Leo XIV dixit:

si vis pacem, para bellum è una bestemmia! 

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11 dicembre, 2025

La Ledi ha tradito… Chailly.

Ieri sera la Scala ha aperto la stagione in abbonamento (cioè quella riservata al pubblico che bada al sodo e non alle apparenze…) con la Ledi Macbet (scritto come si pronuncia, in russo così come in italiano). Come sia finita è ormai noto a tutti e non ci resta che augurare al Direttore una pronta ripresa fisica e quindi un sollecito ritorno sul podio.

Data l’incompletezza della recita, mi limito a confermare il giudizio assolutamente positivo sulla prestazione musicale di tutti, cantanti e soprattutto Coro e Orchestra, senza entrare in particolari.

Approfitto invece della malaugurata circostanza per approfondire il discorso riguardo alla regia di Barkhatov, sulla quale, nel mio breve intervento a caldo dopo visione TV, avevo espresso un giudizio sostanzialmente positivo, giudizio che mi sento (in parte almeno) di ridimensionare dopo la (sia pur parziale, ma per me sufficiente) esperienza live che, rispetto a quella televisiva, priva lo spettatore di molti dettagli (primi piani e inquadrature particolari) utili a seguire meglio il racconto così come presentatoci dal regista.

Mi riferisco in particolare all’idea-base di raccontare le vicende narrate nel soggetto originale come vissute a posteriori da un osservatore esterno, la Polizia che indaga su un caso di omicidio. Idea che il regista non può non aver maturato dal racconto di Leskov, che ispirò il libretto a Shostakovich (+Preis): tale racconto si basa a sua volta su una vicenda giudiziaria dei suoi tempi (Leskov lavorò anche nel tribunale della sua città, Orël, capoluogo della provincia in cui si trova proprio Mcensk) che ebbe per protagonista una giovane che ammazzò il suocero.

Quindi nulla da eccepire sull’idea portante del regista; peccato che sia un’idea magari facilmente realizzabile a livello cinematografico, con abili montaggi o diavolerie assortite, ma che in uno spettacolo live, dove c’è una trama testualmente e musicalmente rigida è infinitamente più ardua da gestire compiutamente, senza rischiare di far perdere allo spettatore il filo del discorso, o senza dover presupporre che tutto il pubblico conosca per filo e per segno ogni particolare della trama dell’opera.

Nel nostro caso il racconto del regista, trattandosi di un’inchiesta giudiziaria, ovviamente non può che partire da dopo che il misfatto (nella fattispecie l’uccisione di Zinovy, che è l’unico delitto su cui viene aperto un fascicolo – la morte di Boris essendo stata subito archiviata come disgrazia) è stato accertato con la scoperta del cadavere da parte dell’Ubriacone, che ne avverte la Polizia. Ma ciò avviene nel terzo atto dell’opera, a mesi di distanza dal punto di partenza della vicenda e a quasi due ore di distanza dall’apertura del sipario!

E allora, il povero Barkhatov cosa avrebbe dovuto fare? Far iniziare l’opera con la Scena 8 (scoperta del crimine) e poi a seguire la 5 (ricostruzione delle circostanze in cui il crimine è avvenuto) e così rinculando, per chiarire tutti i precedenti (scoprendo di passaggio anche il primo omicidio) il tutto a forza di flash-back? Mammamia, altro che de-strutturazione del soggetto, sarebbe stato come sconvolgere la normale sequenza delle tracce di un DVD!

In realtà, ciò che ci viene presentato (testo e musica) è ovviamente la successione dei fatti in modo temporalmente rettilineo, come previsto dalla partitura, ma per così dire inquinata dalla saltuaria presenza (indebita, nel soggetto originale) delle attività inquisitorie della Polizia. Lo spettatore dovrebbe, fin dall’alzata del sipario, dove compare l’Ufficiale di Polizia, comprendere che tutto ciò che vedrà fino al terzo atto (scoperta del cadavere di Zinovy e arresto di Katerina e Sergei) altro non è che un lunghissimo flash-back! Solo a quel momento si riannoderanno tutti i fili rimasti pendenti! E la cosa non è per nulla scontata, almeno per quella parte di pubblico non bene informato dei fatti

Allora, per chiarire meglio ciò che lo spettatore vede e i relativi interrogativi ed enigmi che possono insorgere nella sua mente, faccio ora una sinossi abbastanza dettagliata dei primi tre atti dell’opera così come appare nella messinscena di Barkhatov, per trarne qualche plausibile considerazione.

Prima però è necessario spiegare che Barkhatov si serve, come supporto per il suo racconto, di alcuni strumenti e/o accorgimenti. Innanzitutto, l’Ufficiale di Polizia (così come i suoi collaboratori) rimane sempre rigorosamente muto (canterà/parlerà solo nel terz’atto) e si limita ininterrottamente a fumare. Invece il sospettato o testimone interrogato, a volte si esprime proprio cantando come da partitura, mentre altre volte si esprime solo a gesti (quando deve fare qualche commento o spiegare o fornire sue impressioni su fatti accaduti in precedenza, tutte cose estranee al libretto) gesti che sta allo spettatore decifrare correttamente. In più, durante gli interrogatori faccia-a-faccia fra Ufficiale e testimoni-sospettati, vengono proiettate sullo schermo sovrastante il proscenio delle immagini che forniscono qualche più o meno chiaro riferimento all’oggetto di tali interrogatori. C’è da aggiungere che alcuni interrogatori vengono utilizzati per dare contenuto scenico all’esecuzione di Interludi, cosa che può avere effetti contrastanti…    

Ecco, vediamo ora di addentrarci nei dettagli. La prima scena che lo spettatore vede – a sipario chiuso - mostra al proscenio un Ufficiale di Polizia che interroga Katerina che porta in testa il velo da sposa. In più, ha le manette ai polsi, e le prendono le impronte digitali, ergo dobbiamo pensare che sia sospettata di un qualche reato. Ciò avviene mentre lei canta – rivolgendosi all’Ufficiale - l’insopportabile noia che l’affligge, non avendo alcuno con cui condividere l’esistenza, men che meno con il marito Zinovy, che la trascura e le nega i piaceri della vita matrimoniale. Sullo schermo sovrastante appaiono immagini che raffigurano i documenti di Katerina, le sue impronte e, fugacemente, proprio mentre Katerina ne fa il nome, una cassaforte-cantinetta che contiene il cadavere di Zinovy (come lo si scoprirà nel terz’atto) del quale compare una fotografia. Ma ancora non lo abbiamo visto di persona… quindi allo spettatore che sta magari guardando il testo cantato da Katerina sul suo display e non ha badato bene alla foto che compare sul palco potrebbe sfuggire questo dettaglio di importanza capitale.

Chi conosce bene la trama dell’opera e si domanda del perché qui si inizi dalla confessione di Katerina non può non concludere che la donna stia riferendosi proprio all’omicidio del marito (che si vedrà solo alla fine del second’atto) e al relativo movente. Il misfatto verrà scoperto solo nel terzo atto, quando si vedrà – ormai saremo in presa diretta, non più in flash-back - l’arresto e l’ammanettamento della donna dopo che la Polizia, avvertita dall’Ubriacone, avrà scoperto il cadavere di Zinovy in quella cassaforte-cantinetta. A quel momento – ecco un filo pendente che si riannoda - le verrà anche fatto indossare un cappottone scuro, che è proprio quello che lei indossa ora. Chi non conosce bene la storia, temo che per ora resterà piuttosto perplesso…

Subito dopo ecco che Katerina si sposta in un salone da pranzo dove incontra il suocero Boris che, come da libretto, la accusa di inadempienza ai doveri coniugali. Ma lì sono presenti e testimoni numerose altre persone, alle quali si aggiunge presto anche il marito Zinovy, che ascolta la requisitoria del padre contro la moglie (!?) Ma soprattutto in un angolo scopriamo essere presente anche la Polizia, che toglie le manette dai polsi di Katerina (che nel frattempo si è tolta anche il velo nuziale) e ascolta le sue parole che augurano a Boris - che le chiede di spargere il veleno contro i topi - di meritarsi proprio di far la loro stessa fine. Come spieghiamo la presenza della Polizia in una scena che mostra fatti di parecchi mesi antecedenti al misfatto oggetto dell’indagine? Se abbiamo capito trattarsi di un flash-back, possiamo immaginare che la scena sia parte della confessione di Katerina, che racconta, proprio mostrandoli alla Polizia, gli antefatti al suo crimine, e comincia ad introdurre anche elementi che riguardano il suo primo delitto, l’avvelenamento di Boris.  

E infatti, mentre Boris e Zinovy discutono dei guai al mulino, vediamo la Polizia portare Katerina in un ambiente attiguo dove la donna mostra all’Ufficiale, estraendola da sotto una catasta di sacchi di farina, una busta che dobbiamo immaginare contenga veleno per topi, a giudicare dalla polvere bianca che ne esce quando l’Ufficiale la apre. Ma anche questo filo resterà pendente e si riannoderà solo al secondo atto, quando vedremo Katerina nascondere quella busta in quel posto. Nel frattempo, una barella con un imprecisato carico viene portata via, seguita da Katerina e Polizia. Ora, chi conosce a menadito tutta la storia, potrà immaginare trattarsi del cadavere di Zinovy, ma… uno spettatore impreparato come la prende?

Ora (assente la Polizia) vediamo Zinovy che si prepara a partire, accompagnato dagli ipocriti saluti della servitù, cui si è aggiunto il nuovo assunto Sergei, in abbigliamento da cameriere, che serve pasticcini. Il sipario si abbassa e ricompare l’Ufficiale di Polizia che, durante il primo Interludio, raccoglie la testimonianza contro Sergei cantata dalla cuoca Aksinya, testimonianza che nel libretto ha però come destinataria Katerina (!?) Quindi interroga (ma solo a gesti, visto che siamo fuori dal libretto…) proprio Sergei, anche lui già ammanettato, evidentemente come individuo sospetto. Che qui indossa un cappotto scuro, che lui indosserà (ma dovremmo dire: ha indossato!) nel terz’atto, al momento del suo arresto durante la festa di matrimonio.  

Sergei che rivediamo subito in mezzo alla servitù nella successiva scena della baruffa in cortile, con annesse molestie ad Aksinya, stupro incluso (ma non esplicitamente mostrato). Poi arriva Katerina a fare il suo pistolotto femminista e a sfidare ad una prova di forza Sergei; di seguito ecco Boris che minaccia la nuora di raccontar tutto al marito e farla punire.

Il secondo interludio viene ancora occupato dall’Ufficiale di Polizia al proscenio che ascolta le testimonianze relative alla baruffa (solo a gesti, perché non sono parte del libretto, quindi del tutto inventate) fatte dal Prete e dall’Ubriacone che stazionano in permanenza nella casa. [Che rilevanza abbia tutto ciò con l’indagine lo sa solo il regista… a meno che non si illuda con questa trovata di aver dato valore aggiunto alla musica.]

La terza scena è veramente tutta da… ridere: non in camera, ma in un ampio salone da pranzo, dopo che Katerina ha esternato ancora la sua infelicità per non essere desiderata come donna, prima di Sergei arriva… la Polizia! Che ammanetta Katerina e le chiede – sempre solo a gesti, essendo tutto ciò parte dell’invenzione registica - insieme al parimenti ammanettato Sergei arrivato subito dopo, di mostrare la scena del loro primo incontro! Come inchiesta giudiziaria è bizzarra per davvero! I due ci provano, ma ovviamente le manette ai polsi li costringono a improbabili contorsioni da Kamasutra per mostrare agli agenti come si erano svolti i… preliminari. Può essere che questo sia l’escamotage che il regista ha trovato per mostrarci un coito in modalità castigata (ma sul display del teatro compare comunque il warning riguardante scene che urtano la sensibilità… hahaha!) Il che francamente manda un po’ in… vacca quella che dovrebbe essere la scena più eccitante dell’opera. Ma la Polizia è di manica larga e, prima di andarsene con le prove raccolte, toglie le manette ai due giusto in tempo per lasciarli sfogare in una sveltina su un tavolo, mentre si ode la voce di Boris (per inciso mai coinvolto nelle indagini, essendo… morto da tempo!) con il sipario che cala sul primo atto.  

Il secondo atto si apre con un fugace interrogatorio, sempre tutto a gesti, fra l’Ufficiale di Polizia e Sergei, ancora abbigliato con il cappotto che vedremo indossare al momento dell’arresto: il contenuto dell’incontro è ancora una volta il veleno per topi che Katerina metterà nel piatto di funghi per Boris, dopo la scena della fustigazione, veleno del quale Sergei sembra affermare di non saper nulla… lui da Boris stava ricevendo una manica di frustate. Seguono, nella quarta scena, il soliloquio di Boris (qui però esternato in presenza degli onnipresenti personaggi-caricatura, come il prete, l’Ubriacone e la guardia giurata, e della cassaforte-cantinetta già apparsa in fotografia, con cadavere di Zinovy incorporato, durante il primissimo interrogatorio di Katerina, altro filo che comincia a riannodarsi) e la cattura di Sergei che sta uscendo dal notturno appuntamento con Katerina.

Poi le ecco le frustate e la richiesta di Boris di avere i funghi per rifocillarsi. A questo punto riemerge l’Ufficiale di Polizia che raccoglie – bustina di veleno ben visibile - il proposito di Katerina di avvelenare il suocero, poi scompare e si torna da Boris che mangia i funghi e comincia a star male. Si cerca un prete, ma quello stanziale lì è sempre ubriaco; quindi il regista lo rimpiazza con lo chèf, che raccoglie la confessione di Boris e ne constata la morte. Katerina rimette la busta col veleno in mezzo ai sacchi di farina – da dove lo estrarrà per consegnarlo all’Ufficiale durante la scena iniziale… ecco un altro filo che si riannoda – poi finge il suo strazio per la morte di Boris, mentre lo chèf filosofeggia citando Gogol. Riemerge ora l’Ufficiale di Polizia per ascoltare dallo chèf la filosofica battuta sui ratti che muoiono e gli uomini che invece passano a miglior vita. [Anche questo non sembrerebbe proprio un dettaglio decisivo per l’inchiesta…]

Dopo l’Interludio con Passacaglia, che accompagna le esequie del vecchio, ecco la quinta scena, con Katerina e Sergei (finalmente!) a letto. Arriva il fantasma di Boris, che cerca pure di ingropparsi la nuora, e infine, annunciato dalla fanfaretta rossiniana, anche Zinovy, che il regista – arricchendo di suo il testo del libretto - ci mostra arrapato mentre chiede alla moglie di spogliarsi e, calati i calzoni, si avventa su di lei, ma viene poi finito da Sergei, uscito dal classico armadio, con un colpo di candelabro pattino da hockey! Prima che Sergei trascini in cantina il cadavere ricompare magicamente l’Ufficiale di Polizia, che fa ripetere ai due assassini (su un manichino…) l’atto finale dell’assassinio, per poter meglio descriverlo nel suo fascicolo di indagine, prima di dileguarsi nel sottopalco! Il successivo trasporto in cantina è sostituito dallo stipare un manichino in quella che prima era la cassaforte-cantinetta di Boris, come raffigurata nella foto apparsa all’inizio, durante il primo interrogatorio di Katerina (altro filo che si è riannodato completamente).

Qui finisce il lunghissimo flash-back iniziato con la prima scena, in casa di Boris, e si passa in modalità live. Come da libretto, l’atto terzo inizia da dove è finito il secondo, cioè… vicino alla cassaforte-cantinetta dove è nascosto il manichino cadavere di Zinovy. Mentre i due neo-sposi si preparano ad andare in Chiesa, arriva l’Ubriacone che canta la sua splendida aria, e poi scopre il cadavere, fuggendo verso il posto di Polizia, che ci viene presentato nella sua tragicomica animazione durante l’esecuzione del quarto Interludio. Qui ritroviamo finalmente nel suo ambiente naturale l’Ufficiale di Polizia che avevamo conosciuto fin dal primo alzarsi del sipario! E che nel seguito vedremo, in tempo reale, iniziare la sua indagine… ammanettando Katerina appena sposata, con tanto di velo nuziale in testa, proprio come ci era apparsa all’inizio dello spettacolo!

Ma l’indagine è anche, contemporaneamente, chiusa, perché ne abbiamo appunto seguito il lungo sviluppo per due ore abbondanti. Ciò che segue parla solo di… Siberia.

Ecco, domandiamoci: ma che valore aggiunto dà allo spettacolo questa posticcia, anche se non del tutto inventata, sovrastruttura poliziesca? Penso che uno spettatore minimamente informato dei fatti ci faccia semplicemente un’alzata di spalle, catalogandola come un’ennesima quanto innocua trovata della serie famola strana.  Ad uno spettatore che si avvicina per la prima volta a quest’opera, temo che più che altro confonda parecchio le idee.

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Bene, terminato il tormentone esegetico su Barkhatov non mi resta che attendere, come tutti gli altri spettatori di ieri sera, che il Teatro ci informi del follow-up. Ma ciò che importa è che il Maestro torni più sano che mai sul podio - le ultime notizie sono incoraggianti -  perché da lui ci aspettiamo ancora anni e anni di arte!

07 dicembre, 2025

La Ledi per TV.

Prime impressioni sulla Ledi dopo audiovisione RAI. Su musica e voci mi esprimerò dopo ascolto in loco, ergo per ora mi limito allo spettacolo firmato dall’estroverso papà dei figli della Grigorian

A pubblicizzarlo è stato Chailly, che deve aver scoperto solo ora che anche la Ledi si può attualizzare a tempi diversi da quelli del testo originale (nella fattispecie alla Russia dell’immediato dopo-Stalin) come se questa fosse una trovata geniale da lasciare tutti a bocca spalancata. Quando invece ormai si impiega a destra e a manca, a proposito e (spesso) a sproposito.

Qui mi pare che la genialata… stagionata abbia però pieno diritto di trovare applicazione, data la vicinanza dello scenario della Russia ancora fresca di terrore staliniano a quello della Russia feudal-medievale dello Zar, dove si materializzò la vicenda così puntualmente narrata da Leskov e ripresa dalla coppia Shostakovich-Preis (qui un mio bigino dell’opera).

Anzi, si potrebbe addirittura affermare che il regista abbia tenuto tirato il freno a mano, evitando un’ambientazione a noi ancor più vicina, ma del tutto plausibile e pure auspicabile, con la Russia di Putin ormai scivolata (dopo le speranze seguite alla caduta dell’URSS) indietro di quasi un secolo! E dove, dall’altra parte della barricata, persino il nostro mondo (cosiddetto) libero e democratico sta pericolosamente rinculando di un secolo abbondante.

Ecco, dato a Barkhatov ciò che gli spetta, commenterò qualche dettaglio del suo Konzept. Che ha, per i primi due atti (e relativi omicidi) la struttura di un racconto a puntate (Leskov…) fatto di passi di indagine poliziesca, dove vengono raccolte testimonianze (sono i soliloqui di Katerina, ma anche esternazioni di altri personaggi) che si alternano alle parti in presa diretta. Diretta che poi non si interrompe più a partire dal terz’atto.  

Si legge che il critico Ivan Sollertinski definì a suo tempo l’opera come un frullato di Chaplin e Dostojevski: diciamo che Barkhatov ha usato più Chaplin nei primi due atti e mezzo (con trovate a volte azzeccate, a volte francamente eccessive o eccessivamente criptiche per un pubblico non preparato a dovere) e molto Dostojevski dall’arresto dei due complici amanti fino alla fine, con olocausto in piena regola (Katerina è esperta in cucina e sa come usare i fornelli, hahaha!)

Ma nel complesso lo spettacolo non ha mai perso tensione né scorrevolezza, e va poi dato atto al regista di aver curato la parte attoriale con grande sapienza, trovando tutti gli interpreti, singoli e coro, assolutamente all’altezza del compito.

Più che meritati quindi gli applausi e le ovazioni, non offuscate dal minimo dissenso, che hanno accolto indistintamente tutta la compagnia!  


21 novembre, 2025

SantAmbrogio si avvicina.

A Milano fervono le iniziative di divulgazione della prima del 7 dicembre, con incontri, conferenze e articoli di stampa.

Il 19 scorso Franco Pulcini e Riccardo Chailly hanno amabilmente discettato sulla Lady nel consueto appuntamento degli Amici della Scala, esaltando l’opera di Shostakovich come il più gran capolavoro di teatro musicale del novecento. Il Direttore musicale ha – come sempre – sottolineato alcuni particolari della partitura, come le controverse indicazioni metronomiche, a volte falsate proprio dal… metronomo (piuttosto scalcinato) di cui disponeva il compositore; oppure i richiami a Mahler (Lied von der Erde, Abschied) nell’aria del lago nero di Katerina; o l’inaspettata presenza – data la nota idiosincrasia del compositore riguardo la musica seriale – di una serie dodecafonica in piena regola! Sono state anche mostrate due esecuzioni di brani di Shostakovich dirette da Chailly: il Quarto Interludio dell’opera (l'indiavolata corsa dell’ubriacone verso la stazione di polizia, con la batteria di 28 ottoni!) e il secondo walzer della Jazz Suite 2 (oggi impiegato come sigla del talk di Augias La torre di Babele).

Fra pochi giorni il Teatro No’hma della benemerita Teresa Pomodoro ospiterà l’ormai tradizionale presentazione dell’opera, curata come sempre dal simpatico e raffinato Stefano Jacini.

L’iniziativa La prima diffusa propone la visione cinematografica del 7 dicembre in diverse sale della città, oltre ad una nutrita serie di incontri di presentazione dell’opera.

Sul fronte dei contenuti di divulgazione di alto livello segnalo questa fulminante presentazione di Max Vono, storico forumista del (purtroppo) defunto blog La voce del loggione, che sviscera tutti i segreti musicali del capolavoro di Shostakovich, mettendoli poi in relazione con i suoi successivi lavori strumentali, e sottolinea l’assoluta attualità del soggetto, il cui suono (cit) è ancora il suono del nostro caos.  


08 novembre, 2025

Sulla Scala incombe una Lady sovietica.

Siamo in guerra con la Russia, parliamoci chiaro (sennò come si spiegherebbe la montagna di quattrini da spendere in armi contro Putin, invece che per risanare la… Sanità?) e quindi ogni minima attività che possa inquadrarsi come propaganda filo-putiniana deve essere bandita e combattuta senza se e senza ma, come doverosamente han fatto i patrioti veronesi, sventando tempestivamente potenziali cabalette eversive del pericoloso Ildar Abdrazakov.

Ma con la… Lady che si fa? La locandina è piena di nomi di artisti russi (o affini…) a partire dal regista, quindi domanda: sono stati tutti accuratamente passati ai raggi X, prima che ce li ritroviamo in casa come quinte colonne del nemico?

Ma soprattutto: come la mettiamo con Shostakovich? Eh, qui le cose si complicano, perché ci sono due correnti di pensiero che fanno del compositore due ritratti opposti: la prima è garantista, e si appoggia essenzialmente sulle memorie di Shostakovich pubblicate nel 1979 da Solomon Volkov in un libro dal titolo Testimony, dal quale emerge la figura di un convinto anti-stalinista, che non perdeva occasione per esprimere in musica, magari cripticamente, critiche radicali contro il regime. L’altra corrente è colpevolista, ricordando come il compositore ebbe rapporti personali con Stalin ed accettò dal baffuto dittatore persino l’incarico prestigioso (altro che Scala…) di Ambasciatore dell’URSS alla Conferenza internazionale della Pace, tenutasi a New York nel 1949. 

Insomma, qui il CoPaSiR avrebbe materiale a josa per intervenire sulla scelta (avventata?) del Teatro di proporre l’opera di un personaggio così sospetto. E la DIGOS farebbe bene a tener d’occhio qualche sconsiderato, o pericoloso agitatore, che potrebbe uscirsene il 7 dicembre, davanti ad un esterrefatto Mattarella, urlando Viva la Russia anticapitalista!

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Bene, esaurita la politica, passiamo alle notizie serie.

Oggi pomeriggio, nel ridotto Toscanini del Teatro, si è tenuta un’interessante conferenza, moderata da Raffale Mellace, dove sono state esaminate alcune peculiari problematiche in vario modo legate all’opera.

Lo scrittore Paolo Nori (librettista della recente Anna.A di Sivia Colasanti), profondo conoscitore della letteratura russa, si è soffermato sulla personalità, sullo stile e sull’approccio estetico di Nikolai Leskov, lo scrittore che ispirò a Shostakovich (e al suo librettista Alexander Preis) il soggetto dell’opera.

Successivamente Franco Pulcini, super-esperto in materia… Rus, si è occupato in dettaglio del soggetto della Lady, esplorandone le principali sfaccettature e implicazioni, in particolare quelle legate alla figura della protagonista e ai suoi problemi esistenziali.       

Anna Giust, autorevole conoscitrice del mondo russo e in particolare di quello musicale, si è focalizzata sulle controverse vicende dell’opera, accolta entusiasticamente dal pubblico e poi stroncata (da Stalin in persona?) come sovversiva, e in generale sui rapporti fra arte e censura sotto il regime sovietico.

A conclusione dell’evento, Riccardo Chailly ha conversato con Raffaele Mellace, esplorando i tratti fondamentali di questo che lui considera uno dei massimi capolavori di tutti i tempi.  

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Anche se il taglio degli interventi è stato forse un po’ troppo, diciamo, specialistico, mi sento comunque di suggerirne la visione (il video dovrebbe arrivare su youtube), e nel frattempo mi faccio anch’io un po’ di pubblicità.

06 dicembre, 2014

La Lady sovietica a Bologna, per pochi intimi

 

Ieri sera è andata in scena al Comunale bolognese la seconda (delle sei) della Lady Macbeth di Dimitri Shostakovich. Purtroppo in un teatro semi-deserto, e andatosi ulteriormente a desertificare durante i due intervalli. Che dire? Perle ai porci… oppure Shostakovich come Renzi?

Spettacolo davvero eccellente quello della compagnia del Teatro Helikon di Mosca, arrivata qui con due cast che si alterneranno regolarmente fino alla conclusiva del 10, accompagnati da Orchestra e Coro del Comunale.

Il regista Dimitrij Bertman coglie in pieno lo spirito dell’opera, sia a livello della personalità dei protagonisti (Katerina in primis, una donna che non chiede altro che di essere amata) che a quello della denuncia sociale di una società dominata dall’avidità e dallo sfruttamento (dello schiavo e della donna). L’ambientazione è moderna, ma una volta tanto ciò non nuoce per nulla all’efficacia e alla coerenza del racconto.

La scena (di Igor' Neznyj) ha un fondo fisso, costituito da un labirinto di condotte d’acqua: richiamo all’attività degli Izmailov, proprietari di un mulino (con annessa diga e condotte forzate) ma anche alla condizione materiale e psicologica di Katerina, ulteriormente sottolineata da una serie di gabbie metalliche in cui la donna è spesso costretta a muoversi. Gabbie che bene servono nel terz’atto ad ospitare gli invitati alla festa di matrimonio e soprattutto nell’ultimo a rinchiudervi i carcerati destinati alla Siberia.

La fedeltà al libretto è pressoché totale, se si escludono alcune libertà che il regista si prende, come quella di far scardinare a Sergei la porta della camera di Katerina in occasione del loro primo incontro carnale, oppure di far tornare Zinovy accompagnato da due zoccole, o ancora di far ricomparire nel quarto atto, solo per camminare in lungo e in largo nella prigione, i… cadaveri dei due Izmailov. L’unica pecca (secondo me) da addebitare al regista è la comparsa (da sotto le gonne di Katerina, durante l’ultima sua drammatica esternazione del lago nero) di un bambolotto simboleggiante evidentemente un figlio: riferimento chiaro, quanto improprio, al contenuto del racconto di Leskov, ma del tutto incomprensibile qui… a meno di non considerarlo una sconfessione del programma etico e femminista di Shostakovich e un dar ragione alle pretese della società (zarista ma non solo) di ridurre la donna a puro strumento di riproduzione. La scena finale del tuffo in acqua di Katerina e Sonetka è sempre problematica da rendere con efficacia: anche qui niente tuffi, ma un altro sport: il tiro alla fune! Evabbè, scusato.

Ieri il ruolo di Katerina toccava a Svetlana Sozdateleva, che per me è stata assolutamente perfetta: innanzitutto vocalmente, perché interpretare una parte così senza cadere nel volgare (musicalmente parlando: urla e schiamazzi) è davvero difficile, e invece lei ha sempre mantenuto un perfetto controllo dell’emissione. Così come eccellente è stata la sua immedesimazione nella psicologia del personaggio.

Buono anche il Sergei di Vadim Zaplechny, che forse non è riuscito sempre ad imporre la sua voce (ad esempio nella scena delle molestie ad Aksynia).

Dei due Izmailov il vecchio Boris (80 anni!) sembrava più giovane del 50enne figlio (!) Comunque il padre (Dmitrij Skorikov) ha mostrato autorevolezza sia nel canto che nel portamento superiore a quelle del figlio (Dmitrij Ponomarev) il che tutto sommato quadra con testo e musica!

Maja Barkovskaja impersonava la cuoca Aksynia: efficace nella voce; forse troppo, come dire… arrendevole nella scena delle molestie (l’avvocato dei molestatori avrebbe buon gioco a farli assolvere!)

Eccellente il capo dei poliziotti (Alexandr Miminoshvili) che ha anche messo in mostra doti di showman durante il trascinante quanto satirico balletto del terz’atto alla stazione di polizia.

Stanislav Shvets impersonava il prete e il vecchio carcerato (nel finale): come prete mi è parso poco… brillo, ecco! Efficace la sua accorata cantilena sulla strada verso la Siberia.

Personalmente non ho troppo apprezzato il contadino cencioso (e ubriaco) di Mikhail Serishev, che nel terz’atto canta una vera e propria aria: a parte che il regista gli ha messo in mano un microfono da balera, è la sua voce ad essermi parsa inadeguata alla sarcastica drammaticità del ruolo.

Stesso discorso per la Sonetka di Ksenia Vjaznikova, poco efficace vocalmente, quanto… gnocca fisicamente (!)

Sorvolo sui comprimari, non certo per biasimo, ma per non scrivere ovvietà.

Invece un bravo all’Orchestra del Comunale e soprattutto al Coro di Andrea Faidutti, perfettamente all’altezza sia della parte vocale che di quella mimica.

Vladimir Ponkin è il concertatore dello spettacolo: mi è parso cercare l’enfasi in tutti i sensi: nei grandi momenti d’insieme (gli interludi, ad esempio) dove ha cavato suono e fracassi strepitosi da un’orchestra che aveva sì e no un terzo dell’organico previsto da Shostakovich (!) e tenendo tempi fin troppo sostenuti in altri momenti (esempio la scena finale del terz’atto). In ogni caso, una direzione encomiabile e segno di grande dimestichezza con questa ostica partitura.

Ecco, a parte le poltrone e i palchi vuoti… una serata da incorniciare.           


03 dicembre, 2014

Una Lady sovietica è attesa a Bologna (3c)


Stiamo seguendo la musica sullo spettacolo che ha come protagonista Eva-Maria Westbroeck.

Atto III, scena VI
Pur essendo passato – come si scoprirà tra non molto - pochissimo tempo dall’omicidio di Zinovy, Katerina e Sergei già hanno organizzato il loro matrimonio; e il fatidico giorno è arrivato.

1h40’40” Sono gli archi bassi ad aprire la scena con un motivo cupo e angosciato (4/4 Andante) ripreso con maggior concitazione dai primi violini: ci preannunciano di sicuro qualcosa di poco piacevole.


1h41’02” Sergei vede Katerina inquieta proprio il giorno delle nozze; lei si aggira davanti alla cantina in cui è sepolto Zinovy, afflitta da rimorsi e sensi di colpa; l’amante cerca di tranquillizzarla e lei accetta di avviarsi verso la chiesa per la cerimonia. Ma sulle sue ultime parole apparentemente serene (1h42’26”) il clarinetto basso e il controfagotto esalano un motivo che ricorda immancabilmente Boris (!)

1h42’41” Ecco ora l’improvviso attacco, in Allegro, dei legni (ottavino, flauti, oboi e fagotti) annunciare l’irruzione sulla scena del contadino cencioso, invitato alla festa e già completamente ubriaco. Il suo canto, una vera e propria aria (ma ricca dei caratteristici hic! dello sbronzo) è accompagnato dal fagotto e dal clarinetto in MIb, poi ancora dall’ottavino, infine dai legni, dagli archi, poi dal resto dell’orchestra. Si aggira nel cortile, dapprima quasi vantandosi del suo vizio dell’alcol, comune ad amici e parenti, poi manifestando la volontà di bere per tutta la vita: bere e cantare, almeno finchè c’è vodka. Ma perché (1h44’10”) la vodka adesso non c’è? Perché lui è povero in canna, ma a qualcuno è andata meglio: Sergei era un poveraccio come lui, ma adesso nella vodka ci nuota! Perché la padrona ha scelto Sergei e non lui? Che ha pur tutti gli attributi a posto! Ah, bisogna bere, e la cantina è proprio qui (1h44’57”): chissà perché la padrona ci si aggira spesso? Ci saranno di certo buone provviste, proviamo a guardarci, chissà quanto vino ci si ritrova!

1h45’23” L’ubriacone forza il catenaccio della cantina, apre ed entra, per subito uscirne (1h45’36”) tappandosi il naso, disgustato dall’insopportabile puzza! Si domanda cosa possa essere, quindi (1h45’59”) decide di tornare dentro e vi scopre il cadavere di Zinovy (1h46’07”) scappando quindi fuori inorridito. Senza soluzione di continuità attacca qui un nuovo interludio.

Interludio IV
1h46’25” Riprende le ultime due battute della scena precedente (inizianti con anapesti: doppia semicroma + semiminima) e poi prosegue per 52 battute in Allegretto (4/4).


Un’autentica orgia sonora – cui partecipano ben 28 ottoni aggiuntivi alla già ipertrofica orchestra - che mirabilmente evoca l’agitazione che pervade l’animo dell’ubriaco, in cui coesistono orrore, terrore ma anche, forse, macabra soddisfazione ed esultanza per una possibile sua rivincita sui due amanti: Sergei, che gli ha soffiato la padrona, e Katerina, che gli ha preferito Sergei! Un brano che ricorda persino colonne sonore di musical di Broadway, mentre ci par di vedere il poveraccio che corre quasi ballando, oltre che barcollando, verso la stazione di polizia!    

(passiamo ora al secondo video)

Scena VII
13” Siamo alla stazione di polizia, dove troviamo il Sergente e una ventina di agenti. Benchè stiano oziando, tutti lamentano le dure condizioni di vita ed anche (come già prima l’ubriacone) la scarsità di pecunia. L’introduzione in Allegretto poco moderato presenta un motivo dal piglio marziale (pur essendo in 3/4):

È una specie di segnale che precede le tre successive esternazioni del Sergente. La prima delle quali (25”) contiene addirittura l’apologia del corpo ai tempi dell’antico Egitto! Poi (53”) su un tempo ternario (3/8, Più mosso) insieme ai suoi sottoposti (che gli fanno eco pappagallescamente con una battuta di ritardo) il capo lamenta la miseria dei salari, a fronte delle improbe fatiche. Infine tira una specie di massima (1’12”): se ci si vuol guadagnare la vita, si deve nuotare in acque sporche! I militari la ripetono in coro.

Torna ora (1’32”, sull'Allegretto poco moderato) il motivo dell’introduzione per aprire la seconda lamentazione dei militari, che è una ripetizione - sottilmente variata nell’accompagnamento - della prima.  Ecco quindi (1’44”) il Sergente che la introduce, con poetici (!) riferimenti a luna, sole e stelle, e poi (2’11”, Più mosso) ripete la lamentazione sui bassi salari, sempre spappagallato dai suoi. Ribadisce quindi la massima sull’acqua sporca (2’30”) subito ripetuta dai militari.

Una terza comparsa (2’49”) questa volta in Allegro poco moderato, del motivo dell’introduzione prelude ad una terza lamentazione (3’00”, Più mosso) - diversa anche nel canto dalle prime due - del Sergente, che adesso tira in ballo la lotta ai nichilisti, quindi riecco la lagna sui salari (3’27”) ripresa ancora col solito ritardo dai militari. Infine (3’45”) l’ultima comparsa della massima dell’acqua sporca, prima nel Sergente e poi nei sottoposti.

4’04” Uno squillo di trombetta chiuso da un perentorio colpo di timpano (come un pugno picchiato sul tavolo) introduce, in tempo Allegro, il Sergente che adesso se la prende con gli Izmailov perché non hanno invitato i poliziotti alla festa di matrimonio, e medita di fargliela pagare, trovando una scusa qualsiasi, sempre spalleggiato servilmente dai suoi.

4’39” Ma arriva all’improvviso un agente che ha fermato un insegnante, sospetto socialista! Gli schianti (a sezioni alternate) dell’orchestra, seguiti da veloci volate di strumentini e archi alti, accompagnano i militari che si alzano di scatto e si mettono in agitazione. L’agente (4’46”) accusa di ateismo l’arrestato, che timidamente nega, poi accenna a una storia di rane, e l’insegnante (4’57”) espone, su una religiosa melodia, la sua teoria sull’anima dei batraci. Viene ovviamente portato in gattabuia (5’26”).

5’36” In tempo Moderato, il Sergente ricomincia… da capo, con la storia dei corpi di polizia, ma subito pensa agli Izmailov e si chiede come poter andare alla festa senza un invito, ma ecco sopraggiungere (6’10”) l’ubriacone per denunciare la scoperta del cadavere.

6’36” I poliziotti non credono alle loro orecchie: un’esplosione in Allegro dell’orchestra su incisi in anapesto e uno stentoreo quanto prosaico DO#-RE-MI, con il quale il Sergente accoglie questo vero e proprio regalo della provvidenza, accompagnano l’agitazione di tutti e subito (6’43”) sul tempo che ancora accelera a Presto, ecco i frenetici preparativi per la spedizione in casa Izmailov, diretti dal Sergente, cui rispondono sempre come pappagalli i suoi uomini, felici non tanto per il lavoro che li aspetta, ma per la prospettiva di approfittarne e godersi anche loro la festa dagli Izmailov! Il clarinetto piccolo e l’ottavino spiccano su tutta l’orchestra a scandire il trambusto generale.

Interludio V
7’22” Anche qui, senza soluzione di continuità rispetto alla scena precedente, attacca un nuovo Interludio, sempre in tempo Presto, che copre l’intervallo scenico necessario allo spostamento dell’azione sul luogo del ritrovamento del cadavere. È in forma di rondò (A-B-A-C-A-D-A) dove il ritornello A è affidato a trombe e timpani:

   
In particolare, l’incipit (semiminima puntata + 3 crome) (una specie di fermi tutti! espresso in musica) tornerà a farsi sentire verso la fine della scena successiva, allorquando la polizia farà il suo ingresso a casa Izmailov. La prima strofa musicale (B) del rondò (7’34”) è in Allegretto, poi Moderato, e scimmiotta il passo di marcia del plotoncino dei poliziotti. Il ritornello (7’52”, Presto) è assai breve, solo 4 battute, per lasciare spazio (7’52”) ad una nuova strofa C, in Moderato: siamo tornati alla marcia dei poliziotti, qui però accompagnata dall’impertinenza del clarinetto piccolo, poi da un paio di glissando dei tromboni, che la dicono lunga sulla reale determinazione e serietà istituzionale di quella specie di armata-brancaleone!

A 8’37” torna il ritornello (sempre in Presto) questa volta un po’ più lungo, affidato nell’incipit ai soli timpani e poi sviluppato dagli archi che portano, passando per un primo rallentamento a Moderato, all’esposizione (8’58”) della terza strofa (D) del rondò, in tempo Adagio. È un motivo puntato, languidamente triste, che sembra anticipare ciò che accadrà tra poco in casa Izmailov: la fine di un amore!

Adesso i primi violini (9’35”) ci riportano in Allegro con veloci semicrome su scale ascendenti, e da qui al nuovo Presto (9’43”) dove la tromba sola ripropone per l’ultima volta il ritornello A. Si chiude (9’48”) con un generale schianto e poi con un secco colpo di timpano: è la Polizia che bussa al portone della proprietà Izmailov!

Scena VIII
9’55” Siamo nel pieno – anzi verso la fine – della festa di matrimonio. Per evocarne la (fasulla) solennità gli archi, tutti con sordina, intonano in Allegro non troppo nientemeno che una fuga, il cui incipit ricorda, storpiato, persino il Sanctus del Requiem verdiano!



Entrano i violini primi, salendo dal SI al DO dell’ottava superiore; poi a battuta 4 i secondi (a distanza di un tritono, sul FA#); a battuta 10 le viole (ancora sul DO); a 13 i violoncelli (sul SOL) e a 17 i contrabbassi (ancora con i celli, sul DO). Insomma: sacro e profano, diavolo ed acquasanta sono qui mescolati proprio a dovere!

A battuta 22 (10’41”) ecco entrare il coro, sempre con un fugato: prima i contralti, poi i soprani, quindi i bassi e infine i tenori, che riprendono il motivo dell’iniziale fuga degli archi. A 11’25” gli invitati festeggiano gli sposi, e il sacerdote è il più prodigo di incitamenti al bacio! I due sposi lo accontentano più volte, poi Katerina invita tutti a servirsi ancora, Adesso il tempo cala a Meno mosso, e il religioso (12’02”) si abbandona ad un panegirico per Katerina, chiedendo retoricamente e reiteratamente (con squilli di corni che richiamano l’attenzione degli astanti) cosa ci sia di più bello del sole in cielo… Per poi dare la scontatissima risposta (14’13”): ma è Katerina! E allora un altro bacio! Viva Katerina, ripete il coro, più bella del sole in cielo! Bacio!

14’59” Ma gli invitati sono ormai brilli e cascano dal sonno, pur continuando a lodare, con un motivo di purissima indole russa, la bellezza di Katerina, che però si è accorta (15’21”) che il catenaccio della porta della cantina è stato forzato. Il tempo si fa Allegro molto, per sottolineare l’agitazione che si sta impadronendo della donna, e che contagia anche Sergei, che pure cerca di non perder la testa. Il religioso ancora ripete la domanda su cosa c’è più bello del sole, gli invitati ripetono gli evviva, Katerina ripete l’invito a far come fossero a casa loro. Un loro ultimo complimento (15’57”) riporta il tempo ad Andante, poiché ormai si stanno addormentando, come il religioso che espone per l’ultima volta la sua domanda retorica e qualcuno ancora grida: bacio!

16’22” Ma adesso la situazione precipita per davvero, e il tempo torna Allegro vivo.  Katerina, agitatissima, vuol affrettare a tutti i costi la fuga; Sergei ancora è perplesso, non vorrebbe abbandonare proprietà e affari (!) Ma la donna, accompagnata dall’agitarsi del clarinetto basso,  lo convince che non c‘è più un minuto da perdere e lo invita (16’47”) a prendere del denaro per scappare. Ora c’è una pausa di sospensione (il tempo, per 9 battute, diviene Largo) e sono il fagotto e poi il clarinetto basso a sottolineare l’impazienza di Katerina, cui i secondi devono sembrare ore, nell’attesa che Sergei ritorni.   

17’19” Ecco Sergei, ma contemporaneamente il tempo è tornato Allegretto e legni e archi bassi, con timpano e cassa, scandiscono un marziale incedere di passi, subito reso palese e inequivocabile da tromboni e tube, che ripropongono il motivo del ritornello che caratterizzava il precedente Interludio: la marcia dei poliziotti verso casa Izmailov! Il motivo viene reiterato in un continuo crescendo del volume del suono, legato all’entrata successiva di altri strumenti, compresa (17’42”) la banda di 28 ottoni, mentre Katerina e Sergei si sentono ormai in trappola, senza alcuna via d’uscita.

18’01” Ecco la Polizia annunciarsi perentoriamente, seguita da due ripetizioni del suo motivo, qui davvero spaventevoli, chiuse da un tremendo quanto dissonante accordo generale!

18’15” Mentre il tempo muta in Allegro, il Sergente saluta enfaticamente, e Katerina ricambia il saluto (un tono preciso più in alto!) cercando di ostentare calma. Sulle impertinenti evoluzioni del clarinetto in MIb, il Sergente rimprovera bonariamente Katerina per il mancato invito alla festa di nozze, poi subito si fa serio ed annuncia di essere lì perché messo a conoscenza di un… affaruccio, ecco. Katerina (18’55”) crolla immediatamente e dopo aver abbracciato Sergei ed avergli chiesto perdono, si consegna alle guardie. Mentre la donna viene legata, Sergei (19’18”) cerca di fuggire, ma viene subito bloccato dagli agenti, nonostante tutti i suoi sforzi e le urla di Katerina.

19’44” Sul tempo di Allegretto inizia ora la coda dell’atto, con gli agenti che tronfiamente si vantano della brillante operazione e la povera Katerina che ancora chiede disperatamente perdono al suo Sergei. Ma la musica (in sole 8 battute!) qui ci racconta anche qualcos’altro: perché è, se possibile incarognita, quella che aveva accompagnato la corsa dell’ubriacone verso la stazione di Polizia! 
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Atto IV, scena IX
20’03” In tempo Adagio sono i timpani ad aprire in modo davvero drammatico la scena conclusiva dell’opera: FA-DO e rullo, DO-FA-DO e rullo, poi un tremendo accordo di FA minore (poggiato sulla dominante DO) di tutta l’orchestra, ribadito subito dopo salendo alla sesta (RE) alla sensibile (MI) e arrivando infine a poggiare sulla tonica: lo stesso che si udirà al calare del sipario. Trombe e tromboni intonano un pesante motivo che degrada inesorabilmente, proprio come l’esistenza dei personaggi del dramma. Il  motivo è ripreso in parte dal fagotto, poi 8 rintocchi di DO del timpano e un accordo di FA minore nei legni, morendo, ci portano su una scena a dir poco desolata e desolante. Ci troviamo nel dormitorio di un carcere, dove i forzati in viaggio verso la Siberia passano una delle mille notti del loro calvario. Uno di essi canta – accompagnato da pochi strumenti (clarinetto basso, fagotti, archi nel grave) la loro sorte disperata (un futuro di sofferenza e vessazioni) con due interventi (strofe di 8 versi) a cui risponde il coro (con supporto orchestrale più corposo) ripetendo la seconda parte di ciascuna delle due strofe.

21’00” Nella prima esternazione, il vecchio forzato lamenta la lunghezza delle verste (1 versta = poco più di 1 KM) da percorrere sotto il sole a picco… ma ora è sera e il sole è calato dietro l’orizzonte della steppa. Poi (21’54”) impreca al cammino che porta in Siberia, segnato da lamenti, sangue e cadaveri. A 22’32” il coro riprende le sue ultime parole, con un canto di tipica matrice russa, che a 22’52” raggiunge un apice di drammaticità, sul richiamo al sangue e alla morte.

23’23” Ecco la seconda esternazione del vecchio deportato, che già prefigura gli strazi della nuova tappa che li aspetta l’indomani. E impreca (23’57”) verso le steppe sconfinate, le giornate interminabili e le guardie disumane. A 24’42” il coro riprende nuovamente le sue ultime parole, ora però con totale rassegnazione, sottolineata dalla smagrita tessitura orchestrale: corni ed archi con sordine e arpa. Il che annuncia (25’36”) il sonno che si impadronisce di (quasi) tutti. Due guizzi del clarinetto basso, sui regolari rintocchi del timpano, ci avvertono appunto che non tutti stanno dormendo. Il tempo passa a Poco più mosso e adesso sono le viole ad animarsi: è Katerina (26’33”) che si alza e si dirige verso la guardia, offrendogli 20 copechi perché la lasci passare. La guardia (26’50”) non perde occasione per fustigarne i costumi, ma il denaro lo convince a lasciarla passare.

27’25” Katerina va da Sergei, piena di passione: finalmente può stare un po’ con lui! La sua invocazione all’amato sale (dal FA minore del grigio scenario circostante) al FA# maggiore (si è scordata persino il mal di gambe!):


Poi torna al FA minore evocando la disperazione che la coglie quando non può stare con lui; ma riprende poi il FA# maggiore per le nuove invocazioni del nome dell’amato. Il quale però (28’16”) mentre il tempo muta in Allegretto, per tutta risposta le rinfaccia i suoi peccati, coprendola di accuse, per averlo trascinato in questa storia. Katerina (28’44”) è colpita a morte da questo atteggiamento dell’amato, ma ancora cerca di riconquistarlo chiedendogli perdono! Ma l’uomo è inflessibile, arriva ad offenderla atrocemente (sei la donna di un mercante!) e infine (29’01”) la scaccia in modo brutale.

29’21” Al lamento del corno inglese, sul sommesso agitarsi della grancassa, in tempo Adagio, spetta di accogliere Katerina, tornata al suo giaciglio. Dove (29’40”) adesso esterna la sua amarezza per la piega che gli eventi hanno preso:



In lei non sembra esserci rimorso per ciò che ha fatto, ma la semplice constatazione di quanto non sia facile passare dalla gran vita alla prigionia! Ma la cosa che la fa letteralmente disperare, mentre il suo canto si agita viepiù ed entra l’arpa (31’02”) è il tradimento e l’odio di Sergei nei suoi confronti:

La cosa davvero atroce cui ora assistiamo è che mentre Katerina esterna questa sua disperazione, chiusa da un ultimo sfogo cui pongono il sigillo il clarinetto e tutti gli archi in sordina, Sergei si sta dirigendo verso l’altro lato del dormitorio femminile, per incontrarvi Sonetka!  

32’26” Sergei comincia a corteggiare la ragazza (e il clarinetto dà in escandescenze, mentre il tempo va accelerando) e insieme irridono Katerina (33’05”) quella stupida che ha dato a Sergei il denaro che lui ha usato adesso per venire da Sonetka! A 33’11” Sergei va alle spicce (legni ed archi si agitano sempre più e il ritmo sembra un fox-trot) e chiede a Sonetka di fare l’amore; lei si fa desiderare, gli suggerisce di tornare da Katerina e lo sfugge.

Il tempo ora passa proprio ad Allegro, mentre (34’02”) Sergei, sugli affannati anapesti degli archi, proclama reiteratamente di amarla e chiede il suo amore. I clarinetti (in SIb e MIb) cominciano a svolazzare come impazziti, mentre Sonetka chiede all’uomo una prova concreta del suo amore. E quale prova? Su un crescendo di legni, archi e arpa, culminante in un secco accordo generale (34’24”) seguito da un drammatico silenzio, rotto da due schianti di archi e ottoni, lei gli promette sesso se in cambio avrà un paio di calze nuove, che Sergei può procurarsi… dove? Ma ovvio: (34’42”) da Katerina! E l’orchestra erompe in un’autentica orgia sonora (richiama un inciso del finale del concerto per violoncello di Schumann!) due successive ondate culminanti in un nuovo schianto (34’51”) dopo il quale Sergei parte deciso per l’impresa.

Il tempo è ora Allegro molto (come l’animo di Sergei che ormai si sente vicino alla nuova conquista). Sono le viole - con veloci ondeggiamenti di semicrome e interventi di corni e legni sulle scansioni delle arpe - a guidarlo verso il giaciglio di Katerina, che chiama per nome (35’13”). Clarinetto basso, fagotti e arpa ci anticipano il sussulto della donna, sorpresa del ritorno insperato del suo uomo, che finge di chiederle perdono.

35’24” Katerina è pronta a perdonarlo, anche se si dice offesa dal suo comportamento. Lui adesso (35’39”) si inventa (ce lo confermano gli sberleffi dei flauti!) una panzana per far credere a Katerina che loro dovranno separarsi. Le racconta (36’00”) che i piedi gli fanno male e non può più camminare: dovrà farsi ricoverare in ospedale. Lei sembra sconvolta (36’20”) dall’idea di separarsi dal suo uomo, ma lui le ripete che il dolore ai piedi non gli permette di proseguire la marcia. Lei ripete (36’43”) di non poter vivere senza lui e si chiede cosa possa fare per evitare di perderlo. Gli archi in tumulto spingono una nuova salita verso uno schianto generale, sul ritmo della marcia dei poliziotti dell’Interludio dell’atto precedente! Da qui il tamburo (37’02”) su due beffardi glissando di tromboni e tuba, accompagna la perfida bugia di Sergei, che le lascia intendere come forse un paio di calze lo potrebbero aiutare!

Il tempo si fa Meno mosso, poi Moderato, mentre a Katerina (37’19”) non par vero di possedere la soluzione del problema: ecco qui, le sue calze! Sull’agitarsi del flauto comincia a togliersele, mentre Sergei ipocritamente la ringrazia. Adesso, con il tempo che accelera (37’37”) sono i clarinetti ad impazzire, mentre i violoncelli espongono un motivo che richiama l’amore che i due avevano vissuto in un tempo che sembra lontanissimo. È la miscela dei due sentimenti opposti: l’euforia di Sergei, che sente di aver raggiunto il suo scopo, e l’estasi di Katerina, illusasi di aver riconquistato il suo amore.

37’53” Katerina consegna le sue calze a Sergei, e lui per tutta risposta si alza e se ne va, vanamente inseguito dalle domande della donna, rimasta interdetta. Il tempo ha accelerato e ora diviene Allegro, mentre Sergei consegna le calze a Sonetka e, senza nemmeno darle tempo si reagire (38’14”) la solleva di peso e la porta via. Il tempo accelera ancora ad Allegro vivo, mentre Katerina (38’29”) che ha visto tutto ne rimane sconvolta, come ci testimoniano le volate degli archi, culminanti in una repentina salita dei legni.

38’35” Adesso arriva anche un’ulteriore umiliazione per la povera Katerina: il gruppo delle forzate, aizzato da una di loro, si fa atrocemente beffe di lei, con sberleffi e risate cantati su crome, mentre i legni accompagnano con una poliritmia di terzine. Invano Katerina – con lunghissimi acuti in SIb e per tre volte (39’22” e 39’36”) cerca di liberarsi dalla loro presa. Finchè un tonfo in tromba, tromboni, tube e grancassa (39’48”) interrompe la cagnara: è una guardia che interviene a sedare il tumulto. Ma ancora le forzate ridono, indicandogli Sergei e Sonetka che amoreggiano in disparte.

Il tempo muta repentinamente in Adagio, mentre le percussioni (40’00”) hanno preso una spaventevole rincorsa verso un’autentica esplosione (40’09”) dell’intera orchestra (banda compresa) che poi prosegue con cinque ondate successive (con i glissando delle arpe) fino ad un nuovo schianto (40’33”) seguito da un raggelante tremolo (40’35”) degli strumenti bassi e delle percussioni. 

40’45” Katerina è letteralmente inebetita, ora ha un’oscura visione. Sul livido accompagnamento di timpani, cassa e archi bassi (più qualche inciso nei fiati) esterna la sua lunga, tragica e allucinata disperazione, intercalata da interventi dei fiati e delle arpe:

Un lago nel fitto del bosco, con acque profonde e nere come la sua coscienza; acque che il vento solleva in ondate enormi, che fanno paura; acqua nera e grandi ondate nere. La scansione del tempo cambia di continuo (4/4, 5/4, 3/4) a testimonianza dell’instabilità psichica in cui la donna è ormai precipitata. Trilli e svolazzi del clarinetto basso suggellano questa tremenda esternazione: e saranno anche le ultime parole di Katerina.

Ma ecco che ora (44’16”) col tempo che muta in Andantino e il flauto che prende l’iniziativa, Sergei e Sonetka tornano in scena dopo la tanto sospirata sveltina: sembriamo proprio Adamo ed Eva, gongola lui. Per la verità, ribatte lei piuttosto frigidamente, come paradiso non mi è sembrato il massimo… Ma lui taglia corto: no no, eravamo proprio in paradiso, e il flauto sembra proprio volergli dar ragione.

44’52” Le umiliazioni per Katerina non sono finite, ora l’aspetta proprio quella che farà definitivamente traboccare il vaso. Cantando una melodia anonima e quasi trasandata, Sonetka arriva alla sfrontatezza di ringraziare Katerina per le calze, e poi darle della stupida per non aver saputo conservarsi fedele il suo Sergei, che adesso è lei a godersi. E come tengono ben caldo, le sue calze!

Il tempo rallenta ad Andante (45’55”) e su un perentorio rullo di tamburo le guardie chiamano alla nuova marcia giornaliera i forzati, che si alzano (46’07”) e ad ondate successive (ben evocate dalle folate dell’orchestra ritmate dai timpani) si mettono in fila per incamminarsi. Katerina (46’46”) resta seduta e immobile, accompagnata da un motivo agitato nei violoncelli; (47’14”) un forzato la sollecita a muoversi.

47’31” Sono sempre i violoncelli – col ritmo di arpe e contrabbassi - a scandire il tempo a Katerina, che ora si è alzata e si dirige verso Sonetka, ferma sul bordo del fiume.

48’15” Due sestine in biscroma dei contrabbassi accompagnano le cadute in acqua di Sonetka e di Katerina, che ha seguito la rivale dopo averla spinta giù dal terrapieno. Si ode un primo grido di Sonetka (48’30”) ormai trascinata lontano dalla corrente, mentre uno schianto nell’orchestra accompagna le grida dei forzati, subito zittiti alla guardia, che impedisce qualunque tentativo di soccorso. Altre due disperate invocazioni di Sonetka si perdono sempre più lontano, mentre la guardia richiama tutti all’ordine.

49’23” I forzati si rimettono in riga e riprendono il cammino verso la Siberia. Uno di loro canta ancora la disperazione i dover camminare incatenati per altre mille verste… Tutti riprendono il loro rassegnato lamento (50’04”) che si perde in lontananza (51’30”) sui cupi rintocchi del timpano, prima che il sipario cali sull’accordo di FA minore, culminante in uno schianto generale.
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Le voci

La tessitura delle voci dei personaggi principali si presenta a prima vista come normale: fa eccezione il SI naturale acuto del basso Boris, ma si tratta praticamente di due schiamazzi che il vecchio emette subito prima di cominciare la fustigazione di Sergei; e immediatamente prima tocca anche un SOLb acuto, ma per il resto sale raramente al FA.


È invece la scrittura di Shostakovich che impegna assai tutte le voci, chiamate spesso a passaggi espressionisti, legati alla violenza – materiale o psicologica - di molte delle scene dell’opera.
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Fonti

La partitura consultata è quella dell’edizione dell’opera omnia di Shostakovich, serie IV, voll.52a-52b, DSCH di Mosca, 2007, edita da Irina Levasheva e Manashir Iakubov.
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(3c. fine)