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23 luglio, 2026

Rienzi arriva a Bayreuth.

Come anticipato nel post di presentazione, l’evento epocale che caratterizza l’edizione 2026 del Festival è l’ingresso ufficiale nel palinsesto di un’opera di Wagner mai prima rappresentata dentro il Teatro da lui stesso ideato, fatto costruire e inaugurato nel 1876 con il Ring: trattasi di Rienzi!

La lunga attesa del tribuno.

Una delle motivazioni che avevano sempre sconsigliato tale opportunità ai discendenti di Wagner responsabili dell’offerta artistica del Festival (la moglie Cosima, poi il figlio Siegfried, la nuora Winifred, quindi i nipoti Wieland&Wolfgang e infine le pronipoti Eva&Kathy) era sempre stata la difficoltà di stabilire se esistesse un corpus di documentazione (libretti, partiture, scritti di Wagner e altro…) su Rienzi, dal quale si potesse ricavare un’edizione sufficientemente authoritative (come usano dire gli anglosassoni) cioè rispecchiante la volontà dell’Autore, da proporre agli ospiti del Festival.

Problemi posti in misura più blanda anche da altri lavori di Wagner antecedenti e posteriori al Ring, ma che Cosima aveva saputo risolvere da par suo, completando quel palinsesto di dieci titoli (partendo da Parsifal e retrocedendo fino ad Holländer) che dal 1901 al 2025 ha tassativamente costituito l’offerta del Festival. Ma fermandosi proprio davanti all’ostacolo Rienzi, da lei pure affrontato nel 1898, insieme a Felix Mottl (con il bizzarro obiettivo di cambiare i connotati all’opera, quasi fosse stata composta nel 1860 e non nel 1840!) ma senza successo. Analogo fallimento sortì nel 1957 l’idea di Wieland Wagner (sperimentata in versione bigino a Stoccarda con Matacic) di accogliere l’opera al Festival, come pure il successivo, timido tentativo di sua nipote Eva.

Oggi finalmente il tabu viene sfatato grazie alla perseveranza di Katharina, che ha uno spiccato senso per il marketing e quindi è costantemente alla ricerca di novità e sorprese per garantire sopravvivenza e futuro all’impresa fondata dal bisnonno. Già nel 2008, nel suo apprendistato da regista, lei aveva messo in scena Rienzi a Brema e poi, nel 2013 (d’accordo con la sorellastra Eva, per celebrare il bicentenario della nascita di Wagner) aveva co-prodotto, con il Comune di Bayreuth, l’esecuzione delle tre prime opere di Wagner (Feen e Liebesverbot, oltre a Rienzi) in un’arena della cittadina bavarese normalmente destinata a concerti all’aperto.    

Rienzi o la never-ending story.

La storia di Rienzi è stata davvero travagliata: a partire dal 1837 (primo incontro di Wagner con la traduzione del testo, del 1835, di Lord Edward Bulwer-Lytton) e conseguente ideazione della Grande opera tragica; per proseguire a Riga, nel 1838-39, con il completamento del testo e dei primi due atti, incluso un gigantesco intermezzo (pantomima + balletto); poi ecco – a Boulogne sur mèr - l’abboccamento con Meyerbeer per chiedere la sua intercessione a poter rappresentare l’opera a Parigi; ancora a Parigi (1840) il completamento dell’opera, seguito dallo stallo delle trattative per la sospirata prima e il conseguente ripiegamento (suggerito dallo stesso Meyerbeer) su Dresda (1841); finalmente l’OK di Dresda per la prima assoluta di giovedì 20 ottobre 1842.

Da lì l’opera ebbe una vita costellata da successi in vari teatri del mondo (probabilmente la sua più eseguita, Wagner vivente…) ma accompagnata da continui rimaneggiamenti a causa della sua ipertrofica struttura, che aveva spinto lo stesso Wagner a riprendere più volte in mano (fin dalle primissime repliche a Dresda) questo Grand opèra, senza però arrivare mai a deciderne un assetto definitivo. [Ma pare che fosse ascoltando proprio Rienzi che Hitler (ancora ragazzo) avesse tratto l’ispirazione per la sua futura carriera: si dice avesse ancora con sé il manoscritto originale dell’opera al momento dell’ingloriosa fine, nel bunker di Berlino…]


Il libretto originale (incluse quindi le parti da Wagner tagliate dopo le prime recite) è rintracciabile qui, in tedesco e qui, corredato dalla traduzione italiana di Manacorda.

 

Le prime edizioni dell’opera apparvero già poco tempo dopo la prima e furono curate da Carl Friedrich Meser, che stampò lo spartito voce-piano e successivamente (attorno al 1870) la partitura d’orchestra, rispecchianti la versione già da Wagner accorciata. La sua impresa fu rilevata da Adolph Fürstner di cui si conservano lo spartito (tedesco, inglese, italiano) e la partitura trilingue, successivamente acquisiti dall’editore Schott, che nel 1974 ha pubblicato una revisione della partitura (confermando i tagli principali, ma aprendone alcuni minori) operata da Reinhard Strohm e Egon Voss (Atto I, Atto II, Atto III, Atti IV-V).

 

Anche grazie a questa nuova edizione, una versione che si sostiene essere abbastanza vicina a quella della prima di Dresda è stata approntata nel 1976 (con la sponsorizzazione dell’Orchestra della BBC, che l’ha registrata) dal Direttore Edward Downes con i musicologi Ernest Warburton e John Deathridge, che hanno creato un mostro della durata complessiva di 4 ore e 40 minuti. 


Non è quindi strano che il principale rompicapo che ha assillato tutti coloro che, nel mondo, hanno fino ad oggi messo in scena Rienzi sia costituito dalla scelta dei tagli da apportarvi. Il risultato è che di Rienzi se ne sono ascoltati dal vivo e registrati parecchi, con durate addirittura dimezzate (la citata versione Wieland) o scese fino alle 2 ore e mezza (un altro liofilizzato dell’originale!) Interessante è invece l’incisione del 1976 di Heinrich Hollreiser con la Staatskapelle Dresden, che ha una durata di circa 3 ore e 40 minuti.

 

Lucrezia.


Sul contenuto preciso di questa versione Bayreuth 2026 di Rienzi, approntata da studiosi e musicologi appositamente chiamati dalla Fondazione del Festival alla storica impresa, si ha, dal sito del Festival, un’informazione abbastanza indicativa, derivabile dai tempi di esecuzione: 2h (atti 1+2); 1h (atto 3) e 1h (atti 4+5), per un totale di circa 4 ore nette (cui aggiungere due intervalli canonici di 50’, per un totale di circa 5h45’). E di circa 4 ore di musica ha scritto la Direttrice Nathalie Stutzmann sulla sua pagina Facebook.

Confrontando i tempi con quelli della citata sedicente esecuzione integrale della BBC, le differenze (leggi: tagli) sembrerebbero quasi esclusivamente da ricondurre ai 40’ della somma Pantomima + Balletto del secondo atto. (Qualche riapertura potrebbe essere stata apportata nel terz’atto, nella scena della maledizione di Adriano su Rienzi, seguita alla cruenta battaglia fra popolo e nobili e conseguente morte del capo dei Colonna).

Perciò, ammesso che l’ipotesi sia corretta, a noi non resta (a mo’ di cazzeggio e per pura curiosità) che ascoltare i dettagli della tagliata Pantomima dalla suddetta registrazione BBC.

Ricordando innanzitutto come questa trovata rappresenti il più smaccato cedimento di Wagner alla moda del grand-opèra, che a Parigi imperversava grazie a Meyerbeer, Halévy, Auber &C. E Wagner decise proprio di strafare, non accontentandosi del solo balletto, ma facendolo precedere da un intermezzo drammatico, una pantomima accompagnata da musiche di scena avente come soggetto Il sacrificio di Lucrezia. Soggetto invero appropriato all’ambientazione romana dell’opera ma anche al parallelo evidente fra la vicenda antica (Lucrezia-Tarquinio) e quella moderna (per i tempi medievali di Rienzi) di Irene e Orsini.

Va detto che Wagner si decise subito a toglierlo di mezzo, mantenendo in vita (e pure quello significativamente accorciato) il solo balletto che evoca l’antica romanità come allegoria per la romanità futura, utopisticamente prefigurata dal tribuno.

Quanto a Lucrezia, ho usato il termine sacrificio al posto di stupro poiché, nello script didascalico wagneriano che accompagna la partitura, la virtuosa matrona romana si immola prima di subire l’atto di violenza da parte di Tarquinio.

Ho quindi riportato, a margine del testo (del sommo Manacorda) i minutaggi relativi all’esecuzione completa della BBC.

1h40’17” Fanfara introduttiva, con l’Araldo che presenta il dramma e i suoi personaggi: Collatino, Bruto e giovani romani; Lucrezia, Virginia e donne del seguito di Lucrezia.

1h41’19” Collatino a Lucrezia: egli deve lasciarla; il re Tarquinio l‘ha invitato a una festa, alla quale l’accompagneranno i suoi amici.

1h41’55” Lucrezia angosciosamente: non la deve lasciare, ella trepida nella sua assenza.

1h42’13” Collatino: egli deve aderire all’invito, perché occorre cullare il tiranno in sicurezza, per rovinarlo con più certezza.

1h42’31” Lei lo scongiura di non lasciarla, almeno per oggi; ella si sente torturata dai più terribili presagi, che sogni orrendi della notte precedente hanno destato in lei.

1h43’06” Collatino la calma: fosse per avventura malata? Ella ha bisogno di riposo, di distrazione. Ordina a Virginia e alle ancelle di vegliarla fedelmente e di distrarla con piacevoli giochi.

1h43’42” Prende teneramente congedo da Lucrezia; ella l’abbraccia con passione. Lui si allontana coi suoi amici; Lucrezia si adagia melanconicamente su un divano.

1h44’15” Virginia si avvicina a Lucrezia con premura e le rivolge una domanda, se voglia permettere a lei e alle sue ancelle di rasserenarla col gioco e con la danza. Lucrezia consente.

1h44’58” Alcune danno di piglio all’arpa, le altre si ordinano a danza.

1h45’11” Danza.

1h50’12” Tarquinio ha fatto la posta alle donne: ad un suo comando erompono armati, che dopo violento contrasto si impadroniscono delle donne e le trascinano via con sé. Lucrezia è svenuta per lo spavento.

1h50’32” Tarquinio è solo con lei; egli la contempla pieno di sfrenato desiderio e cerca di impadronirsi della svenuta. Lucrezia si desta dal suo stordimento; comprende subito la sua terribile condizione, e cerca di fuggire.

1h51’04” Tarquinio la trattiene: ella cerca di respingerlo. Lottano per un certo tempo; spesso ella si libera e cerca di fuggire in diverse direzioni.

1h51’25” Ella cerca con gesti supplichevoli di allontanarlo da sé.  Disperata, elle si getta avanti a lui in ginocchio, e lo scongiura supplichevole di risparmiare il suo onore. Tarquinio la rialza e si inginocchia egli stesso davanti a lei. La prega di non contrastare più a lungo il suo desiderio; la sua bellezza gli infonde troppo più grande ardore in lui, di quel che egli non dovrebbe vedere spento. 

1h52’39” Ella deve pensare chi egli sia: il dominatore dei Romani, al quale spetta di comandare su tutti e anche su lei.

1h52’49” Lucrezia lo respinge con orrore e con disprezzo. Il che eccita il suo furore; con rude violenza cerca di impadronirsi di lei. Ella si difende disperatamente.

1h52’55” Le sue forze sembrano alla fine soggiacere. Egli l’afferra e la trascina verso il divano. Improvvisamente ella lo respinge di nuovo con violenza: gli ha strappato la spada e minaccia di trafiggersi, se egli non l’abbandoni.

1h53’47” Ciò nondimeno, egli le si fa addosso e cerca di riprenderle la spada. Ella lo respinge e si caccia la spada nel petto con espressione trionfante.

1h54’04 Cade al suolo morta.

1h54’15” Tarquinio resta in piedi, senza movimento, in preda al più profondo turbamento. I suoi armati si avvicinano e gli portano la notizia che ritorna Collatino, accompagnato da un forte numero di suoi amici; lo esortano a fuggire. Egli li segue.

1h55’05” Collatino, Bruto, Virginia e gli amici di Collatino entrano. Virginia si era liberata dagli armati di Tarquinio e affrettandosi a Collatino, lo aveva informato di tutto quanto era avvenuto durante la sua assenza. Essi contemplano il cadavere. Collatino si getta sulla morta con violento dolore. Tutti assistono presi dal più profondo orrore.

1h55’27” Bruto si riprende per primo; rialza Collatino e afferra la spada, con la quale Lucrezia si è trafitta. Con gesto eroico, del quale gli altri stupiscono, Bruto brandisce a due mani la spada verso il cielo, e giura in quest’atto l’abbattimento del tiranno. Egli tende agli altri la spada e li invita a prestare il medesimo giuramento. Tutti, travolti dall’esempio di Bruto…

1h56’58” …giurano su quella spada la punizione della tirannia.

1h57’17” Bruto li invita a rapida attuazione del loro giuramento: essi sono decisi a ricorrere subito ai mezzi estremi. Snudano le loro spade, sollevano il cadavere di Lucrezia e s’affrettano via.

1h57’53” Si presenta Tarquinio accompagnato da armati. Egli è fuggitivo, il suo passo debole e vacillante. Pieno di furore e di orrore, guarda dietro di sé.

1h58’10” I suoi compagni lo invitano a fuggire. Egli si getta a terra con furiosa disperazione e sdegna di fuggire. Finalmente i suoi amici lo inducono a seguirli. Egli guarda indietro ancora una volta: con un gesto come se ormai tutto fosse perduto, getta via il suo diadema e fugge coi suoi compagni.

1h58’40” Bruto, Collatino e le schiere della gioventù romana giungono tutti in armi, inseguendo Tarquinio sulla scena. Bruto li trattiene dal continuare l’inseguimento;

1h59’01” la vittoria è decisa, il giuramento adempiuto, il tiranno annientato e Roma libera.

1h59’35” Bruto invita a deporre le armi e di ornarsi di pacifiche olive, poiché dovrà ora regnare pace e libertà. Ma le armi devono stare sempre pronte, per proteggere la pace e la libertà contro ogni nuovo tiranno. Tutti, con in una mano la spada e nell’altra la corona d’ulivo, giurano di difendere questa con quella.

2h00’45” (fino a 2h20’15”) attacca subito il balletto in quattro parti, che presenta un immaginario scontro fra i Romani dei tempi antichi e quelli dei tempi moderni, con lotte cruente che sfociano, grazie all’intercessione delle donne (!) nel ritorno della Roma del 1300 ai fasti passati.

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Beh, va riconosciuta a Wagner l’intuizione di impiegare la vicenda di Lucrezia, ma soprattutto di Bruto e Collatino (e il successivo balletto) come allegoria dell’utopistica visione di Rienzi, che sognava il ritorno di Roma (ai suoi tempi davvero precipitata in un abisso di autentica barbarie…) ai nobili giorni della Repubblica.

Purtroppo, i 40 minuti di quell’intermezzo dal sapore settecentesco, che sospende la trama dell’opera, erano (e sono) davvero difficili da digerire, e così a farne le spese fu da subito proprio la povera Lucrezia (e spesso anche i balletti che seguono…)

Radio3 – inspiegabilmente? – diffonderà in diretta solo il Concerto del 25 e il Ring (dal 27) ma non Rienzi del 26 (che sarà trasmesso in differita nelle settimane successive). Per il quale però ci soccorrono la Radio bavarese e la Clasica spagnola…

14 luglio, 2026

I 150 anni del tempio di Bayreuth.

Sono trascorsi 150 anni da quell’agosto del 1876, quando aprì i battenti (con l’esecuzione di tre cicli completi del Ring) il tempio wagneriano nel quale, a partire da allora (con 36 assenze) si sono celebrati 113 Festival.

Quello che sta arrivando è quindi il 114°. Ipotizzando come immutabili per l’eternità le regole relative ai contenuti artistici del Festival - così come definitivamente codificate fin dal 1901 da tale Cosima Liszt vonBülow Wagner - chiunque avrebbe avuto vincita facile scommettendo che il clou di questa fatidica ricorrenza sarebbe stata (come avvenne nel tempestoso 1976 - Boulez-Chéreau) una nuova produzione del ciclo dell’Anello.

Ed in effetti la nuova produzione non manca, e si distingue per l’innovazione, quanto mai di attualità, dell’impiego a piene mani di Intelligenza Artificiale, il che renderà ogni recita diversa dalle altre.

Invece la notizia più sconvolgente di questa edizione del Festival non è, appunto, la nuova produzione dell’Anello, ma un evento che si verifica a Bayreuth, dopo quel fatidico 1876, per la settima volta: un autentico breakthrough, il battesimo nel Festspielhaus di un’opera di Wagner… precisamente di Rienzi!

I sei precedenti furono questi:

- 1882 Parsifal

- 1886 Tristan

- 1888 Meistersinger

- 1891 Tannhäuser             

- 1894 Lohengrin

- 1901 Holländer

Fu la pronipotina Kathy (dal 2009, dapprima in coppia con la sorellastra Eva e poi, dal 2016, in solitaria alla testa del Festival) a maturare l’idea concreta di accogliere il figliol tribun-prodigo nel salotto buono di casa.  

E così, con l’ingresso in questa specie di Walhall di un nuovo eroe (caduto in battaglia? ripudiato dalla famiglia? misconosciuto e bistrattato nel mondo?) Katharina può a buon titolo vantarsi di aver finalmente rotto un tabu che aveva impedito l’impresa ai discendenti di bisnonno Richard avvicendatisi alla testa del baraccone, nell’ordine: la bisnonna Cosima, nonno Siegfried, nonna Winifred, zio Wieland e papà Wolfgang.

Come spiega il testo di presentazione dell’impresa sul sito ufficiale del Festival, un esercito di musicologi e topi di biblioteca ha lavorato per creare quella che viene definita l’Edizione Bayreuth 2026 di questo mostro, del quale non esistono documenti (edizioni di partiture, soprattutto) originali, né testamenti artistici definitivi da parte dell’Autore. Ma su questo punto sarà bene riprendere il discorso più avanti…

Ecco, intanto, la sintesi dell’offerta 2026: si apre tradizionalmente il 25 luglio, ma non con un dramma, bensì con un concerto: l’esecuzione (la settima dal 1933) della Nona di Beethoven (accompagnata dal Preludio dei Meistersinger e dall’entrata dei nobili nella Wartburg dal Tannhäuser) che sarà diretta da colui che detiene il primato di podi a Bayreuth (189 oggi, che saliranno a 202 a fine Festival): Christian Thielemann, che dirigerà anche il nuovo Ring (dal 27 luglio, poi per altri due cicli).

Il 26 luglio ecco quindi la novità del cartellone, Rienzi, diretto da Nathalie Stutzmann, che verrà ripetuto altre otto volte.

Completano il programma le produzioni, già collaudate, dell’Holländer (Oksana Lyniv, 4 recite) e di Parsifal (Carlos Heras-Casado, 4 recite).

Infine, qui le mie solite tabelle statistiche sul mondo della verde collina, già aggiornate a fine Festival-2026.


27 giugno, 2026

La Lucia di Kokkos è tornata alla Scala.

Dopo tre anni dalla produzione originale, ci viene riproposta la Lucia di Yannis Kokkos, questa volta diretta da quell’anti-Venezi che risponde al nome di Speranza Scappucci. Del (primo) cast di allora sopravvivono tre deuteragonisti: Enrico (Pinkhasovich), Arturo (Cortellazzi) e Raimondo (Pertusi). La coppia protagonista è Feola-Pretti (allora Oropesa-Florez).

Non mi dilungo sulla regia, francamente insignificante (però a differenza del 2023, Kokkos non ha avuto contestazioni…) rimandando il mio scarno giudizio a quello emesso in occasione di una recita di allora. [Ma, già che ci sono, ripropongo anche il mio commento al precedente allestimento della Zimmerman, altrettanto innocuo e profumatamente pagato, dove ho citato un paio di tappe di… evoluzione del melodramma italico, dal Bellini di Puritani al Verdi di Nabucco, passando per il Donizetti di Lucia.]

Vengo quindi al mondo dei sogni suoni. Speranza Scappucci ha confermato ciò che di buono già aveva mostrato più di tre anni orsono al suo debutto qui nel Bellini dei Capuleti (legato ad uno dei classici imprevisti che spesso catapultano alla ribalta personaggi che ancora non occupavano le prime pagine dei giornali). Oggi lei ha superato la cinquantina ed ha acquisito notorietà internazionale: per dire, alla Fenice ci sarebbe stata benissimo, con solide credenziali e senza suscitare reazioni di rigetto… Una direzione sobria (gesto mai plateale e senza affettazione) ma non per questo piatta o monotona, al contrario: attacchi precisi e cura e attenzione ai mille particolari di espressività che costellano la partitura. Personalmente le potrei addebitare qualche eccessiva forzatura nelle dinamiche, a scapito delle voci. Meritati comunque i consensi per lei ai due rientri e al termine dello spettacolo.

Alberto Malazzi ne ha valorizzato la concertazione con l’alto livello (come sempre) del Coro scaligero, qui impegnato su diversi fronti, tutti appropriatamente interpretati: tracotanza di armigeri; fedeltà al signorotto che li assolda, euforia per le nozze della sorella e complicità nella vendetta contro Edgardo; ma alla fine anche empatia e compassione per i due sfortunati amanti.

Rosa Feola ha messo in mostra la sua voce ben tornita e le qualità di coloratura e abbellimenti nelle principali esternazioni (duetti con Edgardo e Enrico e scena della pazzia). Ha staccato anche i MIb, RE e REb acuti con sicurezza. Qualcosa da migliorare forse nell’espressività e nel pathos che caratterizzano il personaggio, il che non le ha negato generosi riconoscimenti a scena aperta e alla fine. [Con lei va menzionato il valoroso Friedrich Heinrich Kern alla Glassharmonica.]

Da Piero Pretti una prestazione più che dignitosa, sia vocalmente (varietà di accenti e sicure salite agli acuti) che scenicamente (immedesimazione nei contrasti psicologici che assillano Edgardo). Anche per lui franco successo finale.

Boris Pinkhasovich tornava dopo il 2023 e ha confermato la buona impressione lasciata allora (voce importante anche se dal timbro non purissimo) e sicura ed efficace presenza scenica.

Michele Pertusi ormai fa sempre la sua bella figura: la voce forse tende a scurirsi troppo nella parte alta della tessitura, ma il suo Raimondo è stato autorevole e convincente. Così il pubblico non gli ha lesinato consensi.

Leonardo Cortellazzi (anche lui un reduce del 2023) ha fatto ciò che ci si aspetta da una parte invero secondaria (Arturo). Paolo Antognetti (Normanno) e l’accademica Hyeonsol Park (Alisa) hanno completato degnamente il cast.

Come detto, buon successo generale con punte per Feola, Pretti, Pertusi e Scappucci.


14 giugno, 2026

La Schubertiade co-prodotta dalla Società del Quartetto e da laVerdi. 3.

Oggi pomeriggio al Conservatorio si è trionfalmente chiusa questa Schubertiade, con un concertone (tutto in DO maggiore!) che ha visto impegnato il bravissimo Gabriele Strata insieme ad Emmanuel Tjeknavorian e all’Orchestra Sinfonica di Milano.

Mancando nella produzione di Schubert un’opera per pianoforte e orchestra, la scelta è caduta su un lavoro che, per il nome dell’Autore, le sue caratteristiche e la sua data di nascita (composto quando il piccolo Franz aveva due anni o poco più) può benissimo stare accanto ai lavori orchestrali dello Schubert giovane: il Primo Concerto di Beethoven! [Che in realtà fu composto per secondo, ma pubblicato prima del… primo.] 

Si apre in Allegro con brio, 4/4, DO maggiore, con la lunga esposizione (piuttosto complessa, quasi una fantasia che tocca tonalità diverse: secondo tema in MIb, poi FA minore, SOL minore, FA maggiore, finalmente DO maggiore) proposta dalla sola orchestra, mentre il solista sta ad… ascoltare per più di due minuti, aspettando il suo turno per proporre i due temi nelle canoniche tonalità di DO (con divagazioni) e SOL maggiore.

Strata sceglie la seconda cadenza (la più breve delle tre autografe) per chiudere l’Allegro. Poi si distende assai nell’ispirato, mozartiano Largo (4/4 alla breve, LAb maggiore) sapientemente supportato dal Tjek che tiene l’orchestra proprio al servizio del solista. 

Il quale poi si scatena nel conclusivo Rondò, in Allegro scherzando, 2/4, dove anche l’orchestra non lesina i suoi smaglianti interventi. Un autentico trionfo per tutti, che il sempre sorridente Gabriele ricambia con un breve e languido cammeo.

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Sontuosa conclusione schubertiana con la celestialmente lunga (copyright Schumann) Sinfonia in DO maggiore, detta la Grande, estremo - e postumo - regalo di questo compositore che ha lasciato il segno in tutta la musica che gli succederà.

[Qui una rara esecuzione integrale – 63 minuti! - con tutti i da-capo previsti in partitura, da parte di due benemerite istituzioni musicali milanesi.]

Il Tjek non ha seguito quella che si può definire ormai come tradizione consolidata, che consiste nell’evitare i da-capo dell’esposizione nei due movimenti esterni ed eseguire quelli dello Scherzo-Trio. Cosa che può lasciare un qualche rammarico in coloro (e io sono fra questi) che preferirebbero – soprattutto quando sono suonate come si deve… - gustarsi tutte le lungaggini, nessuna esclusa. Ecco, lui ha invece cominciato in modo (per me…) promettente, eseguendo il ritornello del primo movimento. Poi però non ne ha fatti altri!

Quanto alla prestazione dell’Orchestra, è stata apprezzabile, ma non proprio superlativa e forse anche il Direttore (che aveva una pocket-score sul leggio) qualche piccola responsabilità ce l’ha per alcune sbavature di troppo negli attacchi e nella forzatura delle dinamiche.

Tuttavia, il folto pubblico è stato generosissimo con tutti, accolti con un uragano di applausi e grida da stadio! 

12 giugno, 2026

La Schubertiade co-prodotta dalla Società del Quartetto e da laVerdi. 2.

Ieri sera in Auditorium (aperta solo la platea, comunque abbastanza affollata) ecco la seconda delle tre giornate di questa interessante rassegna schubertiana. Dal pianoforte solo si è passati a composizioni cameristiche per due o tre strumenti, con un programma impaginato, un po’ come quello della prima giornata, su quattro titoli che alternano lo Schubert più giovane a quello maturo. 

Il pianoforte di Gabriele Strata è comunque sempre al centro dell’attenzione; in tre dei quattro brani entrano in scena anche il Tjek (con il cappello da violinista) e il violoncellista Jeremias Fliedl.

Ha quindi aperto la serata un’opera giovanile che l’Autore (allora 15enne) lasciò incompleta: un Trio D28 per pianoforte, violino e violoncello, di cui abbiamo soltanto un movimento, presumibilmente il primo (in struttura di forma-sonata, peraltro eterodossa, assomigliando quasi a un Rondò). L’esposizione (Allegro, 4/4) parte ovviamente con il primo tema, in SIb maggiore, che passa fugacemente alla relativa SOL minore, per tornare subito sui suoi passi. Ma qui ecco la prima anomalia: un lungo ponte che è già nella dominante FA e che conduce al… secondo tema, appunto in FA. Ma non basta, poiché abbiamo ancora l’ultima parte dell’esposizione che presenta i motivi in SIb e FA.

Dopo il da-capo, ecco un breve sviluppo, sul primo tema, e poi la ripresa, che ancora trasgredisce le regole, ripresentando il secondo tema nella dominante FA, prima del definitivo riaffermarsi del SIb di impianto.  

Per i tre un buonissimo inizio, per mettere a punto l’intesa, che appare già quasi perfetta (si pensi che i tre suonano insieme per la prima volta!) in vista degli impegni successivi.

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Il primo dei quali coinvolgeva la coppia Strata-Fliedl, protagonista della famosa Sonata in LA minore, detta Arpeggione, dal nome affibbiato allo strumento, un misto di chitarra, arpa e viola da gamba, che ebbe vita breve nei primi decenni dell’800 per essere poi abbandonato e (per questa Sonata) sostituito quasi sempre dal violoncello. La composizione schubertiana, scritta appositamente per il lancio sul mercato dello strumento, ha per la verità la struttura di un Concerto, in tre (o addirittura due, si potrebbe dire) e non quattro movimenti.

Inizia in Allegro moderato, LA minore, 4/4, rigorosamente in forma-sonata, con due temi contrastanti (quasi un’eccezione in Schubert…) Il pianoforte presenta il primo tema, assai espressivo e cantabile, poi raggiunto dal violoncello, che invece si incarica di porgere il secondo tema, nella relativa DO maggiore più mosso e spigliato, con un corredo di arditi virtuosismi. Il tutto da ripetersi. Lo sviluppo sostanzialmente manipola le tonalità, portando il primo tema a FA maggiore e il secondo a RE minore, prima di arrivare alla ripresa, dove il violoncello ripropone il primo tema il LA minore e canonicamente il secondo tema passa dal FA dell’esposizione al LA maggiore. Chiusura in decrescendo fino al pianissimo, prima degli schianti dominante-tonica.

Un unico blocco riunisce l’Allegretto conclusivo (LA maggiore, 2/4) e l’Adagio che lo introduce (MI maggiore, 3/4). Protagonista è il violoncello, cui il pianoforte tiene bordone con lenti accordi. La melodia (caratteristica questa di Schubert) si muove dal maggiore al minore, prima di cadenzare sulla tonalità di impianto di LA maggiore, con la quale inizia l’Allegretto, sempre guidato, nella celebre melodia, dal violoncello. La struttura è di Rondò, A-B-A-C-C’-B-A. la prima comparsa di A è arricchita da un controsoggetto, ripetuto, che vira a SOL e poi a MI maggiore, per tornare al LA del tema A.

Un improvviso agitarsi dell’atmosfera (quartine di semicrome del violoncello) introduce il primo episodio (B) in RE minore, decisamente contrastante con l’amabilità del ritornello (A). Al quale ovviamente si… ritorna in modo canonico, prima di imboccare una nuova strada (C) che segue la tonalità di MI maggiore, con una melodia leziosa e saltellante. Una divagazione di 20 battute, da ripetersi, ci porta poi a (C’) e da qui ad una transizione dove il pianoforte si fa notare, verso LA minore. Nella quale tonalità torna ora, protervo, l’episodio (B) e da qui il ritornello (A) nel suo naturale LA maggiore, che chiude gloriosamente l’opera.

Il ragazzino Jeremias, già apprezzato qui lo scorso gennaio nell’ostico Concerto di Schumann, ha saputo valorizzare con il suo violoncello questa insolita partitura, nata per tutt’altro strumento. Mirabile la resa dell’Allegretto, una melodia che ti fa davvero sognare! E Strata lo ha sostenuto al meglio, con la dovuta discrezione. Per i due, applausi convinti del pubblico, incluso il Tjek, sistematosi in platea a godere la prova dei colleghi dalla prima fila.

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È stata poi un’altra coppia, quella formata da Strata e Tjek, a proporci la Sonata in SOL minore D408, ultima di un ciclo di tre (chiamate anche Sonatine per la loro brevità - questa si aggira sui 15’) composte dallo Schubert 19enne. Ma, come si può dedurre dall’ascolto, si tratta di composizioni tutt’altro che disimpegnate, a dispetto della loro destinazione ad un mercato di… dilettanti.

In Allegro giusto, 3/4, ecco i due strumenti esporre un drammatico motivo in SOL minore, che però ben presto si volge al bello, con un delicato controsoggetto nella relativa SIb maggiore. Il secondo tema, presentato dal violino, che richiama il primo ma con modi gentili, è curiosamente nella sottodominante MIb maggiore e porta alla chiusura dell’esposizione, subito ripetuta.

Lo sviluppo, assai breve, riparte in SOL minore, ma ben presto il violino, subito raggiunto dal pianoforte che lo accompagna per terze, propone un sereno motivo in REb maggiore, che vira a LAb maggiore per poi riportare l’atmosfera al SOL minore della ripresa. Che sorprendentemente presenta il controsoggetto, invece che alla relativa SIb, in MIb maggiore. Schubert rimette canonicamente le cose a posto presentando il secondo tema in SIb maggiore, prima del ritorno al SOL minore che chiude seccamente il movimento.

Segue un Andante, 2/4, MIb maggiore, aperto dal violino con un delicato motivo puntato, ripreso dal pianoforte che risponde sulla dominante SIb maggiore. Questa sezione viene ripetuta. La seconda sezione (teoricamente da ripetersi) presenta un prima parte più complessa, sia melodicamente che armonicamente, ma poi torna al sereno motivo in MIb che aveva aperto l’Andante.

Ora ecco il Menuetto, 3/4 in SIb maggiore, è aperto dal violino con un impertinente motivo, saltellante e staccato. Un secondo motivo, più ampio e disteso, lo chiude. Il Trio, nella dominante MIb maggiore, è a sua volta suddiviso in due sezioni, da ripetersi: è il violino a presentarne il motivo cullante, sviluppato nella seconda sezione, che rimanda poi al Menuetto.

Chiude la sonatina un Allegro moderato, 2/4, SOL minore. Articolato in due sezioni, di contenuto simile, entrambe (teoricamente) con il da-capo. Nella prima il violino presenta un delicato motivo di 8 battute nel modo minore che chiude sulla relativa SIb maggiore. Viene subito ripreso dal pianoforte e chiuso ora sul SOL minore. Ma irrompe un nuovo, spigliato motivo in MIb maggiore, che più avanti lascia il posto ad un altro, altrettanto brioso, esposto inizialmente dal violino, in SIb maggiore.

La seconda sezione inizia con un ponte di 19 battute che prepara l’ingresso, ancora nel violino, del primo motivo, ora esposto però in DO minore, per poi virare a MIb maggiore. Lo riprende il pianoforte che lo chiude sul DO minore. Da qui, come nella prima sezione, ecco l’irruzione del motivo in MIb maggiore, cui fa seguito il successivo, ma ora non più in SIb, ma in SOL maggiore, a chiudere in gloria!   

Qui è stata una splendida gara di bravura, espressione e unità di intenti fra Emmanuel e Gabriele, una staffetta superlativa che si è meritata ovazioni e battimani a profusione.

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Chiusura in bellezza con i tre protagonisti, tornati insieme per interpretare il grandioso Trio per pianoforte, violino e violoncello n. 1 in SI bemolle maggiore D898, il penultimo lavoro di questo genere portato a termine da Schubert a pochi mesi dalla morte.

L'Allegro moderato, 4/4, forma-sonata, si apre con violino e cello che espongono il primo, celeberrimo tema, che viene curiosamente ripetuto (dal pianoforte) prima del passaggio al secondo. Il secondo tema, leggero e sognante, nella dominante FA maggiore, è anch’esso esposto dai due archi e poi ripreso dal pianoforte. Altra scelta innovativa di Schubert è di far terminare l’esposizione dalla ripresa dell’incipit del primo tema. Il tutto sarebbe da ripetere.

Lo sviluppo si suddivide in due sezioni, la prima dedicata alla rielaborazione del primo tema in diverse tonalità (REb, ad esempio) mentre la seconda mette canonicamente a contrasto i due temi. Dopo un crescendo che culmina in un autentico Höhepunkt, è ancora il primo tema a chiudere lo sviluppo.

Segue la ricapitolazione, sorprendentemente aperta dal primo tema, anziché in SIb, in SOLb maggiore. Poi si torna alla normalità con la ripetizione del tema in SIb. Ora il secondo tema torna adeguandosi canonicamente alla tonalità del primo, che poi ci conduce alla chiusura.  

Il secondo movimento è un Andante un poco mosso, 6/8 in MIb maggiore. Struttura tipicamente A-B-A. La prima parte, a sua volta suddivisa in diverse sezioni, presenta un languido e cullante tema in violino e cello, supportati dal pianoforte. Tema poi ripreso dal pianoforte e sviluppato dai due archi. La parte B espone dapprima un tema nella relativa DO minore, tema che poi viene ripreso (proprio à-la-Schubert) in DO maggiore. Una transizione porta alla ripresa della parte A, che riserva ancora sorprese: il tema principale viene esposto in LAb maggiore e poi addirittura in MI maggiore! Tutto torna poi alla normalità, con il tema ricondotto a… casa (MIb maggiore).

Siamo arrivati allo Scherzo, Allegro, 3/4, SIb maggiore. Scherzo in due sezioni assai animate (da ripetere) dove la seconda riprende la prima sviluppandola e variandola. Anche il Trio , nella sottodominante MIb, si presenta in due sezioni (con da-capo) dove la seconda è uno sviluppo della prima. Una breve coda di 8 battute ci riporta allo Scherzo.  

Finalmente il Rondò, 2/4, Allegro vivace, SIb maggiore. Struttura A-B-C, ripetuta in modo variato. La parte A presenta il primo tema negli archi, ripreso dal pianoforte. La sezione B vira alla dominante FA maggiore, ed è caratterizzata da una varietà di ritmi e motivi continuamente sviluppati. La sezione C muta drasticamente il tempo, che passa a 3/2, dove si combinano i motivi di B con il tema principale. Torna A con il tema però inizialmente nella sottodominante MIb, prima del ritorno a SIb. Si ripresenta ancora il tempo 3/2 della sezione C, prima che arrivi la Coda, che in tempo Presto chiude con ritorni dei motivi B e A.    

Stupefacente davvero la compattezza di questo terzetto di giovani-giovanissimi, che sembrano far musica insieme da sempre. Per loro questo Trio massacrante è stato come una piacevole rimpatriata, affrontato con il sorriso sulle labbra e il piacere di goderne loro per primi – e far godere a noi estasiati, in sala – questa musica immortale.

Travolgente trionfo per i tre, con l’Auditorium trasformato in una curva da stadio!


10 giugno, 2026

La Schubertiade co-prodotta dalla Società del Quartetto e da laVerdi. 1.

Ieri sera al Conservatorio milanese (discretamente affollato) ha preso l’avvio una lodevole iniziativa della Società del Quartetto, consistente in tre concerti dedicati a musiche del compositore viennese. (Prossimi appuntamenti l’11 in Auditorium e il 14 ancora al Conservatorio).

Iniziativa cui dà il suo contributo l’Orchestra Sinfonica di Milano, che ha messo a disposizione il suo Direttore Musicale nel duplice ruolo di solista e poi di guida dell’intera compagine strumentale.

Questo primo appuntamento era monopolizzato dal pianoforte di Gabriele Strata, che ha proposto un corposo programma solistico, che alternava due brani dello Schubert (relativamente) giovane a due dello Schubert ormai vicino al traguardo dell’esistenza terrena.

Programma quindi aperto con la giustapposizione del Minuetto in DO# minore D600 e del Trio in MI maggiore D610. Due brani (meno di 7’) che stanno benissimo insieme (come testimoniano anche le relative tonalità…) pur se l’Autore li abbandonò lì, in… ordine sparso. Il Minuetto presenta una lenta melopea, caratterizzata da note lunghe seguite da piccole scale discendenti, mentre il Trio ha un andamento più fluido e mosso.  

Strata ha interpretato questo cammeo con grande delicatezza e purezza di suono. Senza alcuna pausa, ecco a seguire i Drei Klavierstücke D946, di fatto altrettanti Impromptu, strettamente legati dalle tonalità: MIb minore > MIb maggiore > DO maggiore.

Il primo è in tre sezioni: un Allegro assai, una specie di saltarello in 2/4, che inizia in MIb minore con divagazioni a SOLb maggiore/minore e da qui a MIb maggiore; un Andante, 4/4, dal tratto più lirico, in SI maggiore con divagazione a FA# maggiore; il ritorno al Tempo I, 2/4, della prima sezione, e chiusura in MIb maggiore.

Il secondo riparte dal MIb maggiore, in Allegretto, 6/8. Struttura A-B-A-C-A. Un motivo cullante, da barcarola, ne occupa, con il controsoggetto, la prima sezione (A). La seconda (B) nella relativa DO minore, è assai corrusca, con semicrome ribattute e accompagnamento ostinato, che sfocia in DO maggiore. La terza sezione (A) torna al primitivo tema in MIb maggiore. Ora ecco la quarta sezione (C) dove cambia il tempo, 4/4 alla breve, la tonalità si porta a LAb minore (7 bemolli in chiave!) e l’atmosfera si fa di nuovo agitata, con raffiche di crome ribattute; la tonalità vira alla relativa DOb maggiore e quindi, per enarmonia, a SI minore! E, sempre per enarmonia contraria, si torna a LAb minore. Il tempo di 6/8 e la tonalità di MIb maggiore ci portano – quinta sezione (A) – alla conclusione.

Il terzo brano (Allegro, 2/4) è di struttura tripartita, con una prima sezione in DO maggiore, dove ascoltiamo un motivo elegante e moderatamente mosso. La parte centrale passa a tempo 3/2, tonalità REb maggiore, e presenta motivi con note lunghe e andamento languente, che si anima un po’ solo alla fine, per passare il testimone alla ripresa del DO maggiore, 2/4 che chiude con due pesanti accordi dominante-tonica.

A parte il disturbo di un inopportuno principio di applauso dopo il primo brano, l’esecuzione è stata vibrante e convincente, specie nel centrale Allegretto, ricco di cambiamenti di atmosfera.

Dopo l’intervallo, ecco il Minuetto in LA maggiore D334 (che è corredato anche dal classico Trio…) Brevissimo cammeo (tre minuti e mezzo) che si presenta con un Allegretto (3/4, LA maggiore) suddiviso in due sezioni da ripetersi: la prima propone un tema cullante, tutto in semiminime che esplorano l’armonia di tonica e dominante; la seconda presenta un controsoggetto appena più screziato, che ritorna poi al motivo principale.

Segue il Trio (3/4, nella dominante MI maggiore) che nell’agogica non si discosta dal Minuetto, apparendo quasi come una sua prosecuzione, ma caratterizzandosi invece per un più corposo accompagnamento nella mano sinistra. Chiude il ritorno al Minuetto (senza i da-capo).

Come per il brano di apertura, anche qui Strata ha ben interpretato l’intimismo e la leggerezza crepuscolare di questo Minuetto.

Strata ha chiuso la serata con la monumentale, massacrante Sonata per pianoforte in LA maggiore D959, penultimo brano di questo genere musicale composto da Schubert che, insieme alla sonata immediatamente precedente e a quella successiva, costituisce l’estremo lascito del compositore, completato a pochi giorni dalla prematura dipartita.

Sono più o meno 40 minuti di musica straordinaria, che inizia con l’Allegro, 4/4, classicamente in forma-sonata, con il primo tema in LA maggiore, scandito da pesanti accordi, poi sviluppatosi in terzine fino a virare a MI minore per un primo ponte, quasi tutto in terzine, che ci porta verso il secondo tema, nella dominante MI maggiore. Anch’esso si muove alternando terzine a note ribattute, sfociando in un nuovo ponte in DO maggiore, che porta alla Coda, ancora in MI maggiore.

Si chiude così l’esposizione (che sarebbe da ripetere…) e inizia lo sviluppo. Inutilmente ci si aspetta la ricomparsa dei due temi in confronto-contrasto fra loro, come da sacri canoni. Tutto lo sviluppo è costituito da nuovi motivi: il primo in DO maggiore, su un basso ostinato di crome ribattute, che poi passano alla mano destra; un nuovo motivo, sempre in DO maggiore e note ribattute sfocia in DO minore; e infine un terzo, in DO maggiore modulante a MI maggiore, chiude lo sviluppo.

La ricapitolazione è canonica: primo tema in LA maggiore, ponte in MI minore, secondo tema che si allinea al LA maggiore del primo, e da qui la tonalità di impianto sostiene anche il ponte verso la coda e la coda medesima.

Ora arriva un Andantino, 3/8, in FA# minore, relativa del LA di impianto della Sonata. Macro-struttura A-B-A’. Si apre con una languida melodia, che (solo momentaneamente) modula alla relativa LA maggiore. Un ponte che da FA# minore modula a RE minore, SOL minore e DO maggiore ci porta verso un drammatico precipitare dell’atmosfera: è la sezione B, in DO minore, agitata (con semibiscrome a profusione) e mutante verso DO# maggiore. Una straziante confessione, che però lentamente ci riporta (A’ e FA# minore) all’atmosfera iniziale, di serena rassegnazione.    

Siamo ora allo Scherzo, Allegro vivace, 3/4, LA maggiore. Una fugace oasi di serenità, con le due sezioni (Scherzo e Trio) strutturate alla stessa maniera: una prima melodia, ripetuta (LA maggiore per lo Scherzo, RE maggiore per il Trio) seguita dall’insieme (da ripetersi) di una seconda melodia e del ritorno della prima (DO e LA maggiore per lo Scherzo, LA e RE maggiore per il Trio).   

Chiude la Sonata il classico Rondò, Allegretto, 4/4, dalla struttura A-B-A’-C-A’’-B’-A’’’-Coda. Quanto alla tonalità, si muove prevalentemente sul LA maggiore (tema A e sue varianti A’, A’’ e A’’’) salvo il tema B che è nella dominante MI maggiore (poi adeguandosi al LA nella ricorrenza B’). La sezione C, che funge da sviluppo di forma-sonata, è incardinata su DO minore. La Coda è ovviamente in LA, con numerose pause a rompere la melodia, fino all’accelerazione del tempo a Presto.

Davvero rimarchevole, per sopraffina tecnica e sensibilità di approccio, la prestazione del giovane ma già affermato Gabriele, che ci ha poi concesso non uno, ma ben tre bis, aperti da un notturno Chopin, poi con un acquatico Schubert e chiusi da uno swing davvero imprevisto!