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21 agosto, 2026

ROF-2026 live.1.2.3.

Post cumulativo delle tre opere principali in cartellone.

18 agosto 2026

Le siège de Corinthe

Eccomi, dunque, a commentare l’opera che rappresenta la punta di diamante dell’Edizione n°47 del Festival, di cui ieri è andata in scena, all’Auditorium Scavolini, la terza delle quattro recite in cartellone.

Senza offesa per la parte musicale, do la precedenza alla nuova messinscena affidata a Davide Livermore, ormai veterano di allestimenti al ROF (il primo fu Demetrio&Polibio nell’ormai lontano 2010…)

Comincio col dire che far meglio del Padrissa-2017 era un gioco da ragazzi, stante la sconfortante povertà dell’idea registica dell’esponente della Fura dels Baus.

Tuttavia devo purtroppo segnalare che Livermore non ha per nulla vinto la sfida per distacco, ma anzi ha faticato a raggiungere (ai miei occhi) la sufficienza.

Il Konzept (per dirla nel linguaggio crucco del Regieteather) di Livermore non sarebbe per nulla scandaloso, anche se un filino complicato da decifrare. Ora: la realtà storica del 1826, con la quale si dovette confrontare Rossini, vedeva Parigi esaltarsi per l’eroica resistenza greca (Missolungi, proprio in quei giorni) contro gli invasori ottomani. E il libretto del Siège tratta della resistenza dei greci del 1459 contro l’invasore ottomano Mohamed, alimentata dal proposito di rinverdire i fasti greci di 2000 anni prima (le mitiche battaglie contro i persiani, con allusioni a Maratona, a Leonidas, alle Termopili, etc.)

Fin qui, tutto bene: l’enorme armadio che si apre nel primo atto, dal quale fanno capolino un’enorme statua muliebre e un ammasso di resti di un tempio, ci dà l’idea dei greci del 1459 che riscoprono le vestigia e i ruderi della loro millenaria civiltà.

Ma ora nasce il problema di fondo del Konzept di Livermore. Stabilito che siamo nel 1459 con Corinto alle prese con Mohamed, dovremmo aspettarci matematicamente di vedere subito dopo il detto Mohamed, turco islamico reduce dalla conquista di Bisanzio e pronto a conquistare Corinto.

Ma la scena viene invece popolata da gente dei nostri giorni, dotata di ogni diavoleria contemporanea (smartphone in primis, ovviamente). Il condottiero ottomano è proprio Mohamed, ma abbigliato (alla moda) come ogni riccastro o mafioso, con tutto il seguito di supporter e armati, tutti in abiti bianchi. Chi sono costoro?

La realtà di oggi suggerirebbe subito un nome: Erdogan & soci! [Non certo un Ayatollah con Pasdaran al seguito!] Stando a Capi di Stato che perseguono obiettivi imperialistici, potremmo pensare a Trump, Netanyahu, Putin, Xi, Kim, …    

Un curioso dettaglio – che nessuno fra i recensori togati sembra aver sottolineato – è rappresentato dal mimo (in abiti moderni!) che imperversa (prevalentemente sul bordo destro della scena) in atteggiamenti ora rancorosi (si mangia, sputandole, le unghie), ora incivili (si toglie una scarpa, poi il calzino, che annusa per poi gettarlo via, prima di rimettersi la scarpa), ora sarcastici, con gesti e smorfie al telefono, che dovrebbe rappresentare… l’essenza della nostra putrida società?    

Insomma, che ci vuol trasmettere il regista? A dispetto dello spettacolo (molto fumo e poco arrosto, peraltro) forse un generico messaggio distopico e nichilista, della serie: questo mondo è avviato sulla strada dell’auto-distruzione? Mah, se è così, è un messaggio plausibile, ma del tutto gratuito (della serie: prima o poi, dobbiamo morire…) Di sicuro non è ciò che Rossini e i suoi librettisti ci volevano trasmettere!

E ciò basta a dare il pollice-verso a questa proposta. A maggior ragione a fronte della decisione, invero incivile e rancorosa, del team registico di non presentarsi alla fine per ricevere il verdetto del pubblico!

Per fortuna le cose sono andate assai bene sul fronte musicale, che a me personalmente ha soddisfatto (come già nella ripresa radiofonica). Rizzi sempre in controllo dell’Orchestra bolognese (qualche eccesso bandistico si può perdonare); il Coro di Pasquale Veleno in grande evidenza; la Berzhanskaya sugli scudi, insieme a Maxim Mironov (i più applauditi alla fine).

Piacevole conferma dalla bravissima Anna-Doris Capitelli, mentre il Mohamed di Adrian Sâmpetrean merita ampia sufficienza, con l’auspicio che ciò lo spinga ancora a migliorarsi.

Detto che mi aspettavo di più dal Cléomène di Matteo Roma, confermo l’apprezzamento per Simòn Orfila e per gli altri due interpreti (Giuseppe De Luca, Omar, e Tianxuefei Sun, Adraste).

Ultima nota di perplessità: auditorium Scavolini con evidenti vuoti.  

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20 agosto 2026

La scala di seta

Il mio secondo appuntamento è nella bomboniera del Teatro Rossini, per la terza recita de La scala di seta, che per la settima volta si rappresenta al ROF e per le ultime tre (2009, 11 e 26) si è avvalsa dell’allestimento di Damiano Michieletto.

Della quale proposta non esito a reiterare le lodi e a constatare come, a 17 anni di distanza, ancora mantenga intatta tutta la sua freschezza e godibilità. Ciò vale per l’idea geniale di mostrarci costantemente l’ambiente domestico dove si svolge la farsa (gli specchi che riflettono la planimetria dell’appartamento ma anche l’esterno, con il balcone da cui vi si accede mediante… lenzuolone) e per l’invenzione delle tante gag, tutte realizzate con stile, gusto ed equilibrio, anche quando sono graffianti, allusive o provocatorie: insomma calate in pieno nello spirito leggero e disimpegnato del soggetto originale della farsa.

E poi, la gestione attoriale dei personaggi, dove fa spicco la trasformazione di Lucilla da segretaria acida (per mancanza di… manico?) in una bomba sexy assatanata. A proposito di personaggi, ha spopolato (come prevedibile) la personalità straripante di Paolo Bordogna, veterano del ROF e assoluto protagonista delle tre edizioni michielettiane, nei panni del vanesio servitore di casa che in realtà diventa l’effettivo motore di tutta l’azione.

Per lui un autentico trionfo finale. Che ha comunque accomunato tutti i protagonisti dello spettacolo, a partire dalle voci, su cui hanno spiccato quelle dei due amanti segreti, Hasmik Torosyan e Alasdair Kent, voci ben impostate, acuti mai sforzati. Iurii Samoilov era il velleitario Blansac, che se l’è cavata discretamente, non avendo potuto disporre (scelta, peraltro, da approvare) dell’aria di baule (Alle voci dell’amore) che Alberto Zedda aveva regalato al basso nelle due passate edizioni. Bene anche l’ormai navigato Enrico Iviglia (un efficace Dormont) e la citata Lucilla della promettente Mara Gaudenzi.

Ivàn Lòpez-Reynoso ha diretto con brio e speditezza di tempi l’Orchestra del Comunale di Bologna, calorosamente applaudita dopo l’esecuzione della famosa Sinfonia. Gesto sobrio ed efficace negli attacchi, apprezzabile il suo supporto alle voci, così come la brillante concertazione dei numeri d’insieme che chiudono le due parti dell’opera. Davvero inspiegabili (per me) ed immeritati i tre isolati buh piovutigli in testa dall’alto dei palchi all’uscita finale.

Per il resto e come detto, pubblico entusiasta e prodigo di applausi e ovazioni per tutti.

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21 agosto 2026

L’occasione fa il ladro.

Pesaro ancora affollata da gente che per i 2/3 arriva dai più sperduti angoli del mondo per godersi questo Rossini. E dove si può incontrare il più famoso musicista pesarese dopo Rossini mentre si aggira nei pressi del teatro, in bicicletta e in tenuta balneare.

Teatro non proprio esaurito, ma quasi, e pubblico reattivo e intento a non perdersi nulla dello spettacolo. Che è poi ancora quello - davvero da museo, nel senso più alto del termine – ideato nella preistoria del ROF (1987) dal sommo Jean-Pierre Ponnelle e poi riproposto a più riprese da Sonja Frisell. E che non ci si annoia mai di rivedere, proprio come accade alla Scala di seta michielettiana, della quale condivide l’approccio leggero e allusivo, ma senza mai scadere nel triviale o nel grossolano, pur impiegando mezzi assai diversi, a partire dalle scene, che Michieletto ci presenta in modo assolutamente statico, facendole animare dal grande specchio sovrastante, mentre Ponnelle al contrario inventa continue mutazioni, impiegando pareti di tessuto dipinto e argani che permettono di muoverle e spostarle a seconda delle esigenze del libretto. E dando a Martino (Giuseppe Toia, esordiente al ROF) il ruolo di regista in scena, fin dal suo ingresso dalla platea per distribuire partitura e parti.   

La ripresa radiofonica della prima aveva portato buone notizie sul fronte dei suoni e questa dal vivo le ha in buona parte confermate. A partire dalla solida direzione di Alessandro Bonato e dalla risposta convincente della Sinfonica Rossini, potenziata dai due maestri al continuo, essenziali in questa partitura: Giulio Zappa al (bellissimo) fortepiano e Jacopo Muratori al cello.

La bella Damiana Mizzi ha sciorinato la sua voce acuta e penetrante, robusta nella parte bassa della tessitura ma capace poi di svettare nei concertati e di inerpicarsi senza difficoltà su su, fino al MIb. Martiniana Antonie ha confermato le sue qualità di mezzo messe al servizio dello sbarazzino e intraprendente personaggio di Ernestina.

Il pesarese Matteo Mancini (l’inaffidabile Don Parmenione) dopo questo esordio è sulla buona strada per diventare un buffo degno della miglior tradizione rossiniana.

Altra bella conferma è Il tenorino bresciano Dave Monaco, capace di svettare con acuti squillanti e autore di una prestazione che ha avuto il suo culmine nell’aria D'ogni più sacro impegno. Così come apprezzabile è stato l’altro tenore leggero, lo Zio Eusebio di Manuel Amati, ormai più che un esordiente qui e che è ormai più che una promessa.

Ai complimenti per le qualità registiche, per Giuseppe Toia vanno aggiunti quelli per la prestazione canora, culminata nell’aria Il mio padrone è un uomo

Alla fine, consensi, applausi e ovazioni per tutti quanti. All’uscita della platea, Michele dall’Ongaro, da quest’anno padrone di casa, distribuiva sorrisi a tutti, evidentemente compiaciuto per i risultati di questo suo primo Festival. Che però non finisce qui…

12 agosto, 2026

ROF-2026 alla radio.1-2-3.

Breaking news: ROF-2027

- La donna del lago (n)
- Adina (2018)
- Tancredi (n)
- PMS
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Martedì sera all’Auditorium Scavolini ha preso il via il programma principale del ROF edizione 47, con la rappresentazione di Le Siège de Corinthe, la prima, autentica opera francese di Rossini, di cui ricorrerà fra poche settimane il centenario della recita inaugurale (Academie Royale de Musique, lunedì 9 ottobre, 1826). [Qui alcune mie personali curiosità sul soggetto e le sue vicissitudini.]

Questa nuova produzione è affidata a Davide Livermore, e mi permetterò di commentarla a suo tempo, mentre l’ascolto radiofonico – ripresa non proprio impeccabile - ha comunque permesso di avere almeno un’idea del livello del Cast vocale, dell’Orchestra (del Comunale di Bologna), del Coro (Ventidio Basso, diretto da Pasquale Veleno) e del Maestro concertatore Carlo Rizzi.   

Premesso che (come già nel 2017) l’edizione critica di Damien Colas ripesca l’estensione dell’aria di Pamira che apre l’Atto II, il finale con il coro delle donne greche, oltre che il brano di chiusura delle tre Air de Danse del balletto, direi che Rizzi abbia saldamente tenuto in pugno la situazione, ben supportato dall’orchestra in ottima forma (anche nelle parti solistiche). Forse gli si potrebbero rimproverare tempi (a tratti) un po’ troppo sostenuti (magari tipici del grand’opéra) ma nel complesso la tensione è sempre rimasta alta e coinvolgente, con un picco alla chiusura dell’atto secondo.

Solida la prestazione del Coro, che si deve sdoppiare (maschi e femmine) fra greci e turchi, fra sottomessi e invasori (però quell’Hymne turco… che meraviglia!)

Trionfatrice della serata è stata la splendida Vasilisa Berzhanskaya, che si rivelò proprio qui nel 2021 nel Moïse, per poi affermarsi in giro per il mondo: ieri ha mietuto applausi con una prestazione eccellente, che ha avuto il suo culmine nella massacrante, strepitosa (e intonsa…) aria con coro (più risposte a Mahomet) che apre il second’atto e poi il suggello con l’ultima esternazione.  Mahomet II è Adrian Sâmpetrean, esordiente al ROF, ma con una lunga consuetudine con Rossini alle spalle: voce di basso-baritono che ben si adatta al ruolo del condottiero islamico, protervo e brutale, ma anche capace di slanci di nobile lirismo, il 43enne rumeno ha meritato gli elogi del folto pubblico.

I due tenori della compagnia (Matteo Roma come Cléomène e Maxim Mironov come Néoclès, già ben noti al pubblico del ROF) hanno gareggiato in bravura ed efficacia: forse le loro voci liriche tendono a… confondersi (Cléomène per me dovrebbe avere una corposità più… robusta, quasi da baritenore, dato il suo ruolo di comandante della guarnigione greca, di maturo padre di Pamyra, e di aspirante suocero di Néoclès, un giovane eroico combattente, capace di salire al RE sovracuto nell’aria in SOL del terz’atto) ma comunque sono stati giustamente accolti da calorosi consensi.

Anna-Doris Capitelli è l’interprete di Ismène, la confidente di Pamyra, che Rossini gratifica della graziosa Ballade in tempo ternario che precede i… balletti del second’atto, da lei interpretata con la giusta delicatezza e l’apprensione per la sorte della sua signora.

Simòn Orfila (Hìeros, efficace il suo appello nel terz’atto), Giuseppe De Luca (Omar) e Tianxuefei Sun (Adraste) hanno dignitosamente completato il cast. 

Insomma, mi pare un Festival partito con il piede giusto… Qui la registrazione RAI.

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13 agosto 2026

L’Occasione fa il ladro

Seconda serata al ROF (Teatro Rossini) per l’ennesimo revival dell’ormai storica (1987) produzione di Jean-Pierre Ponnelle, anche oggi ripresa dalla venerabile (è sulla soglia dei 90!) Sonja Frisell.

Uno che potrebbe essere suo nipotino è Alessandro Bonato, oggi accasato in Trentino-AltoAdige/SüdTirol (Orchestra Haydn di TN-BZ) che ha per l’occasione (!) diretto la Sinfonica Rossini in questa burletta-in-musica veneziana (Teatro San Moisè, martedì 24 novembre, 1812) del Gioachino ventenne.

Devo dire che il 31enne veronese si è subito presentato bene con il breve preludio orchestrale, dove compare un breve motivo che verrà ripreso nientemeno che da Bizet e, a catena, da Ciajkovski; seguito poi dal temporale, preso da Rossini a imprestito (Pietra del paragone) e successivamente potenziato nel Barbiere.

Ma tutta la sua direzione è stata apprezzabile per leggerezza, garbo e buongusto, così da valorizzare al meglio questo cammeo che già guarda al futuro. Ottima la risposta della Sinfonica Rossini, che già era stata protagonista delle rappresentazioni del 2013.   

Cast che fa ampio uso di… prodotti locali (leggi: Accademia rossiniana, fondata e poi diretta per anni e anni dal sommo Alberto Zedda e oggi affidata alle cure del Sovrintendente - e navigatissimo cantante - Ernesto Palacio): tutti i sei interpreti sono, prima o poi, poco o tanto, passati da lì! E cinque di loro hanno egregiamente cantato il grande quintetto che divide in due l’atto unico.

Colui che è sulla buona strada per divenire profeta-in-patria, il 28enne pesarese Matteo Mancini, impersona uno dei ruoli-chiave della farsa, Don Parmenione, di moralità apparentemente integerrima (rimprovera il servo Martino per lo scassinamento della valigia di Alberto) ma che in realtà è pronto ad approfittare di ogni evento per conseguire il proprio tornaconto. Sfoggiando la su voce chiara e morbida, perfettamente attagliata alla rossiniana categoria di buffo!

Il Conte Alberto, cui Parmenione crede di soffiare la moglie (che invece è sua sorella…) è interpretato da un altro esordiente: il trentenne tenore bresciano Dave Monaco, che ha messo in mostra la sua voce acuta e squillante, proprio da tenorino del Rossini leggero.    

Le due femmine sono Damiana Mizzi (soprano, pugliese, all’esordio al ROF nel cartellone principale) una Berenice ingenua e timorosa, dalla voce leggera e calda e dalla perfetta intonazione, capace anche di staccare con facilità il MIb acuto nel finale; e Martiniana Antonie (mezzosoprano, romena, da otto anni ormai nel grande giro di Pesaro) che ha prestato la sua voce brillante e ben impostata al personaggio di Ernestina.

Anche se non è fra i protagonisti principali della farsa (i due maschi in cerca di moglie e le due femmine, vittime predestinate) un altro buffo (Martino, il servo di Parmenione) è lodevolmente impersonato dall’esordiente Giuseppe Toia, che si è distinto in particolare nella sua aria in cui elenca vita, morte e miracoli del padrone.  

Infine, il tapino zio Don Eusebio è il tenore Manuel Amati, che ha mostrato di saper mantenere le promesse dell’Equivoco del 2019 e del Bruschino del 2021.

Successo per tutti, almeno come testimoniato dalla registrazione RAI

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14 agosto 2026

La scala di seta

Terzo ed ultimo appuntamento radiofonico con il ROF-47, ancora dal teatro Rossini, per un altro simpatico revival: quello della terza farsa veneziana di Rossini, che precede di soli sei mesi (sabato 9 maggio, 1812) l’Occasione ascoltata ieri, e che da quest’anno raggiunge il Barbiere al primo posto per numero di Festival in cui è comparsa (7). [Qui la prima rappresentazione del 1988.]

Allestimento che arriva per la terza volta al Festival, a 17 anni di distanza da quando Damiano Michieletto lo inventò (2009) per poi riproporlo solo due anni dopo.

Sul podio il giovane mexicano (oggi di stanza ad Atlanta) Ivàn Lòpez-Reynoso, già presente a Pesaro dal 2014 (Viaggio accademico) e 2017 (Concerto di canto) e che il 18 agosto dirigerà il Gala Florez-30.

Ai suoi comandi l’Orchestra del Comunale di Bologna, che ha confermato la sua ottima forma fin dall’esecuzione della celebre, spumeggiante Sinfonia, per poi accompagnare le voci, tutte giovani, alcune esordienti, che hanno fatto quasi da scorta al protagonista, che invece è il navigatissimo Paolo Bordogna, che calca le scene del ROF dal 2005 (Gazzetta, poi altri 9 titoli) e che impersona il (finto-)tonto Germano per la terza volta, nelle recenti edizioni curate da Michieletto.

Hasmik Torosyan (aveva già al suo attivo una Gazzetta del 2015) ha sciorinato la sua bella voce calda e corposa di armonici nella parte di Giulia (toccando anche il MI sovracuto nell’aria Quanta pena).

Il suo compagno scalatore Dorvil è l’esordiente Alasdair Kent, che ha ben impressionato per limpidezza di timbro e capacità di salire agli acuti (come il RE su Deh non tradirmi amor).

Al velleitario Blansac ha dato voce un altro basso (Iurii Samoilov, già affermatosi nel 2017 – Siège – e nel 2020 con Cambiale e Barbiere). Questa volta è stato privato dell’aria (spuria) Alle voci dell’amore - che Alberto Zedda (discutibilmente?) aveva introdotto nelle due precedenti edizioni, adattando Alle voci della gloria per aggiungere peso alla parte - ma è stato comunque protagonista, con i tre colleghi già citati, nel grande quartetto che separa i due semi-atti dell’opera e al quale la detta aria faceva immediatamente seguito.

Dormont è Enrico Iviglia (cantò in Otello nel 2007, in Maometto nel 2008 e in Bruschino nel 2021) e ha degnamente completato il cast con l’esordiente Mara Gaudenzi (Lucilla). Per tutti caloroso successo. Ecco qui la registrazione di Radio3.

A questo punto basta radio e… vediamo in-corpore-vili!


25 settembre, 2013

Michieletto non fa danni: ma la sua Scala non basta alla Scala


Ieri quarta recita della rossiniana Scala di Seta in un Piermarini ridotto ad un gruviera (ahinoi). Allestimento portato qui dopo anni (è del 2009, poi 2011) dal ROF, sponsor incluso (ma Cuccarini esclusa, smile!) e affidato alla scaligera Accademia.

 

Ieri era il terzo (!) cast di questa produzione: evidentemente si vuoIe dare un po’ di spazio a tutti gli allievi, come si fa per le recite scolastiche di fine anno. Risultato: francamente malinconico. La colonia asiatica accorsa per vedere all’opera i suoi conterranei ha applaudito timidamente, per il resto silenzio assoluto durante tutto lo spettacolo. Francamente non saprei chi salvare dal grigiore generale, che ha accomunato cantanti e orchestra, guidata da un baroccaro che forse pensava di dirigere un oratorio di Pergolesi (con tutto il rispetto) e ci ha propinato una minestrina piuttosto insipida. Nella sinfonia c’è stato perfino un pasticcio nella ripresa del tema principale, roba appunto da… oratorio (smile!)

 

Così, contrariamente al solito, dove sono le regìe strampalate ad affossare la recita, qui Michieletto ha almeno contribuito a non far addormentare lo scarso pubblico, ed è già qualcosa.


Certo, non è il caso di prendersela con i poveri allievi, ma con chi li manda allo sbaraglio chiedendo al pubblico di pagare il biglietto intero… Nobbuono. 

19 agosto, 2011

ROF-2011 - La Scala di Seta


Altra puntata del mio personale programma al ROF-2011, con La scala di seta, in un Teatro Rossini ancora affollatissimo.

Questa farsa del Rossini giovane (20 anni o giù di lì) è un'altra delle sue opere che hanno avuto fortune non proprio luminose. A parte la pregevole e popolare Sinfonia, eseguita spesso come antipasto di concerti o incisa per qualche antologia, pochissime sono le rappresentazioni complete. Invece è il titolo più presente nelle 32 edizioni del ROF: fu messa in scena per la prima volta nel 1988 (con la coppia Serra-Bartoli) poi ancora con lo stesso allestimento (Scaparro) e diverso cast nel 1990. Fu eseguita nel 1992 in forma di concerto, poi nuova produzione nel 2000 (De Filippo) prima di quella attuale di Michieletto, presentata nel 2009.

Il soggetto – assai vicino a quello del Matrimonio segreto di Cimarosa – è la classica commedia degli equivoci e dei sotterfugi, con gente che si nasconde in gabinetti, che scala balconi, che spia ed è spiata, che prende fischi-per-fiaschi, e così via parodiando. Immancabile il lieto fine, dopo la classica scena-madre (un gran concertato) dove tutti gli equivoci vengono spiegati, dove quasi tutti i personaggi hanno il loro contentino, salvo il beota di turno che fa soltanto la figura del pirla, per far divertire gli spettatori.

Consta di otto cosiddetti numeri, precisamente quattro arie (di altrettanti protagonisti principali: tenore, mezzosoprano, soprano e buffo) più un terzetto, un duetto, un quartetto e il concertato finale. In questa edizione ROF viene aggiunta una quinta aria (Alle voci dell'amore) per il protagonista basso, portata di peso dentro l'opera dall'esterno (si tratta di un'aria da concerto di Rossini, dal titolo originale Alle voci della gloria). La motivazione di tale scelta (ciò si faceva normalmente ai tempi di Rossini) esposta da Alberto Zedda sul programma di sala è come minimo singolare, per non dir di peggio; poiché starebbe benissimo in bocca ad un sovrintendente - che deve preoccuparsi della cassetta e dei buoni rapporti con un tal cantante – mentre stona assai in bocca all'editore-critico-principe del ROF! Al quale si potrebbe allora obiettare che l'aria (Qual tenero diletto, da L'inganno felice) fatta cantare al secondo tenore del cast in questa simpatica produzione svizzera sia anche meglio, come musica e come effetto teatrale…

Ad ogni buon conto quella che si ascolta è musica sopraffina, dalla spigliata Introduzione in FA maggiore, fino al bellissimo finale, che si apre con un Andante, misterioso, ma sognante, in RE maggiore, perfettamente attagliato allo scenario notturno. Sempre nel finale, prima che Blansac canti il suo È mezzanotte, troviamo un singolare imprestito: udiamo infatti dal flauto una deliziosa introduzione in SIb (Andantino in 2/4) che è copiata pari-pari da una composizione del Rossini dodicenne (!): precisamente dal terzo movimento della Sonata a quattro, n°3 (Moderato, 2/4 DO maggiore) del 1804.

Quanto agli interpreti, ottima prova della piccola Orchestra Rossini, ben guidata dal corpulento Josè Miguel Pérez-Sierra.

Sul fronte del canto, discreta prestazione di tutti, chi più chi meno in difficoltà nelle parti più virtuosistiche: Hila Baggio (Giulia) con qualche urletto di troppo (ma bene negli acuti spiegati) Paolo Bordogna (Germano) con qualche problema di intonazione sulle note alte e Juan Francisco Gatell (Dorvil) non sempre pulito.

Simone Alberghini ottimo per presenza scenica, appena discreto sul lato canto: nell'aria posticcia ha fatto più il guitto che non il basso.

Chi forse se l'è cavata meglio è stata Josè Maria Lo Monaco (Lucilla) che ha mostrato sicurezza e bella espressione.

John Zuckerman ha degnamente impersonato l'ingenuo Dormont.

Alla fine grande successo per tutti, e per Bordogna in particolare.

La regìa di Damiano Michieletto, in una scena tutta aperta, coglie alla perfezione lo spirito dell'opera. Gli perdoneremo qualche sconfinamento nell'avanspettacolo, ma evidentemente il regista, con le farse, si trova perfettamente a suo agio (smile!)

Fuori, Pesaro è ancora in pieno clima ferragostano, strade, bar e ristoranti ricolmi di gente, la sfera sventrata di Pomodoro in Piazza della Libertà circondata da frotte di ragazzini e la luna, ancora bassa sull'orizzonte, ad est, che stende sul mare appena increspato la sua particolare scala di seta.
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12 agosto, 2011

ROF-2011: le prime via-radio


Come tradizione, le tre prime del ROF sono state irradiate da Radio3 (10-11-12). Per la verità, a parte la versione riveduta (moderatamente, rispetto al 2006) dell'Adelaide, l'interesse principale, oltre che per la musica ovviamente, è per i due nuovi allestimenti: di Pier'Alli per l'Adelaide medesima e di Graham Vick per il Mosè (versione 2 di Napoli) cui si accompagna quello abbastanza recente di Damiano Michieletto per La scala di seta.

In attesa di riferire sugli allestimenti, dopo visione diretta, ecco qualche impressione sul fronte audio.

Adelaide di Borgogna

Rimando alla prossima settimana per qualche nota generale su quest'opera, abbastanza bistrattata e incompresa, che meriterebbe più spazio nei cartelloni: la musica è tutt'altro che disprezzabile (almeno quella di sicura mano di Rossini, smile!)

Jurowski-junior ha forse peccato di eccessiva pesantezza, almeno in certi frangenti, tenendo tempi slentati e accompagnamenti un po' grevi, ma tutto sommato, per essere abbastanza nuovo in questo repertorio (oltre che giovane in assoluto)… poteva andargli peggio. L'Orchestra bolognese ha pure mostrato più di un'imprecisione, tuttavia nel complesso di una prova abbastanza degna.

La Pratt (Adelaide) ha una gran voce (ha sparato nel finale un MI sovracuto come nulla fosse) però la sua tecnica, soprattutto nelle volate, mi è parsa ancora un filino acerba. Già così è grande, ma migliorerà di sicuro, le doti sono davvero eccezionali.

Sotto le (mie) aspettative la Barcellona (Ottone), piuttosto opaca e qualche volta in leggero calo. I buh al duetto con Adelberto nel primo atto e alla fine l'hanno forse castigata troppo, ma non erano del tutto ingiustificati, a parer mio, anche in rapporto al calibro dell'artista.

Mihai (Adelberto) non mi pare abbia demeritato. Anche lui (assai più della Pratt, naturalmente…) non può che migliorare, con lo studio e l'impegno.

Ulivieri (Berengario) deve cantare un'aria mediocre (probabilmente apocrifa) e per il resto solo recitativi: sufficienza di routine per lui.

Idem per la Fisher (Eurice) la cui breve aria del secondo atto, reintrodotta per l'occasione, è di quelle che abbassano la qualità media dell'opera (anche questa è probabilmente di mano estranea a Rossini).

Gli altri (Pierpaoli e Dagliotti) hanno quasi solo dei recitativi secchi, che potrebbero essere del tutto soppressi. In quest'ottica fa abbastanza sorridere la novità di far interpretare Iroldo ad un soprano, invece che a un tenore, quando canta solo due versi a fianco del coro d'esordio…

Coro (di Fratini) che invece si è portato bene, avendo nell'opera un compito per nulla secondario.

Mosè in Egitto

Quest'opera è un capolavoro, e nel rappresentarla il rischio più grande è di rovinarlo in qualche modo. L'importante è che non lo sia stata la parte musicale: non era il massimo, forse, ma personalmente mi sono più che accontentato. Per la messa-in-scena meglio vedere prima di giudicare.

Roberto Abbado ha padroneggiato più che bene (spreco un po' di enfasi) questa straordinaria partitura: una direzione per me assai efficace sotto ogni punto di vista, assecondata da un'ottima prestazione dell'orchestra bolognese. Con il coro di Fratini ha tirato fuori dagli insiemi le cose migliori, veramente emozionanti.


Il Mosè di Zanellato merita per me un'ampia sufficienza, per la voce e per l'espressività messe in campo, entrambe assai efficaci.

Esposito come Faraone ha salvato le chiappe, come si suol dire con linguaggio aulico, ma già sui MI alti era in evidente difficoltà.

Discreta la Ganassi (Elcìa) che deve aver supplito con tanto mestiere a qualche problema con questa parte piuttosto ostica.

Passabile la prestazione di Korchak in Osiride, una parte forse non tecnicamente proibitiva, ma pesante fisicamente.

Idem per la Senderskaya, una discreta Amaltea.

Più che dignitosi, nelle loro parti di… contorno, Scala, Shi e Amarù.

La scala di seta

Questo gioiellino di un Rossini ventenne ha chiuso in allegria le prime 2011. Complimenti soprattutto all'orchestra - guidata da Pérez-Sierra - che per essere di provincia ha meritato assai, già dalla sinfonia, impeccabilmente eseguita.

La Baggio è stata una Giulietta leggera e sbarazzina, per me la migliore della compagnia.

Il Germano di Bordogna discreto, se pur con qualche raucedine nelle note basse e intonazione non sempre felicissima.

Alberghini passabile in Blansac, cui è stata regalata un'aria di contrabbando, che non mi pare gli abbia alzato la media.

Gatell ha interpretato un Dorvil allineato alla vocina della Baggio: se l'è cavata più che discretamente.

Zuckerman (Dormont) e LoMonaco (Lucilla) hanno degnamente completato il cast.

(Prossima settimana... dal vivo.)
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