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17 ottobre, 2026

Stagione 26-27 dell’Orchestra Sinfonica di Milano.2.

[Prima del concerto la Presidente Ambra Redaelli ha salutato il Corpo Consolare di Milano, ospite in Auditorium, e ha consegnato il Premio Cervetti 2026 alla decana uscente del Corpo Consolare, Verónica Crego, Console Generale dell’Uruguay a Milano, per la vicinanza e il sostegno da lei dato all’Orchestra in questi anni.]

Ancora oriente europeo in questo secondo appuntamento della stagione, che propone un programma polacco-russo affidato ad una coppia tutta bianco-rossa: il 34enne direttore Dawid Runtz e il 41enne pianista Rafał Blechacz.

Programma di impaginazione più che tradizionale (breve composizione introduttiva, concerto solistico e sinfonia) che si apre con un lavoro novecentesco: Tre pezzi in stile antico per orchestra d’archi, di Krzysztof Penderecki, scomparso poco più di sei anni orsono. Il musicista polacco compose dapprima (1963) i due Minuetti per la colonna sonora di un film (Il manoscritto di Saragozza) e poi completò il trittico (1988) anteponendovi l’Aria, a sua volta mutuata da una composizione anteriore.

Musica perfettamente diatonica, con tanto di accidenti in chiave e strutture canoniche; perfetto equilibrio dei tempi (circa 2 minuti per ciascun brano):

1. Aria. Lento, 3/4, DO minore. Introduzione di 4 battute (caratterizzate da un gruppetto diritto sul MIb); tema sognante di 12 battute che riprende il gruppetto e modula progressivamente a SOL minore con chiusura in SOL maggiore. Da-capo del tema con chiusura variata (ultime 3 battute).

2. Minuetto I. Senza indicazione agogica, 3/4. Prima sezione (tema ripetuto) in DO maggiore. Seconda sezione (tema ripetuto) in LA minore. Da-capo della prima sezione. Trio in DO minore (tema ripetuto). Da-capo della prima sezione del Minuetto.

3. Minuetto II. Senza indicazione agogica, 3/4. Prima sezione (con da-capo) in RE maggiore. Seconda sezione canonicamente nella dominante LA maggiore che sfuma sulla relativa FA# minore e da questa nota (mediante di RE maggiore) riprende il tema della prima sezione. Trio in SOL minore che vira a maggiore; da-capo del Trio; da-capo del Minuetto (entrambe le sezioni).

Che dire? Certo che, per un avanguardista (anche se poi pentito) della musica seriale, siamo in presenza di un vero salto all’indietro di più di… 200 anni? Qualche maligno potrebbe insinuare che ogni allievo di conservatorio potrebbe oggi comporre cose simili… ma forse il merito di Penderecki è stato proprio questo: mostrarci che quella musica, che si reputava morta e sepolta, in realtà è ancora più viva che mai!

E così evidentemente deve averla pensata anche il pubblico (non oceanico, ma partecipe) che ieri sera l’ha cordialmente applaudita, insieme allo sparuto gruppetto di esecutori.
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Ecco quindi Rafał Blechacz, un super-esperto chopiniano, misurarsi con il Secondo Concerto, in FA minore, del grande romantico (eccolo qui in un’esecuzione del 2013). Lavoro meno famoso ed eseguito del Primo (ma la cosa si può spiegare se si tien conto che fu composto per primo, quindi da uno Chopin all’esordio in questo impegnativo genere…)

E in effetti i due lavori distano fra loro di poche settimane, essendo venuti alla luce fra il 1829 e il 1830 (la pubblicazione ritardata del primo, come secondo, fu dovuta a banali disavventure del manoscritto). E tradiscono lo stesso approccio compositivo, a partire dalla struttura formale, ma anche da simiglianze fra i contenuti, a cominciare dai tempi dei tre movimenti: Maestoso – Larghetto – Allegro Vivace questo in FA minore; Allegro Maestoso - Romanze (Larghetto) – Rondo (Vivace) quello in MI minore. Per tacere dell’incipit del movimento iniziale, dove il pianista in entrambi i casi deve attendere parecchio (rispettivamente due e mezzo e quasi quattro minuti) girandosi i pollici, prima che l’orchestra, conclusa l’esposizione di due temi, si degni di lasciargli il dovuto spazio. Non mancano anche, in quello in MI, brevi reminiscenze tematiche di quello in FA: e insomma, credo si possa spiegare il maggior successo dell’Op.11 proprio per essere nata subito dopo l’Op.21, facendo tesoro dell’esperienza, tenendone fermi i punti di forza e correggendone quelli di debolezza.

Il Concerto in FA minore è quindi aperto dall’orchestra che espone i due temi del Maestoso, in forma-sonata liberamente interpretata: il primo tema, piuttosto scuro e ostico nella tonalità di impianto; e il secondo, più cantabile e romantico, nella relativa LAb maggiore. Il solista finalmente può entrare per riproporre, con maggiore ricchezza, l’esposizione dei due temi, chiudendola, dopo una fugace modulazione a MIb maggiore e DO minore, sul canonico LAb maggiore. Una complessa transizione in DO minore ci porta allo sviluppo, che in realtà ha più l’aspetto di una fantasia, o di un unico sviluppo+ricapitolazione, dove i due temi si ripresentano variati e si muovono su tonalità anche lontane dalle due principali (DO e SIb minore, REb maggiore) prima della pesante chiusura in FA minore.

Il Larghetto è un’oasi di puro romanticismo, dalla semplice struttura A-B-A. In LAb maggiore viene esposto il tema principale, sognante e languido, cui segue un fugace controsoggetto sulla dominante MIb maggiore.  Una modulazione a LAb minore porta alla sezione B, più mossa e scabrosa, che compie un’escursione sulla terza minore del LAb di impianto (DOb maggiore) per poi preparare il ritorno del tema principale, che chiude il movimento con una dolcissima salita in arpeggio del solista.

Chiude il Concerto l’Allegro vivace, ancora in FA minore e strutturato in macro-forma A-B-A’ ma apparentabile ad un eterodosso Rondo. Oltre al tema in FA minore vi compaiono motivi in LAb maggiore, DO minore e REb maggiore. Vi prevale scopertamente il ritmo di Mazurka, uno stilema tipicamente chopiniano. La conclusione è, ottimisticamente, in un luminoso FA maggiore!

Blechacz non ha tradito le aspettative, mettendo in risalto le qualità di quest'opera (e magari mascherandone accuratamente gli aspetti più... acerbi): tecnica sopraffina, che ha toccato il vertice nelle lunghe, liquide peregrinazioni del Larghetto e spirito… chopiniano nell’uso del rubato e dei contrasti delle dinamiche.

Successone per lui, che ci regala - ça va sans dire, in omaggio al finale del concerto – una crepuscolare mazurka.
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Infine, torna per l’ennesima volta a risuonare in Auditorium una Sinfonia fra le più eseguite in generale, ma in particolare dall’Orchestra di casa (siamo alla 15ma riproposizione, dal lontano 1997): la Quinta di Ciajkovski, che avevamo udito solo un anno fa alla Scala, diretta dal Tjek.

A mo’ di cazzeggio - cosa scrivere ancora di questa sinfonia? del destino cinico&baro che si accanisce sul poveruomo e che alla fine celebra pure il suo trionfo? - propongo una curiosità che riguarda precisamente le ultime tre battute:

L’intera orchestra chiude con un grandioso accordo di MI maggiore, seguito da un perentorio tà-tà-tà/tà. Nessun segno di variazione agogica è presente su queste battute (l’ultimo riguarda le ultime 20, in tempo Meno mosso con metronomo di 96 minime puntate (cioè 48 battute in 6/4 al minuto).

Ecco, un direttore che voglia eseguirle precisamente come Ciajkovski le ha scritte, si comporterebbe come il venerabile Evgeny Mravinski, o (cito solo qualche nome fra i tanti…) come Mariss Jansons, Herbert von Karajan, Andris Nelsons, Manfred Honeck, Sergiu Celibidache, Kirill Petrenko, Daniel Barenboim…

Un direttore che voglia distinguersi dalla norma per mettersi in bella mostra potrebbe seguire le orme di Lenny Bernstein.

Chi invece volesse proprio esagerare, aggiungendo di suo extra-dosi di enfasi e retorica a buon mercato, potrebbe imitare tale Valery Gergiev (che però a volte è più… ehm… sobrio!)
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E Runtz? Beh, per quanto riguarda la chiusura si è abbastanza attenuto alla lettera di Ciajkovski… il che gli fa onore, dimostrando che nella sua testa ci sono le note giuste e non… grilli. Invece, come testimonia la mancanza di partitura sotto gli occhi, il giovane polacco ha mostrato grande profondità e rigore interpretativo, non trascurando anche i minimi dettagli. Il resto lo hanno fatto i ragazzi, che con essa hanno una lunga consuetudine.

E quindi: per lui e per i musicisti (cito per tutti Giuseppe Amatulli e il suo Wunderhorn) solo applausi e ovazioni.

10 ottobre, 2026

Stagione 26-27 dell’Orchestra Sinfonica di Milano.1.

Dopo il tradizionale concerto inaugurale alla Scala, l’Orchestra Sinfonica di Milano ha iniziato la regular-season 26-27 in Auditorium - pieno zeppo, come ormai accade quando sul podio c'è il Tjek - con il Direttore Musicale (reduce dai fasti delle Nozze di Figaro romane) a proporre un corposo programma russo-sovietico.

[Prima dell’inizio, davanti all’ingresso, alcuni orchestrali e dipendenti della Fondazione hanno distribuito un volantino sindacale – leggi più sotto - di sensibilizzazione del pubblico sui problemi che ancora permangono a livello di trattamento normativo ed economico del personale.]

Il Tjek ha fatto il suo ingresso scortando la bella e giovanissima (under-20, ormai ex-bambina-prodigio) russa Alexandra Dovgan (per la stagione sarà artista residente, quindi la rivedremo almeno altre tre volte) che si è cimentata con il mostro sacro del Concerto per pianoforte di Ciajkovski, che è alla sua dodicesima apparizione nei programmi dell’Orchestra, dal lontano 1995!

Come tutti i prodigi nel suo campo, anche Alexandra sembra essere nata con le mani già predisposte al contatto con la tastiera, tanto il suo gesto è naturale e persino meccanico, come di androide programmato dalla famigerata IA. Che lei non sia un robot lo testimoniano però il suo istinto e la sua sensibilità interpretativa, oltre che le poche, piccolissime sbavature, che sono inevitabili quando si affronta una lavoro come questo.

Lavoro che solista e direttore ci hanno proposto evitando tutti i tranelli di una partitura che può facilmente indurre alla volgarità, al Kitsch e alla gigioneria (questo era il giudizio del primo ascoltatore in privato del concerto, Nikolai Rubinstein, peraltro ricredutosi presto). La Dovgan ha gestito sapientemente il rubato, cogliendo tutte le preziose sfumature dei temi più delicati e intimistici (in specie nel centrale Andantino semplice) e ha affrontato con rigore i passaggi più enfatici e retorici dei due movimenti esterni.

Il Tjek da parte sua ne ha assecondato l’approccio, evitando accuratamente di coprirne il suono per scatenare l’orchestra nei passaggi dove il solista tace. Trionfale quindi l’esito della performace, con il Direttore che è rimasto in orchestra ad ascoltare il bis per poi ricevere con tutti i protagonisti i meritati applausi e le ovazioni di un pubblico entusiasta.
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La seconda parte del concerto presentava musiche di due compositori del ‘900 sovietico. Dapprima ecco l’azero-armeno-georgiano Aram Kachaturian - che nella parte centrale del ‘900 fu, con Shostakovich e Prokofiev, uno dei principali alfieri della musica sovietica, avendo quindi con il regime rapporti altalenanti, fra incarichi, onorificenze e… zdanoviane accuse di formalismo - del quale abbiamo ascoltato due brani dalle Suite del balletto Spartacus, ispirato alle gesta dell’omonimo eroe della Tracia che più di 2000 anni orsono guidò a Roma una delle rivolte degli schiavi. Una figura emblematica dello spirito di lotta per la libertà, che quindi ebbe in URSS vasta popolarità (anche nello sport, vedi lo Spartak Mosca, una delle più titolate squadre calcistiche del mondo sovietico).

Dalla seconda (delle quattro) Suite abbiamo ascoltato il primo numero (terzo numero del terzo atto del balletto) intitolato Adagio di Spartacus e Phrygia (quest’ultima era la compagna dell’eroe, anche lei deportata a Roma dal Console Marco Licinio Crasso).

È un brano sostanzialmente monotematico, dove il tema di base, di carattere languido e patetico, evocante il rapporto amoroso fra Spartaco e Frigia, è riproposto più volte, in tonalità cangianti:

[Questo tema divenne famoso per essere stato impiegato nel video di presentazione del serial televisivo della BBC degli anni ’70, intitolato The Onedin line.]

Dopo un episodio più mosso, con irruzione di fanfare di ottoni, il motivo principale ritorna in forma grandiosa, per poi calmarsi e chiudersi sommessamente.

Qui il brano interpretato dal paparino del Tjek.

Poi, dalla prima Suite ecco il terzo numero (ottavo numero del primo atto del balletto) intitolato Variazione di Aegina e Baccanale. Aegina era la concubina di Crasso e in questo episodio del balletto si esibisce in una danza sfrenata per tenere alto il morale dei soldati. Anche qui abbiamo sostanzialmente un tema agitato (la danza di Aegina) ripetuto più volte:

E poi riproposto in modo variato per evocare il baccanale, nel cui vortice trasgressivo Aegina trascina i soldati. Anche qui ascoltiamo il brano da papà Loris, che per affinità di origine (armena) con Kachaturian ne è stato interprete di primo piano.

E anche Emmanuel deve sentire sangue armeno nelle sue vene, a giudicare dalla cura e dall’impegno che ha messo nel valorizzare al meglio questa musica, cosa che ha garantito – a lui e ai suoi ragazzi - altri scroscianti applausi.
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La chiusura era offerta da Dmitri Shostakovich e dalla sua Nona Sinfonia (della quale ho scritto qualcosa tempo fa).

E qui l’Orchestra ha davvero superato se stessa, guidata da colui che ormai la sa trascinare ogni volta a livelli più alti. Tutte le sfaccettature di questo lavoro, apparentemente bizzarro e dissacrante, sono emerse con chiarezza e rigorosità: dai temi spiritati e parodistici dei movimenti esterni alla dolente introspezione del Moderato, allo straniante dialogo fra gli ottoni e il fagotto nel Largo, e infine all’enigmatico finale dove la tonalità maggiore cerca invano di imporsi, sempre trascinata su terreni accidentati e su toni per nulla trionfalistici.

Trionfale invece è stata ancora una volta l’accoglienza del pubblico, che ha osannato tutti indistintamente, ma in particolare le prime parti dell’orchestra, che in tutti i brani in programma hanno avuto la loro occasione per mettersi in bella mostra.     

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29 novembre, 2025

Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26.5 – Tjeknavorian-Obiso.

Tutta Russia per il concerto settimanale dell’Orchestra Sinfonica di Milano. Sul podio il Direttore Musicale e al violino Andrea Obiso. Pubblico strabocchevole!

Programma di struttura ultra-classica (Ouverture, Concerto solistico e Sinfonia) aperto nel nome di Michail Glinka, il compositore considerato padre del teatro musicale russo (con la sua Una vita per lo Zar del 1836 si aprì la grande stagione romantica russa di cui saranno protagonisti Ciajkovski, Musorgski, Rimski-Korsakov, …) Qui viene presentata l’Ouverture da Ruslan e Ljudmila (1842, ispirata a Puškin). 

L’Ouverture è un brano breve (6 minuti scarsi) e indiavolato, fatto apposta per scaldare a dovere i suonatori e catturare l’attenzione e l’entusiasmo del pubblico. È un vero pezzo di bravura per le orchestre (archi in testa) che da sempre si sfidano a chi la sa suonare più velocemente. In partitura c’è l’indicazione metronomica di 140 minime (o 135, per i dilettanti, ed è già parecchio) che significa un tempo totale teorico di meno di 5’35” (l’intero brano in C tagliato è notato come Presto per 372 battute e Più mosso per le restanti 30). Quel demonio che rispondeva al nome di Yevgeny Mravinsky la fece eseguire ai Filarmonici di Leningrado (che qui gli tengono splendidamente bordone!) addirittura in 4’38”, equivalente a più di 173 minime, un vero record!

Ecco, non saprei dire se il Tjek abbia fatto meglio di Mravinsky, ma deve essergli andato assai vicino! 

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Andrea Obiso, bambino prodigio, oggi poco più che trentenne, che coniuga l’attività di concertista con la prestigiosa posizione di spalla a Santa Cecilia, fa il suo esordio in Auditorium con l’inflazionato Concerto op.35 di Ciajkovski.  

Che, alla sua prima esecuzione viennese, il simpatico Eduard Hanslick accolse con questo caloroso indirizzo di benvenuto:

“Il compositore russo Ciajkovski non è sicuramente un talento ordinario, ma piuttosto gonfiato, con un'ossessione da genialoide senza sensibilità nè gusto. Tale è anche il suo ultimo, lungo e pretenzioso Concerto per violino. Per un po' si muove sobriamente, musicalmente e non senza carattere. Ma presto la volgarità prende il sopravvento e si afferma fino alla fine del primo movimento. Il violino non viene più suonato; viene stirato, strappato, bastonato. L'Adagio torna al suo miglior comportamento, per rappacificarsi con noi e convincerci. Ma ben presto sbrocca per far posto ad un finale che ci trasferisce nella brutale e miserabile allegria di una festa russa. Vediamo precisamente facce selvagge e volgari, ascoltiamo bestemmie, sentiamo odore di vodka. Friedrich Vischer una volta osservò, parlando di immagini oscene, che puzzano alla vista. Ecco: il Concerto per violino di Ciajkovski ci porta per la prima volta a fare la pessima constatazione che ci può essere musica che puzza all’orecchio.”

Beh, qualcuno non troppo tempo fa prese Hanslick in parola, usando le note del concerto come colonna sonora per pubblicizzare precisamente un prodotto di… spirito! 

Ma in fin dei conti, parlando di pubblicità, anche il buon Piotr per primo si servì nientemeno che dei favori di tale Carmen (una escort di cui il nostro gay si era maledettamente infatuato):

Aveva ragione Hanslick! Nel senso che Andrea ci ha letteralmente ubriacato di suoni con una prestazione trascendentale, per tecnica stupefacente unita a sapientissimo uso del rubato e di tutti gli ingredienti interpretativi che solo un fuoriclasse possiede. Cosa non è stata poi la massacrante cadenza dell’Allegro moderato, che però abbiamo scoperto - dopo l’uragano di applausi (ripetutisi ad ogni fine di movimento…) e finali urla belluine che il pubblico gli ha riservato - essere solo il riscaldamento in vista dell’immancabile bis, una cosa da marziani!

Abbracci ripetuti fra i due protagonisti (verrebbe voglia di ascoltarli suonare insieme…) e inchini e applausi di Obiso all’orchestra, da lui pubblicamente elogiata, prima del bis. Insomma, un'autentica consacrazione per tutti. 
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Il concerto si è chiuso con Rachmaninov e la sua Seconda Sinfonia. Per la quale devo ammettere di non nutrire particolare ammirazione: il Rach sinfonico (esclusa la sfortunata e innovativa Prima) francamente mi dà l’impressione di velleitarismo coniugato con il tentativo di accaparrarsi a buon mercato il favore del pubblico (cosa che per la verità accade regolarmente!) Molto fumo e poco arrosto, insomma, più che tardo-romanticismo mi pare… la metastasi del romanticismo, come ho già scritto in passato, commentando altre esecuzioni, sia qui che altrove.

La dimostrazione che (forse) non ho tutti i torti sta nel trattamento che spesso è stato riservato (persino con l’avallo dell’Autore!) alla Sinfonia, tagliata a volte in maniera addirittura barbara (durata ridotta da 60 a 40 minuti!) e come minimo (quasi) mai eseguita – nemmeno qui - con il da-capo dell’esposizione del movimento iniziale.

E però – incredibile! - il Tjek è riuscito a farmela gustare quasi come un piatto prelibato! E per di più senza de-romanticizzarla (si dice così?) né toglierle tutte le scorie decadenti e melliflue di cui è ricoperta. Ecco fin dove può arrivare il carisma! [E domani mattina questo mago sarà al Teatro Gerolamo con le sue… stringhe.]


15 settembre, 2025

Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26 – Tjeknavorian – Buchbinder

Eccoci quindi alla Scala, come ogni metà settembre, per commentare l’apertura della nuova stagione dell’Orchestra Sinfonica di Milano. In un Piermarini affollato come non mai è naturalmente il Direttore musicale a salire sul podio per offrirci un austero quanto classico programma.

Ma è il blasonato Rudolf Buchbinder (quasi 79 ben portati) a presentarsi per primo per proporci alla tastiera la sua visione del monumentale Primo Concerto di Johannes Brahms. Concerto faticosamente e lentamente sfornato dal giovane amburghese come piano-B (Op.15) di quella che avrebbe dovuto essere la sua prima sinfonia, che invece dovrà attendere qualche lustro (Op.68) per vedere finalmente la luce.

In effetti Brahms ideò a 19 anni (1852) una Sonata per due (!) pianoforti, che poi pensò di trasformare in Sinfonia, la qual cosa gli parve ancor più velleitaria, e così più di 7 anni dopo potè a fatica presentare nella sostanziale indifferenza del pubblico il suo Concerto ad Hannover, poi a Lipsia dove ricevette addirittura una sonora disapprovazione. Erano tempi in cui spopolava il puro virtuosismo, di cui era campione un tale Liszt, il cui primo concerto, del 1855, sta proprio agli antipodi di quello di Brahms. Anche per durata: 25 minuti contro 50!

Né più entusiastica fu l’accoglienza degli interpreti alla tastiera: il solista vi spicca abbastanza poco, quasi sempre annegato nella trama del tessuto orchestrale, per di più dovendosene stare per parecchi interminabili minuti fermo ad ascoltare l’orchestra esaurire ben 90 battute introduttive prima di dare la... parola al pianoforte!

Dopodichè il lavoro per il solista non manca di certo: non perché chiamato a virtuosismi da baraccone, ma ad un impegno fisico - non fosse che per la durata del concerto - di quelli davvero gravosi.

Ebbene, questa ben assortita coppia di viennesi sembra aver trovato la quadra per coniugare la seriosa e quasi pedante prosopopea del burbero amburghese con la leggerezza tipica della città degli Strauss! E, come premio per i trionfali applausi, Buchbinder ci ha regalato, per l’appunto, questo suo abituale bis viennese.

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La seconda parte del Concerto – con Buchbinder a godersela, accomodatosi, in borghese, a metà platea - era occupata da un'altra opera che è da sempre nei repertori di ogni orchestra che si rispetti (quindi, ovviamente, anche de laVerdi!): l’esagerata Quinta di Ciajkovski. Che già nel 2014 aveva aperto la stagione qui alla Scala (con Xian Zhang).

Sinfonia che lo stesso Autore ebbe a definire insincera, e infatti retorica, enfasi e affettazione vi abbondano, soprattutto nei due movimenti esterni. Il che finisce per attirare spesso i Direttori nel tranello di interpretazioni sopra le righe, ad operare scelte che sfiorano o cadono nella gigioneria e nel facile esibizionismo, finendo proprio per esaltare l’insincerità di questa partitura.

Il Tjek ha dimostrato ancora una volta la sua grande maturità, evitando quel tranello con una direzione rigorosa e senza cedimenti al Kitsch; un esempio per tutti, una vera cartina di tornasole: le ultime due battute dell’opera, quel protervo ta-ta-ta/tà, che molti suoi colleghi eseguono dilatandolo a dismisura; lui lo ha suonato perfettamente e asciuttamente in tempo…

Ma poi come non restare ammirati dall’espressività che il giovane direttore ha saputo dare ai momenti più ispirati dell’opera. Anche qui mi limito ad un solo esempio, l’attacco dell’Andante cantabile con alcuna licenza, dove il Tiek ha guidato il corno magico di Giuseppe Amatulli, contrappuntato dal clarinetto del grande Fausto Ghiazza, attraverso quella pagina di assoluta poesia.

Un tifo da stadio ha accolto l’ultimo gesto del Direttore, con interminabili ovazioni e applausi ritmati a josa. Insomma, era difficile immaginare miglior preludio alla stagione, che a ottobre entrerà nel vivo in Auditorium, sempre sotto il segno del Tjek!


01 marzo, 2025

Orchestra Sinfonica di Milano - 24-25.18 – Xian Zhang

Atteso ritorno in Largo Mahler per la Direttrice Emerita dell’Orchestra Sinfonica di Milano, che trascorse qui alcuni anni (09-16) assai particolari della sua carriera: inclusa la nascita del suo secondo figlio, che lei si portò dietro dentro anche sul podio fino all’ultimo giorno!

Il brano di apertura serve precisamente per scaldare l’uditorio per ciò che verrà poi, due composizioni fra loro legate dalla stessa paternità russa: Stravinski e Ciajkovski.

Quindi, ascoltiamo dapprima l’Ouverture dalle musiche per Die Weihe des Hauses (op.124) che occupa una posizione assai scomoda nel catalogo beethoveniano, stretta com’è nella stritolante tenaglia di Missa (op.123) e Nona (op.125). E sono anche gli anni delle ultime tre sonate pianistiche e delle variazioni Diabelli!

Il titolo del lavoro è stato tradotto in italiano in modo letterale (La consacrazione della casa) il che porta francamente fuori strada chi non sia informato delle circostanze che ne determinarono la composizione. Chiunque infatti penserebbe subito alla casa nell’accezione di dimora e quindi, in senso lato, di famiglia: quindi immaginerebbe che si tratti della solennizzazione della classica benedizione delle famiglie (a pochi verrebbe in mente di pensare all’inaugurazione di una... ditta!)

Invece Haus in crucco (così come House in albionico) è un termine impiegato (anche) per definire i teatri (es.: Royal Opera House, Opernhaus Zürich); ed è proprio l’inaugurazione di un teatro viennese (Theater in der Josefstadt) che fece arrivare a Beethoven la commissione di musiche di scena per il lavoro teatrale che doveva celebrare l’avvenimento. Per risparmiare tempo e fatica Beethoven propose l’impiego de Le Rovine di Atene (altra musica di circostanza composta 11 anni prima per l’inaugurazione di un teatro tedesco a Pest).  

Alla fine Beethoven si risolse di comporre tre nuovi pezzi (da incastrare nelle Rovine) fra i quali la nuova Ouverture (ironia della sorte, non eseguita all’inaugurazione, perché… non pronta!) Per la quale si dice che l’ispirazione estetico-formale sia venuta a Beethoven da Händel, ed in effetti sentiamo atmosfere da pomposità tipiche delle musiche che il tedesco trapiantato in Albione componeva per i Reali di lassù, ma anche un complesso contrappunto che caratterizza il nucleo della composizione.

Dandole però anche un retrogusto di pedanteria fiamminga, tecnicamente ammirevole ma che, unita alla persistente staticità tonale (DO-SOL e nulla più…) e alle dinamiche fin troppo invadenti, rischia di rendercela, in tutta franchezza, un tantino pesantuccia da digerire.

Ovviamente nulla di cui incolpare l’Orchestra, che ha fatto interamente il suo dovere!   

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Il brano centrale della serata è targato Igor Stravinski: si tratta del suo Divertissement dal balletto (non proprio passato alla storia) Le baiser de la fée. Balletto commissionatogli nel 1928 da Ida Rubinstein, che prendeva spunto dalla fiaba di Andersen La vergine dei ghiacci. 

Per la composizione del quale Stravinski si ispirò apertamente all’Autore dell’opera che chiude la serata: Ciajkovski, al quale la partitura è dedicata:

Nel 1873, proprio lo stesso periodo di creazione della Seconda Sinfonia, Ciajkovski aveva composto, su richiesta del teatro Malyj di Mosca, le musiche di scena (19 numeri per il Prologo e i 4 atti) per la fiaba popolare (messa in versi da Alexander Ostrovski) intitolata La fanciulla di neve. E da queste musiche, e da altre opere giovanili di Ciajkovski, prese spunto Stravinski per il balletto.

Nel 1934 poi Stravinski derivò dall’intero balletto il Divertissement, una specie di Suite che riprende circa il 50% (anche come durata) della musica del balletto:


Balletto
Divertissement
1. Prologo – Ninna-nanna nella tempesta
I. Sinfonia (meno n. 27-39)
2. Una festa al villaggio
II. Danze svizzere (troncato al n. 96)
3. Al mulino –
Passo a due (Entrata-Adagio–Variazione–Coda) –
Scena
III. Scherzo (meno n. 122-130 e 154-155)
IV. Passo a due (Adagio–Variazione–Coda)
(più 14 battute)
4. Epilogo – Berceuse delle dimore eterne
 

Come si vede, c’è un taglio nel Prologo (Sinfonia); un altro al termine della Festa (Danze svizzere); due tagli nella scena Al mulino (Scherzo); il taglio dell’Entrata del Passo a due; un’aggiunta in chiusura del Passo a due per chiudere il Divertissement; omessi quindi la Scena finale del brano 3 e l’intero Epilogo.

Sono 25 minuti di musica accattivante, dello Stravinski che si suol catalogare come neo-classico, ma che qui – grazie ai riferimenti all’amato Ciajkovski – in realtà sconfina ampiamente nel romanticismo. 

Xian però di romantico lascia poco, sottolineando i connotati più jazzistici della partitura, e trascinando il pubblico all’entusiasmo. 

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In chiusura ecco Ciajkovski e la sua Sinfonia n. 2, detta Piccola Russia dal nomignolo (di significato bifronte…) con il quale veniva apostrofata ai suoi tempi l’Ukraina, dove il compositore passò diverse estati e compose proprio questa Sinfonia.

In questo articolo scritto in occasione della precedente esecuzione qui della Sinfonia (sempre con Xian, nel settembre 2014) avevo proposto qualche nota introduttiva di carattere geo-politico sull’Ukraina ai tempi di Ciajkovski, proprio nei giorni in cui il Paese viveva i postumi della crisi (EuroMaidan) che aveva scalzato il Presidente filo-russo Janukovich, sostituito da un governo filo-occidentale, e provocato così la reazione russa culminata nell’annessione della Crimea, dando inizio a 8 anni di guerra civile nel Donbass, culminati nell’invasione russa del febbraio ’22, cui il faro della Meloni – come si è visto proprio ieri sera in mondovisione - proclama di metter fine senza badare all’etichetta…

Per curiosità ho interpellato l’omnisciente Intelligenza Artificiale per sottoporle una bizzarra domanda: Se Ciajkovski fosse vivo oggi, sull'Ukraina starebbe con Putin o con Mattarella? Devo dire che la risposta dell’oracolo (che ci ha dedicato ben 87 secondi del suo preziosissimo tempo!) mi è sembrata interessante, pur se venata da un certo fastidio per la pretesa inconsistenza della domanda, che vorrebbe mettere in relazione fatti e idee di momenti e personaggi storici così lontani e inconfrontabili. Quindi, giustamente, l’oracolo rifiuta di sbilanciarsi, limitandosi a fare ipotesi più o meno generiche.

Ma la cosa che mi sento di condividere totalmente è proprio l’ultimissima conclusione della risposta: Meglio concentrarsi sulla sua (di Ciajkovski, ndr) eredità artistica, che unisce Russia, Ucraina ed Europa.

Bene, non saprei dire se dall’interpretazione della Xian sia emersa precisamente questa eredità artistica, ma di sicuro se ne è potuta apprezzare la freschezza e l’assenza di retorica (rischio che si corre soprattutto nei due movimenti esterni). Come suo costume, la Direttrice sino-americana tende sempre all’essenziale, a prosciugare più che a rimpolpare (lei è nemica dei da-capo, per dire, e anche ieri ha omesso quello della seconda sezione dello Scherzo).

Risultato comunque elettrizzante, grazie ovviamente anche allo stato di grazia dell’Orchestra (mia menzione particolare per il corno di Amatulli nella lunga Introduzione con il tema del Volga). Pubblico folto prodigo di uragani di applausi per l'Orchestra e di ripetute chiamate per la rediviva Xian.


20 febbraio, 2025

Onegin visto da Martone alla Scala.

Dopo quasi 16 anni (luglio 2009, produzione targata Bolshoi, della coppia Cherniakov-Vedernikov) tornano alla Scala le scene liriche di Ciajkovski. Affidate ora alla messinscena di Mario Martone e alla guida musicale di Timur Zangiev (un giovane alano sufficientemente non-putiniano da poter prendere, nel marzo del 2022, il posto del bandito Gergiev per la Dama di Picche).

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Una curiosità che lega l’Opera con la biografia dell’Autore consiste nella palese analogia fra la relazione Tatjana-Onegin e quella fra Ciajkovski e Antonina Ivanovna Miljukova, sua ex-allieva al Conservatorio di Mosca e poi (ma solo per l’anagrafe…) sua moglie.

Entrambe le giovani donne si innamorano perdutamente (e impulsivamente?) di un uomo maturo; entrambe prendono l’iniziativa (inconsueta nel 1820 come nel 1877) di dichiarare apertamente, per lettera, il loro amore all’uomo. 

Prima domanda: c’è un qualche nesso causa-effetto fra la composizione dell’Onegin e la relazione del compositore con la ex-allieva? La prima lettera di Antonina precede o segue la composizione (che iniziò proprio con la scena della lettera di Tatjana?)

E poi: Ciajkovski aveva verso l’altro sesso una totale preclusione (sia pure di natura antipodica rispetto a quella di Onegin: attitudine congenita, la sua, vs rifiuto da sazietà, quella del personaggio dell’opera) e in un primo momento tenne verso le avances di Antonina lo stesso comportamento di Onegin verso Tatjana: un fermo, sia pur cortese, rifiuto. Ma poi cambiò quasi subito atteggiamento nei confronti della giovane, decidendo di accontentarne i desideri di matrimonio.

Senza però modificare in nulla le sue attitudini, e promettendole quindi un amore non più che fraterno (o paterno). Per quale motivo? Per provare a sfruttare quell’occasione per tacitare le dicerie su di lui e – almeno nella forma - rientrare nella normalità? O per evitare, chissà, di doversi pentire in futuro (proprio come Onegin) di un rifiuto senza appello?

Sta di fatto che questa vicenda umana assunse aspetti di miserevole prosaicità, arrivando persino a minacciare la salute, e come minimo la creatività del compositore (che venne salvato dalla provvidenziale presenza della vonMeck) oltre che a rovinare l’esistenza della donna.

E a queste differenze fra arte(-finzione) e realtà prova a rispondere persino l’oracolo-IA.

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Torniamo ora all’opera… Partendo dall’interpretazione del soggetto datane dal regista. Cha sceglie un approccio abbastanza minimalista per le scene (di Margherita Palli) e l’ambientazione dei tre atti: nel primo, mettendo al centro la natura, la sterminata steppa russa, rappresentata da campi di grano da poco mietuto e da una semplice casupola ingombra di cataste di libri (la camera di Tatjana…); nel secondo (l’onomastico della deuteragonista) una specie di arena con tribunetta, spazio-barbecue e altre cataste di libri, qui come infilati su grossi spiedi, che alla fine infausta della festa verranno inghiottiti dalle fiamme; nel terzo un velo rosso a chiudere la scena, poi solo lampadari e poi… praticamente nulla, ad evocare evidentemente il totale vuoto esistenziale che si crea attorno ai due protagonisti del dramma.

Costumi (di Ursula Patzak) della moderna attualità, peraltro senza esagerare in orpelli ridicoli (per dire… le cuffie che indossa Tatjana all’inizio del primo atto sono quelle insonorizzanti - niente smartphone! - che le servono a isolarsi dalla cagnara circostante per leggere il suo libro in pace).     

Le luci di Pasquale Mari seguono il precipitare degli eventi: dal solare chiarore estivo dello sbocciare dell’amore, al cupo inverno della tragedia, alle silhouette del ballo finale per finire al buio totale dello scioglimento del dramma. Daniela Schiavone cura le coreografie, tendenzialmente caotiche, presenti nelle scene di varia umanità dei primi due atti e (solo per la scozzese) del terzo. Di Alessandro Papa sono le proiezioni video, limitate allo sfondo ambientale.

Qualche trovata sopra le righe non manca (per giustificare la… parcella del regista): l’arrivo, per la festa di Tatjana, di un plotone di soldati; il duello trasformato in roulette russa, con presenza interessata di allibratori e scommettitori; la decisione di far suonare la polonaise a sipario chiuso (per riempire il secondo intervallo e coprire il cambio-scena?)     

Tutto sommato efficace la recitazione dei singoli, qualche caduta di stile, come anticipato, in quella delle masse corali.

Tirando le somme: una messinscena forse animata dal desiderio di dire qualcosa di nuovo senza però stravolgere il soggetto dell’opera; insomma: non deludere troppo i passatisti (che vorrebbero vedere il gran ballo a palazzo Gremin) e, sull’altro fronte, gli amanti della de-strutturazione e della ri-ambientazione del soggetto (che so, conoscendo Martone, inventando Onegin e Lensky come due picciotti che finiscono per contendersi a colpi di lupara la zoccola di passaggio…)

Come è finita? Un autentico disastro! Materializzatosi in un uragano di buh – già uditi al termine della polonaise (per l’astinenza da ballo?) - sceso dal secondo loggione a coprire l’ingresso sul palco del team del regista! Per la cronaca, accompagnato da un sottofondo di applausi della maggior parte del pubblico.

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Buone, ma non strabilianti, notizie dal fronte musicale, a partire dal Direttore, che evidentemente ha questa musica nel DNA, ed ha guidato l’Orchestra scaligera in gran forma ad una prestazione apprezzabile che, a mio avviso almeno, ha adeguatamente servito lo spirito – appunto – lirico della partitura.

A partire dalla delicatezza dei temi di carattere intimo e romantico; e poi alle pene d’amore di Tatjana, agli slanci vibranti di Lensky, o ai patetici ricordi di Larina e Filippevna, al cinismo di Onegin, alla sfrontatezza e ingenuità di Olga, alle leziosità di Triquet e al senile appagamento di Gremin. Qualche eccesso di decibel ha creato un paio (non più) di problemi alle voci, ma si può perdonare, in una prima.

Trascinanti anche le esecuzioni dei famosi brani a piena orchestra, il walzer e la mazurka del second’atto e la polonaise e la scozzese del terzo. [A proposito, qui la polonaise è mutilata – ma è cosa assai frequente e prevista comunque come opzione in partitura – delle 8 battute nella prima esposizione della sezione principale].

Sempre all’altezza il Coro di Alberto Malazzi, che qui ha un ruolo di primo piano, pur in assenza di scene da grand-opéra.

Alexey Markov è un Onegin scenicamente a posto, mentre la voce (per i miei gusti) manca un po’ di brillantezza e di varietà di accenti. Meglio di lui la sua bistrattata Tatjana, Aida Garifullina, che ha sfoggiato bella voce da soprano lirico (mai troppo impegnata da Ciajkovski negli acuti, salvo proprio il SI finale) e ha retto da par suo la massacrante e interminabile aria della lettera.

Il mattatore della serata è stato il Lensky di Dmitry Korchak, da qualche tempo sbarcato alla Scala (da Pesaro) e divenutone ormai un beniamino. Le sue due arie (in particolare quella famosa che precede il duello) sono state lungamente applaudite.

Bene Dmitry Ulyanov, un Gremin nobile ed accorato nella sua patetica esternazione sull’amore che non ha limiti… stagionali e simpatico il Triquet di Yaroslav Abaimov, il cui siparietto anima la festa per Tatjana.

Elmina Hasan (Olga), Alisa Kolosova (Larina, che pare all’aspetto la sorella minore delle sue figlie!), Julia Gertseva (una premurosa Filippevna) hanno dignitosamente fatto la loro parte. Come Huan Hong Li (Capitano) e Oleg Budaratskiy (Zeresky).

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Come detto, applausi per tutti (Korchak in testa, con Zangiev) e aperte contestazioni a Martone. Personalmente approvo pienamente i primi e trovo francamente esagerate le seconde…