che, per qualche valido motivo, non sarà replicato domani, come da programma - la massima autorità mahleriana vivente (Quirino Principe) ci ha elargito la sua smisurata sapienza sull’argomento o, per meglio dire, su ogni sua connessione, anche… pindarica, con fenomeni spazianti su secoli di musica, di filosofia e di estetica.

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In questi ultimi decenni si sono susseguite diverse operazioni di rendering (letteralmente: rendere udibile al largo pubblico) di questo estremo lascito mahleriano, purtroppo forzatamente abbandonato dall’Autore (causa… scomparsa) in uno stato di assoluta ineseguibilità. Ho sommariamente riassunto - in uno di questi scritti - lo stato dell’arte di queste iniziative, con particolare riferimento a quella di Derick Cooke, anni ’60 del ‘900, che è quella che ha… fatto scuola. Iniziative delle quali Gamzou è solo uno dei protagonisti. Oltre ad inciderlacon la sua International Mahler Orchestra, Gamzou (che fu uno degli ultimi allievi di Giulini, qui in Italia) l’ha anche più volte diretta, come qui a Kassel.

Per sua stessa ammissione (esplicitata in una decina di pagine di Prefazione alla partitura) Gamzou - che confessa di avere per questo lavoro una specie di ossessione esistenziale, tanto da occuparsene fin da quando era un ragazzino - ammette di aver seguito un approccio assai diverso da quello di Cooke (e altri…) strettamente musicologico e filologico, prendendosi invece la responsabilità (e la libertà) di interpretare i manoscritti originali anche al di là dei puri segni lasciati da Mahler sulla carta. Cercando di calarsi nella personalità del compositore boemo per decifrarne il messaggio affidato alla Trilogia dell’addio (dopo il Lied e la Nona…)

Un messaggio che Gamzou (imitando Mahler, che ha costellato i suoi schizzi di lamenti, imprecazioni e suppliche) accompagna scrivendo di suo pugno sulla sua partitura del Finale - dove si riode il tremendo accordo dissonante (per Gamzou: l’Apocalisse) già esposto nell’iniziale Adagio e si riprende, nei corni, lo spettrale recitativo delle viole - il richiamo alla preghiera ebraica Sh’mà Israel: una più o meno arbitraria deduzione dalla presunta fede ebraica di Mahler (fede convintamente o strumentalmente abbandonata come atto facilitatore della sua ascesa a Generalmusikdirektor della Hofoper):

Insomma, secondo Gamzou la Decima conterrebbe un messaggio di commiato dalla vita colmo di serena rassegnazione e, contemporaneamente, di incrollabile fede.

Dal punto di vista strettamente tecnico (riguardante le parti degli schizzi da completare, dovendo quindi inventare molte note in aggiunta a quelle della melodia di base che Mahler lasciò sulla Particell a 4-5 righi) ovviamente Gamzou si è preso la libertà e responsabilità di fare di testa sua, divergendo poco o tanto da Cooke, Barshai e compagnia. Volendo entrare in qualche dettaglio ulteriore, si può osservare come Ganzou abbia introdotto di suo molte indicazioni agogiche aggiuntive a quelle originali, oppure (come nell’iniziale Adagio) abbia generato due battute aggiuntive, semplicemente scorporandone due, che sono in 4/4, in quattro (rispettivamente di 1+3 e 2+2). Una battuta ha anche aggiunto al Finale, forse per enfatizzare il suo apocalittico climax… In generale gli scostamenti di orchestrazione (rispetto al riferimento di Cooke) si trovano prevalentemente nei due ultimi movimenti, come è ovvio, essendo quelli più sprovvisti di… materia prima.

In ogni caso va dato atto al giovane musicista della serietà del suo impegno, e del contributo che anche lui (come gli altri completatori) ha dato alla conoscenza e all’apprezzamento di quest’opera, nella quale ognuno di noi può trovare valori e significati positivi, il che non guasta mai. Davvero amorevole la cura che ha mostrato nel guidare, prendendola per mano, l’orchestra, proprio come si fa quando si dirige una propria creatura.

Calorosissima l’accoglienza, con ripetute chiamate e applausi ritmati, che il pubblico (che ha ancora una volta piacevolmente gremito l’Auditorium) ha riservato a questo giovane Direttore. Che ha fatto almeno un paio di volte l’intero periplo del palcoscenico per complimentarsi e ringraziare tutti i protagonisti di questa rimarchevole prestazione.

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Oggi stesso alle 17 laVerdi, con Tjeknavorian, sarà al Conservatorio (e anche in tutto l’orbe terracqueo, grazie a streaming) per una speciale esecuzione benefica della Nona di Beethoven in occasione delle Olimpiadi.

07 febbraio, 2026

Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26.11 – Letonja-Stagg.

Marko Letonja si ri-affaccia – dopo lunghissima assenza - sul podio di Largo Mahler per offrirci un programma dall’impaginazione particolare: si va da Beethoven a Richard Strauss, compiendo un balzo di quasi un secolo e mezzo, a scavalcare tutto il periodo romantico e tardo-romantico. 

Apre il concerto Beethoven con la sua Quarta SinfoniaCerta esegesi semplificatoria (quella che divide le sinfonie beethoveniane fra dispari – virili - e pari - femminee) la colloca fra le leggere, o pastorali, quindi un po’… disimpegnate. L’Introduzione in Adagio sarà pure un ricordo di Haydn, ma contiene novità mica da poco, con modulazioni enarmoniche che definire ardite (per quei tempi, 1807) è ancora poco. E poi basta ricordare l'incipit dell’Allegro vivace (in realtà ormai uno Scherzo, e non più il settecentesco Menuetto) e infine il folle metronomo del Finale per considerarla una signora sinfonia! Che certo può apparire – arrivando dopo la rivoluzionaria Eroica e subito prima della sconvolgente Quinta – più un’erede della Seconda, ma sappiamo che anche quest’ultima non è per nulla una cosuccia trascurabile, tutt’altro.

Il 65enne Direttore sloveno cerca proprio di dimostrarci che la Sinfonia sarà pure femminea ma non è effeminata, calcando la mano sui tempi (à la Toscanini) e sui contrasti (vedi fra l’Introduzione e l’Allegro vivace e nell’Adagio). Come si può ascoltare in questa chiacchierata con Oreste Bossini nell’intervallo del Concerto, ha guidato con gesto minimalista l’Orchestra ad un’esecuzione davvero rimarchevole, accolta con gran calore dal pubblico, anche ieri abbastanza nutrito.

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I Vier letzte Lieder rappresentano non solo il canto del cigno di Strauss, ma anche quello della stupenda stagione romantica che aveva preso l’avvio nell’ultimo scorcio del ‘700, fiorendo poi rigogliosa e superba per un secolo. [Qui alcune mie note e commenti.]

La 38enne australiana, berlinese di adozione, Siobhan Stagg (eccola qui in un’incisione in patria di pochi anni fa) li ha interpretati per noi con grande nobiltà ed espressività. Voce ben impostata nell’intera gamma, mancante solo di qualche decibel, ma il successo per lei è stato completo. 

E poi non si possono non fare almeno un paio di citazioni di interventi solistici di strumenti dell’orchestra: il corno magico di Amatulli nella mirabile chiusura di September, una vera perla di musica sbudellante… e il violino di Santaniello nella stupefacente introduzione all’ultima strofa di Beim schlafengehen. E infine come non emozionarsi al religioso raccoglimento delle ultime battute strumentali dell’opera, con le reminiscenze di Tod und Verklärung (lo Strauss di 60 anni più giovane!) e dell’Adagio della Settima bruckneriana, a sua volta ispirato alla memoria di Wagner.

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Ancora Strauss per chiudere la serata con la Fantasia sinfonica sulla FroSch, opera composta negli anni della WWI, frutto del sodalizio con Hugo von Hofmannsthal. È una specie di Suite (ma non un semplice copia-incolla di brani dell’opera) predisposta nelle tristi condizioni in cui versava – causa processo di de-nazificazione - il vecchio Strauss nel 1946, a 30 anni di distanza dall’opera, due anni prima degli ultimi quattro Lieder, e tenuta a battesimo nel 1947 a Vienna dal discepolo fedelissimo Karl Böhm.

Programmaticamente focalizzata sui due personaggi del popolo (Barak e consorte) più che su quelli regali (Imperatore e consorte) dopo poche battute di introduzione (prese di peso dall’attacco dell’opera) che anticipano il rude e minaccioso inciso dello spirito di Keikobad (padre dell’Imperatrice) e un frammento del tema della Nutrice, la Fantasia ci presenta – riprendendo un nobilissimo passaggio strumentale del primo atto - il personaggio di Barak, il modesto tintore, del quale viene esaltata la bontà d’animo, l’altruismo e l’impegno per la famiglia (moglie e tre fratelli disabili). 

La sezione successiva – mossa e… seducente, con spruzzatine di Zarathustra - si focalizza sulla moglie di Barak, e sulle tentazioni (leggi: corruzione) che lei subisce – sempre nel primo atto – da parte della nutrice della figlia di Keikobad, consistenti in promesse di ricchezza e poi – nel second’atto - di felicità (anche… ehm, sessuale, in spregio al marito) in cambio della sua ombra (leggi: fertilità) che serve all’Imperatrice per salvare il consorte dalla condanna alla pietrificazione comminata da Keikobad.

Segue poi una sezione che nell’opera (atto terzo) è cantata da Barak e consorte (Mir anvertraut) ed è il momento forse più alto, musicalmente, oltre che drammaticamente, della FroSch; e non per nulla Strauss la mette proprio al centro della sua Fantasia:

Dove la voce principale (Barak) è affidata al trombone solista. Dopo la ripresa di questo tema, chiude il brano, con enfasi e lungaggini francamente degne di miglior causa, il finale riscatto che porta alla conseguente apoteosi delle due coppie. La chiusura riprende quella dell’opera, sul sempre più lento accordo perfetto di DO maggiore, in pianissimo, dell’intera orchestra.

Effettivamente questa Suite non diede molte soddisfazioni postume a Strauss, semplicemente perché l’opera sottostante non era (e ancor oggi non è) fra le sue più eseguite. A differenza, per dire, di quella predisposta nello stesso periodo per Der Rosenkavalier, opera che aveva dato a Strauss gran fama anche all’estero, se è vero che l’ufficiale americano incaricato di sequestrargli la lussuosa villa di Garmisch, reso edotto dell’identità del proprietario, ordinò ai suoi sottoposti di soprassedere al sequestro!

Tuttavia, è difficile non farsi coinvolgere da questa musica, e ciò è avvenuto anche ieri, con il pubblico che ha mostrato di apprezzarla assai, con convinte acclamazioni per tutti e in particolare per l’impeccabile Joshua Blows al trombone solista.


02 febbraio, 2026

La terza e conclusiva giornata del Ring di McVicar alla Scala.

Ieri abbiamo assistito alla prima rappresentazione dell’ultima tappa della produzione a-spizzichi-e-bocconi (iniziata nella stagione 2023-24!) del Ring, in preparazione al doppio tour-de-force del prossimo mese, quando l’intero ciclo verrà eseguito per due volte (1-7 e 10-15).

Götterdämmerung è in effetti una summa-nibelungica, dove tutti i nodi dell’immane dramma vengono al pettine, e dove, per conseguenza musicale, tutti i principali Leitmotiv nati a cresciuti nelle tre precedenti tappe tornano a farsi sentire, magari opportunamente rivisti e invecchiati, insieme ai nuovi che udiamo per la prima volta. In effetti questa era già dalle origini la struttura della Siegfrieds Tod, un GrandOpéra concepito da Wagner a partire dal suo Nibelungen-Mythus ben prima dell’idea stessa del Ring, del quale divenne poi – con le necessarie od opportune modifiche, e non senza qualche incongruenza - l’atto conclusivo.

Sappiamo che questo Ring a puntate era nato con un unico genitore (Christian Thielemann) ma che poi è stato affidato, per sopraggiunte cause di forza maggiore, a genitore-1 (Simone Young, dotata di pedigree bayreuthiano) e genitore-2 (Alexander Soddy, suo fedele discepolo, almeno sulla carta).

Ebbene, sia oggi che per i due cicli completi di marzo, il primo a scendere in campo è stato e sarà invece Soddy; ciascuno può dare la sua risposta in fatto di implicazioni: per il pubblico, dal punto vista del risultato, e per orchestra, cantanti e regìa da quello della preparazione.

Il cast (come l’orchestra, per fortuna?) invece non cambia con il Kapellmeister, ma anche questo non è detto sia necessariamente un bene, se i due Direttori avessero visioni non proprio collimanti sull’interpretazione. Mah, su ciò bisognerebbe interpellare i diretti interessati.

Personalmente sentivo Soddy per la prima volta in questo Wagner e devo dire che il suo approccio generale (stacco dei tempi) mi è parso corretto. Molto ci sarà invece da registrare meglio nell’orchestra, in particolare nella sezione ottoni, prevaricante nel volume di suono che ha penalizzato le voci (la buca della Scala non è l’Orchestergraben di Bayreuth…) e ancora lontana da un calibrato amalgama (rapporti fra i corni e gli strumenti più gravi). Alla fine, Soddy ha portato tutti sul palco per un comunque meritato applauso vis-à-vis con il pubblico.

Il coro di Malazzi ha reso al meglio le sguaiatezze wagneriane (una programmatica parodia dissacrante della moda grand-opéra parigina) della terza scena del second’atto e per questo si merita un encomio.

Le voci (al netto delle citate difficoltà legate al frequente debordare degli strumenti) hanno presentato alti e bassi: le protagoniste tutte all’altezza: a partire dall’inossidabile Nina Stemme (una Waltraute perfetta). Poi la Nylund, che nel ruolo della protagonista garantisce sempre un alto livello di prestazione. Così come la Olga Bezsmertna, un’efficace Gutrune e, prima, una solida Norna-3, affiancata dignitosamente dalle altre due Norne Christa Mayer (1) e Szilvia Vörös (2). Bene anche le tre ninfe, Woglinde (Lea-ann Dunbar) Wellgunde (Svetlina Stoyanova) e Flosshilde (Virginie Verrez).

I maschietti così-così. Basti dire che il migliore è stato Johannes Martin Kränzle, un Alberich perfetto nella sua comunque ristretta apparizione. Di Vogt è ormai inutile ricordare che non ha la voce che ci si aspetterebbe (a torto o a ragione) dal ruolo, e ieri non mi è nemmeno parso in perfetta forma. Il Gunther di Russel Braun appena appena passabile, voce davvero anonima, proprio come il personaggio, ma anche i personaggi anonimi dovrebbero avere una voce adeguata… Purtroppo (per me) deludente, rispetto a precedenti apparizioni, Günther Groissböck, che impersona il bieco Hagen: ma se il personaggio è un cattivone, non per questo la voce che lo supporta deve essere… ehm, cattivona!

In ogni caso il pubblico (parecchi vuoti nei palchi) ha accolto tutti con benevolenza.

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La messinscena di McVicar ha ricalcato quelle dei tre drammi precedenti: approccio abbastanza minimalista: la tana di Brünnhilde esternamente ha il profilo di Erda, poi ruota per mostrarne l’apertura; le manone già comparse nel Rheingold tornano qui piuttosto malconce (dato il passar del tempo); i due cavalli sono impersonati da un figurante su trampoli da atleti paralimpici; la reggia di Gibichheim ha la giusta dose di Kitsch, e insomma siamo in zona neutra fra le corna vichinghe e i cappelli a cilindro…

Segnalerò un paio di trovate proprio nell’ultimissima scena del cosmico sfacelo: a prostrarsi sul cadavere di Siegfried arrivano i suoi diretti congiunti (Siegmund&Sieglinde più Wotan); poi lo stesso Wotan rotola rovinosamente giù da uno scalone del Wahlall in fiamme (la letterale caduta degli dèi…) e infine ricompare, a simboleggiare l’Oro, il figurante già visto nella prima scena del Rheingold. Qui però viene raggiunto da… Alberich! La trovata (non nuova per la verità) è almeno plausibile, chè Wagner non ci notifica la scomparsa del nano, e del resto tutti i mondi susseguitisi nelle ere geologiche a quello di Wotan (incluso quello in cui viviamo noi oggi) sono stati e sono popolati da torme di Alberich, frustrati sul piano degli affetti e quindi assatanati per ricchezza e potere.

Come per le precedenti opere, sonori buh a tutto il team registico.

Ecco, adesso non ci resta (parlo per gli inguaribili wagneriti…) che trangugiare a marzo (una sola o magari due volte di fila) l’intera mappazza nibelungica! 


31 gennaio, 2026

Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26.10 – Tjeknavorian-KannehMason.

Dopo due turni, torna sul podio dell’Auditorium Emmanuel Tjeknavorian per offrirci un succoso programma dii struttura canonica (breve apertura, Concerto solistico e Sinfonia).

Prima dell’inizio viene ricordato il sommo Angelo Foletto, scomparso proprio ieri: un posto dell’Auditorium (pieno come un uovo) è stato simbolicamente lasciato vuoto in suo omaggio.

In apertura torna Nicola Campogrande con un nuovissimo brano ispirato alle imminenti Olimpiadi Milano-Cortina, commissionato dall’Orchestra Sinfonica e dedicato al suo attuale Direttore Musicale: Gioco di squadra.

Come ha spiegato lo stesso Autore, intervistato dal conduttore Oreste Bossini prima del concerto, il brano evoca la continua sfida al record (Citius, Altius, Fortiur, come recita il motto olimpico) e in particolare i movimenti dei giocatori di una squadra (di hockey nella fattispecie, ma anche di altri sport) dove c’è un oggetto conteso (il tema principale e ricorrente del brano…) che passa da una mano, o da un piede, o da un bastone ricurvo all’altro, inseguito, catturato, e rilanciato dai giocatori (le sezioni dell’orchestra).  

Sono 12 minuti di musica intrigante, che mette alla prova come solisti tutti gli strumenti della grande orchestra, ad evocare l’importanza che ha ogni componente di una squadra. Con un po’ di fantasia ci si possono vedere ascoltare azioni di gioco, ora concitate, ora magari di melina, o preziosismi individuali, o magari qualche rude richiamo dell’allenatore…  Alla fine, il temino ricorrente chiude (direi in SOL maggiore!) la partita…

A proposito di Giochi, laVerdi, con l’onnipresente Tjek, manco a dirlo, sarà protagonista, il 14 febbraio al Conservatorio, di uno speciale Concerto dedicato alle Olimpiadi e a beneficio di importanti iniziative di carattere sociale.

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Janeba Kanneh-Mason è una pianista che viene da una incredibile famiglia britannica, di origini antillane per padre (Mason) e africane per madre (Kanneh) che conta ben altri sei fratelli/sorelle, tutti musicisti affermati.

A noi porge l’inflazionato Rach2, il più famoso ed eseguito dei quattro Concerti pianistici del compositore russo, che lo sfornò proprio all’alba del XX Secolo come prima opera dopo quasi quattro anni di depressione legata al fallimento della sua Prima Sinfonia (qui un mio commento ai fatti pregressi e alla macro-struttura del Concerto).

La bella Janeba, fisico da modella, non si lascia traviare dal tardo-romanticismo del brano, evitando facili effetti e decadenti sdolcinature: così, grazie anche alla sobrietà con la quale il Tjek la accompagna, ne cava un’esecuzione seria e convincente. Primo movimento serrato (da incorniciare il corno di Ceccarelli nella ripresa del secondo tema); Adagio mirabilmente aperto dal clarinetto della Raffaella, caratterizzato poi da un moderato uso del rubato da parte della Janeba e da lei chiuso con gran delicatezza; Finale invero travolgente.

La ragazza può ancora migliorare, ed ha tutto il tempo davanti a sé, ma mi sembra già ben avviata sulla buona strada. Per lei convinti applausi, ricambiati con la celebre Tristesse di Chopin.

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La chiusura è affidata a Beethoven e alla Settima Sinfonia.

Il Tjek qui scioglie tutte le briglie all’orchestra (agogica e dinamica estreme) e così l’apoteosi della danza (copyright Wagner) diventa quasi un barbaro rito stravinskiano! Ne viene contagiato persino il delicato Allegretto, al climax della lettera G della partitura. Nel finale Allegro con brio la velocità delle quartine di semicrome del tema principale finisce per trasformarle (come spesso avviene) quasi in glissando, dove si distinguono solo le note estreme delle quartine.

Insomma, un’orgia sonora fin troppo esagerata! Ma gli applausi scrosciano copiosi e tutti ce ne andiamo a casa felici e contenti.