La
marcia di avvicinamento al ciclo completo del Ring, affidato (per
l’allestimento) a David McVicar, è iniziata lo scorso ottobre con la vigilia
(Das Rheingold) e prosegue ora con la prima giornata (Die Walküre).
[Poi
riprenderà con Siegfried (giugno) e Götterdämmerung (febbraio 2026) per
approdare alla meta (due cicli completi nelle due prime settimane) a marzo 2026,
con qualche mese di anticipo sulla (storica?) ricorrenza dei 150 anni dall’apertura
del baraccone Festspielhaus di Bayreuth.]
Tutta
(o quasi…) la produzione di Wagner è (o pretende di essere, nella immodesta
concezione dell’Autore) portatrice di concetti estetici, ma anche etici,
filosofici, politici e, soprattutto, psicologici. Ecco: Die Walküre è forse la
punta di diamante di questa impostazione di fondo. E ciò spiega l’ingombrante
presenza al suo interno di lunghi sproloqui infarciti di sofismi, di questioni
a sfondo esistenziale o politico; di domande che tirano in ballo di volta in
volta il libero arbitrio dell’Uomo, o i vincoli imposti dalle leggi allo stesso
legislatore, e le contraddizioni in cui cade persino il potere costituito,
macchiatosi di peccati originali che finiscono per minarne le fondamenta, con
esiti addirittura autodistruttivi. E poi tirano in ballo questioni legate ai
rapporti familiari: in particolare a quelli fra marito e moglie e fra padre e
figlia. E all’evoluzione psicologica che ne deriva su tutti i principali personaggi
della storia.
Purtroppo,
il prezzo che lo spettatore deve pagare per apprezzare fino in fondo l’essenza
di questi drammi (scongiurando rischi di reazioni di rigetto a
fronte di un approccio passivo al loro fruimento) è lo sforzo necessario a
sviscerarne, o almeno ad individuarne, il sostrato concettuale. La differenza
fra i testi di questi, e in particolare di questo dramma wagneriano, e
quelli di quasi tutti i libretti d’opera, anche i più raffinati, è che qui non
basta leggerli e comprenderli, ma è necessario farci una preventiva esegesi
approfondita (facendosi magari aiutare da che già l’ha compiuta…) e spesso
collegandone i contenuti ad altri che sono venuti originariamente alla luce
(anche musicalmente, tramite i cosiddetti Leit-Motive) addirittura in
drammi precedenti!
In
ciò sta, a seconda dell’approccio dello spettatore, la grandezza di queste
opere o il loro limite più pesante: essere caratterizzate (per parafrasare una
simpatica battuta di Rossini) da qualche sporadico momento di musica
accattivante annegato in esasperanti mezz’ore di menata-di-torrone!
Capisaldi
del dramma sono le parallele evoluzioni di Wotan e Brünnhilde: il primo passa
dall’orgogliosa sicurezza (sul suo piano di consolidamento del potere) alla
tragica realizzazione del suo fallimento. A
beneficio di qualche regista, è curioso scoprire, in riferimento
alla nostra attualità, come l’IA, tramite la sua ricerca
profonda, risponda (in 56 secondi) alla domanda: Trump
è come Wotan? Quanto alla figlia prediletta del dio supremo, assistiamo
al suo passaggio dallo stato divino a quello umano, indotto proprio dall’incontro
con i due umani che si ribellano al padre divino, provocandone la disfatta in forza dell’amore.
___
David
McVicar
ha perseverato nel suo approccio, già palesatosi in Rheingold, di
mantenersi su una posizione equidistante fra una frusta tradizione e una spinta
modernità, sperando con ciò di accontentare tutti. Il risultato è stato quasi
fallimentare, vista l’accoglienza ostile che ha accompagnato lui e il suo team
all’uscita finale.
Scene
quasi spoglie, con pochi oggetti simbolici: il frassino con la spada ivi
conficcata; ambiente inospitale per i drammatici eventi del second’atto; un’enorme
testa supina (di Erda) che alla fine si apre per mostrare una delle tre
grandi mani già comparse all’inizio del Rheingold, sulla quale Wotan adagia la
Valchiria addormentata.
Per
il resto, qualche discutibile trovata: l’intera masnada di Hunding che irrompe
nella di lui stamberga; i corvi di Wotan che svolazzano all’inizio del second’atto;
gli arieti di Fricka, impersonati da due figuranti che trascinano faticosamente
(in discesa!) la dea; Grane impersonato da un figurante che si muove a
balzelloni su protesi agli arti inferiori (simili a quelle degli atleti paralimpici)
così come gli otto cavalli delle Valchirie (un gruppo LGBTQ+, tutti maschi!);
Hunding che dà un secondo colpo di grazia a un Siegmund che insiste a non
morire sul primo colpo. Più plausibile il Wotan che, al momento di uscire di
scena, si veste da Viandante, come lo vedremo… a giugno.
___
Simone
Young forse
pensa di trovarsi ancora giù nell’Orchestergraben di Bayreuth, da dove i
suoni faticano ad emergere fino alla sala: così tiene un volume mediamente più
alto del dovuto, il che provoca qualche problema ai dettagli, e soprattutto
rischia la copertura delle voci. Per lei, comunque, un’accoglienza tutto
sommato positiva.
Come
quella per l’intero cast delle voci. A partire dal navigato Michael
Volle, che ci ha riproposto un solido Wotan, voce e presenza scenica
autorevoli, grande efficacia nel proporci tutte le diverse, e opposte,
sfaccettature della personalità del dio: una perla il suo Leb’wohl.
Franco
successo per Camilla Nylund, una convincente Brünnhilde, capace di
emozionarci nella sua umanissima scoperta del valore e della vera natura dell’amore
umano; e nel suo dignitoso porsi nei confronti del padre.
Elza
van den Heever
è una solida Sieglinde, commovente nei suoi slanci amorosi, come nel senso di
colpa e, infine, grande nel momento culminante di quell’O hehrstes Wunder,
le cui note ritroveremo solo alla fine di Götterdämmerung!
Siegmund
è Klaus Florian Vogt, non proprio un Heldentenor (anche se ormai si
cimenta anche in Siegfried…) ma che come Siegmund non sfigura proprio,
restituendoci, con la sua voce di tenore lirico, il personaggio del giovane che
il padre costringe ad una vita assai grama, per poi addirittura condannarlo a
morte!
Okka
von der Damerau è una solida Fricka, cui il regista forse
toglie un poco della moglie petulante e noiosa, mostrandocela come una gattina
morta che vuol convincere il marito con qualche moina. Il suo momento più forte
(Deiner ev’gen Gattin heilige Hehre) mi è parso poco efficace (la Young
forse ha qualche colpa…)
Lo
Hunding di Günther Groissböck ha ben meritato, forse gli è mancata un
poco più di… cattiveria musicale (in quella scenica invece il
regista ha persino esagerato).
Le
otto Valchirie, che tengono banco con il loro parapiglia nella prima scena dell’atto
finale, hanno svolto più che bene il loro non facile compito.
Che
dire, in conclusione? Nulla di storico, ma uno spettacolo che merita
ampia sufficienza, che il pubblico (non proprio da tutto-esaurito…) ha accolto
(regista a parte) con unanimi ma contenuti consensi. Resta da chiedersi se la
Scala possa fare di più.