ingratitudini

dopo quello che ha ffatto pe 'ttè… la tua ggioggia 'un se lo meritava pproprio! 

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14 giugno, 2026

La Schubertiade co-prodotta dalla Società del Quartetto e da laVerdi. 3.

Oggi pomeriggio al Conservatorio si è trionfalmente chiusa questa Schubertiade, con un concertone (tutto in DO maggiore!) che ha visto impegnato il bravissimo Gabriele Strata insieme ad Emmanuel Tjeknavorian e all’Orchestra Sinfonica di Milano.

Mancando nella produzione di Schubert un’opera per pianoforte e orchestra, la scelta è caduta su un lavoro che, per il nome dell’Autore, le sue caratteristiche e la sua data di nascita (composto quando il piccolo Franz aveva due anni o poco più) può benissimo stare accanto ai lavori orchestrali dello Schubert giovane: il Primo Concerto di Beethoven! [Che in realtà fu composto per secondo, ma pubblicato prima del… primo.] 

Si apre in Allegro con brio, 4/4, DO maggiore, con la lunga esposizione (piuttosto complessa, quasi una fantasia che tocca tonalità diverse: secondo tema in MIb, poi FA minore, SOL minore, FA maggiore, finalmente DO maggiore) proposta dalla sola orchestra, mentre il solista sta ad… ascoltare per più di due minuti, aspettando il suo turno per proporre i due temi nelle canoniche tonalità di DO (con divagazioni) e SOL maggiore.

Strata sceglie la seconda cadenza (la più breve delle tre autografe) per chiudere l’Allegro. Poi si distende assai nell’ispirato, mozartiano Largo (4/4 alla breve, LAb maggiore) sapientemente supportato dal Tjek che tiene l’orchestra proprio al servizio del solista. 

Il quale poi si scatena nel conclusivo Rondò, in Allegro scherzando, 2/4, dove anche l’orchestra non lesina i suoi smaglianti interventi. Un autentico trionfo per tutti, che il sempre sorridente Gabriele ricambia con un breve e languido cammeo.

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Sontuosa conclusione schubertiana con la celestialmente lunga (copyright Schumann) Sinfonia in DO maggiore, detta la Grande, estremo - e postumo - regalo di questo compositore che ha lasciato il segno in tutta la musica che gli succederà.

[Qui una rara esecuzione integrale – 63 minuti! - con tutti i da-capo previsti in partitura, da parte di due benemerite istituzioni musicali milanesi.]

Il Tjek non ha seguito quella che si può definire ormai come tradizione consolidata, che consiste nell’evitare i da-capo dell’esposizione nei due movimenti esterni ed eseguire quelli dello Scherzo-Trio. Cosa che può lasciare un qualche rammarico in coloro (e io sono fra questi) che preferirebbero – soprattutto quando sono suonate come si deve… - gustarsi tutte le lungaggini, nessuna esclusa. Ecco, lui ha invece cominciato in modo (per me…) promettente, eseguendo il ritornello del primo movimento. Poi però non ne ha fatti altri!

Quanto alla prestazione dell’Orchestra, è stata apprezzabile, ma non proprio superlativa e forse anche il Direttore (che aveva una pocket-score sul leggio) qualche piccola responsabilità ce l’ha per alcune sbavature di troppo negli attacchi e nella forzatura delle dinamiche.

Tuttavia, il folto pubblico è stato generosissimo con tutti, accolti con un uragano di applausi e grida da stadio! 

12 giugno, 2026

La Schubertiade co-prodotta dalla Società del Quartetto e da laVerdi. 2.

Ieri sera in Auditorium (aperta solo la platea, comunque abbastanza affollata) ecco la seconda delle tre giornate di questa interessante rassegna schubertiana. Dal pianoforte solo si è passati a composizioni cameristiche per due o tre strumenti, con un programma impaginato, un po’ come quello della prima giornata, su quattro titoli che alternano lo Schubert più giovane a quello maturo. 

Il pianoforte di Gabriele Strata è comunque sempre al centro dell’attenzione; in tre dei quattro brani entrano in scena anche il Tjek (con il cappello da violinista) e il violoncellista Jeremias Fliedl.

Ha quindi aperto la serata un’opera giovanile che l’Autore (allora 15enne) lasciò incompleta: un Trio D28 per pianoforte, violino e violoncello, di cui abbiamo soltanto un movimento, presumibilmente il primo (in struttura di forma-sonata, peraltro eterodossa, assomigliando quasi a un Rondò). L’esposizione (Allegro, 4/4) parte ovviamente con il primo tema, in SIb maggiore, che passa fugacemente alla relativa SOL minore, per tornare subito sui suoi passi. Ma qui ecco la prima anomalia: un lungo ponte che è già nella dominante FA e che conduce al… secondo tema, appunto in FA. Ma non basta, poiché abbiamo ancora l’ultima parte dell’esposizione che presenta i motivi in SIb e FA.

Dopo il da-capo, ecco un breve sviluppo, sul primo tema, e poi la ripresa, che ancora trasgredisce le regole, ripresentando il secondo tema nella dominante FA, prima del definitivo riaffermarsi del SIb di impianto.  

Per i tre un buonissimo inizio, per mettere a punto l’intesa, che appare già quasi perfetta (si pensi che i tre suonano insieme per la prima volta!) in vista degli impegni successivi.

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Il primo dei quali coinvolgeva la coppia Strata-Fliedl, protagonista della famosa Sonata in LA minore, detta Arpeggione, dal nome affibbiato allo strumento, un misto di chitarra, arpa e viola da gamba, che ebbe vita breve nei primi decenni dell’800 per essere poi abbandonato e (per questa Sonata) sostituito quasi sempre dal violoncello. La composizione schubertiana, scritta appositamente per il lancio sul mercato dello strumento, ha per la verità la struttura di un Concerto, in tre (o addirittura due, si potrebbe dire) e non quattro movimenti.

Inizia in Allegro moderato, LA minore, 4/4, rigorosamente in forma-sonata, con due temi contrastanti (quasi un’eccezione in Schubert…) Il pianoforte presenta il primo tema, assai espressivo e cantabile, poi raggiunto dal violoncello, che invece si incarica di porgere il secondo tema, nella relativa DO maggiore più mosso e spigliato, con un corredo di arditi virtuosismi. Il tutto da ripetersi. Lo sviluppo sostanzialmente manipola le tonalità, portando il primo tema a FA maggiore e il secondo a RE minore, prima di arrivare alla ripresa, dove il violoncello ripropone il primo tema il LA minore e canonicamente il secondo tema passa dal FA dell’esposizione al LA maggiore. Chiusura in decrescendo fino al pianissimo, prima degli schianti dominante-tonica.

Un unico blocco riunisce l’Allegretto conclusivo (LA maggiore, 2/4) e l’Adagio che lo introduce (MI maggiore, 3/4). Protagonista è il violoncello, cui il pianoforte tiene bordone con lenti accordi. La melodia (caratteristica questa di Schubert) si muove dal maggiore al minore, prima di cadenzare sulla tonalità di impianto di LA maggiore, con la quale inizia l’Allegretto, sempre guidato, nella celebre melodia, dal violoncello. La struttura è di Rondò, A-B-A-C-C’-B-A. la prima comparsa di A è arricchita da un controsoggetto, ripetuto, che vira a SOL e poi a MI maggiore, per tornare al LA del tema A.

Un improvviso agitarsi dell’atmosfera (quartine di semicrome del violoncello) introduce il primo episodio (B) in RE minore, decisamente contrastante con l’amabilità del ritornello (A). Al quale ovviamente si… ritorna in modo canonico, prima di imboccare una nuova strada (C) che segue la tonalità di MI maggiore, con una melodia leziosa e saltellante. Una divagazione di 20 battute, da ripetersi, ci porta poi a (C’) e da qui ad una transizione dove il pianoforte si fa notare, verso LA minore. Nella quale tonalità torna ora, protervo, l’episodio (B) e da qui il ritornello (A) nel suo naturale LA maggiore, che chiude gloriosamente l’opera.

Il ragazzino Jeremias, già apprezzato qui lo scorso gennaio nell’ostico Concerto di Schumann, ha saputo valorizzare con il suo violoncello questa insolita partitura, nata per tutt’altro strumento. Mirabile la resa dell’Allegretto, una melodia che ti fa davvero sognare! E Strata lo ha sostenuto al meglio, con la dovuta discrezione. Per i due, applausi convinti del pubblico, incluso il Tjek, sistematosi in platea a godere la prova dei colleghi dalla prima fila.

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È stata poi un’altra coppia, quella formata da Strata e Tjek, a proporci la Sonata in SOL minore D408, ultima di un ciclo di tre (chiamate anche Sonatine per la loro brevità - questa si aggira sui 15’) composte dallo Schubert 19enne. Ma, come si può dedurre dall’ascolto, si tratta di composizioni tutt’altro che disimpegnate, a dispetto della loro destinazione ad un mercato di… dilettanti.

In Allegro giusto, 3/4, ecco i due strumenti esporre un drammatico motivo in SOL minore, che però ben presto si volge al bello, con un delicato controsoggetto nella relativa SIb maggiore. Il secondo tema, presentato dal violino, che richiama il primo ma con modi gentili, è curiosamente nella sottodominante MIb maggiore e porta alla chiusura dell’esposizione, subito ripetuta.

Lo sviluppo, assai breve, riparte in SOL minore, ma ben presto il violino, subito raggiunto dal pianoforte che lo accompagna per terze, propone un sereno motivo in REb maggiore, che vira a LAb maggiore per poi riportare l’atmosfera al SOL minore della ripresa. Che sorprendentemente presenta il controsoggetto, invece che alla relativa SIb, in MIb maggiore. Schubert rimette canonicamente le cose a posto presentando il secondo tema in SIb maggiore, prima del ritorno al SOL minore che chiude seccamente il movimento.

Segue un Andante, 2/4, MIb maggiore, aperto dal violino con un delicato motivo puntato, ripreso dal pianoforte che risponde sulla dominante SIb maggiore. Questa sezione viene ripetuta. La seconda sezione (teoricamente da ripetersi) presenta un prima parte più complessa, sia melodicamente che armonicamente, ma poi torna al sereno motivo in MIb che aveva aperto l’Andante.

Ora ecco il Menuetto, 3/4 in SIb maggiore, è aperto dal violino con un impertinente motivo, saltellante e staccato. Un secondo motivo, più ampio e disteso, lo chiude. Il Trio, nella dominante MIb maggiore, è a sua volta suddiviso in due sezioni, da ripetersi: è il violino a presentarne il motivo cullante, sviluppato nella seconda sezione, che rimanda poi al Menuetto.

Chiude la sonatina un Allegro moderato, 2/4, SOL minore. Articolato in due sezioni, di contenuto simile, entrambe (teoricamente) con il da-capo. Nella prima il violino presenta un delicato motivo di 8 battute nel modo minore che chiude sulla relativa SIb maggiore. Viene subito ripreso dal pianoforte e chiuso ora sul SOL minore. Ma irrompe un nuovo, spigliato motivo in MIb maggiore, che più avanti lascia il posto ad un altro, altrettanto brioso, esposto inizialmente dal violino, in SIb maggiore.

La seconda sezione inizia con un ponte di 19 battute che prepara l’ingresso, ancora nel violino, del primo motivo, ora esposto però in DO minore, per poi virare a MIb maggiore. Lo riprende il pianoforte che lo chiude sul DO minore. Da qui, come nella prima sezione, ecco l’irruzione del motivo in MIb maggiore, cui fa seguito il successivo, ma ora non più in SIb, ma in SOL maggiore, a chiudere in gloria!   

Qui è stata una splendida gara di bravura, espressione e unità di intenti fra Emmanuel e Gabriele, una staffetta superlativa che si è meritata ovazioni e battimani a profusione.

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Chiusura in bellezza con i tre protagonisti, tornati insieme per interpretare il grandioso Trio per pianoforte, violino e violoncello n. 1 in SI bemolle maggiore D898, il penultimo lavoro di questo genere portato a termine da Schubert a pochi mesi dalla morte.

L'Allegro moderato, 4/4, forma-sonata, si apre con violino e cello che espongono il primo, celeberrimo tema, che viene curiosamente ripetuto (dal pianoforte) prima del passaggio al secondo. Il secondo tema, leggero e sognante, nella dominante FA maggiore, è anch’esso esposto dai due archi e poi ripreso dal pianoforte. Altra scelta innovativa di Schubert è di far terminare l’esposizione dalla ripresa dell’incipit del primo tema. Il tutto sarebbe da ripetere.

Lo sviluppo si suddivide in due sezioni, la prima dedicata alla rielaborazione del primo tema in diverse tonalità (REb, ad esempio) mentre la seconda mette canonicamente a contrasto i due temi. Dopo un crescendo che culmina in un autentico Höhepunkt, è ancora il primo tema a chiudere lo sviluppo.

Segue la ricapitolazione, sorprendentemente aperta dal primo tema, anziché in SIb, in SOLb maggiore. Poi si torna alla normalità con la ripetizione del tema in SIb. Ora il secondo tema torna adeguandosi canonicamente alla tonalità del primo, che poi ci conduce alla chiusura.  

Il secondo movimento è un Andante un poco mosso, 6/8 in MIb maggiore. Struttura tipicamente A-B-A. La prima parte, a sua volta suddivisa in diverse sezioni, presenta un languido e cullante tema in violino e cello, supportati dal pianoforte. Tema poi ripreso dal pianoforte e sviluppato dai due archi. La parte B espone dapprima un tema nella relativa DO minore, tema che poi viene ripreso (proprio à-la-Schubert) in DO maggiore. Una transizione porta alla ripresa della parte A, che riserva ancora sorprese: il tema principale viene esposto in LAb maggiore e poi addirittura in MI maggiore! Tutto torna poi alla normalità, con il tema ricondotto a… casa (MIb maggiore).

Siamo arrivati allo Scherzo, Allegro, 3/4, SIb maggiore. Scherzo in due sezioni assai animate (da ripetere) dove la seconda riprende la prima sviluppandola e variandola. Anche il Trio , nella sottodominante MIb, si presenta in due sezioni (con da-capo) dove la seconda è uno sviluppo della prima. Una breve coda di 8 battute ci riporta allo Scherzo.  

Finalmente il Rondò, 2/4, Allegro vivace, SIb maggiore. Struttura A-B-C, ripetuta in modo variato. La parte A presenta il primo tema negli archi, ripreso dal pianoforte. La sezione B vira alla dominante FA maggiore, ed è caratterizzata da una varietà di ritmi e motivi continuamente sviluppati. La sezione C muta drasticamente il tempo, che passa a 3/2, dove si combinano i motivi di B con il tema principale. Torna A con il tema però inizialmente nella sottodominante MIb, prima del ritorno a SIb. Si ripresenta ancora il tempo 3/2 della sezione C, prima che arrivi la Coda, che in tempo Presto chiude con ritorni dei motivi B e A.    

Stupefacente davvero la compattezza di questo terzetto di giovani-giovanissimi, che sembrano far musica insieme da sempre. Per loro questo Trio massacrante è stato come una piacevole rimpatriata, affrontato con il sorriso sulle labbra e il piacere di goderne loro per primi – e far godere a noi estasiati, in sala – questa musica immortale.

Travolgente trionfo per i tre, con l’Auditorium trasformato in una curva da stadio!


10 giugno, 2026

La Schubertiade co-prodotta dalla Società del Quartetto e da laVerdi. 1.

Ieri sera al Conservatorio milanese (discretamente affollato) ha preso l’avvio una lodevole iniziativa della Società del Quartetto, consistente in tre concerti dedicati a musiche del compositore viennese. (Prossimi appuntamenti l’11 in Auditorium e il 14 ancora al Conservatorio).

Iniziativa cui dà il suo contributo l’Orchestra Sinfonica di Milano, che ha messo a disposizione il suo Direttore Musicale nel duplice ruolo di solista e poi di guida dell’intera compagine strumentale.

Questo primo appuntamento era monopolizzato dal pianoforte di Gabriele Strata, che ha proposto un corposo programma solistico, che alternava due brani dello Schubert (relativamente) giovane a due dello Schubert ormai vicino al traguardo dell’esistenza terrena.

Programma quindi aperto con la giustapposizione del Minuetto in DO# minore D600 e del Trio in MI maggiore D610. Due brani (meno di 7’) che stanno benissimo insieme (come testimoniano anche le relative tonalità…) pur se l’Autore li abbandonò lì, in… ordine sparso. Il Minuetto presenta una lenta melopea, caratterizzata da note lunghe seguite da piccole scale discendenti, mentre il Trio ha un andamento più fluido e mosso.  

Strata ha interpretato questo cammeo con grande delicatezza e purezza di suono. Senza alcuna pausa, ecco a seguire i Drei Klavierstücke D946, di fatto altrettanti Impromptu, strettamente legati dalle tonalità: MIb minore > MIb maggiore > DO maggiore.

Il primo è in tre sezioni: un Allegro assai, una specie di saltarello in 2/4, che inizia in MIb minore con divagazioni a SOLb maggiore/minore e da qui a MIb maggiore; un Andante, 4/4, dal tratto più lirico, in SI maggiore con divagazione a FA# maggiore; il ritorno al Tempo I, 2/4, della prima sezione, e chiusura in MIb maggiore.

Il secondo riparte dal MIb maggiore, in Allegretto, 6/8. Struttura A-B-A-C-A. Un motivo cullante, da barcarola, ne occupa, con il controsoggetto, la prima sezione (A). La seconda (B) nella relativa DO minore, è assai corrusca, con semicrome ribattute e accompagnamento ostinato, che sfocia in DO maggiore. La terza sezione (A) torna al primitivo tema in MIb maggiore. Ora ecco la quarta sezione (C) dove cambia il tempo, 4/4 alla breve, la tonalità si porta a LAb minore (7 bemolli in chiave!) e l’atmosfera si fa di nuovo agitata, con raffiche di crome ribattute; la tonalità vira alla relativa DOb maggiore e quindi, per enarmonia, a SI minore! E, sempre per enarmonia contraria, si torna a LAb minore. Il tempo di 6/8 e la tonalità di MIb maggiore ci portano – quinta sezione (A) – alla conclusione.

Il terzo brano (Allegro, 2/4) è di struttura tripartita, con una prima sezione in DO maggiore, dove ascoltiamo un motivo elegante e moderatamente mosso. La parte centrale passa a tempo 3/2, tonalità REb maggiore, e presenta motivi con note lunghe e andamento languente, che si anima un po’ solo alla fine, per passare il testimone alla ripresa del DO maggiore, 2/4 che chiude con due pesanti accordi dominante-tonica.

A parte il disturbo di un inopportuno principio di applauso dopo il primo brano, l’esecuzione è stata vibrante e convincente, specie nel centrale Allegretto, ricco di cambiamenti di atmosfera.

Dopo l’intervallo, ecco il Minuetto in LA maggiore D334 (che è corredato anche dal classico Trio…) Brevissimo cammeo (tre minuti e mezzo) che si presenta con un Allegretto (3/4, LA maggiore) suddiviso in due sezioni da ripetersi: la prima propone un tema cullante, tutto in semiminime che esplorano l’armonia di tonica e dominante; la seconda presenta un controsoggetto appena più screziato, che ritorna poi al motivo principale.

Segue il Trio (3/4, nella dominante MI maggiore) che nell’agogica non si discosta dal Minuetto, apparendo quasi come una sua prosecuzione, ma caratterizzandosi invece per un più corposo accompagnamento nella mano sinistra. Chiude il ritorno al Minuetto (senza i da-capo).

Come per il brano di apertura, anche qui Strata ha ben interpretato l’intimismo e la leggerezza crepuscolare di questo Minuetto.

Strata ha chiuso la serata con la monumentale, massacrante Sonata per pianoforte in LA maggiore D959, penultimo brano di questo genere musicale composto da Schubert che, insieme alla sonata immediatamente precedente e a quella successiva, costituisce l’estremo lascito del compositore, completato a pochi giorni dalla prematura dipartita.

Sono più o meno 40 minuti di musica straordinaria, che inizia con l’Allegro, 4/4, classicamente in forma-sonata, con il primo tema in LA maggiore, scandito da pesanti accordi, poi sviluppatosi in terzine fino a virare a MI minore per un primo ponte, quasi tutto in terzine, che ci porta verso il secondo tema, nella dominante MI maggiore. Anch’esso si muove alternando terzine a note ribattute, sfociando in un nuovo ponte in DO maggiore, che porta alla Coda, ancora in MI maggiore.

Si chiude così l’esposizione (che sarebbe da ripetere…) e inizia lo sviluppo. Inutilmente ci si aspetta la ricomparsa dei due temi in confronto-contrasto fra loro, come da sacri canoni. Tutto lo sviluppo è costituito da nuovi motivi: il primo in DO maggiore, su un basso ostinato di crome ribattute, che poi passano alla mano destra; un nuovo motivo, sempre in DO maggiore e note ribattute sfocia in DO minore; e infine un terzo, in DO maggiore modulante a MI maggiore, chiude lo sviluppo.

La ricapitolazione è canonica: primo tema in LA maggiore, ponte in MI minore, secondo tema che si allinea al LA maggiore del primo, e da qui la tonalità di impianto sostiene anche il ponte verso la coda e la coda medesima.

Ora arriva un Andantino, 3/8, in FA# minore, relativa del LA di impianto della Sonata. Macro-struttura A-B-A’. Si apre con una languida melodia, che (solo momentaneamente) modula alla relativa LA maggiore. Un ponte che da FA# minore modula a RE minore, SOL minore e DO maggiore ci porta verso un drammatico precipitare dell’atmosfera: è la sezione B, in DO minore, agitata (con semibiscrome a profusione) e mutante verso DO# maggiore. Una straziante confessione, che però lentamente ci riporta (A’ e FA# minore) all’atmosfera iniziale, di serena rassegnazione.    

Siamo ora allo Scherzo, Allegro vivace, 3/4, LA maggiore. Una fugace oasi di serenità, con le due sezioni (Scherzo e Trio) strutturate alla stessa maniera: una prima melodia, ripetuta (LA maggiore per lo Scherzo, RE maggiore per il Trio) seguita dall’insieme (da ripetersi) di una seconda melodia e del ritorno della prima (DO e LA maggiore per lo Scherzo, LA e RE maggiore per il Trio).   

Chiude la Sonata il classico Rondò, Allegretto, 4/4, dalla struttura A-B-A’-C-A’’-B’-A’’’-Coda. Quanto alla tonalità, si muove prevalentemente sul LA maggiore (tema A e sue varianti A’, A’’ e A’’’) salvo il tema B che è nella dominante MI maggiore (poi adeguandosi al LA nella ricorrenza B’). La sezione C, che funge da sviluppo di forma-sonata, è incardinata su DO minore. La Coda è ovviamente in LA, con numerose pause a rompere la melodia, fino all’accelerazione del tempo a Presto.

Davvero rimarchevole, per sopraffina tecnica e sensibilità di approccio, la prestazione del giovane ma già affermato Gabriele, che ci ha poi concesso non uno, ma ben tre bis, aperti da un notturno Chopin, poi con un acquatico Schubert e chiusi da uno swing davvero imprevisto! 

15 marzo, 2026

Tjeknavorian da camera al Gerolamo.

Essendosi le ultime due giornate del secondo ciclo del Ring scaligero sovrapposte alle due esecuzioni del concerto di questa settimana dell’Orchestra Sinfonica di Milano, sono stato costretto ad una scelta dolorosa, fra Wagner e Shostakovich-Tjeknavorian. Ho optato per il primo, data la sua… rarità, sperando di poter almeno ascoltare la registrazione del secondo su RaiPlaySound. Ma il caso ha voluto (ubi major, minor cessat…) che Radio3 abbia diffuso e registrato SantaCecilia e non l’Auditorium. Pazienza, è andata così.

Per fortuna (e mia personale consolazione) questa mattina, come pre-riscaldamento per la replica, nel pomeriggio in Auditorium, del citato concerto, il Tjek ha portato nell’intimità del Teatro Gerolamo alcuni archi e fiati della sua Orchestra per offrirci, al loro fianco, un corposo concerto cameristico, strutturato su ben cinque brani: tre di Mozart alternati a Schubert e Stamitz.

In apertura è stato eseguito il Quartetto per oboe, violino, viola e violoncello in FA maggiore K 370 (1781) di Mozart. L’iniziale Allegro (4/4) è in forma-sonata di fatto monotematica: tema presentato in FA e poi, dopo un ponte modulante, nella dominante DO, il tutto da ripetersi. Lo sviluppo presenta un motivo nella relativa RE minore, poi si passa alla riesposizione del tema in FA maggiore, fino alla chiusa (da-capo opzionale). Segue un Adagio (3/4 in RE minore) dove viene esposto un tema dolente, che vira fugacemente in SIb maggiore, per poi tornare ad imporsi fino alla chiusura. Infine il Rondo (Allegro, ma non troppo, 6/8) presenta il tema di ritornello in FA maggiore, poi una strofa nella dominante DO, quindi una seconda che dal SIb vira al RE minore, prima della ripresa finale del tema variato in FA. All’oboe una delle due prime parti dell’Orchestra: Luca Stocco, impegnato in un compito invero massacrante, ma superato col massimo dei voti. Agli archi il TjekAltin Thanasi e Gabriele D’Agostino.

Si è proseguito con Franz Schubert e il suo (incompiuto, limitato al primo movimento) Trio per archi in SIb maggiore D 471 (1816). Struttura di forma-sonata, con l’esposizione (Allegro, 3/4, da ripetersi) dei due temi (in SIb e dominante FA). Lo sviluppo è in realtà una transizione (in SOL minore) verso la canonica ripresa dove i due temi vengono esposti nella stessa tonalità di SIb. Qui i protagonisti sono stati il Tjek, Cono Cusmà Piccione e Gabriele D’Agostino.  

Poi, al centro del programma, ancora Mozart con il suo Quartetto per flauto, violino, viola e violoncello n. 4 in LA maggiore K 298 (1778). [Quartetto che può anche essere eseguito da soli archi, con un secondo violino che suona la parte del flauto.] L’Andantino iniziale in 4/4 presenta una struttura di grande regolarità e simmetria, con 10 gruppi di 8 battute (tutti con da-capo e ostinatamente in LA maggiore): i primi quattro dove è protagonista il flauto, poi due dove spicca il violino, due con la viola protagonista e due dove è in evidenza il violoncello; più la ripresa dei primi due del flauto. Stessa simmetria nel Menuetto e Trio (3/4) con 2 gruppi di 8 battute (da ripetere) per ciascuna delle due parti, e tutto in RE maggiore. Il finale, un breve Rondo (Allegretto grazioso, 2/4, LA maggiore) è costruito su due motivi A e B e relative transizioni modulanti: il primo riproposto nella dominante MI e il secondo nella sottodominante RE, più una coda. Qui, il flauto è quello della prima parte dell’Orchestra, l’impeccabile e funambolico Nicolò Manachino, accompagnato dal Tjek, da Cono Cusmà Piccione e Gabriele D’Agostino.  

Quindi un ascolto davvero raro: il Quartetto per clarinetto, violino, viola e violoncello n. 1 in MIb maggiore op. 19 di Carl Stamitz (1786). Il primo Allegro (4/4) è bitematico (MIb e dominante SIb) da ripetere, colmo di virtuosistici svolazzi di semicrome. Segue un leggiadro Largo, 6/8 in LAb maggiore, e quindi una (Vivace) Allemanda in MIb, 3/8, che dà modo al clarinetto di esibirsi ancora in piacevoli scorribande. Sempre in MIb ecco un passaggio in Andante moderato, 3/4, con provvisoria divagazione a SIb. Arriva poi un Allegretto, 2/4 ancora in LAb maggiore, che conduce al conclusivo Vivace in MIb maggiore, 3/8, che tuttavia si chiude quasi in sordina, come ad augurare a tutti una… buona notte. Al clarinetto ha davvero brillato Fausto Saredi, chiamato a fronteggiare una partitura assai impegnativa, con il Tjek, Altin Thanasi e Gabriele D’Agostino a dargli supporto.  

Ha chiuso la… mattinata ancora Mozart con il Quintetto per corno, violino, due viole e violoncello in MIb maggiore K 407 (1782). Concerto dal piglio leggero e quasi canzonatorio (il dedicatario era il bizzarro Ignaz Leutgeb). L’iniziale Allegro (4/4) è in forma-sonata e il corno vi presenta i due temi: il primo, piuttosto sostenuto e quasi marziale, nella tonalità di impianto e, canonicamente, il secondo, più spigliato, nella dominante SIb maggiore. Lo sviluppo, assai breve, attacca sempre in SIb e conduce alla ripresa dei due temi (il secondo variato) entrambi in MIb. Segue l’Andante (3/8, SIb maggiore) introdotto dal violino, con il corno che intona poi una dolce e notturna melopea che sfocia in FA maggiore. Una seconda sezione (come la prima da ripetersi opzionalmente) è ancora introdotta dal violino in DO minore ma vede il corno modulare tosto alla relativa MIb maggiore, prima che il violino riporti la tonalità al SIb per avviare la chiusura del movimento. Il Rondo finale (Allegro, 2/4) è aperto dal corno con il ritornello, ribadito da tutti, cui seguono strofe nella dominante SIb e poi nella relativa DO minore. Per arrivare alla finale perorazione del ritornello con virtuosistica coda. Al corno si è distinto il valente Vincenzo Ferrante Bannera, accompagnato dal Tjek, da Cono Cusmà Piccione, Altin Thanasi e Gabriele D’Agostino.  

Insomma: siamo stati investiti da un vero fiume di musica di fine ‘700 sul quale ha galleggiato il romantico Schubert di inizio ‘800. Ecco un’altra tangibile testimonianza della qualità dei singoli strumentisti dell’Orchestra che il Tjek, con il suo grande carisma e le straordinarie qualità di leader e trascinatore, riesce a valorizzare al massimo. Accoglienza, manco a dirlo, calorosissima per lui e i suoi… magnifici sette.

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Avviso ai naviganti: il concerto da camera (tutto Dvořák) previsto originariamente per il 22 febbraio scorso e rimandato per l’indisposizione di Tjeknavorian, è stato riprogrammato (restano validi i biglietti già acquistati) per domenica 7 giugno, ore 11, sempre al Gerolamo.

28 febbraio, 2026

Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26.14 – Zeman sostituisce Blacher.

Per il suo rientro sul podio dell’Auditorium a dirigere l’Orchestra Sinfonica di Milano, il poliedrico (direttore & violinista) Kolja Blacher ci aveva proposto un programma che compiva una speciale traiettoria temporale, partendo dal romantico Schubert e retrocedendo al classico Haydn quasi a prendere la rincorsa per spiccare un volo di 150 anni verso la nostra contemporaneità, rappresentata dal padre di Blacher, Boris, e dalle sue Variazioni per orchestra sul Capriccio n*24 di Paganini.

Ma il forfait del figlio – rimpiazzato dal promettente 28enne viennese Julius Zeman - ha comportato la rimozione dal palinsesto anche del lavoro del padre, cosicché il programma ha assunto una nuova forma, caratterizzata da opere composte nello spazio di 43 anni, a cavallo fra fine ‘700 e inizio ‘800, con l’ingresso di Mozart e il trasferimento di Schubert in chiusura di serata.

Auditorium discretamente affollato, nonostante il cambio di Direttore e di programma, l’ingombrante Sanremo e pure un tram impazzito che nel pomeriggio ha fatto un’ecatombe (due morti e decine di feriti cui è andata la solidarietà di Orchestra e pubblico).

Difficile dire, senza aver assistito alle prove, date le circostanze, quanto Zeman abbia imposto all’Orchestra la sua vision dei brani in programma, oppure si sia limitato a dare qualche suggerimento, affidandosi alla consumata esperienza del complesso de laVerdi… Che tra le due parti si sia stabilita una buona sintonia si può dedurre dal simpatico trattamento riservato dai musicisti (Santaniello in testa) al Direttore alla fine del concerto.

Serata iniziata quindi con la Sinfonia n°25 del Teofilo, la K183, in SOL minore (come la celeberrima K550) venuta alla luce nel 1773 e universalmente considerata come la prima delle Sinfonie della maturità del genio di Salzburg. Curiosamente (ma forse non è un puro caso…) l’ultima esecuzione di questo lavoro qui in Auditorium, risalente al 2022, fu diretta proprio da Blacher, mentre la penultima (qui il mio commento) era stata diretta dalla Xian nel 2017.

Zeman la affronta con fiero cipiglio (ma senza inutili eccessi atletici) come si addice a questa composizione figlia dello Sturm-un-Drang che ormai imperversava in Europa. 

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Tocca poi al 25enne Alessandro Rosi, da pochi anni prima tromba dell’Orchestra (ruolo in cui è succeduto ad Alex Caruana, migrato ai nobili – e per lui familiari - lidi torinesi dell’OSN-RAI) proporci il brillante Concerto per tromba e orchestra in MI bemolle maggiore di Franz Joseph Haydn, composto nel 1796 per sfruttare al massimo le possibilità del nuovo strumento (a chiavi) ideato da Anton Weidinger [Eccolo qui interpretare il Concerto nel 2021. E qui aggiungerci una spruzzata di… Stravinski!]

Dopo una lunga introduzione dell’Allegro (4/4) dove la tromba si è limitata ad accompagnare l’Orchestra che ha anticipato il tema principale, il solista lo espone in tutta la sua magnificenza:

La melodia si distende e porta alla classica modulazione alla dominante SIb, dalla quale però si discosta per adagiarsi alla relativa del MIb di impianto, DO minore, dove viene riproposto dal solista l’incipit del tema principale. Ma tosto dalla dominante SOL si sale di un semitono per portarsi a LAb maggiore, e da qui alla sua dominante, il MIb di impianto, dove ancora riascoltiamo nella tromba il tema principale. Come si vede, Haydn sembra divertirsi a giocare con le modulazioni.

Questo primo movimento lascia ovviamente spazio alla classica cadenza virtuosistica, normalmente lasciata all'inventiva dell'interprete: Rosi ci ripropone quella davvero preziosa di cui al sopracitato video.

Il tema del bellissimo Andante, 6/8 in LAb maggiore, ha l'incipit che ricorda quello – poi divenuto famoso come inno nazionale – del Poco adagio cantabile del terzo Quartetto dell'Op. 76, il famoso Imperatore, composto a ridosso del concerto per tromba. E di cui si ricorderà – guarda caso - proprio Brahms al momento di aprire il suo Requiem:

Rosi lo espone e lo impreziosisce di grande pathos e nobiltà di accenti.

L'ultimo tempo (Allegro, 2/4) è caratterizzato dal tema principale, pure famoso (anche qui anticipato dall’orchestra e poi ripreso dal solista) nella tonalità base di MIb:

Rosi chiude il Concerto in bellezza, meritandosi lunghe ovazioni dal suo pubblico, che lui e tutti i colleghi ricambiano con Portrait of a trumpet, di Sammy Nestico, storico arrangiatore del mitico Count Basie.

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Ha quindi chiuso la serata la Quarta Sinfonia di Franz Schubert, in DO minore, del 1816, dallo stesso Autore battezzata come Tragica. [Qui un mio breve bigino.]

Zeman la conduce con sobrietà, modestia e signorilità di gesto, dimostrando così, a dispetto dell'età, di possedere una maturità davvero apprezzabile. Così, dopo ripetute chiamate, ringrazia tutti e se ne va facendo ciao-ciao con la mano, proprio come il suo amico Tjek.

19 marzo, 2025

Scala: Bruckner può aspettare…

Un’indisposizione di Riccardo Chailly ci ha mandato a meretrici (almeno per il momento) il privilegio di poter godere di una delle tradizionali primizie che il Direttore Musicale è solito propinarci: in questo caso la prima esecuzione italiana della Nona di Bruckner arricchita del Finale ricostruito (o forse… immaginato?) da John A.Phillips, sulla scia di altre analoghe fatiche di addetti ai lavori. [Chissà se saranno più fortunati a Reggio Emilia, dove l’evento è in programma per il prossimo 12 maggio.]

E così abbiamo dovuto accontentarci (ma chissà che non sia stata una fortuna!) di un sempre grande e sempre più… ieratico Myung-Whun Chung, che ci ha portato in paradiso con Schubert e Beethoven!

Un programma che, date le circostanze, è evidentemente stato approntato cercando innanzitutto di andare-sul-sicuro, minimizzando i rischi e quindi scegliendo due opere perfettamente familiari a Direttore e Orchestra e indubitabilmente gradite al vasto pubblico, che avrebbe potuto considerare la proposta originaria come rivolta a pochi (relativamente) addetti-ai lavori.

E così ci siamo goduti queste musiche che non rischiano mai di restare… sullo stomaco! Soprattutto se dirette ed eseguite in modo davvero impeccabile, per non dire eccellente. 


Il Maestro coreano si è presentato sul podio in tenuta da jogger, precisamente la stessa che indossava l’ultima volta che l’ho visto dirigere, la scorsa estate alla sagra riminese.

Il suo Schubert mi sentirei di definirlo proprio confuciano: un Allegro moderato con il primo tema dolente, sforzato, con corone puntate a dividere le frasi, poi l’Andante con moto quasi una catarsi, quella che i tedeschi chiamano Verklärung. Memorabile!

Il Beethoven della Settima più che una danza (copyright Wagner) è un viaggio nell’eros, direi. Nel quale spicca l’Allegretto, quasi una presa di fiato e di… recupero di energie vitali per precipitarsi nelle due restanti orge sonore.

Tifo da stadio per Chung, che ha chiamato il pubblico agli applausi per ogni sezione dell’Orchestra, che evidentemente ha condiviso con lui (e con noi!) questa emozionante serata. [Della serie: non tutto il male vien per nuocere.]


23 novembre, 2024

Orchestra Sinfonica di Milano - 24-25.8

Ancora il Direttore Musicale sul podio di Largo Mahler. E ancora con un concerto di quelli di una volta, e immerso nel più profondo romanticismo! Auditorium ancora preso d’assalto, con illustri presenze (cito solo lo scaligero Sovrintendente con signora…) e la diretta su Radio3 introdotta dal navigato Bossini.

L’antipasto che Tjeknavorian ci propone (se ne è vista un’anticipazione nella scorsa puntata di Splendida cornice su RAI3) è opera di Felix Mendelssohn, la sua Ouverture zu den Hebriden (Fingals Höhle) composta a cavallo dei primi anni 30 dell’800 dopo un viaggio in Scozia. È in effetti un micro-poema-sinfonico (10’ sì e no) il cui soggetto è l’ambiente naturale di quelle isole scozzesi (che ispireranno poi la Terza Sinfonia) e in particolare di Staffa (con le sue imponenti colonne basaltiche che incorniciano la grotta marina) sul quale si innesta la spuria leggenda del guerriero Fingal (Fionn mac Cumhaill) preteso padre di Ossian e fiero nemico di invasori vichinghi e romani.

In Appendice qualche nota sulla struttura del brano, che il Tjek ci ha offerto con leggerezza proprio mendelssohniana, mettendone in risalto i contrasti, ma senza mai eccedere in facili eccessi enfatici.

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Arriva ora un altro poco più che ragazzo, il 23enne Daniel Lozakovich, svedese di nascita, ma di genitori migranti dall’est, Bielorussia e Kirgizistan, quindi fulgido esempio di globalizzazione dal volto umano, ecco!  

Ci suona il tormentato Concerto per violino di Robert Schumann, opera composta quasi allo scadere dell’avventura terrena del genio di Zwickau, definita da molti un concerto maledetto, anche a causa dell’eccesso di circostanze reali (il sequestro dei manoscritti da parte del deluso e scettico dedicatario Joachim) e di invenzioni romanzate (apparizioni di Schumann in sedute spiritiche) che si sono diffuse relativamente alla sua composizione e poi alla sua riscoperta, come avevo succintamente ricordato anni fa in occasione della precedente esecuzione qui all’Audtorium.

Certo, che il lavoro sia partorito da una mente disturbata è cosa difficile da negare: se si esclude il centrale Langsam, basta osservare la ossessiva riproposizione di frasi musicali lasciate a metà, o di cadenze che… non cadono mai (specie nel finale). Ma, se eseguita con la giusta ispirazione, è un’opera che merita di essere rispettata ed apprezzata.

E devo dire che il giovanissimo Daniel, che con il giovane Emmanuel ha un solido legame di amicizia, ha proprio raggiunto l’obiettivo, distillando il meglio da questo Schumann tanto bistrattato. Proprio nella polacca conclusiva (mi) ha convinto del tutto, a partire dal tempo tenuto, che molti suoi colleghi snobbano come insopportabilmente lento e trasformano in… Ciajkovski!

E ovviamente le sue eccezionali doti tecniche hanno poi fatto il resto, garantendogli un urgano di applausi che lui ha ricambiato, osservato e ammirato dal Direttore sedutosi fra le viole, con una sensazionale Ballade di Ysaÿe.

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La chiusura era riservata a Franz Schubert e alla sua piccola Sinfonia in DO. Così amichevolmente chiamata per distinguerla da quel mostro, sempre in DO, che va sotto il nome di grande.

Schubert, sommo liederista e camerista, difficilmente sarebbe passato alla storia solo grazie alle sue sinfonie. La cui debolezza principale – oltre al fatto di essere, come minimo le prime tre (ma possiamo arrivare anche a questa…) lavoretti scolastici di uno che era poco più che un ragazzino - si annida sempre nel primo movimento, quello che, da Haydn in poi, e massimamente con Beethoven, dà l’impronta a tutto il lavoro.

E il primo tempo deve essere in forma-sonata; e la forma-sonata richiede tassativamente la presenza di (come minimo) due temi: il primo di carattere maschio (eroico, imperioso) e l’altro  (femmina,  contemplativo, elegiaco) che devono prima presentarsi, poi provare - se ci riescono - a convivere, ma in ogni caso devono confrontarsi e magari addirittura affrontarsi e scontrarsi, per poi concludere miracolosamente la pace con la quale il secondo tema entra nella casa del primo (proprio come una moglie entra, patriarcalmente, in quella del marito).

Ebbene, al giovane Schubert sinfonista mancava proprio la capacità non di inventare dei piacevoli temi (e ci mancherebbe!) ma di trovarli ed accoppiarli con le caratteristiche richieste da quelle regole del gioco. Nei primi tempi delle sue sinfonie i due temi sono quasi sempre neutri (né completamente eroici, né completamente elegiaci: né-carne-né-pesce, si potrebbe malignamente insinuare) e quindi il compositore fatica assai a creare le condizioni per farli muovere e vivere all’interno della forma canonica. 

Questo limite si manifesta puntualmente anche nella sesta sinfonia, che si apre con ben 30 battute di un solenne Adagio (proprio à la Haydn) che serve ad introdurre l’immancabile Allegro. Il quale però soffre della mancanza di stacco, di conflittualità (potremmo dire) fra i due temi, cui non basta certo differenziarsi per la tonalità (DO-SOL) per creare quell’atmosfera particolare che è l’essenza dei primi tempi di sinfonia:

La scarsa distanza fra le personalità dei due temi (il secondo pare più un controsoggetto del primo) ha come conseguenza l’atrofizzazione dello sviluppo, poi compensata da una corposa ricapitolazione seguita infine da una coda pretenziosamente enfatica.

Nei movimenti centrali (Andante e Scherzo-Trio) la vena melodica di Schubert va a nozze; poi il Finale è ancora una volta assai ricco (pur se monotono la sua parte) con una coda in cui compare anche un protervo Beethoven: un chiaro preludio a quello della futura grande.

Il riservato Tjek, che deve avere tutta la biblioteca di partiture ben ordinata nella sua folta… capigliatura, con questo Schubert non ha lesinato nemmeno la retorica e l’enfasi che aveva controllato assai nei primi due brani.

Ne è uscita un’esecuzione che ha trascinato il pubblico all’entusiasmo, sfociato in applausi ritmati che il Direttore ha trasferito ai suoi ragazzi, davvero in stato di grazia.

E domenica mattina, come sgambatura di preparazione in vista della replica del concerto del pomeriggio, il Tjek e sette magnifici archi dell’orchestra saranno al Teatro Gerolamo per deliziarci ancora con Mendelssohn e Schönberg!   

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Appendice. Le Ebridi.

Il breve brano è in Allegro moderato, in forma-sonata e vi campeggiano due temi principali: il primo in SI minore, piuttosto mosso, quasi agitato, è subito esposto da fagotto, viole e celli in tre ondate successive dell’alzarsi della marea, con armonizzazione di Si minore, poi RE maggiore, poi FA# minore (come a scalare la triade di SI minore) creata da violini, clarinetti e flauti:

Appare una seconda idea, derivata dal tema, che viene ripreso dai violini, ancora seguito dalla seconda idea. Ora abbiamo un corposo ponte basato su varianti del primo tema, che ci porta ad una distensione dell’atmosfera, culminante nell’esposizione del secondo, più calmo e sereno, quasi uno squarcio di mare in bonaccia… affidato a celli e fagotto, canonicamente nella tonalità di RE maggiore:

Lo riprendono tosto i violini, poi una cadenza chiude l’esposizione e il primo tema ricompare per dare inizio ad un grandioso sviluppo, caratterizzato dal risuonare di fanfare e poi da un ripetuto e stentoreo richiamo dei fiati (che siano il ricordo delle eroiche imprese di Fingal in quelle acque?) Il secondo tema e poi il primo (questo portato in tonalità maggiore) sembrano preparare un’apparente calma che però presto si trasforma in un’atmosfera agitata, caratterizzata dall’irruzione (sul primo tema esposto con ritmo marziale) che progressivamente porta ad un climax che ricorda epici scontri e battaglie marine.

Ma anche il trambusto si attenua rapidamente. Siamo quindi alla ricapitolazione: il primo tema torna portandosi dietro reminiscenze guerresche, poi si calma lasciando spazio al secondo, che riappare, canonicamente in SI maggiore e romanticamente ampliato.

Ma ancora c’è tempo (…Animato) per un ultimo e trionfale sfogo del primo tema, in mezzo a folate di vento e squilli di tromba. Poi tutto si chiude in pianissimo, con i due temi che si riuniscono, proprio in una stessa battuta, la terz’ultima: il primo nel clarinetto, sul FA#, il secondo nel flauto, sul SI, la quinta vuota che oboi e archi ripetono in pizzicato