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21 agosto, 2026

ROF-2026 live.1.2.3.

Post cumulativo delle tre opere principali in cartellone.

18 agosto 2026

Le siège de Corinthe

Eccomi, dunque, a commentare l’opera che rappresenta la punta di diamante dell’Edizione n°47 del Festival, di cui ieri è andata in scena, all’Auditorium Scavolini, la terza delle quattro recite in cartellone.

Senza offesa per la parte musicale, do la precedenza alla nuova messinscena affidata a Davide Livermore, ormai veterano di allestimenti al ROF (il primo fu Demetrio&Polibio nell’ormai lontano 2010…)

Comincio col dire che far meglio del Padrissa-2017 era un gioco da ragazzi, stante la sconfortante povertà dell’idea registica dell’esponente della Fura dels Baus.

Tuttavia devo purtroppo segnalare che Livermore non ha per nulla vinto la sfida per distacco, ma anzi ha faticato a raggiungere (ai miei occhi) la sufficienza.

Il Konzept (per dirla nel linguaggio crucco del Regieteather) di Livermore non sarebbe per nulla scandaloso, anche se un filino complicato da decifrare. Ora: la realtà storica del 1826, con la quale si dovette confrontare Rossini, vedeva Parigi esaltarsi per l’eroica resistenza greca (Missolungi, proprio in quei giorni) contro gli invasori ottomani. E il libretto del Siège tratta della resistenza dei greci del 1459 contro l’invasore ottomano Mohamed, alimentata dal proposito di rinverdire i fasti greci di 2000 anni prima (le mitiche battaglie contro i persiani, con allusioni a Maratona, a Leonidas, alle Termopili, etc.)

Fin qui, tutto bene: l’enorme armadio che si apre nel primo atto, dal quale fanno capolino un’enorme statua muliebre e un ammasso di resti di un tempio, ci dà l’idea dei greci del 1459 che riscoprono le vestigia e i ruderi della loro millenaria civiltà.

Ma ora nasce il problema di fondo del Konzept di Livermore. Stabilito che siamo nel 1459 con Corinto alle prese con Mohamed, dovremmo aspettarci matematicamente di vedere subito dopo il detto Mohamed, turco islamico reduce dalla conquista di Bisanzio e pronto a conquistare Corinto.

Ma la scena viene invece popolata da gente dei nostri giorni, dotata di ogni diavoleria contemporanea (smartphone in primis, ovviamente). Il condottiero ottomano è proprio Mohamed, ma abbigliato (alla moda) come ogni riccastro o mafioso, con tutto il seguito di supporter e armati, tutti in abiti bianchi. Chi sono costoro?

La realtà di oggi suggerirebbe subito un nome: Erdogan & soci! [Non certo un Ayatollah con Pasdaran al seguito!] Stando a Capi di Stato che perseguono obiettivi imperialistici, potremmo pensare a Trump, Netanyahu, Putin, Xi, Kim, …    

Un curioso dettaglio – che nessuno fra i recensori togati sembra aver sottolineato – è rappresentato dal mimo (in abiti moderni!) che imperversa (prevalentemente sul bordo destro della scena) in atteggiamenti ora rancorosi (si mangia, sputandole, le unghie), ora incivili (si toglie una scarpa, poi il calzino, che annusa per poi gettarlo via, prima di rimettersi la scarpa), ora sarcastici, con gesti e smorfie al telefono, che dovrebbe rappresentare… l’essenza della nostra putrida società?    

Insomma, che ci vuol trasmettere il regista? A dispetto dello spettacolo (molto fumo e poco arrosto, peraltro) forse un generico messaggio distopico e nichilista, della serie: questo mondo è avviato sulla strada dell’auto-distruzione? Mah, se è così, è un messaggio plausibile, ma del tutto gratuito (della serie: prima o poi, dobbiamo morire…) Di sicuro non è ciò che Rossini e i suoi librettisti ci volevano trasmettere!

E ciò basta a dare il pollice-verso a questa proposta. A maggior ragione a fronte della decisione, invero incivile e rancorosa, del team registico di non presentarsi alla fine per ricevere il verdetto del pubblico!

Per fortuna le cose sono andate assai bene sul fronte musicale, che a me personalmente ha soddisfatto (come già nella ripresa radiofonica). Rizzi sempre in controllo dell’Orchestra bolognese (qualche eccesso bandistico si può perdonare); il Coro di Pasquale Veleno in grande evidenza; la Berzhanskaya sugli scudi, insieme a Maxim Mironov (i più applauditi alla fine).

Piacevole conferma dalla bravissima Anna-Doris Capitelli, mentre il Mohamed di Adrian Sâmpetrean merita ampia sufficienza, con l’auspicio che ciò lo spinga ancora a migliorarsi.

Detto che mi aspettavo di più dal Cléomène di Matteo Roma, confermo l’apprezzamento per Simòn Orfila e per gli altri due interpreti (Giuseppe De Luca, Omar, e Tianxuefei Sun, Adraste).

Ultima nota di perplessità: auditorium Scavolini con evidenti vuoti.  

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20 agosto 2026

La scala di seta

Il mio secondo appuntamento è nella bomboniera del Teatro Rossini, per la terza recita de La scala di seta, che per la settima volta si rappresenta al ROF e per le ultime tre (2009, 11 e 26) si è avvalsa dell’allestimento di Damiano Michieletto.

Della quale proposta non esito a reiterare le lodi e a constatare come, a 17 anni di distanza, ancora mantenga intatta tutta la sua freschezza e godibilità. Ciò vale per l’idea geniale di mostrarci costantemente l’ambiente domestico dove si svolge la farsa (gli specchi che riflettono la planimetria dell’appartamento ma anche l’esterno, con il balcone da cui vi si accede mediante… lenzuolone) e per l’invenzione delle tante gag, tutte realizzate con stile, gusto ed equilibrio, anche quando sono graffianti, allusive o provocatorie: insomma calate in pieno nello spirito leggero e disimpegnato del soggetto originale della farsa.

E poi, la gestione attoriale dei personaggi, dove fa spicco la trasformazione di Lucilla da segretaria acida (per mancanza di… manico?) in una bomba sexy assatanata. A proposito di personaggi, ha spopolato (come prevedibile) la personalità straripante di Paolo Bordogna, veterano del ROF e assoluto protagonista delle tre edizioni michielettiane, nei panni del vanesio servitore di casa che in realtà diventa l’effettivo motore di tutta l’azione.

Per lui un autentico trionfo finale. Che ha comunque accomunato tutti i protagonisti dello spettacolo, a partire dalle voci, su cui hanno spiccato quelle dei due amanti segreti, Hasmik Torosyan e Alasdair Kent, voci ben impostate, acuti mai sforzati. Iurii Samoilov era il velleitario Blansac, che se l’è cavata discretamente, non avendo potuto disporre (scelta, peraltro, da approvare) dell’aria di baule (Alle voci dell’amore) che Alberto Zedda aveva regalato al basso nelle due passate edizioni. Bene anche l’ormai navigato Enrico Iviglia (un efficace Dormont) e la citata Lucilla della promettente Mara Gaudenzi.

Ivàn Lòpez-Reynoso ha diretto con brio e speditezza di tempi l’Orchestra del Comunale di Bologna, calorosamente applaudita dopo l’esecuzione della famosa Sinfonia. Gesto sobrio ed efficace negli attacchi, apprezzabile il suo supporto alle voci, così come la brillante concertazione dei numeri d’insieme che chiudono le due parti dell’opera. Davvero inspiegabili (per me) ed immeritati i tre isolati buh piovutigli in testa dall’alto dei palchi all’uscita finale.

Per il resto e come detto, pubblico entusiasta e prodigo di applausi e ovazioni per tutti.

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21 agosto 2026

L’occasione fa il ladro.

Pesaro ancora affollata da gente che per i 2/3 arriva dai più sperduti angoli del mondo per godersi questo Rossini. E dove si può incontrare il più famoso musicista pesarese dopo Rossini mentre si aggira nei pressi del teatro, in bicicletta e in tenuta balneare.

Teatro non proprio esaurito, ma quasi, e pubblico reattivo e intento a non perdersi nulla dello spettacolo. Che è poi ancora quello - davvero da museo, nel senso più alto del termine – ideato nella preistoria del ROF (1987) dal sommo Jean-Pierre Ponnelle e poi riproposto a più riprese da Sonja Frisell. E che non ci si annoia mai di rivedere, proprio come accade alla Scala di seta michielettiana, della quale condivide l’approccio leggero e allusivo, ma senza mai scadere nel triviale o nel grossolano, pur impiegando mezzi assai diversi, a partire dalle scene, che Michieletto ci presenta in modo assolutamente statico, facendole animare dal grande specchio sovrastante, mentre Ponnelle al contrario inventa continue mutazioni, impiegando pareti di tessuto dipinto e argani che permettono di muoverle e spostarle a seconda delle esigenze del libretto. E dando a Martino (Giuseppe Toia, esordiente al ROF) il ruolo di regista in scena, fin dal suo ingresso dalla platea per distribuire partitura e parti.   

La ripresa radiofonica della prima aveva portato buone notizie sul fronte dei suoni e questa dal vivo le ha in buona parte confermate. A partire dalla solida direzione di Alessandro Bonato e dalla risposta convincente della Sinfonica Rossini, potenziata dai due maestri al continuo, essenziali in questa partitura: Giulio Zappa al (bellissimo) fortepiano e Jacopo Muratori al cello.

La bella Damiana Mizzi ha sciorinato la sua voce acuta e penetrante, robusta nella parte bassa della tessitura ma capace poi di svettare nei concertati e di inerpicarsi senza difficoltà su su, fino al MIb. Martiniana Antonie ha confermato le sue qualità di mezzo messe al servizio dello sbarazzino e intraprendente personaggio di Ernestina.

Il pesarese Matteo Mancini (l’inaffidabile Don Parmenione) dopo questo esordio è sulla buona strada per diventare un buffo degno della miglior tradizione rossiniana.

Altra bella conferma è Il tenorino bresciano Dave Monaco, capace di svettare con acuti squillanti e autore di una prestazione che ha avuto il suo culmine nell’aria D'ogni più sacro impegno. Così come apprezzabile è stato l’altro tenore leggero, lo Zio Eusebio di Manuel Amati, ormai più che un esordiente qui e che è ormai più che una promessa.

Ai complimenti per le qualità registiche, per Giuseppe Toia vanno aggiunti quelli per la prestazione canora, culminata nell’aria Il mio padrone è un uomo

Alla fine, consensi, applausi e ovazioni per tutti quanti. All’uscita della platea, Michele dall’Ongaro, da quest’anno padrone di casa, distribuiva sorrisi a tutti, evidentemente compiaciuto per i risultati di questo suo primo Festival. Che però non finisce qui…

02 aprile, 2026

Alla Scala è tornata la Turandot dei centenari.

A nemmeno due anni di distanza (25 giugno ’24) la Turandot targata Livermore è tornata al Piermarini: allora si trattava della ricorrenza dei 100 anni dalla morte di Puccini, oggi di quella di un secolo dalla prima assoluta, diretta, proprio qui alla Scala, da Toscanini.

Da quando i completamenti del finale si sono moltiplicati (dopo quello originale di Alfano-Toscanini) la curiosità che desta ogni volta l’offerta di questo estremo lascito pucciniano riguarda appunto la conclusione, che l’Autore non fece in tempo (ma probabilmente non riuscì proprio, per quanti sforzi avesse fatto) a comporre. Quindi ci si domanda se verrà proposta quella di Alfano (1 o 2?) o quella di Berio o altre importate dall’estero. La Scala, salvo alla prima di Toscanini (interrotta dopo la scena della morte di Liù) aveva sempre presentato la versione Alfano 2 (risultato di emendamenti e tagli operati da Toscanini alla 1). Poi, nel 2015, ci aveva propinato la versione Berio per tornare, nel ’24, a quella di Alfano, che viene comprensibilmente riproposta anche in questa stagione.

Sulle problematiche connesse al finale ho già riassunto la mia opinione e non sto qui a ripeterla… anzi no, la ripeto: chiudere l’opera come la chiuse Toscanini alla prima! E ieri la Scala, nel centenario di quella prima, ha perso proprio questa ghiotta occasione: salvo la rinuncia alla fiaccolata (sulla scena e in teatro) in omaggio a Puccini, la rappresentazione è continuata proprio come due anni orsono.

Fra l’altro anche l’accuratezza dell’edizione del libretto lascia assai a desiderare: nel 2024 sia il testo pubblicato sul sito web che quello incluso nel programma di sala cartaceo contenevano un marchiano errore, proprio relativo alla versione del finale, laddove si leggeva - sulla copertina e nella nota a piè della pagina incriminata (passaggio da Puccini ad Alfano) - trattarsi della versione Alfano, mentre il contenuto era quello della versione Berio (2015). Quest’anno il libretto sul sito web è ancora quello errato del 2024, mentre nel programma di sala cartaceo è stata inclusa (cosa in sé interessante) la copia fotostatica del libretto pubblicato da Ricordi proprio in occasione della prima del 1926. Che però presenta a sua volta alcune (magari piccole) differenze da quello cantato, allora e oggi… 

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Sull’allestimento mi limito a rimandare il lettore ai miei commenti di allora, confermando quanto di buono avevo trovato in questa regia, che non è per nulla… invecchiata.

Note più che discrete anche dal fronte dei suoni.

Nicola Luisotti ha guidato un’Orchestra in gran forma, tenendo tempi mediamente spediti, senza cadute di tensione, e dinamiche ben calibrate a sottolineare le tante sfaccettature (dal tragico al comico, dal patetico al grottesco) che costellano questa difficile partitura.

Sempre di alto livello la prestazione del Coro di Alberto Malazzi, che in queste occasioni può dispiegare al meglio la sua capacità di dare vita ai più diversi atteggiamenti del popolo, che ha un ruolo prominente in quest’opera.

Buone o ottime notizie dalle voci, a partire da quelle delle due donne protagoniste del dramma, così abissalmente diverse per natura e sentimenti: mii unisco al pubblico nel citare per prima Mariangela Sicilia, una Liù invero eccellente per emissione dei suoni e per qualità attoriali. Insieme a lei ha trionfato Anna Pirozzi, una Turandot proprio cattiva (anche fin troppo, dopo lo… sgelamento): voce imponente, penetrante e senza la minima sbavatura.

Roberto Alagna (che finalmente tornava a recitare Calaf, dopo aver dovuto disertare le sue recite previste nel 2024…) ha mostrato qualche (inevitabile?) appannamento dell’emissione, ma ha saputo sopperirvi con mestiere e il pubblico ha accolto positivamente la sua prestazione.

Riccardo Zanellato ha proficuamente messo la sua lunga esperienza al servizio del patetico personaggio di Timur, mentre Gregory Bonfatti ha onestamente impersonato l’Imperatore, che Livermore trasforma in un ospite di RSA (d’altronde ha vita millenaria…)

Più che onorevoli le prestazioni dei tre P (Biagio Pizzuti - Paolo Antognetti - Francesco Pittari) e dignitose quelle del Mandarino Alberto Petricca e delle due Ancelle Silvia Spruzzola e Vittoria Vimercati, superstiti del 2024 come Haiyang Guo (che canta ben due note!)

Pubblico (da tutto-esaurito) assai prodigo di applausi e ovazioni per tutti, compreso il team registico, la cui guida è stata da Livermore ceduta per l’occasione a Laura Galmarini.


16 marzo, 2025

Una lunga Tosca alla Scala.

Ci sono più intervalli che opera… Così una signora di prima galleria dopo i 50’ di sosta fra il primo e il second’atto (guai non meglio precisati nel cambio-scena).

A poco più di 5 anni di distanza è tornata alla Scala la produzione (Santambrogio 2019) affidata per l’allestimento a Davide Livermore, che però è come Paganini, non ripete, e quindi cede il testimone ad Alessandra Premoli.

[Qui le mie note critiche di allora; e qui invece, qualche mia elucubrazione… filologica sull’opera; e infine un parere sulla drammaturgia di Tosca, assolutamente politically-correct, dell’omnisciente IA.]

Oggi cambia il Direttore (Gamba subentra a Chailly) mentre nel cast restano, almeno per qualche recita, due dei personaggi chiave: Meli e Salsi, più il simpatico Spoletta di Bosi.    

Le mie perplessità sulla messinscena espresse allora ovviamente rimangono tali (non essendo io un personaggio politico, non ho la necessità di ribaltarle a seconda del ruolo in parlamento…)

Quindi mi limiterò a qualche considerazione sul fronte musicale. Anticipando che il pubblico (gallerie, quanto meno) si è ampiamente diviso fra applausi e contestazioni. Che hanno colpito Francesco Meli, fin dalla Recondita armonia e poi – assai più accese – dopo il Lucevan le stelle. Contestazioni che non mi sento di condannare del tutto, poiché all’apprezzabile livello dell’espressione non sempre ha corrisposto lo smalto della voce, tutt’altro che impeccabile.

Ma persino Salsi ha avuto alla fine qualche dissenso, personalmente non condiviso. Chiara Isotton è stata una Tosca più che positiva: voce corposa, calda e sempre ben impostata, non ha fatto troppo rimpiangere la Netrebko del 2019.

Bene il Sagrestano di Marco Filippo Romano e il veterano Carlo Bosi come Spoletta. Un po’ al di sotto Costantino Fiorucci (Sciarrone) e un cavernoso Huanhong LI (Angelotti). Gli accademici Xhieldo Hyseni (Carceriere) e la piccola Anastasia Fazio (Pastore) all’altezza dei compiti.

Detto del coro di Malazzi, sempre in gran forma, chiudo su Gamba, a sua volta oggetto di qualche dissenso, in mezzo a convinti applausi. Personalmente gli rimprovero solo qualche eccesso di bandismo, che in un paio di occasioni ha finito per coprire le voci.

Alla fine, nessuna uscita singola a sipario chiuso (…) Insomma, una ripresa di questa produzione non proprio entusiasmante, ecco.

26 giugno, 2024

Il funerale di Puccini secondo Livermore

Ieri sera il Piermarini ha ospitato la prima del nuovo allestimento di Turandot, firmato dalla coppia Davide Livermore / Michele Gamba.

Sul piano dei contenuti del soggetto (libretto e musica) si tratta di un prudente, conservativo ritorno alla normalità, che garantisce l’alto gradimento del vasto pubblico: Alfano-Toscanini, tanto per intenderci, salvo che il libretto, pubblicato sul programma di sala e in Internet, è quello – udite, udite – con il testo del finale di Berio!!! [Ah, scherzi del cut&paste, fatto dall'edizione del 2015 anziché da quella del 2011…]

In ogni caso, ingressi esauriti per tutte le sette recite!

Vengo subito all’allestimento di Livermore. Partendo proprio dal… trapasso. Quello di Liù, che coincide con quello da... Puccini ad Alfano. Il regista ha interpretato a suo modo la ricorrenza dei 100 anni dalla morte del Maestro coinvolgendo l’intero teatro (masse interpreti della produzione e il pubblico in sala) in una cerimonia commemorativa che ha sospeso la rappresentazione per un minuto di raccoglimento, con mezze luci in sala, e minuscoli lumini elettrici di cui sono stati dotati anche gli spettatori.

Sopra il palco era calata un’enorme immagine a mezzo busto (del tipo di quelle che si incastonano sulle lapidi funerarie) di Puccini, recante la scritta delle poche parole pronunciate da Toscanini il 25 aprile 1926 in occasione della prima, dopo aver deposto la bacchetta e chiuso così quella storica recita.

E francamente avrebbe potuto essere la conclusione (da condividersi) anche della serata di ieri… ma evidentemente i contratti con l’editore (Ricordi) prevedono anche uno dei due finali posticci (Alfano o Berio) e quindi la recita è ripresa con Alfano-II. Ma anche con una geniale sorpresa che Livermore ci ha offerto, e di cui scriverò tra poco.

Il regista si è attenuto strettamente al soggetto della fiaba, senza minimamente inquinarlo con personali iniziative, ma interpretandolo con un magniloquente approccio che definirei da versione 2.0 di un de Ana o di uno Zeffirelli.

Le scene (sue e di Eleonora Peronetti e Paolo Gep Cucco) ci mostrano le due facce di Pechino: quella del degrado degli slum dove vive il popolo, un verminaio di esseri perennemente in agitazione, nella quasi oscurità e vestiti di cenci dalle cento sfumature di… nero; e quello, opulento e sfarzoso, della città proibita, con luci (Antonio Castro) sfavillanti, costumi (di Mariana Fracasso) preziosi ed eleganti e cortigiani rigidamente inquadrati in schiere militaresche, tipo il famoso esercito di terracotta, per intenderci.

E poi una serie di oggetti dalla simbologia più o meno chiara, come l’enorme sfera che scende sulla scena; o i riferimenti agli enigmi (tre gabbiani meccanici che svolazzano fissati sulla punta di aste portate in giro da ragazzi, o i tre principini in erba che accompagnano le altrettante fasi della tenzone di sapienza); e poi la sagoma di un bianco cavallo (animato da tre figuranti) che irrompe sula scena prima e dopo gli enigmi, forse a rappresentare l’attitudine di Calaf all’avventura…     

Il tutto accompagnato da immagini video (D-WOK) proiettate sullo sfondo o all’interno della sfera di cui sopra.

Infine Livermore fa comparire in scena il povero Principino di Persia che la folla fin da subito si diverte a bistrattare in ogni modo, umiliandolo e bullizzandolo fino a lasciarlo proprio nudo come un verme, forse a punirne le ingenue velleità… Ma soprattutto ci mostra – e qui mi ricollego al finale – la rinsecchita figura dell’ava Lo-u-Ling, che incombe dietro alla pronipotina a ricordarci la causa del formarsi della gelida personalità di Turandot.

Ebbene, nella scena finale del duetto Calaf-Turandot la trisavola si frappone continuamente tra i due, come per difendere la pronipote dagli assalti di Calaf. Ma poi, ecco la grande trovata di Livermore, che avrebbe potuto persino dare a Puccini l’idea giusta per chiudere lui stesso l’opera in modo conveniente. Invece dell’ultimo assalto – con prosaico bacio - al corpo di Turandot, ecco che Calaf si dirige sull’antica progenitrice e la fa oggetto di un toccante gesto di comprensione, quasi a voler riparare il tremendo torto da lei subito in gioventù.

E così ecco che lo sgelamento di Turandot si giustifica con la parallela presa di coscienza di Calaf! [Tanto di cappello al regista!]  

Aggiungerò un altro paio di idee registiche che mi sembrano degne di nota, perché rivelano qualcosa della natura di due personaggi: il pugnale con cui Liù si ferisce non viene strappato ad un soldato, ma dalle mani di… Calaf! E l’Imperatore Altoum ci viene presentato nei panni – anche materiali - di un innocuo e rassegnato ospite di una RSA!

Ecco, uno spettacolo di gran livello, dove magari è la forma a prevalere, ma dove anche la sostanza non solo non viene adulterata (come troppo spesso accade) ma addirittura nobilitata.
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Michele Gamba (subentrato al designato Harding) conferma le sue buone attitudini per l’opera, già emerse in precedenza qui alla Scala (Foscari, Elisir, Rigoletto). La sua dimestichezza con la musica contemporanea evidentemente lo aiuta a mettere in risalto le molte modernità della musica di Turandot, assai innovativa anche rispetto allo stesso Puccini delle opere precedenti.

L’orchestra è stata praticamente perfetta, ricreando a meraviglia tutte le atmosfere fiabesche, crude, liriche e drammatiche che caratterizzano la partitura.

E il Coro di Malazzi è stato se possibile ancor più sontuoso del suo solito: in quest’opera trova effettivamente il terreno sul quale dispiegare tutta la sua forza e il suo proverbiale affiatamento.

Di Anna Netrebko mi sento paradossalmente di dire che canti fin troppo bene per abbassarsi ai panni di questa cattivona (!) La sua è stata una prestazione di assoluta eccellenza. Come lo sarebbe forse ancor più se lei vestisse i panni del tritagonista (come quio qui).

La quale Liù è invece la casertana Rosa Feola, che non è (ancora?) la… divina Anna, ma insomma mi pare se la sia cavata – e proprio nelle due arie di cui sopra - più che dignitosamente.

Yusif Eyvazov non ha cambiato (…ehm) i connotati al timbro di voce, il che perpetua la sua qualità meno nobile, ecco. Peccato, perché per il resto nulla gli manca come potenza ed espressività.

Più che discreto il Timur di Vitalij Kowaljow, bel vocione potente ed efficace presenza scenica. Raúl Giménez è stato a sua volta – anche grazie al regista - un patetico Imperatore.

I tre piccoli porcellin alti funzionari statali: Ping (Sung-Hwan Damien Park) Pang (Chuan Wang) e Pong (Jinxu Xiahou) han fatto più che dignitosamente la loro parte, tutt’altro che secondaria, in specie il primo nei suoi patetici ricordi dell’Honan.

Oneste le prove del Mandarino (Adriano Gramigni) e delle due ancelle (Silvia Spruzzola e Vittoria Vimercati.)

Haiyang Guo è il tenore che ha in assoluto la parte più massacrante in tutta la storia del melodramma; dovendo cantare – oltretutto da dietro le quinte (altrimenti ieri sera avrebbe dovuto apparire in pubblico tutto nudo!) - nientemeno che questo:

Beh, ecco: ha superato di slancio l’impervio ostacolo!
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In definitiva: una proposta accolta trionfalmente dal pubblico, con lunghe ovazioni e consensi per tutti, con punte – ça va sans dire – per la divina Anna. Da non perdere!
   

22 giugno, 2024

Arriva alla Scala la Principessa congelata di Livermore.


Introduco l’argomento in modo semiserio con il segnalare un concettuoso contorto intervento su Puccini di tale Giovanni Giammarino, Direttore d'orchestra poi datosi all’ippica alla gastronomia.
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Il redivivo Davide Livermore guida una nuova produzione scaligera: Turandot, che ritorna in Scala dopo 9 anni dalla precedente, che presentava come novità – voluta da Chailly - il finale di Luciano Beriouno dei cinque (almeno) esistenti.

Oggi, con Michele Gamba sul podio, si ripropone l’antico – quanto controverso - finale di Franco Alfano(-Toscanini). Quindi, questa sarà una Turandot tradizionale, nel senso di statisticamente più eseguita. Gli altri finali sono di rara proposta: a parte la Scala, si va da qualche intraprendente Festival a iniziative più o meno estemporanee.

Che si continui a presentare prevalentemente il finale posticcio e abborracciato di Alfano-Toscanini (conseguenza, del resto, della totale inconsistenza del libretto) è cosa spiegabile soltanto con il degrado della nostra civiltà: il pubblico pagante – oggi cinese in quota rilevante, guarda caso - pretende il lieto fine (ma sarebbe altrettanto contento di un finale macabro, con Calaf decapitato dalla glaciale principessa) e va perciò accontentato, a costo di rigirare per la millesima volta il coltello nella polvere del povero Giacomo. E dire che ci sarebbe invece una versione che metterebbe tutti (o quasi…) d’accordo!   

Le versioni (ad oggi esistenti) del finale.

Oltre a quella presentata qui oggi (la Alfano-II, rivista e soprattutto barbaramente tagliata da Toscanini) esiste la Alfano-I, l’originale proposta del compositore partenopeo, di circa 6’ più lunga.

Poi ci sono due versioni straniere: quella della zelante americana Janet Maguire (mai registrata, per quanto se ne sa) e quella più recente del cinese Hao Weiya, che fa solo piccole modifiche al libretto di Adami-Simoni.

Infine - in fiduciosa attesa di una nuova commissione aggiudicata al nostro grande Mozart contemporaneo (Giovanni Allevi) o, più seriamente, a qualcuno che provi almeno a mettersi nei panni (postumi) di uno Zandonai o di un Ravel, da molte parti indicati come i musicisti più adeguati a compiere l’impresa – esiste appunto la versione commissionata da Ricordi (copyright owner…) a Luciano Berio (2000) inaugurata da Chailly nel 2001 e dallo stesso incisa con laVerdi nel 2004 (da 7’33”) e infine portata qui al Piermarini nel 2015. Versione che comporta interventi non da poco sul testo originale.

Alla base di tutte queste versioni esiste un materiale autenticamente pucciniano, consistente in 30 schizzi/appunti lasciati dal compositore sul comodino del letto di morte, a Bruxelles (Institut du Radium). E sul foglio n°17 Puccini vergò due criptiche parole: …poi Tristano…

Cosa è accaduto prima del finale.

Riassumo brevemente i fatti succedutisi fino alla morte di Liù.

Dunque: Turandot, per 2 atti e mezzo su 3 (i 5/6 dell’opera!) ci appare come una donna (anzi, una ragazzina) fondamentalmente e congenitamente cattiva. Nel primo atto non canta una sola sillaba, ma il suo pollice verso nei confronti del principino di Persia ci basta ed avanza per inquadrarne la sbifida personalità.

Nel second’atto perde la tenzone di sapienza con Calaf e, invece di accettarne il verdetto e le relative conseguenze, magari adducendo la solita, ipocrita scusa: lo faccio per dio, non per piacer mio, va a piagnucolare dal padre, reclamando l’annullamento della prova! Sbeffeggia a tal punto il vincitore Calaf da ottenerne, perso per perso, una prova d’appello (la scoperta della di lui identità).

Nel terzo atto la carognaggine della principessa rasenta addirittura l’efferatezza, allorquando Turandot emana un editto che impone a tutti i suoi sudditi – pena la morte, quisquilie! - di scoprire per lei il nome del principe. E come alternativa i tre porcellini offrono a Calaf escort in quantità industriale, per cercare (inutilmente) di convincerlo a rinunciare al meritato trofeo.

Ebbene, dopo che ha dovuto constatare il proprio completo fallimento, la nostra simpaticona assiste al sacrificio di Liù (scena che muoverebbe a pietà persino un tagliagole dell’ISIS!) e invece di aprire gli occhi sulla realtà e sulla forza dell’Amore (col che il quadro finale avrebbe sì, allora, una sua piena e nobile giustificazione) rimane ancora e sempre impassibile e sprezzante (statuaria, senza un gesto né un movimento) al punto tale che lo stesso innamorato pazzo Calaf le si avventa contro apostrofandola con Principessa di morte! Principessa di gelo!

Però, attenzione: non è che l’attitudine del maschio Calaf verso di lei sia tanto più commendevole. Lui, di fatto, gioca ad una particolare specie di riffa, dove in palio non c’è un oggetto, ma appunto una donna-oggetto (succede ancora oggi in qualche quartiere del vizio che il palio di una riffa sia una prostituta…) Avendo vinto, esige il possesso dell’oggetto in palio, come testimoniano le sue reiterate pretese: ti voglio mia! sei mia! (perché ti ho vinto ad una scommessa, non perché ti ho con-vinto con l’Amore!) [Julian Budden scrive di approccio ormonale…] 

Ora ricapitoliamo, manca solo un sesto di opera da completare – tutto il resto è già perfettamente strumentato, e da mo’ - ma ancora non si vede il benché minimo spiraglio che possa plausibilmente giustificare il voltafaccia della principessa e il suo miracoloso finale scongelamento: tutt’altro, lei è sempre più ibernata e incarognita!

Che fare, una volta scartata la possibilità offerta dal sacrificio di Liù? Inventarsi un filtro magico à la Tristan (era forse questo cui voleva alludere l’appunto di Puccini?) oppure far comparire lo spettro dell’ava Lo-u-Ling che convinca Turandot che non tutti i maschi sono poi così vomitevoli come quel pipistrello che l’aveva violata?   

Ecco, in questa situazione, i librettisti del sempre più insofferente Puccini non sanno che pesci pigliare né proporgli - di scongelante - nulla di più e di meglio che una bella ingroppata (!) Con la frigida cattivona che – praticamente fatta segno di un mezzo-stupro da parte di Calaf - sbrodola un ridicolo Che è mai di me? e pare convincersi a cedere, arrivando ad ammettere (Del primo pianto, spesso tagliata!che lei, in fondo, si era già un pochino innamorata fin dal primo incontro. [Tristan, è lei?]

Ma poi torna a rinchiudersi a riccio e ordina a Calaf di andarsene, visto che ha ottenuto – fare sesso con lei? - ciò che desiderava. E così abbiamo questa ulteriore strampalata manfrina, con lui che le rivela il nome, lei che pare volerlo carognescamente buggerare coram-populo, come avesse vinto una gara regolare, e infine la sorpresa (ma per favore…) della dichiarazione d’amore che consente la chiusa in gloria e magna pompa.       

E Puccini, secondo voi, era uno disposto ad accettare questo farsesco guazzabuglio, oltretutto dopo il poco onorevole precedente della Fanciulla? E infatti fino all’ultimo – pur avendo buttato giù tutti quegli schizzi – il compositore non fece che cincischiare, e con infinita pena, attorno ad un finale che non gli veniva proprio, fra continui rimpalli di responsabilità con i suoi librettisti e laceranti dubbi sulla consistenza drammatica ed estetica del lieto fine e soprattutto della sua necessaria premessa: l’inopinata, improvvisa e inverosimile, totalmente gratuita virata di 180° nell’atteggiamento di Turandot.    

Alfano, Berio e… Wagner.

L’enigmatico riferimento a Wagner nel foglio n°17 degli schizzi può aver indotto Alfano (imitato da Weiya molti anni dopo) ad interpretare la scena finale come fosse quella non del Tristan, ma del Siegfried: dove Brünnhilde inizialmente si nega al ragazzo, per poi cedere ai suoi focosi assalti e unirsi anche carnalmente a lui.

Peccato però che in Wagner le premesse stiano precisamente agli antipodi rispetto alla Turandot! Brünnhilde ha apprezzato l’amore di Siegmund e Sieglinde fino al punto da perderci la… divinità; ha poi amato Siegfried fin dal suo concepimento; ha implorato Wotan di farla risvegliare dal Wälso; e ha subito manifestato la sua gioia nel riaprire gli occhi proprio su Siegfried. La sua iniziale ritrosia ad accoppiarsi con lui è tutta e solo freudiana: la paura - o meglio la tristezza, squisitamente femminile - legata alla prospettiva della perdita della verginità; non certo un pregiudizio idiota legato ad un fatto di cronaca nera di cui fu vittima un’ava nemmeno conosciuta. E alla fine è lei, liberamente e coscientemente, a concedersi al Wälso.

Turandot invece è da sempre un pezzo di ghiaccio venefico; e tale rimane anche dopo aver assistito alla morte della povera Liù; il suo cedimento a Calaf è tutt’altro che spontaneo e convinto, anzi appare come conseguenza di un atto di molestia sessuale, per non chiamarlo di violenza carnale bella e buona!

Scena finale che Berio cerca invece di Tristan-izzare, in ciò supportato da una testimonianza indiretta (perché riferita da Leonardo Pinzauti) di Salvatore Orlando, cui il Maestro avrebbe suonato – occhio alla data – nel 1923 un finale dell’opera dal sapore tristaniano. Però risulta che Puccini – a settembre 1924, due mesi prima di morire – avesse suonato alcune idee del finale anche a Toscanini, che poi però avallò quello, tutt’altro che tristaniano, di Alfano! (Insomma, ce n’è per tutti i gusti…)

Nell’Appendice I del saggio di Marco Uvietta È l’ora della prova: un finale Puccini/Berio per Turandot (accessibile in rete – in lingua inglese - previa registrazione) originariamente pubblicato nel 2002 in Studi Musicali, si riportano in dettaglio tutti gli interventi di Berio, che si caratterizzano per: tagli al testo e alle didascalie (corposi); aggiunte o modifiche al testo (minime); impiego di molti (23 su 30) degli schizzi lasciati da Puccini; utilizzo di frammenti musicali prelevati da altre parti dell’opera; inserimento di frammenti musicali alieni (Wagner, Mahler, Schönberg, oltre a Berio medesimo).

Nel suo saggio, Uvietta presenta ed analizza poi i razionali che sono stati posti da Berio alla base della sua proposta. Lo scopo principale degli sforzi del completatore è di riuscire là dove l’Autore non aveva avuto modo (e/o tempo?) di arrivare: aggirare in sostanza lo scoglio insormontabile legato alla prosaica (per non dire… criminosa) modalità di scongelamento della Principessa.

Il cuore di tale tentativo è rappresentato proprio dall’Interludio orchestrale (dove compaiono anche le citazioni aliene) che Berio ha predisposto come colonna sonora alla scena (Il bacio tuo…) dell’abbraccio di Calaf al corpo di (così la nuova didascalia!) Turandot. Orbene, mentre in Alfano-II quella scena passa alla velocità della luce (quando in Alfano-I e in Weiya occupa almeno 30”), in Berio abbiamo ben 2’30” (scusate la battuta sconcia: il tempo per una sveltina?) di musica che dovrebbe evocare la trasformazione della Principessa da sbifida carogna in angelica creatura (!?)

E per rendere la cosa plausibile, evitandole il successivo clamoroso voltafaccia, dopo che Calaf ha rivelato il suo nome, i versi di Turandot (So il tuo nome! Arbitra sono ormai del tuo destino! e fino a …la mia fronte ricinta di corona!) sono stati abilmente ma bellamente cassati.

Ma alla fine i nodi vengono al pettine… Eh sì, anche Berio (e prima di lui Puccini, se davvero pensava in questi termini al Tristan) ha preso una bella cantonata: come spiegare tristanianamente l’esternazione di Calaf (che permane nella versione beriana) È l’alba! E amor nasce col sole! [??? Ribadisco: l’amore che nasce all’alba e si compie in pieno sole meridiano è quello di Siegfried, non di Tristan.]

Insomma, come la si voglia prendere, siamo sempre lì, accanto all’infastidito Puccini sul lettino dell’ospedale belga dove morirà: la personalità della protagonista, come emersa e consolidatasi fino a quel momento dell’opera (parole e musica) rende irrimediabilmente vano ogni tentativo di giustificarne la repentina conversione.

E così anche Berio – del quale va incondizionatamente apprezzato lo spirito, oltre che il livello assoluto del contenuto musicale del suo completamento - purtroppo pretende l’impossibile, finendo con il contrabbandarci per Verklärung una volgare Vergewaltigung! 

Al proposito mi pare fulminante questa considerazione che Michele Girardi ha proposto nella sua introduzione all’Opera, comparsa sul programma di sala de LaFenice, pochi anni orsono: …un compositore che non voleva morire artisticamente, per non morire fisicamente, avendo scelto una principessa frigida per comunicarlo a tutto il mondo.

E infatti fu proprio la frigidità della principessa a creare l’ultimo problema – irresolubile, e perciò fatale - della sua vita. Ma per ragioni di bassa cassetta ci si continua invece a propinare il finale da avanspettacolo, della serie: dì la verità che hai goduto, zoccola!

Morale della favola?

Dopo la morte di Liù, nella storica edizione Ricordi abbiamo esattamente 60 pagine (402-461) che sono invenzione di Alfano, oltretutto depurate (da Toscanini) di molti improbabili wagnerismi che l’autore di Sakuntala ci aveva infilato, credendo così di interpretare la volontà di Puccini.

In realtà, la verità è una e dovrebbe ormai essere chiara a tutti, e prenderne atto risolverebbe alla radice il problema del finale: la Turandot è opera che finisce con Liù perché Puccini – o più probabilmente il suo subconscio – aveva preso atto che così dovesse ineluttabilmente accadere.

Ecco perché, esalato il MIb minore di archi e ottavino, personalmente preferirei che il Direttore posasse la bacchetta, come fece alla prima assoluta proprio Toscanini, pentitosi (per poi contro-pentirsi il giorno dopo) di aver avallato un misfatto.

A.T.: Qui finisce l’opera, rimasta incompiuta per la morte del Maestro.