Ieri
sera, la nuova produzione scaligera di Pelléas et
Mélisande,
affidata
alla coppia Pascal-Castellucci, ha debuttato con un grande successo di
pubblico. Cosa per nulla scontata, stante la natura non proprio facilmente
digeribile dell’opera.
Merito
distribuibile (in proporzioni diverse…) fra regista e direttore.
Romeo
Castellucci (responsabile
di regia, scene, costumi e luci. con l’aiuto drammaturgico e artistico
di Christian Longchamp e Giulia Giammona) ci ha propinato per 12
delle 15 scene dell’opera uno scenario dalle 1000 sfumature di grigio (o nero)
chiudendo la scena con un sipario-zanzariera che la gettava in una penombra
dove tutti i contorni erano attutiti: un’estremizzazione dell’ambientazione
onirico-surreale del soggetto.
Le
scene d’interno mostravano pochi pannelli recanti bassorilievi evocanti immagini
rilevanti dell’azione, quelle di esterno pochi ed essenziali tratti: distesa di
mare piatto, nere rocce di caverne marine, bastioni o muraglioni del castello.
Atto
I. Golaud si presenta abbigliato come un cavaliere medievale e scopre una
Mélisande che deve aver già messo in atto la sua minaccia di buttarsi in acqua:
poiché si copre e asciuga il corpo nudo con un lungo velario.
Géneviève
legge la lettera di Golaud al fratello sfilandone il contenuto ricamato su un
alto pannello, e consegna la matassa ad Arkel.
Atto
II. Il primo incontro Pelléas-Mélisande alla fontana dei ciechi, con perdita
dell’anello, si chiude con un reciproco battesimo, suggellato da due gavettoni
in piena regola.
Golaud
ferito è steso in un’angusta nicchia in una muraglia del castello, assistito da
Mélisande; poi ne esce per scoprire che lei non ha più l’anello al dito, e la
spedisce a cercarlo.
Pelléas
e Mélisande emergono da un angusto anfratto di roccia nella caverna marina,
dove scoprono i tre clochard addormentati (che noi però non vediamo).
Atto
III. Mélisande canta la sua filastrocca affacciata ad un’apertura circolare
posta alla sommità di un muraglione. Da essa scorre verso terra un liquido fiume
di… capelli.
Nella
scena del sotterraneo, Golaud è sul pavimento, mentre Pelléas è appeso come un salame a 10 metri di altezza. Ovvio che si lamenti e chieda di uscire all’aperto.
Cosa che fa… riemergendo da una botola nel tavolato della scena, appeso ad
un provvidenziale cavo.
A
questo punto (quarta scena) l’ambientazione cromatica passa improvvisamente al
rosso-sangue. Su un grande pannello, per ora steso sul pavimento (e recante
manichini sdraiati che rappresentano padre e figlio) Golaud e Yniold sono
protagonisti dell’azione investigativa a danno di Pelléas-Mélisande. I due si
sdraiano a loro volta sul pannello (Golaud più in basso, Yniold più in alto) e
subito il pannello si muove, portandosi lentamente quasi in verticale, a
simulare l’osservazione che il piccolo fa (da lontano, guardando verso la
sala) dell’interno della camera dei due fedifraghi. E così si va… all’intervallo.
Atto
IV. Arkel incorona Mélisande come futura Regina, vestendola della tunica e del
copricapo consoni al ruolo.
Golaud
la pensa diversamente e strapazza la moglie, mimando la scena della croce
(ottenuta secondo il testo originale sbattendo a destra e manca, avanti e
indietro il corpo della malcapitata presa per i capelli) con l’agitare una
lunga sciarpa strappata alla neo-regina!
Dopo
il siparietto di Yniold con i greggi, ecco un nuovo, clamoroso cambio di
ambientazione cromatica: per l’incontro notturno fra i due innamorati, tutto bianco
abbacinante! E i due si acconciano come attori di commedia dell’arte (tipo Arlecchino-Colombina):
berretti a cono, volti spalmati di candido cerone, mandolino per lui e flauto
per lei. Qui Castellucci ottiene un effetto… effettivamente notevole: Golaud
entra in questa scena solare da destra e, avanzando verso i due abbracciati,
per infilzare Pelléas, si trascina dietro… l’oscurità più totale!
Atto
V. Qui Castellucci ha proprio esagerato in… simbolismo! In scena vengono portate
grandi teche da museo: alcune contengono oggetti che rimandano a Mélisande
(corone, collane… niente anelli) e una, la più grande, accoglie il corpo della
morente protagonista.
Arkel
le reca la piccola neonata, che però è rappresentata da un bambolotto tutto… nero!
[Dobbiamo scoprire così la vera storia passata della povera Mélisande?] Dopo
averlo tenuto un po’ sul petto, il bambolotto viene ripreso da Arkel e lascia
macabre tracce sulle vesti della poveretta, per essere poi deposto su un giaciglio
tipo… mangiatoia con scheletro di pesce.
Alti
pannelli-stendardi, recanti la lettera V (Verité?) vengono stesi
al suolo, come pesanti lapidi e il sipario cala.
Che
dire? Che poteva andarci peggio?
___
Quanto
a Maxime Pascal, il 40enne direttore possiede una ormai lunga esperienza
in quest’opera, esperienza che lo ha sorretto nel difficile compito di
valorizzare l’ostica partitura di Debussy. Tempi sempre tesi e dinamiche
appropriate (debussyiane possiamo dire…) salvo un eccesso di frastuono
proprio nella scena di Yniold del quarto atto, dove la vocina della bravissima Allegra
Maifredi è stata abbastanza penalizzata.
Premesso
che il giudizio sugli interpreti, in un’opera come questa, non può per
definizione comportare parametri identici a quelli che si applicano agli standard
del melodramma tradizionale e del belcanto (qui è il declamato,
sfociante spesso nello Sprechgesang, a tener banco) mi pare di poter
dire che siano da promuovere tutte le voci principali (adulte…) del cast:
a cominciare da Sara Blanch e Bernard Richter (apprezzabili interpreti
dell’amore proibito). Simon Keenlyside è stato un autorevole Golaud (per
i miei gusti avrei preferito un baritono più… leggero). Così come il Re Arkel
di John Relyea, voce fin troppo autoritaria per questo ruolo di vecchio e
caritatevole sovrano.
Apprezzabili
le prestazioni di Marie-Nicole Lemieux (Géneviève) e quelle degli accademici
Zhibin Zhang e Geunhwa Lee (rispettivamente medico e pastore). Come
anticipato, splendida la voce bianca Allegra Maifredi a dar vita al
personaggio del piccolo Yniold.
Giorgio
Martano
ha guidato il Coro, che ha nell’opera un ruolo davvero microscopico (fuori
scena, 2+2+2+2+2 battute di canto e 2 battute a bocca chiusa) anche se utile a
creare l’atmosfera della nave in partenza, nella terza scena del primo atto.
___
Al
tirar delle somme, direi che questa nuova impresa scaligera sia da elogiare
incondizionatamente, come ha fatto il pubblico (teatro praticamente esaurito e
isolate defezioni nell’intervallo) tributando lunghi minuti di applausi e ovazioni
all’intera compagnia, nessuno escluso.
Qui
la registrazione
audio di RAI-Playsound.