La frustrazione del povero Zelensky:

perché a Khamenei sì e a Putin no?

07 marzo, 2026

Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26.15 – vanSteen-Bohren.

Ancora un concerto di impaginazione insolita (a dispetto della macro-struttura tradizionalmente tripartita) per l’Orchestra Sinfonica di Milano. Lo dirige il 70enne olandese Jac vanSteen accompagnato, per il brano solistico, dal 38enne violinista elvetico Sebastian Bohren.

I primi due brani in programma sono apparentati da un qualche legame… arboreo: il breve passo wagneriano dal Siegfried (cosiddetto Waldweben, letteralmente il muoversi della foresta, noto anche come Incantesimo della foresta) e L’albero dei sogni di Dutillieux.

Il primo era appena risuonato (giovedi sera) alla Scala nell’ambito del primo ciclo del Ring, accompagnando il fantasticare di Siegfried sulla madre e sulla femmina-umana

Ascoltandolo fuori dal contesto se ne ricava sempre (parlo per chi conosce questa musica come componente di un corpo immensamente più grande) una sensazione di generica gradevolezza accompagnata però da in senso di rimpianto per tutto ciò che la precede e la segue (e poi mancano le voci…) ma va bene così, sperando che almeno serva ad avvicinare nuovi adepti al mondo wagneriano.

Il secondo fu composto una quarantina d’anni fa da un Henri Dutilleux rimasto incantato dalla contemplazione di grandi alberi che sviluppano le loro fronde, così come la musica è in grado di sviluppare temi e motivi per successive germinazioni. Ne uscì un Concerto per violino e orchestra (non per nulla dedicato al sommo Isaac Stern) in quattro movimenti, con tre Interludi di separazione/collegamento (analogamente a quanto fatto per il Concerto per violoncello dedicato a Rostropovich).

Qui una dotta esegesi dell’opera e della figura di Dutilleux, a cura di Carlo Boccadoro.

È un’opera nata dopo la temperie post-bellica che aveva avuto il suo centro a Darmstadt, ma sembra quasi composta ai tempi della prima (non della seconda) guerra mondiale, quando la musica occidentale si dibatteva nella crisi del tardo-romanticismo e ancora la rivoluzione della serialità non aveva preso piede.  

Primo movimento. Librement. Dopo l’inizio lento, protagonista il violino, accompagnato da pesanti risposte dell’orchestra, subentrano passaggi più agili, caratterizzati da figurazioni agitate del violino cui l’orchestra risponde sempre più aggressivamente, fino a creare un climax che poi sfocia direttamente nel primo…

Interludio: aperto da una breve e concitata figurazione del clarinetto, subito seguita da interventi di glockenspiel, vibrafono, arpa e pianoforte a creare un’atmosfera tipica di un carillon. Ancora il clarinetto guida il progressivo ingresso dei fiati e poi dell’intera orchestra che si anima sempre di più, fino all’entrata del violino che, in tempo Largo attacca con figurazioni dapprima in corda doppia e poi si libra in rapidi svolazzi di semicrome e biscrome. Il solista mantiene ancora il centro dell’attenzione con puntillistici passaggi in pizzicato e trillo, fino alla fine dell’Interludio, il cui tempo, ora fattosi Vivo, introduce il…

Secondo movimento. Vif. È caratterizzato da una continua verve che accompagna il filo del discorso tenuto dal violino solista con interventi ora moderati, ora impertinenti delle diverse sezioni dell’orchestra, in un’atmosfera sempre più incandescente. Arriva quindi un nuovo…

Interludio. È l’orchestra a farla da padrona, con continue folate di suono, protagonisti a turno i fiati e gli archi supportati da percussioni e tastiere. Il solista fa la sua comparsa allo spegnersi dei fiati prima e degli archi dopo, avviando la conclusione dell’Interludio in Presto, con stretti ondeggiamenti ed una breve cadenza chiusa da un’altra serie di trilli. È ancora il clarinetto a preparare il passaggio al…  

Terzo movimento. Lent. È incardinato sul delicato dialogo fra il violino solista e l’oboe d’amore, supportato con discrezione dall’orchestra, che si fa più densa nel suono solo verso la fine, in vista del nuovo…

Interludio. Lo introduce ancora il clarinetto, subito seguito dall’oboe. A questo punto segue una fase in cui gli strumentisti eseguono un passaggio di vera e propria accordatura, proprio come quando si preparano ad iniziare il concerto. Ciò serve ad introdurre il…

Quarto movimento. Large et animé. È un finale in cui il violino solista la fa da padrone, spalleggiato a dovere da tutta l’orchestra, che lo accompagna verso un’oasi di respiro e poi fino ad un’autentica apoteosi.

Ecco… è una musica certamente non facile da capire e di non immediata presa sull’orecchio, ma devo dire che Bohren e vanSteen ce ne hanno fatto apprezzare l’inventiva e l’originalità, raccogliendo meritati applausi dal non oceanico pubblico che ieri abitava l’Auditorium.

Come ringraziamento Bohren chiama ad affiancarlo la spalla Dellingshausen e con lui ci delizia con il 24° dei 34 duetti per violini di Luciano Berio, intitolato ad Aldo (Bennici) che cita la melodia popolare siciliana E si fussi pisci. Poi Sebastian invita tutti a tornare domenica! 

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Ha chiuso la serata Igor Stravinski con la versione 1947 della Suite da Petruška. [Qui poche righe introduttive su questo brano, che laVerdi ha eseguito spesso e volentieri.]

VanSteen – Direttore navigato e di solida preparazione - l’ha diretta con grande autorevolezza, gesto ampio ma mai eccessivo, e l’accoglienza è stata davvero calorosa, per lui e soprattutto per i ragazzi che si sono davvero superati in questa impervia partitura.

Chi fosse interessato alla registrazione e al commento dell’inossidabile Gaia Varon, collegata con Bossini, può seguirla su RayplaySound.


28 febbraio, 2026

Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26.14 – Zeman sostituisce Blacher.

Per il suo rientro sul podio dell’Auditorium a dirigere l’Orchestra Sinfonica di Milano, il poliedrico (direttore & violinista) Kolja Blacher ci aveva proposto un programma che compiva una speciale traiettoria temporale, partendo dal romantico Schubert e retrocedendo al classico Haydn quasi a prendere la rincorsa per spiccare un volo di 150 anni verso la nostra contemporaneità, rappresentata dal padre di Blacher, Boris, e dalle sue Variazioni per orchestra sul Capriccio n*24 di Paganini.

Ma il forfait del figlio – rimpiazzato dal promettente 28enne viennese Julius Zeman - ha comportato la rimozione dal palinsesto anche del lavoro del padre, cosicché il programma ha assunto una nuova forma, caratterizzata da opere composte nello spazio di 43 anni, a cavallo fra fine ‘700 e inizio ‘800, con l’ingresso di Mozart e il trasferimento di Schubert in chiusura di serata.

Auditorium discretamente affollato, nonostante il cambio di Direttore e di programma, l’ingombrante Sanremo e pure un tram impazzito che nel pomeriggio ha fatto un’ecatombe (due morti e decine di feriti cui è andata la solidarietà di Orchestra e pubblico).

Difficile dire, senza aver assistito alle prove, date le circostanze, quanto Zeman abbia imposto all’Orchestra la sua vision dei brani in programma, oppure si sia limitato a dare qualche suggerimento, affidandosi alla consumata esperienza del complesso de laVerdi… Che tra le due parti si sia stabilita una buona sintonia si può dedurre dal simpatico trattamento riservato dai musicisti (Santaniello in testa) al Direttore alla fine del concerto.

Serata iniziata quindi con la Sinfonia n°25 del Teofilo, la K183, in SOL minore (come la celeberrima K550) venuta alla luce nel 1773 e universalmente considerata come la prima delle Sinfonie della maturità del genio di Salzburg. Curiosamente (ma forse non è un puro caso…) l’ultima esecuzione di questo lavoro qui in Auditorium, risalente al 2022, fu diretta proprio da Blacher, mentre la penultima (qui il mio commento) era stata diretta dalla Xian nel 2017.

Zeman la affronta con fiero cipiglio (ma senza inutili eccessi atletici) come si addice a questa composizione figlia dello Sturm-un-Drang che ormai imperversava in Europa. 

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Tocca poi al 25enne Alessandro Rosi, da pochi anni prima tromba dell’Orchestra (ruolo in cui è succeduto ad Alex Caruana, migrato ai nobili – e per lui familiari - lidi torinesi dell’OSN-RAI) proporci il brillante Concerto per tromba e orchestra in MI bemolle maggiore di Franz Joseph Haydn, composto nel 1796 per sfruttare al massimo le possibilità del nuovo strumento (a chiavi) ideato da Anton Weidinger [Eccolo qui interpretare il Concerto nel 2021. E qui aggiungerci una spruzzata di… Stravinski!]

Dopo una lunga introduzione dell’Allegro (4/4) dove la tromba si è limitata ad accompagnare l’Orchestra che ha anticipato il tema principale, il solista lo espone in tutta la sua magnificenza:

La melodia si distende e porta alla classica modulazione alla dominante SIb, dalla quale però si discosta per adagiarsi alla relativa del MIb di impianto, DO minore, dove viene riproposto dal solista l’incipit del tema principale. Ma tosto dalla dominante SOL si sale di un semitono per portarsi a LAb maggiore, e da qui alla sua dominante, il MIb di impianto, dove ancora riascoltiamo nella tromba il tema principale. Come si vede, Haydn sembra divertirsi a giocare con le modulazioni.

Questo primo movimento lascia ovviamente spazio alla classica cadenza virtuosistica, normalmente lasciata all'inventiva dell'interprete: Rosi ci ripropone quella davvero preziosa di cui al sopracitato video.

Il tema del bellissimo Andante, 6/8 in LAb maggiore, ha l'incipit che ricorda quello – poi divenuto famoso come inno nazionale – del Poco adagio cantabile del terzo Quartetto dell'Op. 76, il famoso Imperatore, composto a ridosso del concerto per tromba. E di cui si ricorderà – guarda caso - proprio Brahms al momento di aprire il suo Requiem:

Rosi lo espone e lo impreziosisce di grande pathos e nobiltà di accenti.

L'ultimo tempo (Allegro, 2/4) è caratterizzato dal tema principale, pure famoso (anche qui anticipato dall’orchestra e poi ripreso dal solista) nella tonalità base di MIb:

Rosi chiude il Concerto in bellezza, meritandosi lunghe ovazioni dal suo pubblico, che lui e tutti i colleghi ricambiano con Portrait of a trumpet, di Sammy Nestico, storico arrangiatore del mitico Count Basie.

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Ha quindi chiuso la serata la Quarta Sinfonia di Franz Schubert, in DO minore, del 1816, dallo stesso Autore battezzata come Tragica. [Qui un mio breve bigino.]

Zeman la conduce con sobrietà, modestia e signorilità di gesto, dimostrando così, a dispetto dell'età, di possedere una maturità davvero apprezzabile. Così, dopo ripetute chiamate, ringrazia tutti e se ne va facendo ciao-ciao con la mano, proprio come il suo amico Tjek.

27 febbraio, 2026

Alla Scala sta per tornare il Ring a ciclo continuo.

A distanza di quasi 13 anni (giugno 2013, Barenboim-Cassiers) la Scala ripropone due interi cicli del Ring nelle due settimane comprese fra le domeniche del primo e del 15 marzo. Questa volta i Direttori sono due, quelli che già si sono divisi le recite del Ring-a-rate: Alexander Soddy (primo ciclo) e Simone Young (secondo). Ovviamente la firma della messinscena è unica: David McVicar.

Chi ha seguito (a partire dal 2024) le recite singole conosce pregi (pochi?) e difetti (tanti?) della regìa. Quanto al cast, non è cambiato molto, salvo… l’età anagrafica dei cantanti!

Quindi prepariamoci all’evento con ragionevole fiducia, ma senza esorbitanti pretese. Piuttosto (parlo soprattutto a chi va a teatro con approccio passivo e senza almeno un minimo di preparazione): fare qualche compitino a casa per evitare… reazioni-di-rigetto!


21 febbraio, 2026

Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26.13 – Il balletto secondo Tjeknavorian.

Riecco il pimpante e sempre sorridente (nonostante l’annunciata indisposizione, forse una bronchitella…) Tjek sul podio dell’Auditorium, per offrirci un corposo concerto prevalentemente basato su musiche di balletto.   

Il Direttore Musicale, nato a Vienna, ma da genitori di origini armene (come lascia trasparire la desinenza del suo cognome) ha aperto la serata con il più famoso compositore… armeno, Aram Kachaturian, del quale ha assemblato una personale collezione di brani dal balletto Gayane.

Musica composta in piena WWII - in quel di Perm, Siberia (oggi domicilio artistico di Theodor Currentzis) dove molti intellettuali sovietici erano stati deportati trasferiti per ragioni di sicurezza - impiegando buona parte di quella che l’Autore aveva già composto anni prima per un balletto intitolato Felicità. A latere, seguendo una prassi consolidata, Kachaturian non mancò di predisporre ben tre Suite, a partire da alcuni numeri del balletto. Balletto poi completamente rivisto e ristrutturato – da 4 a 3 atti, musica inclusa - negli anni ’50 e definitivamente consolidato nel ’57 a Mosca. 

Il Tjek ci ha proposto sette numeri estrapolati dalla prima (5) e dalla terza (2) Suite, mettendo al primo posto proprio il brano più universalmente famoso ed eseguito, la Danza delle Sciabole, perfettamente funzionale ad eccitare l’attenzione del pubblico (e agli ultimi spettatori di prender posto…) 

Tjeknavorian
Suite/numero
Balletto: atto/numero
Danza delle Sciabole
3/5
III/49
Danza dei giovani montanari
3/2
III/38
Danza delle giovani fanciulle delle rose
1/2
II/18
Risveglio e danza di Aisha
1/3
I/13
Danza dei montanari
 1/4
III/37
Ninnananna (Aisha e Gayane)
1/5
II/24
Lezginka
1/8
I/7

Il flusso puramente musicale proposto dal Tjek (che prescinde dalla trama del balletto) dopo l’infernale danza iniziale ci propone ancora un brano caratterizzato da un ritornello veloce alternato ad oasi di calma; quindi una graziosa danza, leggera e spigliata; poi un lungo e sognante intermezzo; seguito da una breve parentesi mossa e nervosa; che introduce un'altra lunga oasi di malinconica tranquillità, appena increspata da qualche guizzo dei legni, prima di sfumare in lontananza; per chiudere infine con un’altra danza indiavolata, che ci riporta all’atmosfera dell’inizio della Suite.    
   
Esecuzione trascinante, accolta dal pubblico – che ormai riempie sempre l’Auditorium – con gran calore. 
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Il secondo brano in programma è un Concerto per orchestra. Questo genere di composizione è curiosamente nato negli USA, dove annovera due dei principali esemplari esistenti al mondo, guarda caso opere di altrettanti compositori ungheresi praticamente coetanei! Quello più famoso ed eseguito, di Bartók (composto nel 1943, su commissione della Boston Symphony) e quello del suo compatriota Kodály Zoltán (nella terra di Attila si mette sempre il cognome in primo piano…) che lo compose tre anni prima (1940, per i 50 anni della Chicago Symphony) presto soppiantato da quello di Bartok in tema di audience.

Ma è proprio quello di Kodály ad essere eseguito qui (credo per la prima volta dall’Orchestra). La caratterizzazione di Concerto si materializza con frequenti interventi di singoli strumenti o di piccoli gruppi (ad esempio due soli violini, viole e celli) che dialogano con altri piccoli gruppi (ad esempio un clarinetto e un fagotto).

Il brano ha una struttura tripartita, con una prima sezione espositiva, nella quale vengono presentati due gruppi tematici: il primo, veloce (Allegro risoluto, 3/4 con alcune battute in 2/4) che nell’incipit ricorda abbastanza scopertamente (piglio e tonalità di RE minore) la terza delle Variazioni su un tema popolare ungherese (Il pavone volò, un lamento per la libertà) composte poco tempo prima:

Ecco poi un secondo gruppo, contrastante, in tempo Largo, 3/2, tonalità FA# minore, con successive modulazioni, protagonisti dapprima un violoncello e poi un clarinetto soli:

Un poderoso climax dell’intera orchestra chiude l’esposizione e porta alla seconda sezione del brano, che possiamo assimilare ad uno sviluppo/ricapitolazione, dove vengono ripresi nello stesso ordine i due gruppi tematici, con numerose variazioni e modulazioni. La coda conclusiva si basa ancora sul primo gruppo tematico, che porta alla secca conclusione in RE minore.

È un brano di grande spessore, che dovrebbe avere più presenza nei programmi delle Orchestre, e bene ha fatto il Direttore Musicale a proporcelo per farcelo apprezzare – grazie alla bravura dei suoi Musikanten - come si merita. Alla fine lui è andato a complimentarsi con tutte le prime parti e con i diversi gruppetti di strumenti che sono protagonisti di questo brano, fra gli osanna del pubblico. 

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Altro balletto e altra Suite: la Seconda da El sombrero de tres picos di Manuel de Falla, commissionato dall’onnipresente Diaghilev e rappresentato per la prima volta a Londra nel 1919. Tratto da una novella di Pedro Antonio de Alarcòn, è una specie di farsa a lieto fine, piena di equivoci, travestimenti e bagni fuori stagione, dove il Corregidor (una specie di Podestà del paesotto) insidia la bella moglie di un mugnaio e fa la fine… che si merita, smerluzzato da tutto il popolo nella notte di San Giovanni.  

Dal balletto De Falla estrasse due Suites, che racchiudono buona parte (circa i 2/3, come tempo di esecuzione) della musica originale. In particolare, vi sono stati esclusi gli interventi del mezzosoprano.

La Suite n°2 comprende tre numeri, tutti provenienti dalla seconda parte del balletto. Il primo è una seguidillaLa danza dei vicini:

Il secondo numero è una farruca, tratto da La danza del mugnaio

Chiude la vorticosa Jota che, in DO maggiore, presenta più volte il tema principale e più famoso del balletto:

Pubblico trascinato all’escandescenza, con grida di bravo/i per tutti. 
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Ha chiuso la serata Igor Stravinski, di cui abbiamo ascoltato l’inflazionata Suite (1919, versione con Berceuse e Finaledal balletto L’Oiseu de Feu, che l’Orchestra ha già eseguito innumerevoli volte (rimando ad un mio precedente scritto che riassume i contenuti delle diverse Suite e tratta di questa in particolare). Questi i numeri della Suite:
 
Suite 1919
Introduzione
1
L’Uccello di Fuoco e sua danza
2
Variazione dell’Uccello di Fuoco
3
Ronda delle Principesse
4
Danza infernale del Re Kastchei
5
Berceuse
6
Finale
7

Il Tjek per tutta la serata ha tenuto le partiture sotto gli occhi, e per questo Stravinski non vi ha distolto gli occhi che per il 20% del tempo: il che, per uno come lui che ha in memoria cosucce come la Nona di Beethoven, è segno di grande serietà e modestia.

Mozzafiato l’attacco degli archi bassi con la grancassa, in un pianissimo ai limiti dell’udibile, un cupo tappeto sul quale sono calati gli spettrali accordi dei tromboni, poi le entrate di clarinetti e fagotti, e infine dei corni, a preparare il terreno per l’arrivo del protagonista. E che dire dell’oboe (di Greci) nella cantabilissima (Rimski-ana) Khorovode. E poi la danza - infernale per davvero – di Kastchei. Per non parlare del finale, con l’abbacinante arcata di accordi delle ultime otto battute.

Travolgente tripudio di folla alla fine.

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L’acciacco che ha colpito il Maestro non deve essere proprio trascurabile, se questa mattina è arrivato l’annuncio che il concerto da camera al Teatro Gerolamo di domenica mattina (tutto Dvořák) è stato rimandato (evidentemente un conto è dirigere, un altro suonare il violino per un’ora filata…) Per ora sembrano invece confermate: l’esecuzione della Suite dell’Oiseau (con Elisabetta Garilli recitante) oggi pomeriggio per i giovani (Crescendo in musica) e la replica di questo concerto, nel pomeriggio di domenica.

Chi fosse interessato al concerto di ieri può sintonizzarsi in web su RAIPlaySound, dove lo si può ascoltare accompagnato dalla cronaca del sempre affabile Oreste Bossini.


18 febbraio, 2026

Il nuovo Ring della Scala.

Oggi pomeriggio la Scala ha ospitato, nel foyer Toscanini, un simpatico incontro sul prossimo duplice Ring, incontro guidato dal Soprintendente Ortombina, con la partecipazione dei due Direttori d’orchestra e del Presidente dell’Associazione Wagneriana di Milano, Marco Targa.

L’annuncio sul sito deve aver scoraggiato molti non fluenti in lingua albionica a disertare, ma per fortuna l’incontro si è tenuto – a sala comunque gremita - nella lingua del dolce stil novo, che anche i due Direttori di madrelingua albionica hanno mostrato di padroneggiare a sufficienza.

Una piacevole chiacchierata, fra storici ricordi, biografie parallele dei due Direttori e battute salaci sul tema Wagner-vs-Verdi. E ovviamente un pizzico di sano sovranismo che non guasta mai.

Ma l’annuncio clamoroso (purtroppo relegato solo alla terza pagina di copertina del numero speciale della Rivista del Teatro, distribuita ai presenti) è la rivoluzionaria impaginazione del Ring:


14 febbraio, 2026

L’Orchestra Sinfonica di Milano al Conservatorio – Nona di Beethoven.

Enorme partecipazione di pubblico oggi pomeriggio al Conservatorio milanese per la Nona beethoveniana olimpicaL’Orchestra ci tornava dopo quasi 33 anni, da quel ’93 in cui aveva dato i primi vagiti, con il venerabile Delman.

Evento con caratura di ufficialità, con tanto di presenza di Autorità civili e militari, e relativi indirizzi di saluto. Poi arriva il Tjek e, invece della Sinfonia, attacca, con il coro, l’Inno di Mameli! Ma anche con la terza strofa, che richiama il messaggio schilleriano della Nona (e però senza il finale, cassato di recente da Mattarella…) 

Con una battuta per stemperare quest’atmosfera seriosa, dirò che abbiamo ascoltato una Sinfonia per grande orchestra, coro e… oboe obbligato! Quello implacabile del bravissimo Luca Stocco, che ha imperversato dall’inizio alla fine.

Ma, a parte le battute, è stata un’esecuzione da incorniciare, con tutti i protagonisti da elogiare incondizionatamente. A partire dall’Orchestra e dal Coro (di Fiocchi Malaspina) che solo da Capodanno ad oggi hanno suonato la Nona almeno una mezza dozzina di volte. Ma bravissimi anche i quattro solisti: la trentenne russa trapiantata in Germania Anna Nekhames, soprano; la 23enne (!) austriaca Anja Mittermüller, mezzo; il 38enne tenore svizzero Mauro Peter; e il 53enne baritono austriaco Günter Haumer. Tutti magistralmente e carismaticamente guidati dal Tjek, ormai pericolosamente (!) assurto a idolo delle folle, di sbarbati e matusa insieme.

Sala stracolma, trasformatasi in bolgia per il finale delirio collettivo, segno tangibile, anzi udibile, dell’adesione popolare al messaggio di pace e fratellanza che mai come in questi tempi turbolenti, infestati da guerre e odio e caratterizzati da una preoccupante regressione della nostra civiltà, ci arriva da questo immortale monumento. 


Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26.12 – Gamzou (Mahler).

Il concerto di questa settimana dell’Orchestra Sinfonica di Milano è monopolizzato dall’ultima, incompiuta sinfonia (la Decima) di Gustav Mahler. Che qui è stata diretta dal 38enne israelo-statunitense Yoel Gamzou (già due volte gradito ed applaudito ospite dell’Auditorium negli ultimi tre anni) che ne ha anche curato (tra il 2003 e il 2010) il completamento. 

Prima del concerto – che, per qualche valido motivo, non sarà replicato domani, come da programma - la massima autorità mahleriana vivente (Quirino Principe) ci ha elargito la sua smisurata sapienza sull’argomento o, per meglio dire, su ogni sua connessione, anche… pindarica, con fenomeni spazianti su secoli di musica, di filosofia e di estetica.

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In questi ultimi decenni si sono susseguite diverse operazioni di rendering (letteralmente: rendere udibile al largo pubblico) di questo estremo lascito mahleriano, purtroppo forzatamente abbandonato dall’Autore (causa… scomparsa) in uno stato di assoluta ineseguibilità. Ho sommariamente riassunto - in uno di questi scritti - lo stato dell’arte di queste iniziative, con particolare riferimento a quella di Derick Cooke, anni ’60 del ‘900, che è quella che ha… fatto scuola. Iniziative delle quali Gamzou è solo uno dei protagonisti. Oltre ad inciderlacon la sua International Mahler Orchestra, Gamzou (che fu uno degli ultimi allievi di Giulini, qui in Italia) l’ha anche più volte diretta, come qui a Kassel.

Per sua stessa ammissione (esplicitata in una decina di pagine di Prefazione alla partitura) Gamzou - che confessa di avere per questo lavoro una specie di ossessione esistenziale, tanto da occuparsene fin da quando era un ragazzino - ammette di aver seguito un approccio assai diverso da quello di Cooke (e altri…) strettamente musicologico e filologico, prendendosi invece la responsabilità (e la libertà) di interpretare i manoscritti originali anche al di là dei puri segni lasciati da Mahler sulla carta. Cercando di calarsi nella personalità del compositore boemo per decifrarne il messaggio affidato alla Trilogia dell’addio (dopo il Lied e la Nona…)

Un messaggio che Gamzou (imitando Mahler, che ha costellato i suoi schizzi di lamenti, imprecazioni e suppliche) accompagna scrivendo di suo pugno sulla sua partitura del Finale - dove si riode il tremendo accordo dissonante (per Gamzou: l’Apocalisse) già esposto nell’iniziale Adagio e si riprende, nei corni, lo spettrale recitativo delle viole - il richiamo alla preghiera ebraica Sh’mà Israel: una più o meno arbitraria deduzione dalla presunta fede ebraica di Mahler (fede convintamente o strumentalmente abbandonata come atto facilitatore della sua ascesa a Generalmusikdirektor della Hofoper):

Insomma, secondo Gamzou la Decima conterrebbe un messaggio di commiato dalla vita colmo di serena rassegnazione e, contemporaneamente, di incrollabile fede.

Dal punto di vista strettamente tecnico (riguardante le parti degli schizzi da completare, dovendo quindi inventare molte note in aggiunta a quelle della melodia di base che Mahler lasciò sulla Particell a 4-5 righi) ovviamente Gamzou si è preso la libertà e responsabilità di fare di testa sua, divergendo poco o tanto da Cooke, Barshai e compagnia. Volendo entrare in qualche dettaglio ulteriore, si può osservare come Ganzou abbia introdotto di suo molte indicazioni agogiche aggiuntive a quelle originali, oppure (come nell’iniziale Adagio) abbia generato due battute aggiuntive, semplicemente scorporandone due, che sono in 4/4, in quattro (rispettivamente di 1+3 e 2+2). Una battuta ha anche aggiunto al Finale, forse per enfatizzare il suo apocalittico climax… In generale gli scostamenti di orchestrazione (rispetto al riferimento di Cooke) si trovano prevalentemente nei due ultimi movimenti, come è ovvio, essendo quelli più sprovvisti di… materia prima.

In ogni caso va dato atto al giovane musicista della serietà del suo impegno, e del contributo che anche lui (come gli altri completatori) ha dato alla conoscenza e all’apprezzamento di quest’opera, nella quale ognuno di noi può trovare valori e significati positivi, il che non guasta mai. Davvero amorevole la cura che ha mostrato nel guidare, prendendola per mano, l’orchestra, proprio come si fa quando si dirige una propria creatura.

Calorosissima l’accoglienza, con ripetute chiamate e applausi ritmati, che il pubblico (che ha ancora una volta piacevolmente gremito l’Auditorium) ha riservato a questo giovane Direttore. Che ha fatto almeno un paio di volte l’intero periplo del palcoscenico per complimentarsi e ringraziare tutti i protagonisti di questa rimarchevole prestazione.

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Oggi stesso alle 17 laVerdi, con Tjeknavorian, sarà al Conservatorio (e anche in tutto l’orbe terracqueo, grazie a streaming) per una speciale esecuzione benefica della Nona di Beethoven in occasione delle Olimpiadi.

07 febbraio, 2026

Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26.11 – Letonja-Stagg.

Marko Letonja si ri-affaccia – dopo lunghissima assenza - sul podio di Largo Mahler per offrirci un programma dall’impaginazione particolare: si va da Beethoven a Richard Strauss, compiendo un balzo di quasi un secolo e mezzo, a scavalcare tutto il periodo romantico e tardo-romantico. 

Apre il concerto Beethoven con la sua Quarta SinfoniaCerta esegesi semplificatoria (quella che divide le sinfonie beethoveniane fra dispari – virili - e pari - femminee) la colloca fra le leggere, o pastorali, quindi un po’… disimpegnate. L’Introduzione in Adagio sarà pure un ricordo di Haydn, ma contiene novità mica da poco, con modulazioni enarmoniche che definire ardite (per quei tempi, 1807) è ancora poco. E poi basta ricordare l'incipit dell’Allegro vivace (in realtà ormai uno Scherzo, e non più il settecentesco Menuetto) e infine il folle metronomo del Finale per considerarla una signora sinfonia! Che certo può apparire – arrivando dopo la rivoluzionaria Eroica e subito prima della sconvolgente Quinta – più un’erede della Seconda, ma sappiamo che anche quest’ultima non è per nulla una cosuccia trascurabile, tutt’altro.

Il 65enne Direttore sloveno cerca proprio di dimostrarci che la Sinfonia sarà pure femminea ma non è effeminata, calcando la mano sui tempi (à la Toscanini) e sui contrasti (vedi fra l’Introduzione e l’Allegro vivace e nell’Adagio). Come si può ascoltare in questa chiacchierata con Oreste Bossini nell’intervallo del Concerto, ha guidato con gesto minimalista l’Orchestra ad un’esecuzione davvero rimarchevole, accolta con gran calore dal pubblico, anche ieri abbastanza nutrito.

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I Vier letzte Lieder rappresentano non solo il canto del cigno di Strauss, ma anche quello della stupenda stagione romantica che aveva preso l’avvio nell’ultimo scorcio del ‘700, fiorendo poi rigogliosa e superba per un secolo. [Qui alcune mie note e commenti.]

La 38enne australiana, berlinese di adozione, Siobhan Stagg (eccola qui in un’incisione in patria di pochi anni fa) li ha interpretati per noi con grande nobiltà ed espressività. Voce ben impostata nell’intera gamma, mancante solo di qualche decibel, ma il successo per lei è stato completo. 

E poi non si possono non fare almeno un paio di citazioni di interventi solistici di strumenti dell’orchestra: il corno magico di Amatulli nella mirabile chiusura di September, una vera perla di musica sbudellante… e il violino di Santaniello nella stupefacente introduzione all’ultima strofa di Beim schlafengehen. E infine come non emozionarsi al religioso raccoglimento delle ultime battute strumentali dell’opera, con le reminiscenze di Tod und Verklärung (lo Strauss di 60 anni più giovane!) e dell’Adagio della Settima bruckneriana, a sua volta ispirato alla memoria di Wagner.

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Ancora Strauss per chiudere la serata con la Fantasia sinfonica sulla FroSch, opera composta negli anni della WWI, frutto del sodalizio con Hugo von Hofmannsthal. È una specie di Suite (ma non un semplice copia-incolla di brani dell’opera) predisposta nelle tristi condizioni in cui versava – causa processo di de-nazificazione - il vecchio Strauss nel 1946, a 30 anni di distanza dall’opera, due anni prima degli ultimi quattro Lieder, e tenuta a battesimo nel 1947 a Vienna dal discepolo fedelissimo Karl Böhm.

Programmaticamente focalizzata sui due personaggi del popolo (Barak e consorte) più che su quelli regali (Imperatore e consorte) dopo poche battute di introduzione (prese di peso dall’attacco dell’opera) che anticipano il rude e minaccioso inciso dello spirito di Keikobad (padre dell’Imperatrice) e un frammento del tema della Nutrice, la Fantasia ci presenta – riprendendo un nobilissimo passaggio strumentale del primo atto - il personaggio di Barak, il modesto tintore, del quale viene esaltata la bontà d’animo, l’altruismo e l’impegno per la famiglia (moglie e tre fratelli disabili). 

La sezione successiva – mossa e… seducente, con spruzzatine di Zarathustra - si focalizza sulla moglie di Barak, e sulle tentazioni (leggi: corruzione) che lei subisce – sempre nel primo atto – da parte della nutrice della figlia di Keikobad, consistenti in promesse di ricchezza e poi – nel second’atto - di felicità (anche… ehm, sessuale, in spregio al marito) in cambio della sua ombra (leggi: fertilità) che serve all’Imperatrice per salvare il consorte dalla condanna alla pietrificazione comminata da Keikobad.

Segue poi una sezione che nell’opera (atto terzo) è cantata da Barak e consorte (Mir anvertraut) ed è il momento forse più alto, musicalmente, oltre che drammaticamente, della FroSch; e non per nulla Strauss la mette proprio al centro della sua Fantasia:

Dove la voce principale (Barak) è affidata al trombone solista. Dopo la ripresa di questo tema, chiude il brano, con enfasi e lungaggini francamente degne di miglior causa, il finale riscatto che porta alla conseguente apoteosi delle due coppie. La chiusura riprende quella dell’opera, sul sempre più lento accordo perfetto di DO maggiore, in pianissimo, dell’intera orchestra.

Effettivamente questa Suite non diede molte soddisfazioni postume a Strauss, semplicemente perché l’opera sottostante non era (e ancor oggi non è) fra le sue più eseguite. A differenza, per dire, di quella predisposta nello stesso periodo per Der Rosenkavalier, opera che aveva dato a Strauss gran fama anche all’estero, se è vero che l’ufficiale americano incaricato di sequestrargli la lussuosa villa di Garmisch, reso edotto dell’identità del proprietario, ordinò ai suoi sottoposti di soprassedere al sequestro!

Tuttavia, è difficile non farsi coinvolgere da questa musica, e ciò è avvenuto anche ieri, con il pubblico che ha mostrato di apprezzarla assai, con convinte acclamazioni per tutti e in particolare per l’impeccabile Joshua Blows al trombone solista.