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24 gennaio, 2026

Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26.9 – Pérez-Emelyanov.

Per ricordare i 150 anni dalla nascita (e gli 80 dalla morte) di Manuel De Falla l’Orchestra Sinfonica di Milano propone un programma che affianca due famosi brani del compositore iberico alla più nota sinfonia del nordico Sibelius. Sul podio il 72enne castigliano Victor Pablo Pérez, già ospite in Auditorium tre anni orsono (Schubert e Bruckner).

Il concerto si apre quindi con il più famoso brano da La vida breve, il dramma in due atti del 1913: la prima Danza spagnola. Pérez è noto come esperto di zarzuelas, e qui si trova perfettamente a suo agio: sono meno di 5 minuti di musica trascinante, perfetta per creare la buona disposizione del pubblico (anche ieri abbastanza numeroso) che infatti ha convintamente accolto la prestazione di Direttore e musicisti.

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Ecco poi Noches en los jardines de España, impressioni sinfoniche per pianoforte e orchestra. Le interpreta alla tastiera il 32enne Konstantin Emelyanov da Krasnodar. Qui alcune mie note a margine della precedente esecuzione in Auditorium, più di 9 anni orsono.

Il giovane ma ormai affermato pianista russo ce le ha porte – ben assecondato dall’Orchestra guidata sapientemente da Pérez - con perfetta padronanza dei diversi scenari andalusi che caratterizzano la partitura, dalle tenui tinte della Generalife, alle nostalgiche atmosfere della danza lontana e infine all’evocazione di danze gitane interrotte dagli imperiosi e stentorei interventi del pianoforte, di pretta marca hidalgica.  

Trionfo assicurato per Konstantin, che lo ricambia con due splendidi encore: l’infuocato De Falla (El amor brujo, qui a 5’55”) e poi il pastorale Rameau (5° brano della Suite in MI minore). 

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A chiudere la serata è Jan Sibelius con la sua Seconda Sinfonia del 1901-2. Opera che personalmente tendo a criticare come velleitaria e insincera, a dispetto della sua relativa diffusione nelle sale da concerto e da incisione. Una Sinfonia pastorale (infatti, in RE maggiore, come Dvorak e Brahms) con reminiscenze di Ciajkovski e Mahler…

Si apre in Allegretto con una leggiadra melodia (forse qualche cinguettante usignolo di Rapallo…) che sfocia però in una rincorsa verso… una palude. Tutto il primo movimento sembra una fantasia di motivi giustapposti fra loro senza alcuna comprensibile narrativa, dove anche la forma sinfonica viene bistrattata assai, cercando effetti a buon mercato, ma, come si usa dire in casi analoghi, sono effetti senza cause, o magari cause che non sortiscono effetti conseguenti.

L’Andante rubato (RE minore) è un filino più convincente, dove almeno si riconoscono un paio di idee abbastanza chiare, di natura piuttosto cupa, con qualche squarcio di RE maggiore. Tuttavia non manca qualche eccesso di ripetitività.

Il Vivacissimo (SOL minore) occupa il posto (ed ha una forma eterodossa A-B-A’-B’) dello Scherzo (con TrioLento e soave, in SOLb maggiore, poi ripetuto in RE). Anche qui non manca la prolissità (nel tema B soprattutto). Nella ripresa A’ si intravede il tema che la farà da padrone nel Finale.

Il quale Finale (Allegro moderato, RE maggiore) direttamente attaccato al movimento precedente, è intriso di ampollosità, prolissità e stucchevole magniloquenza, insomma di retorica a volte persino insopportabile, e davvero degna di miglior causa.

Pérez, che debuttò qui con laVerdi nel lontano 2002 dirigendo proprio questa Sinfonia, ha fatto del suo meglio, insieme alla splendida prestazione di tutti, per valorizzarla… Così l’enfatica e pretenziosa conclusione ha portato il pubblico al liberatorio applauso.


10 febbraio, 2023

laVerdi 22-23. 15

Profondo ‘800 (= grande musica!!!) al centro del cartellone del 15° concerto dell’Orchestra Sinfonica di Milano, diretto da Víctor Pablo Pérez [secondo Wikipedia, un esperto di… Zarzuelas !!??!!] Però qui non dirige due operette spagnole rimaste a metà, ma due grandi Sinfonie incompiute! E dico subito che il 69enne iberico ha retto benissimo l’urto di questo impegnativo programma.

Il primo titolo è l’Incompiuta per antonomasia, quella catalogata come Ottava di Franz Schubert. Davvero una Sinfonia sui-generis, constando di due soli movimenti e per di più pochissimo contrastanti. Però… Schubert si riscatta con la sua straordinaria vena melodica, e nell’Andante mostra anche capacità di drammatizzazione della narrativa musicale.

Pérez (che ha preso la bacchetta solo nello Scherzo bruckneriano) con il suo gesto sempre privo di ogni affettazione, asciutto e misurato, ha perfettamente interpretato la natura della Sinfonia in SI minore, che poi rispecchia quella del suo Autore: dando grande risalto alla leggerezza e alla cantabilità dei temi, tenendo sempre dinamiche discrete e tempi comodi: insomma, proprio lo Schubert… viennese che – nel bene e nel male – si differenziò sempre dal nordico e impegnato Beethoven.

Il pubblico - non proprio nutritissimo, devo dire - dell’Auditorium ha però apprezzato assai.
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Ecco infine la poderosa (e ponderosa) Nona di Anton Bruckner, che rimase priva del Finale per… sopravvenuta scomparsa dell’Autore. Datosi che era stata dedicata al buon Dio… si potrebbe sospettare che il Dedicatario non abbia poi tanto gradito la dedica, impedendo d’autorità il completamento dell’opera. [Ma questa è solo una battuta di bassa lega, degna di qualche anti-bruckneriano incallito.]

In questo scritto, derivato da precedenti commenti alla Sinfonia, ho cercato di riassumerne sommariamente le circostanze della composizione e le caratteristiche salienti, che la configurano come l’estremo lascito musicale, ma soprattutto spirituale, del complesso e complessato ex-organista di SanktFlorian.

È un’opera, come altre - non tutte - sinfonie di Bruckner, che richiede un ascolto preparato, e mal si presta a fruizioni superficiali o passive. Perché non è semplice entrare in sintonia con questo compositore, la cui musica di primo acchito potrebbe apparire come contorta, o frammentaria, o addirittura priva di qualsivoglia narrativa. Persino un Brahms – che pure quanto a cerebralità delle sue composizioni non scherzava di certo – la considerava priva di senso e di logica, addirittura arrivando ad offenderla come ciarpame. (Però al funerale del vecchio Anton anche lui gli rese il dovuto omaggio…)

Pérez dimostra qui di sapersi destreggiare sapientemente nei meandri della musica di Bruckner (del resto scopriamo dalla sua biografia che non è nuovo ad interpretare questa ed altre famose None, Mahler compreso): l’approccio al primo movimento è proprio solenne, e le proverbiali pause bruckneriane sono sempre rispettate come si deve per questi silenzi che sono abissali assenze di suono.

Lo Scherzo è precisamente demoniaco, nei passaggi di pervicace martellamento degli ottoni o come negli svolazzi spiritati dei violini nel Trio. L’Adagio conclusivo è proprio un Purgatorio, popolato di grandi slanci verso il cielo e di rassegnata e serena attesa della fine (le tubette wagneriane dell’addio alla vita…) La lunga coda, con le tubette che scalano per due ottave (SI-MI-SI-MI-SI) l’accordo di MI maggiore dell’orchestra, lascia proprio senza fiato, e i 10 secondi abbondanti di silenzio che Pérez impone mantenendo alzate le braccia mettono il sigillo a questo viaggio verso… l’Assoluto.   

Lunghi applausi, anche ritmati, per il Direttore e ovazioni per i suonatori – capitanati da Dellingshausen - tutti chiamati, sezione per sezione, a godersi il meritato trionfo.