Ieri sera è calato l’ultimo sipario sulle 8 recite del Ring scaligero di McVicar/Young-Soddy. Giustificabile il tripudio che il pubblico ha tributato con regolarità (ma con diverse punte di calore) a tutte le rappresentazioni e in particolare ai due conclusivi Götterdämmerung.
In generale va apprezzato lo sforzo che il Teatro ha fatto per allestire questa proposta artistica, che rimane un unicum nel panorama del teatro musicale. A maggior ragione considerando alcuni scherzi del destino che ne hanno condizionato la vita: a partire dal caso-Thielemann con conseguente scelta bifronte (pro-e-contro) delle due Direzioni musicali, per finire con i (fisiologici?) contrattempi legati ad improvvise indisposizioni di interpreti di rilievo.
Della regia di McVicar avevo già dato un giudizio benevolo, riconoscendole (in mancanza di altri…) almeno il merito di non aver stravolto l’essenza di questo monumento dell’Arte, tenendo un approccio furbescamente in equilibrio fra opposti eccessi: la puerile e rinunciataria fedeltà alla lettera delle indicazioni didascaliche e le ardite (e normalmente fuorvianti e deleterie) interpretazioni troppo ideologicamente caratterizzate.
Il livello tecnico complessivo delle prestazioni canore, a mio modestissimo avviso, non è andato al di là di una ampia sufficienza: diciamo il famoso (o famigerato) settepiù… Che ovviamente è una media del pollo fra punte di eccellenza (Volle, finchè ha… resistito, i sempre impeccabili Nylund-Vogt e la sorprendente Vida Miknevičiūtė) e l’onesta e navigata professionalità degli altri interpreti (qui citerò in positivo il Wotan dell’ultimo arrivato Derek Welton).
Stesso
discorso per la Direzione musicale, la cui matrice di fondo era la stessa, data
la precedente consuetudine del duo Young-Soddy a lavorare insieme sul soggetto,
il che non ha ovviamente impedito l’emergere, allo stato pratico, di differenze
peraltro non abissali. E l’accoglienza del pubblico – e degli stessi
orchestrali - in effetti non ha poi fatto molta differenza fra i due, entrambi
osannati in egual misura.
Quanto all’Orchestra, è stata spesso censurabile nella sezione ottoni (corni in particolare, che in questo Wagner sono fondamentali) caratterizzata da svarioni dei singoli ma soprattutto (e qui c’è per forza lo zampino del podio) da un precario amalgama (il Preludio del Rheingold ne ha fatto regolarmente le spese…) e da una costante invadenza sulle altre sezioni (non parliamo delle povere arpe, che avrebbero dovuto essere 12 per far fronte al fracasso che le inondava arrivando dai dirimpettai in buca…) e non di rado anche sulle stesse voci. A compensare questi aspetti critici le eccellenti prestazioni di archi, legni e percussioni. Meritato quindi l’apprezzamento complessivo, culminato nell’uscita finale di tutti sul palco (come era accaduto con Soddy il 1° febbraio).
A proposito di legni, nel secondo intervallo della Walküre dell’11, il Soprintendente Ortombina è comparso al proscenio non per annunciare qualche rogna improvvisa ma per chiedere al pubblico, in lingua inglese, una stending ovescion per uno storico musicista che quella sera concludeva, dopo 43 anni, la sua luminosa carriera in Orchestra: il mitico clarinettista Fabrizio Meloni!
Detto questo, non mi pento certo dell’investimento fatto: il Ring è un tale dono-di-dio/dramma-e-delizia (notare la Stabreim!) che continua a stupire e ad emozionare ad ogni nuovo incontro. Quindi… W Wagner e W la Scala!






