Stamane
la stagione da camera dell’Orchestra Sinfonica di Milano si è arricchita,
con qualche mese di ritardo (dovuto all’indisposizione del Tjek il 22 febbraio
scorso) di un nuovo episodio, guidato dal Direttore musicale, che al
Teatro Gerolamo ha presentato, insieme a quattro suoi compagni di stringhe,
due opere di Antonín
Dvořák.
Dapprima
il Quartetto n. 14 in LAb maggiore op. 105, dove ad
accompagnare il Tjek erano tre prime parti dell’Orchestra: il violino di
Lycia Viganò, la viola di Gabriele Mugnai e il cello di Tobia
Scarpolini.
Opera
della maturità di Dvořák (è l’ultimo quartetto del suo catalogo) fu concepita nell’ultimo
scorcio della sua lunga permanenza a New York e poi completata subito dopo il
ritorno in Boemia, verso la fine del 1895, in parallelo alla composizione del
Quartetto n°13 in SOL maggiore.
Il
rigoroso taglio sinfonico del brano, caratterizzato da un solido impianto
tematico, emerge già dalla presenza di 14 battute (in Adagio ma non troppo,
6/8) di Introduzione del primo tema in LAb minore (sette bemolli in
chiave!) che nascono nel violoncello e si propagano verso l’alto, fino al
violino primo, per poi
compiere il percorso inverso. Esse preparano l’attacco dell’Allegro appassionato, 4/4
in maggiore, dove il nervoso tema è ripreso ed esposto appunto dal primo
violino, poi rimbeccato dal secondo e dalla viola e quindi seguito da un
controsoggetto più disteso. Si giunge ad un ritardando che introduce,
tornando In tempo, poco a poco più animato, il secondo tema, nervosamente
puntato, nella dominante MIb.
Dopo
un corposo sviluppo, dove i due temi si scompongono e ricompongono e la
tonalità varia a MI minore e poi a SOL maggiore, si arriva alla ripresa,
con il primo tema che ora ricompare salendo dalla dominante, seguito poi dal
secondo che, canonicamente, si trasferisce al LAb del primo… Una coda
che alterna passaggi lenti (la ripresa dell’Introduzione in viola e cello) a
veloci, e tonalità minore-maggiore, chiude spiritosamente il movimento.
Il
successivo Molto vivace è a tutti gli effetti uno Scherzo con Trio,
forma A-B-A. Lo Scherzo, che richiama nel ritmo la danza boema furiant,
si compone di tre sezioni, tutte abbastanza mosse, di cui le prime due (da
ripetersi) sono in FA minore e la terza è in LAb maggiore, ma chiusa, con il
tempo che cede, nella relativa minore. Il Trio è pure strutturato in tre
sezioni (le prime due da ripetersi). È una melodia cantabile e sognante, tipo romanza,
che nella prima sezione è intonata in REb maggiore (sottodominante di LAb);
nella seconda svaria a MIb minore, SOLb maggiore per poi tornare a REb, dove
rimane anche nella terza, salvo avere un sussulto finale verso FA minore, per
preparare il ritorno dello Scherzo.
Segue
il Lento e molto cantabile, in un pastorale FA maggiore. È una
lunga oasi melodica, in forma di corale variato, che inizia
richiamandosi all’Introduzione del primo movimento, e nel corpo richiama un
tema del precedente Trio, presentando solo qualche increspatura nella
parte centrale, dove i quattro strumenti dialogano e si contrappuntano in modo
magistrale.
Il
finale, Allegro non tanto, 2/4, principia ancora con il violoncello solo
che introduce con tre sussulti (uno stilema che percorre il movimento) nel registro
grave, un primo gruppo tematico, articolato su tre sezioni, in LAb maggiore: un
corrusco soggetto (ripetuto), un controsoggetto e un terzo motivo più disteso.
Segue poi un nuovo gruppo tematico, ancorato alla dominante MIb maggiore, che
transita da SOL per portare al terzo gruppo tematico in SOLb maggiore (sezione
ripetuta). Ora i tre gruppi vengono ripetuti: il primo, con le tre sezioni in
LAb maggiore; il secondo, che si adegua ora (come nella forma-sonata) al LAb di
impianto; e infine il terzo, ripetuto, che si porta sulla dominante (REb)
rispetto alla prima apparizione.
La
coda (tornando a LAb) inizia con la terza sezione del primo gruppo tematico in
tempo Un poco più mosso e – dopo una presa di respiro – porta
all’affermativa conclusione.
Pubblico
scatenatosi in un immediato applauso, dopo i tre accordi finali di LAb maggiore,
meritato riconoscimento ai quattro moschettieri, autori di una prestazione
superlativa.
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Si
retrocede di ben 20 anni (1875) nella vita di Dvořák per ascoltare il Quintetto
n. 2 in SOL
maggiore op. 77, per la quale esecuzione si è
aggiunto al quartetto di cui sopra il contrabbasso di un’altra prima
parte, Michele Sciandra. [Dvořák compose, prima e dopo questo, altri due
quintetti per archi, entrambi caratterizzati dalla presenza di una seconda
viola, più due quintetti con pianoforte.]
La
macro-struttura del brano è assai simile a quella del Quartetto
ascoltato prima. Qui però, a differenza del Quartetto, dopo sole quattro
battute lente di ambientazione, affidate a viola e secondo violino, si entra
direttamente in-medias-res, Allegro con fuoco, 4/4, con
un’Introduzione di dieci battute (5+5 divise da corona puntata, in pianissimo,
sfociante in fortissimo) che aprono la strada al primo violino,
incaricato di esporre il tema principale, dal piglio piuttosto nervoso.
Segue
un controsoggetto più disteso, fino al comparire di una prima sorpresa, quando
la tonalità modula inaspettatamente a FA maggiore, ed ascoltiamo un nuovo
motivo dal carattere schubertiano (terzina di crome + semiminima) che poi
ritorna lentamente, transitando dalla relativa RE minore, al SOL maggiore di
impianto, per chiudere la breve esposizione, da ripetersi da-capo.
Ecco
poi un articolato sviluppo, dove i tre motivi ricompaiono variati (quello
schubertiano passa in SOL) e infine la ripresa, che li ripercorre velocemente.
Ora
lo Scherzo, Allegro vivace, 6/8. Consta di due sezioni: la prima
presenta, ribadendolo, il tema principale, in MI minore, con caratteristiche
inflessioni giambiche (croma-semiminima). Segue (ripetuto) un controsoggetto
che vira brevemente a SOL maggiore, per poi chiudere su MI minore.
Ecco
ora la seconda sezione, che ci presenta un tema lirico, nella relativa MI
maggiore. Il suo sviluppo porta però alla riproposta del tema principale in MI
minore, al controsoggetto e alla cadenza
conclusiva ancora in maggiore.
Il
Trio (L’istesso tempo, quasi allegretto) è in 2/4 e presenta un
motivo assai mosso, in tonalità DO maggiore, relativa della… relativa di MI
minore, verso cui presto si appoggia. Il motivo viene sviluppato fino a
cadenzare sul DO maggiore, dove il Trio lascia spazio alla ripresa dello
Scherzo.
Eccoci
quindi al Poco andante, 4/4, ancora in DO maggiore. Il primo violino e
subito dopo gli altri archi (escluso il contrabbasso che si limita a segnare il
tempo) intonano una languida melodia (crome per grado congiunto) che presto
vira a MI minore e si arricchisce di un controsoggetto.
Una
modulazione a MIb maggiore (relativa della relativa minore di DO) porta ad una
riesposizione variata del tema, che poi sale direttamente a SOL maggiore, prima
di adagiarsi languidamente ed introdurre un nuovo motivo (3/4) in MI maggiore!
L’atmosfera si riscalda sotto martellanti semicrome fino a raggiungere un climax
dal quale poi discende per acquetarsi con il ritorno a DO maggiore (e
subito dopo al tempo di 4/4) con il tema principale che viene riproposto fino a
chiudere beatamente sulla triade perfetta.
Il
Finale è un Allegro assai (SOL maggiore, 2/4). Il
tema principale ricorda l’incipit dello Scherzo e poi si dipana su ritmo puntato,
a mo’ di danza a saltarello. Poche sono le escursioni tonali, come pure le
prese di respiro. Due triplette di precipitanti quartine di semicroma, in archi
alti e bassi, portano all’esilarante chiusura.
Questo
lavoro, più acerbo del precedente, è però forse anche più difficile da
eseguire, e il Direttore e i suoi quattro solisti dell’Orchestra si sono
davvero superati, scatenando il pubblico in ripetute ovazioni.
E così,
a fronte di insistite richieste di bis, c’è stata anche una sorpresa
finale, artefice Tobia Scarpolini, che ha
presentato al pubblico un suo brano composto per l’occasione (con l’obiettivo
dichiarato, ma non raggiunto… di mettere in difficoltà il suo Direttore). Nella
forma, una specie di Scherzo-Trio-Scherzo, che ha fatto la sua bella figura,
dopo quelli di Dvořák!