Il
concerto di questa settimana dell’Orchestra Sinfonica di Milano è
monopolizzato dall’ultima, incompiuta sinfonia (la Decima) di Gustav
Mahler. Che qui è stata diretta dal 38enne israelo-statunitense Yoel
Gamzou (già due volte gradito ed applaudito ospite dell’Auditorium negli
ultimi tre anni) che ne ha anche curato (tra il 2003 e il 2010) il
completamento.
Prima
del concerto – che, per qualche valido motivo, non sarà replicato
domani, come da programma - la massima autorità mahleriana vivente (Quirino
Principe) ci ha elargito la sua smisurata sapienza sull’argomento o, per
meglio dire, su ogni sua connessione, anche… pindarica, con fenomeni spazianti
su secoli di musica, di filosofia e di estetica.
Per sua stessa ammissione (esplicitata in una decina di pagine di Prefazione alla partitura) Gamzou - che confessa di avere per questo lavoro una specie di ossessione esistenziale, tanto da occuparsene fin da quando era un ragazzino - ammette di aver seguito un approccio assai diverso da quello di Cooke (e altri…) strettamente musicologico e filologico, prendendosi invece la responsabilità (e la libertà) di interpretare i manoscritti originali anche al di là dei puri segni lasciati da Mahler sulla carta. Cercando di calarsi nella personalità del compositore boemo per decifrarne il messaggio affidato alla Trilogia dell’addio (dopo il Lied e la Nona…)
Un messaggio che Gamzou (imitando Mahler, che ha costellato i suoi schizzi di lamenti, imprecazioni e suppliche) accompagna scrivendo di suo pugno sulla sua partitura del Finale - dove si riode il tremendo accordo dissonante (per Gamzou: l’Apocalisse) già esposto nell’iniziale Adagio e si riprende, nei corni, lo spettrale recitativo delle viole - il richiamo alla preghiera ebraica Sh’mà Israel: una più o meno arbitraria deduzione dalla presunta fede ebraica di Mahler (fede convintamente o strumentalmente abbandonata come atto facilitatore della sua ascesa a Generalmusikdirektor della Hofoper):
Insomma, secondo Gamzou la Decima conterrebbe un messaggio di commiato dalla vita colmo di serena rassegnazione e, contemporaneamente, di incrollabile fede.
Dal punto di vista strettamente tecnico (riguardante le parti degli schizzi da completare, dovendo quindi inventare molte note in aggiunta a quelle della melodia di base che Mahler lasciò sulla Particell a 4-5 righi) ovviamente Gamzou si è preso la libertà e responsabilità di fare di testa sua, divergendo poco o tanto da Cooke, Barshai e compagnia. Volendo entrare in qualche dettaglio ulteriore, si può osservare come Ganzou abbia introdotto di suo molte indicazioni agogiche aggiuntive a quelle originali, oppure (come nell’iniziale Adagio) abbia generato due battute aggiuntive, semplicemente scorporandone due, che sono in 4/4, in quattro (rispettivamente di 1+3 e 2+2). Una battuta ha anche aggiunto al Finale, forse per enfatizzare il suo apocalittico climax… In generale gli scostamenti di orchestrazione (rispetto al riferimento di Cooke) si trovano prevalentemente nei due ultimi movimenti, come è ovvio, essendo quelli più sprovvisti di… materia prima.
In
ogni caso va dato atto al giovane musicista della serietà del suo impegno, e
del contributo che anche lui (come gli altri completatori) ha dato alla
conoscenza e all’apprezzamento di quest’opera, nella quale ognuno di noi può
trovare valori e significati positivi, il che non guasta mai. Davvero amorevole
la cura che ha mostrato nel guidare, prendendola per mano, l’orchestra, proprio
come si fa quando si dirige una propria creatura.
Calorosissima l’accoglienza, con ripetute chiamate e applausi ritmati, che il pubblico (che ha ancora una volta piacevolmente gremito l’Auditorium) ha riservato a questo giovane Direttore. Che ha fatto almeno un paio di volte l’intero periplo del palcoscenico per complimentarsi e ringraziare tutti i protagonisti di questa rimarchevole prestazione.



Nessun commento:
Posta un commento