casi divisivi

  Ranucci =... Dreyfus?

21 agosto, 2026

ROF-2026 live.1.2.3.

Post cumulativo delle tre opere principali in cartellone.

18 agosto 2026

Le siège de Corinthe

Eccomi, dunque, a commentare l’opera che rappresenta la punta di diamante dell’Edizione n°47 del Festival, di cui ieri è andata in scena, all’Auditorium Scavolini, la terza delle quattro recite in cartellone.

Senza offesa per la parte musicale, do la precedenza alla nuova messinscena affidata a Davide Livermore, ormai veterano di allestimenti al ROF (il primo fu Demetrio&Polibio nell’ormai lontano 2010…)

Comincio col dire che far meglio del Padrissa-2017 era un gioco da ragazzi, stante la sconfortante povertà dell’idea registica dell’esponente della Fura dels Baus.

Tuttavia devo purtroppo segnalare che Livermore non ha per nulla vinto la sfida per distacco, ma anzi ha faticato a raggiungere (ai miei occhi) la sufficienza.

Il Konzept (per dirla nel linguaggio crucco del Regieteather) di Livermore non sarebbe per nulla scandaloso, anche se un filino complicato da decifrare. Ora: la realtà storica del 1826, con la quale si dovette confrontare Rossini, vedeva Parigi esaltarsi per l’eroica resistenza greca (Missolungi, proprio in quei giorni) contro gli invasori ottomani. E il libretto del Siège tratta della resistenza dei greci del 1459 contro l’invasore ottomano Mohamed, alimentata dal proposito di rinverdire i fasti greci di 2000 anni prima (le mitiche battaglie contro i persiani, con allusioni a Maratona, a Leonidas, alle Termopili, etc.)

Fin qui, tutto bene: l’enorme armadio che si apre nel primo atto, dal quale fanno capolino un’enorme statua muliebre e un ammasso di resti di un tempio, ci dà l’idea dei greci del 1459 che riscoprono le vestigia e i ruderi della loro millenaria civiltà.

Ma ora nasce il problema di fondo del Konzept di Livermore. Stabilito che siamo nel 1459 con Corinto alle prese con Mohamed, dovremmo aspettarci matematicamente di vedere subito dopo il detto Mohamed, turco islamico reduce dalla conquista di Bisanzio e pronto a conquistare Corinto.

Ma la scena viene invece popolata da gente dei nostri giorni, dotata di ogni diavoleria contemporanea (smartphone in primis, ovviamente). Il condottiero ottomano è proprio Mohamed, ma abbigliato (alla moda) come ogni riccastro o mafioso, con tutto il seguito di supporter e armati, tutti in abiti bianchi. Chi sono costoro?

La realtà di oggi suggerirebbe subito un nome: Erdogan & soci! [Non certo un Ayatollah con Pasdaran al seguito!] Stando a Capi di Stato che perseguono obiettivi imperialistici, potremmo pensare a Trump, Netanyahu, Putin, Xi, Kim, …    

Un curioso dettaglio – che nessuno fra i recensori togati sembra aver sottolineato – è rappresentato dal mimo (in abiti moderni!) che imperversa (prevalentemente sul bordo destro della scena) in atteggiamenti ora rancorosi (si mangia, sputandole, le unghie), ora incivili (si toglie una scarpa, poi il calzino, che annusa per poi gettarlo via, prima di rimettersi la scarpa), ora sarcastici, con gesti e smorfie al telefono, che dovrebbe rappresentare… l’essenza della nostra putrida società?    

Insomma, che ci vuol trasmettere il regista? A dispetto dello spettacolo (molto fumo e poco arrosto, peraltro) forse un generico messaggio distopico e nichilista, della serie: questo mondo è avviato sulla strada dell’auto-distruzione? Mah, se è così, è un messaggio plausibile, ma del tutto gratuito (della serie: prima o poi, dobbiamo morire…) Di sicuro non è ciò che Rossini e i suoi librettisti ci volevano trasmettere!

E ciò basta a dare il pollice-verso a questa proposta. A maggior ragione a fronte della decisione, invero incivile e rancorosa, del team registico di non presentarsi alla fine per ricevere il verdetto del pubblico!

Per fortuna le cose sono andate assai bene sul fronte musicale, che a me personalmente ha soddisfatto (come già nella ripresa radiofonica). Rizzi sempre in controllo dell’Orchestra bolognese (qualche eccesso bandistico si può perdonare); il Coro di Pasquale Veleno in grande evidenza; la Berzhanskaya sugli scudi, insieme a Maxim Mironov (i più applauditi alla fine).

Piacevole conferma dalla bravissima Anna-Doris Capitelli, mentre il Mohamed di Adrian Sâmpetrean merita ampia sufficienza, con l’auspicio che ciò lo spinga ancora a migliorarsi.

Detto che mi aspettavo di più dal Cléomène di Matteo Roma, confermo l’apprezzamento per Simòn Orfila e per gli altri due interpreti (Giuseppe De Luca, Omar, e Tianxuefei Sun, Adraste).

Ultima nota di perplessità: auditorium Scavolini con evidenti vuoti.  

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20 agosto 2026

La scala di seta

Il mio secondo appuntamento è nella bomboniera del Teatro Rossini, per la terza recita de La scala di seta, che per la settima volta si rappresenta al ROF e per le ultime tre (2009, 11 e 26) si è avvalsa dell’allestimento di Damiano Michieletto.

Della quale proposta non esito a reiterare le lodi e a constatare come, a 17 anni di distanza, ancora mantenga intatta tutta la sua freschezza e godibilità. Ciò vale per l’idea geniale di mostrarci costantemente l’ambiente domestico dove si svolge la farsa (gli specchi che riflettono la planimetria dell’appartamento ma anche l’esterno, con il balcone da cui vi si accede mediante… lenzuolone) e per l’invenzione delle tante gag, tutte realizzate con stile, gusto ed equilibrio, anche quando sono graffianti, allusive o provocatorie: insomma calate in pieno nello spirito leggero e disimpegnato del soggetto originale della farsa.

E poi, la gestione attoriale dei personaggi, dove fa spicco la trasformazione di Lucilla da segretaria acida (per mancanza di… manico?) in una bomba sexy assatanata. A proposito di personaggi, ha spopolato (come prevedibile) la personalità straripante di Paolo Bordogna, veterano del ROF e assoluto protagonista delle tre edizioni michielettiane, nei panni del vanesio servitore di casa che in realtà diventa l’effettivo motore di tutta l’azione.

Per lui un autentico trionfo finale. Che ha comunque accomunato tutti i protagonisti dello spettacolo, a partire dalle voci, su cui hanno spiccato quelle dei due amanti segreti, Hasmik Torosyan e Alasdair Kent, voci ben impostate, acuti mai sforzati. Iurii Samoilov era il velleitario Blansac, che se l’è cavata discretamente, non avendo potuto disporre (scelta, peraltro, da approvare) dell’aria di baule (Alle voci dell’amore) che Alberto Zedda aveva regalato al basso nelle due passate edizioni. Bene anche l’ormai navigato Enrico Iviglia (un efficace Dormont) e la citata Lucilla della promettente Mara Gaudenzi.

Ivàn Lòpez-Reynoso ha diretto con brio e speditezza di tempi l’Orchestra del Comunale di Bologna, calorosamente applaudita dopo l’esecuzione della famosa Sinfonia. Gesto sobrio ed efficace negli attacchi, apprezzabile il suo supporto alle voci, così come la brillante concertazione dei numeri d’insieme che chiudono le due parti dell’opera. Davvero inspiegabili (per me) ed immeritati i tre isolati buh piovutigli in testa dall’alto dei palchi all’uscita finale.

Per il resto e come detto, pubblico entusiasta e prodigo di applausi e ovazioni per tutti.

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21 agosto 2026

L’occasione fa il ladro.

Pesaro ancora affollata da gente che per i 2/3 arriva dai più sperduti angoli del mondo per godersi questo Rossini. E dove si può incontrare il più famoso musicista pesarese dopo Rossini mentre si aggira nei pressi del teatro, in bicicletta e in tenuta balneare.

Teatro non proprio esaurito, ma quasi, e pubblico reattivo e intento a non perdersi nulla dello spettacolo. Che è poi ancora quello - davvero da museo, nel senso più alto del termine – ideato nella preistoria del ROF (1987) dal sommo Jean-Pierre Ponnelle e poi riproposto a più riprese da Sonja Frisell. E che non ci si annoia mai di rivedere, proprio come accade alla Scala di seta michielettiana, della quale condivide l’approccio leggero e allusivo, ma senza mai scadere nel triviale o nel grossolano, pur impiegando mezzi assai diversi, a partire dalle scene, che Michieletto ci presenta in modo assolutamente statico, facendole animare dal grande specchio sovrastante, mentre Ponnelle al contrario inventa continue mutazioni, impiegando pareti di tessuto dipinto e argani che permettono di muoverle e spostarle a seconda delle esigenze del libretto. E dando a Martino (Giuseppe Toia, esordiente al ROF) il ruolo di regista in scena, fin dal suo ingresso dalla platea per distribuire partitura e parti.   

La ripresa radiofonica della prima aveva portato buone notizie sul fronte dei suoni e questa dal vivo le ha in buona parte confermate. A partire dalla solida direzione di Alessandro Bonato e dalla risposta convincente della Sinfonica Rossini, potenziata dai due maestri al continuo, essenziali in questa partitura: Giulio Zappa al (bellissimo) fortepiano e Jacopo Muratori al cello.

La bella Damiana Mizzi ha sciorinato la sua voce acuta e penetrante, robusta nella parte bassa della tessitura ma capace poi di svettare nei concertati e di inerpicarsi senza difficoltà su su, fino al MIb. Martiniana Antonie ha confermato le sue qualità di mezzo messe al servizio dello sbarazzino e intraprendente personaggio di Ernestina.

Il pesarese Matteo Mancini (l’inaffidabile Don Parmenione) dopo questo esordio è sulla buona strada per diventare un buffo degno della miglior tradizione rossiniana.

Altra bella conferma è Il tenorino bresciano Dave Monaco, capace di svettare con acuti squillanti e autore di una prestazione che ha avuto il suo culmine nell’aria D'ogni più sacro impegno. Così come apprezzabile è stato l’altro tenore leggero, lo Zio Eusebio di Manuel Amati, ormai più che un esordiente qui e che è ormai più che una promessa.

Ai complimenti per le qualità registiche, per Giuseppe Toia vanno aggiunti quelli per la prestazione canora, culminata nell’aria Il mio padrone è un uomo

Alla fine, consensi, applausi e ovazioni per tutti quanti. All’uscita della platea, Michele dall’Ongaro, da quest’anno padrone di casa, distribuiva sorrisi a tutti, evidentemente compiaciuto per i risultati di questo suo primo Festival. Che però non finisce qui…

12 agosto, 2026

ROF-2026 alla radio.1-2-3.

Breaking news: ROF-2027

- La donna del lago (n)
- Adina (2018)
- Tancredi (n)
- PMS
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Martedì sera all’Auditorium Scavolini ha preso il via il programma principale del ROF edizione 47, con la rappresentazione di Le Siège de Corinthe, la prima, autentica opera francese di Rossini, di cui ricorrerà fra poche settimane il centenario della recita inaugurale (Academie Royale de Musique, lunedì 9 ottobre, 1826). [Qui alcune mie personali curiosità sul soggetto e le sue vicissitudini.]

Questa nuova produzione è affidata a Davide Livermore, e mi permetterò di commentarla a suo tempo, mentre l’ascolto radiofonico – ripresa non proprio impeccabile - ha comunque permesso di avere almeno un’idea del livello del Cast vocale, dell’Orchestra (del Comunale di Bologna), del Coro (Ventidio Basso, diretto da Pasquale Veleno) e del Maestro concertatore Carlo Rizzi.   

Premesso che (come già nel 2017) l’edizione critica di Damien Colas ripesca l’estensione dell’aria di Pamira che apre l’Atto II, il finale con il coro delle donne greche, oltre che il brano di chiusura delle tre Air de Danse del balletto, direi che Rizzi abbia saldamente tenuto in pugno la situazione, ben supportato dall’orchestra in ottima forma (anche nelle parti solistiche). Forse gli si potrebbero rimproverare tempi (a tratti) un po’ troppo sostenuti (magari tipici del grand’opéra) ma nel complesso la tensione è sempre rimasta alta e coinvolgente, con un picco alla chiusura dell’atto secondo.

Solida la prestazione del Coro, che si deve sdoppiare (maschi e femmine) fra greci e turchi, fra sottomessi e invasori (però quell’Hymne turco… che meraviglia!)

Trionfatrice della serata è stata la splendida Vasilisa Berzhanskaya, che si rivelò proprio qui nel 2021 nel Moïse, per poi affermarsi in giro per il mondo: ieri ha mietuto applausi con una prestazione eccellente, che ha avuto il suo culmine nella massacrante, strepitosa (e intonsa…) aria con coro (più risposte a Mahomet) che apre il second’atto e poi il suggello con l’ultima esternazione.  Mahomet II è Adrian Sâmpetrean, esordiente al ROF, ma con una lunga consuetudine con Rossini alle spalle: voce di basso-baritono che ben si adatta al ruolo del condottiero islamico, protervo e brutale, ma anche capace di slanci di nobile lirismo, il 43enne rumeno ha meritato gli elogi del folto pubblico.

I due tenori della compagnia (Matteo Roma come Cléomène e Maxim Mironov come Néoclès, già ben noti al pubblico del ROF) hanno gareggiato in bravura ed efficacia: forse le loro voci liriche tendono a… confondersi (Cléomène per me dovrebbe avere una corposità più… robusta, quasi da baritenore, dato il suo ruolo di comandante della guarnigione greca, di maturo padre di Pamyra, e di aspirante suocero di Néoclès, un giovane eroico combattente, capace di salire al RE sovracuto nell’aria in SOL del terz’atto) ma comunque sono stati giustamente accolti da calorosi consensi.

Anna-Doris Capitelli è l’interprete di Ismène, la confidente di Pamyra, che Rossini gratifica della graziosa Ballade in tempo ternario che precede i… balletti del second’atto, da lei interpretata con la giusta delicatezza e l’apprensione per la sorte della sua signora.

Simòn Orfila (Hìeros, efficace il suo appello nel terz’atto), Giuseppe De Luca (Omar) e Tianxuefei Sun (Adraste) hanno dignitosamente completato il cast. 

Insomma, mi pare un Festival partito con il piede giusto… Qui la registrazione RAI.

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13 agosto 2026

L’Occasione fa il ladro

Seconda serata al ROF (Teatro Rossini) per l’ennesimo revival dell’ormai storica (1987) produzione di Jean-Pierre Ponnelle, anche oggi ripresa dalla venerabile (è sulla soglia dei 90!) Sonja Frisell.

Uno che potrebbe essere suo nipotino è Alessandro Bonato, oggi accasato in Trentino-AltoAdige/SüdTirol (Orchestra Haydn di TN-BZ) che ha per l’occasione (!) diretto la Sinfonica Rossini in questa burletta-in-musica veneziana (Teatro San Moisè, martedì 24 novembre, 1812) del Gioachino ventenne.

Devo dire che il 31enne veronese si è subito presentato bene con il breve preludio orchestrale, dove compare un breve motivo che verrà ripreso nientemeno che da Bizet e, a catena, da Ciajkovski; seguito poi dal temporale, preso da Rossini a imprestito (Pietra del paragone) e successivamente potenziato nel Barbiere.

Ma tutta la sua direzione è stata apprezzabile per leggerezza, garbo e buongusto, così da valorizzare al meglio questo cammeo che già guarda al futuro. Ottima la risposta della Sinfonica Rossini, che già era stata protagonista delle rappresentazioni del 2013.   

Cast che fa ampio uso di… prodotti locali (leggi: Accademia rossiniana, fondata e poi diretta per anni e anni dal sommo Alberto Zedda e oggi affidata alle cure del Sovrintendente - e navigatissimo cantante - Ernesto Palacio): tutti i sei interpreti sono, prima o poi, poco o tanto, passati da lì! E cinque di loro hanno egregiamente cantato il grande quintetto che divide in due l’atto unico.

Colui che è sulla buona strada per divenire profeta-in-patria, il 28enne pesarese Matteo Mancini, impersona uno dei ruoli-chiave della farsa, Don Parmenione, di moralità apparentemente integerrima (rimprovera il servo Martino per lo scassinamento della valigia di Alberto) ma che in realtà è pronto ad approfittare di ogni evento per conseguire il proprio tornaconto. Sfoggiando la su voce chiara e morbida, perfettamente attagliata alla rossiniana categoria di buffo!

Il Conte Alberto, cui Parmenione crede di soffiare la moglie (che invece è sua sorella…) è interpretato da un altro esordiente: il trentenne tenore bresciano Dave Monaco, che ha messo in mostra la sua voce acuta e squillante, proprio da tenorino del Rossini leggero.    

Le due femmine sono Damiana Mizzi (soprano, pugliese, all’esordio al ROF nel cartellone principale) una Berenice ingenua e timorosa, dalla voce leggera e calda e dalla perfetta intonazione, capace anche di staccare con facilità il MIb acuto nel finale; e Martiniana Antonie (mezzosoprano, romena, da otto anni ormai nel grande giro di Pesaro) che ha prestato la sua voce brillante e ben impostata al personaggio di Ernestina.

Anche se non è fra i protagonisti principali della farsa (i due maschi in cerca di moglie e le due femmine, vittime predestinate) un altro buffo (Martino, il servo di Parmenione) è lodevolmente impersonato dall’esordiente Giuseppe Toia, che si è distinto in particolare nella sua aria in cui elenca vita, morte e miracoli del padrone.  

Infine, il tapino zio Don Eusebio è il tenore Manuel Amati, che ha mostrato di saper mantenere le promesse dell’Equivoco del 2019 e del Bruschino del 2021.

Successo per tutti, almeno come testimoniato dalla registrazione RAI

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14 agosto 2026

La scala di seta

Terzo ed ultimo appuntamento radiofonico con il ROF-47, ancora dal teatro Rossini, per un altro simpatico revival: quello della terza farsa veneziana di Rossini, che precede di soli sei mesi (sabato 9 maggio, 1812) l’Occasione ascoltata ieri, e che da quest’anno raggiunge il Barbiere al primo posto per numero di Festival in cui è comparsa (7). [Qui la prima rappresentazione del 1988.]

Allestimento che arriva per la terza volta al Festival, a 17 anni di distanza da quando Damiano Michieletto lo inventò (2009) per poi riproporlo solo due anni dopo.

Sul podio il giovane mexicano (oggi di stanza ad Atlanta) Ivàn Lòpez-Reynoso, già presente a Pesaro dal 2014 (Viaggio accademico) e 2017 (Concerto di canto) e che il 18 agosto dirigerà il Gala Florez-30.

Ai suoi comandi l’Orchestra del Comunale di Bologna, che ha confermato la sua ottima forma fin dall’esecuzione della celebre, spumeggiante Sinfonia, per poi accompagnare le voci, tutte giovani, alcune esordienti, che hanno fatto quasi da scorta al protagonista, che invece è il navigatissimo Paolo Bordogna, che calca le scene del ROF dal 2005 (Gazzetta, poi altri 9 titoli) e che impersona il (finto-)tonto Germano per la terza volta, nelle recenti edizioni curate da Michieletto.

Hasmik Torosyan (aveva già al suo attivo una Gazzetta del 2015) ha sciorinato la sua bella voce calda e corposa di armonici nella parte di Giulia (toccando anche il MI sovracuto nell’aria Quanta pena).

Il suo compagno scalatore Dorvil è l’esordiente Alasdair Kent, che ha ben impressionato per limpidezza di timbro e capacità di salire agli acuti (come il RE su Deh non tradirmi amor).

Al velleitario Blansac ha dato voce un altro basso (Iurii Samoilov, già affermatosi nel 2017 – Siège – e nel 2020 con Cambiale e Barbiere). Questa volta è stato privato dell’aria (spuria) Alle voci dell’amore - che Alberto Zedda (discutibilmente?) aveva introdotto nelle due precedenti edizioni, adattando Alle voci della gloria per aggiungere peso alla parte - ma è stato comunque protagonista, con i tre colleghi già citati, nel grande quartetto che separa i due semi-atti dell’opera e al quale la detta aria faceva immediatamente seguito.

Dormont è Enrico Iviglia (cantò in Otello nel 2007, in Maometto nel 2008 e in Bruschino nel 2021) e ha degnamente completato il cast con l’esordiente Mara Gaudenzi (Lucilla). Per tutti caloroso successo. Ecco qui la registrazione di Radio3.

A questo punto basta radio e… vediamo in-corpore-vili!


08 agosto, 2026

Si avvicina il ROF-XLVII.

Martedì 11 agosto prenderà il via il cartellone principale dell’Edizione n°47 del ROF. Le tre opere in programma sono Le Siège del Corinthe, L’Occasione fa il ladro e La scala di seta. Chiuderà il Festival il monumentale Stabat Mater.

In mezzo ci saranno i due classici impegni accademici del Viaggio a Reims e un Gala-JDF per festeggiare i 30 anni di matrimonio fra il ROF e Florez (attuale Direttore Artistico). In più: concerti di belcanto e altro ancora…

Quanto ai protagonisti stabili, confermata la presenza (dopo il ritorno all’ovile dello scorso anno) dell’Orchestra del Comunale di Bologna (Siége, Scala, Stabat e Florez). L’Occasione sarà suonata dalla Sinfonica G.Rossini, mentre l’altra Orchestra cittadina (la Filarmonica Rossini) supporterà i giovani del Viaggio (irradiato in streaming). Il Coro del Ventidio Basso darà voce alle masse nel Siège, Florez e Stabat.

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Molto attesa la nuova produzione del Siège, che torna per la terza volta al ROF (dopo 2000 e 2017) affidata a Davide Livermore, che qui è di casa… Come già nel 2017, la produzione si basa sull’Edizione critica curata da Damien Colas Gallet (allora appena completata e tuttora non disponibile sul mercato). Il cast è sulla carta assai attraente, fatto di voci ormai collaudate anche lontano da Pesaro. Carlo Rizzi sarà sul podio, portando la sua ormai lunghissima esperienza.

L’Occasione è alla quinta apparizione al ROF (dopo 1987, 89, 96 e 2013) e sempre la si è vista e apprezzata nell’originale messinscena del venerabile Jean-Pierre Ponnelle, poi ripresa da Sonja Frisell (e da lei esportata anche alla Scala). Sul podio il giovane Alessandro Bonato, esordiente al ROF nel cartellone principale, ma già dal 2019 presente in manifestazioni collaterali, e oggi Direttore della Haydn di TN-BZ, con un cast altrettanto giovane e promettente.

La Scala ritorna per la settima volta al ROF (uguagliando per presenze il Barbiere) nel fortunato allestimento di Damiano Michieletto del 2009, già ripreso nel 2011 (oltre che riproposto, come L’Occasione, alla Scala). Il 36enne mexicano Ivàn Lòpez-Reynoso (anche lui esordiente in un’opera del cartellone principale, ma già a Pesaro dal 2014) dirige un cast in cui brilla il nome del veterano Paolo Bordogna.

Lo Stabat sarà diretto dal 48enne spagnolo José Ramón Tebar Sáiz, altro esordiente qui, che disporrà di un cast davvero di prim’ordine.

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Radio3 non manca all’appuntamento con le dirette delle prime tre serate (anfitrione Oreste Bossini): l’11 alle 19:00 (dall’Auditorium Scavolini) e il 12 e 13 alle ore 20 (dal Teatro Rossini).

Qui la mia personale tabella storica – aggiornata al 2026 - delle edizioni del ROF, ordinata per numero (decrescente) di presenze delle 39 opere:


02 agosto, 2026

Il preoccupante flop di IA a Bayreuth.

Ieri sera si è chiuso il primo ciclo del nuovo Ring, quello di celebrazione dei 30 lustri di vita del Festival musicale più famoso (e discusso).

Al trionfo dell’esecuzione musicale, garantito dalla sola presenza dell’ormai venerabile Thielemann (un lussuoso usato-sicuro…) è corrisposto il fallimento del primo tentativo di impiego dell’Intelligenza Artificiale nella messinscena del quadripartito dramma cosmico, esperimento bocciato senza attenuanti dal pubblico.

Un altro segnale preoccupante, che segue da vicino i casi conclamati di iniziative autonome dello strumento, che ormai si permette di prendere proprie iniziative, del tutto incontrollate e incontrollabili.


26 luglio, 2026

Rienzi è approdato sano e salvo sulla verde collina. Radio-ascolto.

Il Festival è entrato nel vivo con la prima del nuovo arrivato in famiglia: Rienzi, versione Bayreuth 2026.

[Per il momento si tratta di un arrivo che non prevederebbe… permanenza, e infatti già nel programma 2027 Rienzi non compare, così come il nuovo Ring a propulsione IA. Tutto è nato dalla mancata realizzazione dell’originario, faraonico progetto di Kathy Wagner, consistente nel celebrare – quest’anno - il 150° anniversario del Festival proponendo per la prima volta tutti i 10 titoli che, dal 1901, compongono l’offerta artistica di Bayreuth (in passato il massimo si era raggiunto 11 volte, nel 1960-62, 1964, 1968-1970, 2022-2025, con 8 titoli). Progetto che non è andato in porto per ragioni prevedibilmente organizzative e finanziarie, il che ha suggerito alla Kathy di limitare a 6 i titoli tradizionali, ma di aggiungere la primizia del Rienzi per dare il dovuto risalto all’anniversario. In futuro i piani prevederebbero di offrire due nuove produzioni, affiancate dalla ripresa di altre: nel 2027 le nuove saranno Parsifal e Lohengrin, affiancate da Tannhäuser e Meistersinger. Staremo a vedere se, dopo le 9 recite di questa primizia, la Kathy deciderà di riproporre ancora Rienzi in futuro. Personalmente non vedrei motivi per non farlo.]

Quanto al contenuto della proposta, mi sento di dire che è un buon compromesso fra l’ipertrofico originale (per quanto se ne sa) e le eccessive riduzioni che spesso snaturano il soggetto. Questa di Bayreuth è una scelta abbastanza equilibrata: vengono riaperti alcuni tagli, fra i quali quello particolare dell’Ouverture, dove il tema principale viene esposto all’inizio per tre volte invece di due come da tradizione. Invece alcuni tagli più o meno inoffensivi (primo e soprattutto secondo atto) hanno consentito di mantenere in vita il Balletto (sia pure in versione accorciata) senza con ciò creare eccessivi appesantimenti e rispettando lo spirito originale dell’opera, che in questo intermezzo musicale aveva uno dei capisaldi, come da capitolato tecnico di un grand-opéra. Anche il terzo atto ha subito abbondanti sforbiciate ma ci ha inaspettatamente offerto la primizia di un breve e delicato Preludio (che contrasta nettamente con l’Allegro agitato che apre l’atto) mai ascoltato prima… credo. La sorpresa più ardita (ma secondo gli amici di Radio Clasica fu un’invenzione di Wieland, anni ’50) è stato l’anticipo della preghiera di Rienzi dall’inizio del quinto a quello del quarto atto! Altri tagli (compensati da riaperture) anche nei due atti finali.

Per ciò che si può giudicare dall’ascolto via… bit mi è parsa un’esecuzione di alto livello, Orchestra (Nathalie Stutzmann) e Coro (Thomas Eitler-de Lint) in testa.

Del cast bene, per me, le due interpreti femminili, a partire dalla solidissima – en travesti - Jennifer Holloway e, subito sotto, la Irene di Gabriela Scherer.

Andreas Schager mi è sembrato piuttosto opaco nell’emissione nei primi due atti, poi si è ripreso abbastanza bene (anche se nel massacrante finale ha sofferto un po’).  

Assai bene Vitalij Kowaljow (Raimondo) e su livelli apprezzabili Andreas Bauer Kanabas (Colonna) e Michael Nagy (Orsini). Hanno degnamente completato il cast Matthias Stier (Baroncelli), Michael Kupfer-Radecky (Cecco del Vecchio) e Victoria Randem (Messaggero di pace).

In conclusione, direi che l’intraprendente Kathy abbia fatto centro.


23 luglio, 2026

Rienzi arriva a Bayreuth.

Come anticipato nel post di presentazione, l’evento epocale che caratterizza l’edizione 2026 del Festival è l’ingresso ufficiale nel palinsesto di un’opera di Wagner mai prima rappresentata dentro il Teatro da lui stesso ideato, fatto costruire e inaugurato nel 1876 con il Ring: trattasi di Rienzi!

La lunga attesa del tribuno.

Una delle motivazioni che avevano sempre sconsigliato tale opportunità ai discendenti di Wagner responsabili dell’offerta artistica del Festival (la moglie Cosima, poi il figlio Siegfried, la nuora Winifred, quindi i nipoti Wieland&Wolfgang e infine le pronipoti Eva&Kathy) era sempre stata la difficoltà di stabilire se esistesse un corpus di documentazione (libretti, partiture, scritti di Wagner e altro…) su Rienzi, dal quale si potesse ricavare un’edizione sufficientemente authoritative (come usano dire gli anglosassoni) cioè rispecchiante la volontà dell’Autore, da proporre agli ospiti del Festival.

Problemi posti in misura più blanda anche da altri lavori di Wagner antecedenti e posteriori al Ring, ma che Cosima aveva saputo risolvere da par suo, completando quel palinsesto di dieci titoli (partendo da Parsifal e retrocedendo fino ad Holländer) che dal 1901 al 2025 ha tassativamente costituito l’offerta del Festival. Ma fermandosi proprio davanti all’ostacolo Rienzi, da lei pure affrontato nel 1898, insieme a Felix Mottl (con il bizzarro obiettivo di cambiare i connotati all’opera, quasi fosse stata composta nel 1860 e non nel 1840!) ma senza successo. Analogo fallimento sortì nel 1957 l’idea di Wieland Wagner (sperimentata in versione bigino a Stoccarda con Matacic) di accogliere l’opera al Festival, come pure il successivo, timido tentativo di sua nipote Eva.

Oggi finalmente il tabu viene sfatato grazie alla perseveranza di Katharina, che ha uno spiccato senso per il marketing e quindi è costantemente alla ricerca di novità e sorprese per garantire sopravvivenza e futuro all’impresa fondata dal bisnonno. Già nel 2008, nel suo apprendistato da regista, lei aveva messo in scena Rienzi a Brema e poi, nel 2013 (d’accordo con la sorellastra Eva, per celebrare il bicentenario della nascita di Wagner) aveva co-prodotto, con il Comune di Bayreuth, l’esecuzione delle tre prime opere di Wagner (Feen e Liebesverbot, oltre a Rienzi) in un’arena della cittadina bavarese normalmente destinata a concerti all’aperto.    

Rienzi o la never-ending story.

La storia di Rienzi è stata davvero travagliata: a partire dal 1837 (primo incontro di Wagner con la traduzione del testo, del 1835, di Lord Edward Bulwer-Lytton) e conseguente ideazione della Grande opera tragica; per proseguire a Riga, nel 1838-39, con il completamento del testo e dei primi due atti, incluso un gigantesco intermezzo (pantomima + balletto); poi ecco – a Boulogne sur mèr - l’abboccamento con Meyerbeer per chiedere la sua intercessione a poter rappresentare l’opera a Parigi; ancora a Parigi (1840) il completamento dell’opera, seguito dallo stallo delle trattative per la sospirata prima e il conseguente ripiegamento (suggerito dallo stesso Meyerbeer) su Dresda (1841); finalmente l’OK di Dresda per la prima assoluta di giovedì 20 ottobre 1842.

Da lì l’opera ebbe una vita costellata da successi in vari teatri del mondo (probabilmente la sua più eseguita, Wagner vivente…) ma accompagnata da continui rimaneggiamenti a causa della sua ipertrofica struttura, che aveva spinto lo stesso Wagner a riprendere più volte in mano (fin dalle primissime repliche a Dresda) questo Grand opèra, senza però arrivare mai a deciderne un assetto definitivo. [Ma pare che fosse ascoltando proprio Rienzi che Hitler (ancora ragazzo) avesse tratto l’ispirazione per la sua futura carriera: si dice avesse ancora con sé il manoscritto originale dell’opera al momento dell’ingloriosa fine, nel bunker di Berlino…]


Il libretto originale (incluse quindi le parti da Wagner tagliate dopo le prime recite) è rintracciabile qui, in tedesco e qui, corredato dalla traduzione italiana di Manacorda.

 

Le prime edizioni dell’opera apparvero già poco tempo dopo la prima e furono curate da Carl Friedrich Meser, che stampò lo spartito voce-piano e successivamente (attorno al 1870) la partitura d’orchestra, rispecchianti la versione già da Wagner accorciata. La sua impresa fu rilevata da Adolph Fürstner di cui si conservano lo spartito (tedesco, inglese, italiano) e la partitura trilingue, successivamente acquisiti dall’editore Schott, che nel 1974 ha pubblicato una revisione della partitura (confermando i tagli principali, ma aprendone alcuni minori) operata da Reinhard Strohm e Egon Voss (Atto I, Atto II, Atto III, Atti IV-V).

 

Anche grazie a questa nuova edizione, una versione che si sostiene essere abbastanza vicina a quella della prima di Dresda è stata approntata nel 1976 (con la sponsorizzazione dell’Orchestra della BBC, che l’ha registrata) dal Direttore Edward Downes con i musicologi Ernest Warburton e John Deathridge, che hanno creato un mostro della durata complessiva di 4 ore e 40 minuti. 


Non è quindi strano che il principale rompicapo che ha assillato tutti coloro che, nel mondo, hanno fino ad oggi messo in scena Rienzi sia costituito dalla scelta dei tagli da apportarvi. Il risultato è che di Rienzi se ne sono ascoltati dal vivo e registrati parecchi, con durate addirittura dimezzate (la citata versione Wieland) o scese fino alle 2 ore e mezza (un altro liofilizzato dell’originale!) Interessante è invece l’incisione del 1976 di Heinrich Hollreiser con la Staatskapelle Dresden, che ha una durata di circa 3 ore e 40 minuti.

 

Lucrezia.


Sul contenuto preciso di questa versione Bayreuth 2026 di Rienzi, approntata da studiosi e musicologi appositamente chiamati dalla Fondazione del Festival alla storica impresa, si ha, dal sito del Festival, un’informazione abbastanza indicativa, derivabile dai tempi di esecuzione: 2h (atti 1+2); 1h (atto 3) e 1h (atti 4+5), per un totale di circa 4 ore nette (cui aggiungere due intervalli canonici di 50’, per un totale di circa 5h45’). E di circa 4 ore di musica ha scritto la Direttrice Nathalie Stutzmann sulla sua pagina Facebook.

Confrontando i tempi con quelli della citata sedicente esecuzione integrale della BBC, le differenze (leggi: tagli) sembrerebbero quasi esclusivamente da ricondurre ai 40’ della somma Pantomima + Balletto del secondo atto. (Qualche riapertura potrebbe essere stata apportata nel terz’atto, nella scena della maledizione di Adriano su Rienzi, seguita alla cruenta battaglia fra popolo e nobili e conseguente morte del capo dei Colonna).

Perciò, ammesso che l’ipotesi sia corretta, a noi non resta (a mo’ di cazzeggio e per pura curiosità) che ascoltare i dettagli della tagliata Pantomima dalla suddetta registrazione BBC.

Ricordando innanzitutto come questa trovata rappresenti il più smaccato cedimento di Wagner alla moda del grand-opèra, che a Parigi imperversava grazie a Meyerbeer, Halévy, Auber &C. E Wagner decise proprio di strafare, non accontentandosi del solo balletto, ma facendolo precedere da un intermezzo drammatico, una pantomima accompagnata da musiche di scena avente come soggetto Il sacrificio di Lucrezia. Soggetto invero appropriato all’ambientazione romana dell’opera ma anche al parallelo evidente fra la vicenda antica (Lucrezia-Tarquinio) e quella moderna (per i tempi medievali di Rienzi) di Irene e Orsini.

Va detto che Wagner si decise subito a toglierlo di mezzo, mantenendo in vita (e pure quello significativamente accorciato) il solo balletto che evoca l’antica romanità come allegoria per la romanità futura, utopisticamente prefigurata dal tribuno.

Quanto a Lucrezia, ho usato il termine sacrificio al posto di stupro poiché, nello script didascalico wagneriano che accompagna la partitura, la virtuosa matrona romana si immola prima di subire l’atto di violenza da parte di Tarquinio.

Ho quindi riportato, a margine del testo (del sommo Manacorda) i minutaggi relativi all’esecuzione completa della BBC.

1h40’17” Fanfara introduttiva, con l’Araldo che presenta il dramma e i suoi personaggi: Collatino, Bruto e giovani romani; Lucrezia, Virginia e donne del seguito di Lucrezia.

1h41’19” Collatino a Lucrezia: egli deve lasciarla; il re Tarquinio l‘ha invitato a una festa, alla quale l’accompagneranno i suoi amici.

1h41’55” Lucrezia angosciosamente: non la deve lasciare, ella trepida nella sua assenza.

1h42’13” Collatino: egli deve aderire all’invito, perché occorre cullare il tiranno in sicurezza, per rovinarlo con più certezza.

1h42’31” Lei lo scongiura di non lasciarla, almeno per oggi; ella si sente torturata dai più terribili presagi, che sogni orrendi della notte precedente hanno destato in lei.

1h43’06” Collatino la calma: fosse per avventura malata? Ella ha bisogno di riposo, di distrazione. Ordina a Virginia e alle ancelle di vegliarla fedelmente e di distrarla con piacevoli giochi.

1h43’42” Prende teneramente congedo da Lucrezia; ella l’abbraccia con passione. Lui si allontana coi suoi amici; Lucrezia si adagia melanconicamente su un divano.

1h44’15” Virginia si avvicina a Lucrezia con premura e le rivolge una domanda, se voglia permettere a lei e alle sue ancelle di rasserenarla col gioco e con la danza. Lucrezia consente.

1h44’58” Alcune danno di piglio all’arpa, le altre si ordinano a danza.

1h45’11” Danza.

1h50’12” Tarquinio ha fatto la posta alle donne: ad un suo comando erompono armati, che dopo violento contrasto si impadroniscono delle donne e le trascinano via con sé. Lucrezia è svenuta per lo spavento.

1h50’32” Tarquinio è solo con lei; egli la contempla pieno di sfrenato desiderio e cerca di impadronirsi della svenuta. Lucrezia si desta dal suo stordimento; comprende subito la sua terribile condizione, e cerca di fuggire.

1h51’04” Tarquinio la trattiene: ella cerca di respingerlo. Lottano per un certo tempo; spesso ella si libera e cerca di fuggire in diverse direzioni.

1h51’25” Ella cerca con gesti supplichevoli di allontanarlo da sé.  Disperata, elle si getta avanti a lui in ginocchio, e lo scongiura supplichevole di risparmiare il suo onore. Tarquinio la rialza e si inginocchia egli stesso davanti a lei. La prega di non contrastare più a lungo il suo desiderio; la sua bellezza gli infonde troppo più grande ardore in lui, di quel che egli non dovrebbe vedere spento. 

1h52’39” Ella deve pensare chi egli sia: il dominatore dei Romani, al quale spetta di comandare su tutti e anche su lei.

1h52’49” Lucrezia lo respinge con orrore e con disprezzo. Il che eccita il suo furore; con rude violenza cerca di impadronirsi di lei. Ella si difende disperatamente.

1h52’55” Le sue forze sembrano alla fine soggiacere. Egli l’afferra e la trascina verso il divano. Improvvisamente ella lo respinge di nuovo con violenza: gli ha strappato la spada e minaccia di trafiggersi, se egli non l’abbandoni.

1h53’47” Ciò nondimeno, egli le si fa addosso e cerca di riprenderle la spada. Ella lo respinge e si caccia la spada nel petto con espressione trionfante.

1h54’04 Cade al suolo morta.

1h54’15” Tarquinio resta in piedi, senza movimento, in preda al più profondo turbamento. I suoi armati si avvicinano e gli portano la notizia che ritorna Collatino, accompagnato da un forte numero di suoi amici; lo esortano a fuggire. Egli li segue.

1h55’05” Collatino, Bruto, Virginia e gli amici di Collatino entrano. Virginia si era liberata dagli armati di Tarquinio e affrettandosi a Collatino, lo aveva informato di tutto quanto era avvenuto durante la sua assenza. Essi contemplano il cadavere. Collatino si getta sulla morta con violento dolore. Tutti assistono presi dal più profondo orrore.

1h55’27” Bruto si riprende per primo; rialza Collatino e afferra la spada, con la quale Lucrezia si è trafitta. Con gesto eroico, del quale gli altri stupiscono, Bruto brandisce a due mani la spada verso il cielo, e giura in quest’atto l’abbattimento del tiranno. Egli tende agli altri la spada e li invita a prestare il medesimo giuramento. Tutti, travolti dall’esempio di Bruto…

1h56’58” …giurano su quella spada la punizione della tirannia.

1h57’17” Bruto li invita a rapida attuazione del loro giuramento: essi sono decisi a ricorrere subito ai mezzi estremi. Snudano le loro spade, sollevano il cadavere di Lucrezia e s’affrettano via.

1h57’53” Si presenta Tarquinio accompagnato da armati. Egli è fuggitivo, il suo passo debole e vacillante. Pieno di furore e di orrore, guarda dietro di sé.

1h58’10” I suoi compagni lo invitano a fuggire. Egli si getta a terra con furiosa disperazione e sdegna di fuggire. Finalmente i suoi amici lo inducono a seguirli. Egli guarda indietro ancora una volta: con un gesto come se ormai tutto fosse perduto, getta via il suo diadema e fugge coi suoi compagni.

1h58’40” Bruto, Collatino e le schiere della gioventù romana giungono tutti in armi, inseguendo Tarquinio sulla scena. Bruto li trattiene dal continuare l’inseguimento;

1h59’01” la vittoria è decisa, il giuramento adempiuto, il tiranno annientato e Roma libera.

1h59’35” Bruto invita a deporre le armi e di ornarsi di pacifiche olive, poiché dovrà ora regnare pace e libertà. Ma le armi devono stare sempre pronte, per proteggere la pace e la libertà contro ogni nuovo tiranno. Tutti, con in una mano la spada e nell’altra la corona d’ulivo, giurano di difendere questa con quella.

2h00’45” (fino a 2h20’15”) attacca subito il balletto in quattro parti, che presenta un immaginario scontro fra i Romani dei tempi antichi e quelli dei tempi moderni, con lotte cruente che sfociano, grazie all’intercessione delle donne (!) nel ritorno della Roma del 1300 ai fasti passati.

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Beh, va riconosciuta a Wagner l’intuizione di impiegare la vicenda di Lucrezia, ma soprattutto di Bruto e Collatino (e il successivo balletto) come allegoria dell’utopistica visione di Rienzi, che sognava il ritorno di Roma (ai suoi tempi davvero precipitata in un abisso di autentica barbarie…) ai nobili giorni della Repubblica.

Purtroppo, i 40 minuti di quell’intermezzo dal sapore settecentesco, che sospende la trama dell’opera, erano (e sono) davvero difficili da digerire, e così a farne le spese fu da subito proprio la povera Lucrezia (e spesso anche i balletti che seguono…)

Radio3 – inspiegabilmente? – diffonderà in diretta solo il Concerto del 25 e il Ring (dal 27) ma non Rienzi del 26 (che sarà trasmesso in differita nelle settimane successive). Per il quale però ci soccorrono la Radio bavarese e la Clasica spagnola…