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27 giugno, 2026

La Lucia di Kokkos è tornata alla Scala.

Dopo tre anni dalla produzione originale, ci viene riproposta la Lucia di Yannis Kokkos, questa volta diretta da quell’anti-Venezi che risponde al nome di Speranza Scappucci. Del (primo) cast di allora sopravvivono tre deuteragonisti: Enrico (Pinkhasovich), Arturo (Cortellazzi) e Raimondo (Pertusi). La coppia protagonista è Feola-Pretti (allora Oropesa-Florez).

Non mi dilungo sulla regia, francamente insignificante (però a differenza del 2023, Kokkos non ha avuto contestazioni…) rimandando il mio scarno giudizio a quello emesso in occasione di una recita di allora. [Ma, già che ci sono, ripropongo anche il mio commento al precedente allestimento della Zimmerman, altrettanto innocuo e profumatamente pagato, dove ho citato un paio di tappe di… evoluzione del melodramma italico, dal Bellini di Puritani al Verdi di Nabucco, passando per il Donizetti di Lucia.]

Vengo quindi al mondo dei sogni suoni. Speranza Scappucci ha confermato ciò che di buono già aveva mostrato più di tre anni orsono al suo debutto qui nel Bellini dei Capuleti (legato ad uno dei classici imprevisti che spesso catapultano alla ribalta personaggi che ancora non occupavano le prime pagine dei giornali). Oggi lei ha superato la cinquantina ed ha acquisito notorietà internazionale: per dire, alla Fenice ci sarebbe stata benissimo, con solide credenziali e senza suscitare reazioni di rigetto… Una direzione sobria (gesto mai plateale e senza affettazione) ma non per questo piatta o monotona, al contrario: attacchi precisi e cura e attenzione ai mille particolari di espressività che costellano la partitura. Personalmente le potrei addebitare qualche eccessiva forzatura nelle dinamiche, a scapito delle voci. Meritati comunque i consensi per lei ai due rientri e al termine dello spettacolo.

Alberto Malazzi ne ha valorizzato la concertazione con l’alto livello (come sempre) del Coro scaligero, qui impegnato su diversi fronti, tutti appropriatamente interpretati: tracotanza di armigeri; fedeltà al signorotto che li assolda, euforia per le nozze della sorella e complicità nella vendetta contro Edgardo; ma alla fine anche empatia e compassione per i due sfortunati amanti.

Rosa Feola ha messo in mostra la sua voce ben tornita e le qualità di coloratura e abbellimenti nelle principali esternazioni (duetti con Edgardo e Enrico e scena della pazzia). Ha staccato anche i MIb, RE e REb acuti con sicurezza. Qualcosa da migliorare forse nell’espressività e nel pathos che caratterizzano il personaggio, il che non le ha negato generosi riconoscimenti a scena aperta e alla fine. [Con lei va menzionato il valoroso Friedrich Heinrich Kern alla Glassharmonica.]

Da Piero Pretti una prestazione più che dignitosa, sia vocalmente (varietà di accenti e sicure salite agli acuti) che scenicamente (immedesimazione nei contrasti psicologici che assillano Edgardo). Anche per lui franco successo finale.

Boris Pinkhasovich tornava dopo il 2023 e ha confermato la buona impressione lasciata allora (voce importante anche se dal timbro non purissimo) e sicura ed efficace presenza scenica.

Michele Pertusi ormai fa sempre la sua bella figura: la voce forse tende a scurirsi troppo nella parte alta della tessitura, ma il suo Raimondo è stato autorevole e convincente. Così il pubblico non gli ha lesinato consensi.

Leonardo Cortellazzi (anche lui un reduce del 2023) ha fatto ciò che ci si aspetta da una parte invero secondaria (Arturo). Paolo Antognetti (Normanno) e l’accademica Hyeonsol Park (Alisa) hanno completato degnamente il cast.

Come detto, buon successo generale con punte per Feola, Pretti, Pertusi e Scappucci.


27 aprile, 2023

Pagelle sulla Lucia scaligera targata Oropesa-JDF/Chailly-Kokkos

La quinta (su 8) rappresentazione di Lucia di Lammermoor è andata in scena ieri sera alla Scala, in un teatro ben lungi dall'esaurito.

Tradita la prima per rispetto a… Rachmaninov, ho quindi iniziato l’approccio a questa nuova produzione attraverso lo streaming-on-demand di RaiPlay, che (ancora per pochi giorni, parrebbe) mette la recita del 13 aprile a disposizione del pubblico. (Nel frattempo è comparsa la registrazione anche su youtube, finchè qualcuno non reclamerà…) Come spesso accade, la ripresa televisiva dà assai di più (e non sempre meglio?) di ciò che si vede in teatro, soprattutto grazie alle angolazioni di ripresa e ai primi piani. 

Parto quindi dalla regìa, che in un’opera come questa conta (ad esagerare) per 20 su 100, rispetto alla musica, per dire che Jannis Kokkos ha fatto il minimo sindacale (ma per lui il salario minimo è un filino più alto degli stratosferici 9€ all’ora che tuttora si negano qui da noi…) limitandosi a coprire i personaggi con abiti contemporanei, il che ce li rende però ancor più antipatici e ridicoli, diciamolo francamente: volendo darci un riferimento all’attualità avrebbe potuto ambientare la vicenda fra le bande del Bronx (tipo West Side Story, per dire) visto che il soggetto è una scopiazzatura di Romeo&Juliet (con tanto di alias di Frate Lorenzo…)

E a proposito di scopiazzature, mi viene in mente la grande scalinata di Brockhaus-Svoboda del 2012, nella produzione del circuito lombardo; per il resto, trovate abbastanza bambinesche: animali di cartapesta – incluso un ramicornuto cervo -  assortiti qua e là e improbabili statue da Cimitero Monumentale… Insomma, una regìa inconsistente, che il loggione alla prima aveva disapprovato assai, e a ragione, mentre ieri sera è stato un filino più clemente (o talmente disinteressato, data l’assenza del regista alle uscite finali, da risparmiare anche sui buh…)

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I suoni - ancora una volta, e come sempre, se emessi come si deve! – hanno solo parzialmente rivalutato questa produzione.

Merito al 60% almeno di Direttore, buca e coro, davvero irreprensibili per ricercatezza di tempi, di suono, di sfumature e di pathosIl restante 40% se lo devono dividere i protagonisti, ai quali mi permetto di assegnare il premio di produzione nelle seguenti quote:

10% Lisette Oropesa (Lucia) [voce calda e morbida, acuti pennellati, agilità virtuosistiche, buona recitazione anche se un po’ contratta]

9% Boris Pinkhasovich (Enrico) [bella sorpresa, voce importante, sicura ed efficace presenza scenica]

7% JDF (Edgardo) [queste sue escursioni extra-rossini non (mi) convincono, fatta salva la sua grande professionalità e la voce ancora abbastanza integra; che però al loggione arrivava a malapena (la glassharmonica si sentiva di più!)]

5% Carlo Lepore (Raimondo) [ha fatto il possibile per non far rimpiangere Pertusi]

4% Giorgio Misseri (Normanno) [in proporzione al peso dei ruoli, all’altezza di JDF]

3% Leonardo Cortellazzi (Arturo) [minimo sindacale per lui]

2% Valentina Pluzhnikova (Alisa) [incoraggiamento per l’accademica]

Primo e terzo atto complessivamente discreti, il secondo francamente meno, con la punta di diamante dell’opera (il sestetto) passato via senza emozione.

Alla fine qualche bravo! per Oropesa, Pinkhasovich, Florez, Chailly e coro; applausetti per i restanti. Regista, come detto, non presentatosi. In tutto forse 7-8 minuti, poi tutti a nanna.

In conclusione, che dire? Maliziosamente: dovremmo ringraziare il Covid per averci risparmiato di sorbire questa passabile minestrina come cenone di un SantAmbrogio?