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29 novembre, 2025

Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26.5 – Tjeknavorian-Obiso.

Tutta Russia per il concerto settimanale dell’Orchestra Sinfonica di Milano. Sul podio il Direttore Musicale e al violino Andrea Obiso. Pubblico strabocchevole!

Programma di struttura ultra-classica (Ouverture, Concerto solistico e Sinfonia) aperto nel nome di Michail Glinka, il compositore considerato padre del teatro musicale russo (con la sua Una vita per lo Zar del 1836 si aprì la grande stagione romantica russa di cui saranno protagonisti Ciajkovski, Musorgski, Rimski-Korsakov, …) Qui viene presentata l’Ouverture da Ruslan e Ljudmila (1842, ispirata a Puškin). 

L’Ouverture è un brano breve (6 minuti scarsi) e indiavolato, fatto apposta per scaldare a dovere i suonatori e catturare l’attenzione e l’entusiasmo del pubblico. È un vero pezzo di bravura per le orchestre (archi in testa) che da sempre si sfidano a chi la sa suonare più velocemente. In partitura c’è l’indicazione metronomica di 140 minime (o 135, per i dilettanti, ed è già parecchio) che significa un tempo totale teorico di meno di 5’35” (l’intero brano in C tagliato è notato come Presto per 372 battute e Più mosso per le restanti 30). Quel demonio che rispondeva al nome di Yevgeny Mravinsky la fece eseguire ai Filarmonici di Leningrado (che qui gli tengono splendidamente bordone!) addirittura in 4’38”, equivalente a più di 173 minime, un vero record!

Ecco, non saprei dire se il Tjek abbia fatto meglio di Mravinsky, ma deve essergli andato assai vicino! 

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Andrea Obiso, bambino prodigio, oggi poco più che trentenne, che coniuga l’attività di concertista con la prestigiosa posizione di spalla a Santa Cecilia, fa il suo esordio in Auditorium con l’inflazionato Concerto op.35 di Ciajkovski.  

Che, alla sua prima esecuzione viennese, il simpatico Eduard Hanslick accolse con questo caloroso indirizzo di benvenuto:

“Il compositore russo Ciajkovski non è sicuramente un talento ordinario, ma piuttosto gonfiato, con un'ossessione da genialoide senza sensibilità nè gusto. Tale è anche il suo ultimo, lungo e pretenzioso Concerto per violino. Per un po' si muove sobriamente, musicalmente e non senza carattere. Ma presto la volgarità prende il sopravvento e si afferma fino alla fine del primo movimento. Il violino non viene più suonato; viene stirato, strappato, bastonato. L'Adagio torna al suo miglior comportamento, per rappacificarsi con noi e convincerci. Ma ben presto sbrocca per far posto ad un finale che ci trasferisce nella brutale e miserabile allegria di una festa russa. Vediamo precisamente facce selvagge e volgari, ascoltiamo bestemmie, sentiamo odore di vodka. Friedrich Vischer una volta osservò, parlando di immagini oscene, che puzzano alla vista. Ecco: il Concerto per violino di Ciajkovski ci porta per la prima volta a fare la pessima constatazione che ci può essere musica che puzza all’orecchio.”

Beh, qualcuno non troppo tempo fa prese Hanslick in parola, usando le note del concerto come colonna sonora per pubblicizzare precisamente un prodotto di… spirito

Ma in fin dei conti, parlando di pubblicità, anche il buon Piotr per primo si servì nientemeno che dei favori di tale Carmen (una escort di cui il nostro gay si era maledettamente infatuato):

Aveva ragione Hanslick! Nel senso che Andrea ci ha letteralmente ubriacato di suoni con una prestazione trascendentale, per tecnica stupefacente unita a sapientissimo uso del rubato e di tutti gli ingredienti interpretativi che solo un fuoriclasse possiede. Cosa non è stata poi la massacrante cadenza dell’Allegro moderato, che però abbiamo scoperto - dopo l’uragano di applausi (ripetutisi ad ogni fine di movimento…) e finali urla belluine che il pubblico gli ha riservato - essere solo il riscaldamento in vista dell’immancabile bis, una cosa da marziani!

Abbracci ripetuti fra i due protagonisti (verrebbe voglia di ascoltarli suonare insieme…) e inchini e applausi di Obiso all’orchestra, da lui pubblicamente elogiata, prima del bis. Insomma, un'autentica consacrazione per tutti. 
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Il concerto si è chiuso con Rachmaninov e la sua Seconda Sinfonia. Per la quale devo ammettere di non nutrire particolare ammirazione: il Rach sinfonico (esclusa la sfortunata e innovativa Primafrancamente mi dà l’impressione di velleitarismo coniugato con il tentativo di accaparrarsi a buon mercato il favore del pubblico (cosa che per la verità accade regolarmente!) Molto fumo e poco arrosto, insomma, più che tardo-romanticismo mi pare… la metastasi del romanticismo, come ho già scritto in passato, commentando altre esecuzioni, sia qui che altrove.

La dimostrazione che (forse) non ho tutti i torti sta nel trattamento che spesso è stato riservato (persino con l’avallo dell’Autore!) alla Sinfonia, tagliata a volte in maniera addirittura barbara (durata ridotta da 60 a 40 minuti!) e come minimo (quasi) mai eseguita – nemmeno qui - con il da-capo dell’esposizione del movimento iniziale.

E però – incredibile! - il Tjek è riuscito a farmela gustare quasi come un piatto prelibato! E per di più senza de-romanticizzarla (si dice così?) né toglierle tutte le scorie decadenti e melliflue di cui è ricoperta. Ecco fin dove può arrivare il carisma! [E domani mattina questo mago sarà al Teatro Gerolamo con le sue… stringhe.]


14 settembre, 2012

Orchestraverdi – concerto n.1 (con fiocco azzurro!)


A Zhang Xian, e/o al pargoletto che si portava davanti in pancia, il terribile Ivan di domenica scorsa alla Scala deve aver proprio fatto un effetto particolare: ha anticipato di un mesetto abbondante l’arrivo del secondogenito!

Così è toccato al suo vice Jader Bignamini (ed è già la seconda volta che capita, dopo una 5a di Mahler di qualche mese fa) sostituire sul podio la direttora nel concerto inaugurale della stagione 12-13 de laVerdi, dopo che il giovane clarinettista aveva chiuso – con lo Chénier – anche quella precedente. Prima dell’inizio, Ruben Jais (Direttore artistico) dopo aver ricordato come questa sia la 20ma stagione dell’Orchestra, ha fatto gli auguri a Xian (che sarà assente, come minimo, anche la prossima settimana - e te credo!) e ha ringraziato Bignamini e Francesca Dego per la prontezza con cui hanno reagito all’improvvisa defezione della puerpera, alla quale sono andati calorosi applausi del pubblico.

Ad aprire la serata è l’Ouverture da Ruslan e Ljudmila di Glinka: un vero pezzo di bravura per le orchestre (archi in testa) che da sempre si sfidano a chi la sa suonare più velocemente. In partitura c’è l’indicazione metronomica di 140 minime (o 135, per i dilettanti, smile! – ed è già parecchio) che significa un tempo totale teorico di meno di 5’35” (l’intero brano in C tagliato è notato come Presto per 372 battute e Più mosso per le restanti 30). Quel demonio che rispondeva al nome di Yevgeny Mravinsky la fece eseguire ai Filarmonici di Leningrado (che qui gli tengono splendidamente bordone!) addirittura in 4’38”, equivalente a più di 173 minime, un vero record!

I ragazzi de laVerdi non sono in cerca di primati, ma di ottime esecuzioni: tengono un tempo come da indicazione dell’Autore e Luca Santaniello li trascina, con Bignamini, in un’esecuzione di tutto rispetto e senza alcuna sbavatura, accolta da scroscianti applausi.

Arriva poi, con un lungo dorato degno di una fatina, la giovane e bella Francesca Dego – non nuova a calcare il tavolato di Largo Mahler – per deliziarci con il Secondo Concerto per violino di Prokofiev.  
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Prima opera completata dal compositore ai tempi del ritorno in URSS, ha una struttura assolutamente tradizionale. L’iniziale Allegro moderato è rigorosamente in forma-sonata, presentando i canonici due temi: SOL minore il primo, scuro e pensoso, e SIb maggiore il secondo, più contemplativo  (che si adegua al SOL nella ricapitolazione):
Segue l’Andante assai, dove Prokofiev affida al caldo suono del violino una delle sue lunghissime e deliziose melodie (in MIb):


Nella sezione centrale, troviamo un Allegretto in RE, dove si raddoppia la velocità, prima del ritorno al tempo iniziale, e alla stupefacente cadenza finale di violoncelli e corni, chiusa dai clarinetti e da un contrabbasso.

Chiude in Allegro ben marcato in 3/4 un Rondo, il cui tema ricorrente (all’inizio in SIb, poi chiuderà in SOL) subito esposto dal solista, ha un che di sforzato e faticoso:
La struttura è assai semplice (A-B-A-C-A-B-A-Coda) dove B ha un andamento irregolare, con mutamenti di tempo da 3/4 a 2/2 e poi a 7/4. Anche la coda (66 misure) che è una vera e propria rincorsa a rotta di collo, cambia continuamente tempo, tra 5/4, 3/4, 2/2, 2/4, fino a chiudere in 3/4, con tre schiocchi di piatti colpiti con bacchette e una specie di tonfo del SOL grave del violino, accompagnato dalle trombe e dalla grancassa.   
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Splendida la prova di Francesca Dego, ben assecondata Bignamini e da tutta l’orchestra, e grande successo per lei, che ci regala subito un sensazionale bis paganiniano (l’ultimo dei Capricci op.1) e poi, per celebrare al meglio anniversari, ricorrenze e nascite, si fa affiancare da Luca Santaniello ed esegue con lui il primo movimento della Sonata per due violini di Prokofiev (qui i due Oistrakh).

Chiude il concerto una Suite dal balletto Romeo e Giulietta. Insieme al completamento del Secondo Concerto per violino, il balletto fu una delle prime composizioni del Prokofiev sovietico (che nel 1935 era in procinto di ristabilirsi in URSS dall’occidente) e guarda caso la sua gestazione fu assai travagliata, causa resistenze e intromissioni di varia natura. Tanto per cominciare, qualcuno se la prese con l’idea, considerata cervellotica e quasi blasfema verso Shakespeare, che il compositore aveva avuto di chiudere il balletto con un lieto fine: Romeo e Giulietta ricongiunti, grazie a Frate Lorenzo, e avviati ad un futuro di felicità… (a nulla valsero le giustificazioni di Prokofiev, che sosteneva che due morti non potevano danzare, smile!) Poi ci si mise anche il corpo di ballo del Kirov, protestando vivacemente contro una musica ritenuta indanzabile (!)

Insomma, la prima del balletto – che l’autore fu costretto a ritoccare, e non solo per rimettere le cose a posto con Shakespeare - dovette essere spostata all’estero (Brno, 1938…) e per la prima rappresentazione in URSS, al Kirov, si dovette aspettare il 1940. Recentemente il materiale originario (con il lieto fine, per intenderci) è stato riesumato dal musicologo Simon Morrison da polverosi cassetti dell’Archivio di Stato russo e impiegato per una messa in scena della versione originale del balletto ad opera della compagnia di Mark Morris.
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Contemporaneamente alla composizione del balletto (3 atti, 9 scene e 52 numeri, nella versione definitiva) Prokofiev ne estrasse due Suites (che recano lo stesso numero di Opus del balletto, 64bis e 64ter) costituite ciascuna da 7 numeri, che corrispondono a singoli numeri del balletto o a loro raggruppamenti. Esse furono eseguite in concerto – e con gran successo come ad esempio la seconda, qui diretta dall’Autore nel 1938 – già prima del balletto da cui derivavano. Parecchi anni dopo Prokofiev predispose una terza Suite (op.101) composta da 6 numeri. Ma prima aveva pubblicato (Op.75) Dieci pezzi per pianoforte, sempre estratti dal balletto. Le tre Suites presentano in tutto 20 numeri – derivati da 26 numeri del balletto - solo l'ultimo dei quali duplicato; invece i 10 Pezzi ripropongono 9 dei numeri delle prime due Suites (più Mercuzio). Inoltre la sequenza delle Suites e dei 10 Pezzi nulla ha a che vedere con quella del balletto (che invece rispetta – finale compreso, dopo le reprimende dei puristi - la trama della tragedia del mago di Stratford-upon-Avon).

In effetti è difficile decifrare il criterio usato da Prokofiev per strutturare le sue Suites, e ciò spiega anche perché in concerto e nelle incisioni si trovino oggi le più svariate… varianti. Nella tabella che segue sono indicati i numeri del balletto e quelli delle diverse Suites (la posizione nella riga stabilisce il numero, o i numeri, di provenienza dal balletto; si tenga presente che i titoli dei numeri delle Suites a volte differiscono da quelli del balletto; inoltre Prokofiev introdusse piccole varianti per ragioni di consistenza).


Spesso i Direttori si divertono a comporre proprie varianti delle Suite: il fatto è che questa musica è talmente grande – personalmente non trovo di meglio in tutto il ‘900! – da poter essere presentata in qualsivoglia sequenza, senza perdere un briciolo del suo fascino. Anche caricando i 52 numeri del balletto o delle Suites su iPod e riproducendoli con l’opzione random, si ottiene sempre un risultato straordinario!

Bignamini – credo proprio interpretando le intenzioni della Xian – carica l’esecuzione di spiccati chiaroscuri, a partire dagli accordi fracassoni dell’apertura (Montecchi e Capuleti) e per finire alla chiusa della Morte di Tebaldo, con i 15 colpi – proprio numerati in partitura, che paiono altrettante randellate sulla testa del malcapitato – esplosi dall’orchestra prima del definitivo schianto:


Ma nei brani intimistici (da Giulietta fanciulla al meraviglioso Romeo e Giulietta) vien fuori tutta la raffinatezza e trasparenza della musica del mago Prokofiev.

Successo calorosissimo per tutti e appuntamento in… Spagna, dove ci si trasferirà la settimana prossima.