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Minetti santa subito! 

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12 giugno, 2026

La Schubertiade co-prodotta dalla Società del Quartetto e da laVerdi. 2.

Ieri sera in Auditorium (aperta solo la platea, comunque abbastanza affollata) ecco la seconda delle tre giornate di questa interessante rassegna schubertiana. Dal pianoforte solo si è passati a composizioni cameristiche per due o tre strumenti, con un programma impaginato, un po’ come quello della prima giornata, su quattro titoli che alternano lo Schubert più giovane a quello maturo. 

Il pianoforte di Gabriele Strata è comunque sempre al centro dell’attenzione; in tre dei quattro brani entrano in scena anche il Tjek (con il cappello da violinista) e il violoncellista Jeremias Fliedl.

Ha quindi aperto la serata un’opera giovanile che l’Autore (allora 15enne) lasciò incompleta: un Trio D28 per pianoforte, violino e violoncello, di cui abbiamo soltanto un movimento, presumibilmente il primo (in struttura di forma-sonata, peraltro eterodossa, assomigliando quasi a un Rondò). L’esposizione (Allegro, 4/4) parte ovviamente con il primo tema, in SIb maggiore, che passa fugacemente alla relativa SOL minore, per tornare subito sui suoi passi. Ma qui ecco la prima anomalia: un lungo ponte che è già nella dominante FA e che conduce al… secondo tema, appunto in FA. Ma non basta, poiché abbiamo ancora l’ultima parte dell’esposizione che presenta i motivi in SIb e FA.

Dopo il da-capo, ecco un breve sviluppo, sul primo tema, e poi la ripresa, che ancora trasgredisce le regole, ripresentando il secondo tema nella dominante FA, prima del definitivo riaffermarsi del SIb di impianto.  

Per i tre un buonissimo inizio, per mettere a punto l’intesa, che appare già quasi perfetta (si pensi che i tre suonano insieme per la prima volta!) in vista degli impegni successivi.

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Il primo dei quali coinvolgeva la coppia Strata-Fliedl, protagonista della famosa Sonata in LA minore, detta Arpeggione, dal nome affibbiato allo strumento, un misto di chitarra, arpa e viola da gamba, che ebbe vita breve nei primi decenni dell’800 per essere poi abbandonato e (per questa Sonata) sostituito quasi sempre dal violoncello. La composizione schubertiana, scritta appositamente per il lancio sul mercato dello strumento, ha per la verità la struttura di un Concerto, in tre (o addirittura due, si potrebbe dire) e non quattro movimenti.

Inizia in Allegro moderato, LA minore, 4/4, rigorosamente in forma-sonata, con due temi contrastanti (quasi un’eccezione in Schubert…) Il pianoforte presenta il primo tema, assai espressivo e cantabile, poi raggiunto dal violoncello, che invece si incarica di porgere il secondo tema, nella relativa DO maggiore più mosso e spigliato, con un corredo di arditi virtuosismi. Il tutto da ripetersi. Lo sviluppo sostanzialmente manipola le tonalità, portando il primo tema a FA maggiore e il secondo a RE minore, prima di arrivare alla ripresa, dove il violoncello ripropone il primo tema il LA minore e canonicamente il secondo tema passa dal FA dell’esposizione al LA maggiore. Chiusura in decrescendo fino al pianissimo, prima degli schianti dominante-tonica.

Un unico blocco riunisce l’Allegretto conclusivo (LA maggiore, 2/4) e l’Adagio che lo introduce (MI maggiore, 3/4). Protagonista è il violoncello, cui il pianoforte tiene bordone con lenti accordi. La melodia (caratteristica questa di Schubert) si muove dal maggiore al minore, prima di cadenzare sulla tonalità di impianto di LA maggiore, con la quale inizia l’Allegretto, sempre guidato, nella celebre melodia, dal violoncello. La struttura è di Rondò, A-B-A-C-C’-B-A. la prima comparsa di A è arricchita da un controsoggetto, ripetuto, che vira a SOL e poi a MI maggiore, per tornare al LA del tema A.

Un improvviso agitarsi dell’atmosfera (quartine di semicrome del violoncello) introduce il primo episodio (B) in RE minore, decisamente contrastante con l’amabilità del ritornello (A). Al quale ovviamente si… ritorna in modo canonico, prima di imboccare una nuova strada (C) che segue la tonalità di MI maggiore, con una melodia leziosa e saltellante. Una divagazione di 20 battute, da ripetersi, ci porta poi a (C’) e da qui ad una transizione dove il pianoforte si fa notare, verso LA minore. Nella quale tonalità torna ora, protervo, l’episodio (B) e da qui il ritornello (A) nel suo naturale LA maggiore, che chiude gloriosamente l’opera.

Il ragazzino Jeremias, già apprezzato qui lo scorso gennaio nell’ostico Concerto di Schumann, ha saputo valorizzare con il suo violoncello questa insolita partitura, nata per tutt’altro strumento. Mirabile la resa dell’Allegretto, una melodia che ti fa davvero sognare! E Strata lo ha sostenuto al meglio, con la dovuta discrezione. Per i due, applausi convinti del pubblico, incluso il Tjek, sistematosi in platea a godere la prova dei colleghi dalla prima fila.

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È stata poi un’altra coppia, quella formata da Strata e Tjek, a proporci la Sonata in SOL minore D408, ultima di un ciclo di tre (chiamate anche Sonatine per la loro brevità - questa si aggira sui 15’) composte dallo Schubert 19enne. Ma, come si può dedurre dall’ascolto, si tratta di composizioni tutt’altro che disimpegnate, a dispetto della loro destinazione ad un mercato di… dilettanti.

In Allegro giusto, 3/4, ecco i due strumenti esporre un drammatico motivo in SOL minore, che però ben presto si volge al bello, con un delicato controsoggetto nella relativa SIb maggiore. Il secondo tema, presentato dal violino, che richiama il primo ma con modi gentili, è curiosamente nella sottodominante MIb maggiore e porta alla chiusura dell’esposizione, subito ripetuta.

Lo sviluppo, assai breve, riparte in SOL minore, ma ben presto il violino, subito raggiunto dal pianoforte che lo accompagna per terze, propone un sereno motivo in REb maggiore, che vira a LAb maggiore per poi riportare l’atmosfera al SOL minore della ripresa. Che sorprendentemente presenta il controsoggetto, invece che alla relativa SIb, in MIb maggiore. Schubert rimette canonicamente le cose a posto presentando il secondo tema in SIb maggiore, prima del ritorno al SOL minore che chiude seccamente il movimento.

Segue un Andante, 2/4, MIb maggiore, aperto dal violino con un delicato motivo puntato, ripreso dal pianoforte che risponde sulla dominante SIb maggiore. Questa sezione viene ripetuta. La seconda sezione (teoricamente da ripetersi) presenta un prima parte più complessa, sia melodicamente che armonicamente, ma poi torna al sereno motivo in MIb che aveva aperto l’Andante.

Ora ecco il Menuetto, 3/4 in SIb maggiore, è aperto dal violino con un impertinente motivo, saltellante e staccato. Un secondo motivo, più ampio e disteso, lo chiude. Il Trio, nella dominante MIb maggiore, è a sua volta suddiviso in due sezioni, da ripetersi: è il violino a presentarne il motivo cullante, sviluppato nella seconda sezione, che rimanda poi al Menuetto.

Chiude la sonatina un Allegro moderato, 2/4, SOL minore. Articolato in due sezioni, di contenuto simile, entrambe (teoricamente) con il da-capo. Nella prima il violino presenta un delicato motivo di 8 battute nel modo minore che chiude sulla relativa SIb maggiore. Viene subito ripreso dal pianoforte e chiuso ora sul SOL minore. Ma irrompe un nuovo, spigliato motivo in MIb maggiore, che più avanti lascia il posto ad un altro, altrettanto brioso, esposto inizialmente dal violino, in SIb maggiore.

La seconda sezione inizia con un ponte di 19 battute che prepara l’ingresso, ancora nel violino, del primo motivo, ora esposto però in DO minore, per poi virare a MIb maggiore. Lo riprende il pianoforte che lo chiude sul DO minore. Da qui, come nella prima sezione, ecco l’irruzione del motivo in MIb maggiore, cui fa seguito il successivo, ma ora non più in SIb, ma in SOL maggiore, a chiudere in gloria!   

Qui è stata una splendida gara di bravura, espressione e unità di intenti fra Emmanuel e Gabriele, una staffetta superlativa che si è meritata ovazioni e battimani a profusione.

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Chiusura in bellezza con i tre protagonisti, tornati insieme per interpretare il grandioso Trio per pianoforte, violino e violoncello n. 1 in SI bemolle maggiore D898, il penultimo lavoro di questo genere portato a termine da Schubert a pochi mesi dalla morte.

L'Allegro moderato, 4/4, forma-sonata, si apre con violino e cello che espongono il primo, celeberrimo tema, che viene curiosamente ripetuto (dal pianoforte) prima del passaggio al secondo. Il secondo tema, leggero e sognante, nella dominante FA maggiore, è anch’esso esposto dai due archi e poi ripreso dal pianoforte. Altra scelta innovativa di Schubert è di far terminare l’esposizione dalla ripresa dell’incipit del primo tema. Il tutto sarebbe da ripetere.

Lo sviluppo si suddivide in due sezioni, la prima dedicata alla rielaborazione del primo tema in diverse tonalità (REb, ad esempio) mentre la seconda mette canonicamente a contrasto i due temi. Dopo un crescendo che culmina in un autentico Höhepunkt, è ancora il primo tema a chiudere lo sviluppo.

Segue la ricapitolazione, sorprendentemente aperta dal primo tema, anziché in SIb, in SOLb maggiore. Poi si torna alla normalità con la ripetizione del tema in SIb. Ora il secondo tema torna adeguandosi canonicamente alla tonalità del primo, che poi ci conduce alla chiusura.  

Il secondo movimento è un Andante un poco mosso, 6/8 in MIb maggiore. Struttura tipicamente A-B-A. La prima parte, a sua volta suddivisa in diverse sezioni, presenta un languido e cullante tema in violino e cello, supportati dal pianoforte. Tema poi ripreso dal pianoforte e sviluppato dai due archi. La parte B espone dapprima un tema nella relativa DO minore, tema che poi viene ripreso (proprio à-la-Schubert) in DO maggiore. Una transizione porta alla ripresa della parte A, che riserva ancora sorprese: il tema principale viene esposto in LAb maggiore e poi addirittura in MI maggiore! Tutto torna poi alla normalità, con il tema ricondotto a… casa (MIb maggiore).

Siamo arrivati allo Scherzo, Allegro, 3/4, SIb maggiore. Scherzo in due sezioni assai animate (da ripetere) dove la seconda riprende la prima sviluppandola e variandola. Anche il Trio , nella sottodominante MIb, si presenta in due sezioni (con da-capo) dove la seconda è uno sviluppo della prima. Una breve coda di 8 battute ci riporta allo Scherzo.  

Finalmente il Rondò, 2/4, Allegro vivace, SIb maggiore. Struttura A-B-C, ripetuta in modo variato. La parte A presenta il primo tema negli archi, ripreso dal pianoforte. La sezione B vira alla dominante FA maggiore, ed è caratterizzata da una varietà di ritmi e motivi continuamente sviluppati. La sezione C muta drasticamente il tempo, che passa a 3/2, dove si combinano i motivi di B con il tema principale. Torna A con il tema però inizialmente nella sottodominante MIb, prima del ritorno a SIb. Si ripresenta ancora il tempo 3/2 della sezione C, prima che arrivi la Coda, che in tempo Presto chiude con ritorni dei motivi B e A.    

Stupefacente davvero la compattezza di questo terzetto di giovani-giovanissimi, che sembrano far musica insieme da sempre. Per loro questo Trio massacrante è stato come una piacevole rimpatriata, affrontato con il sorriso sulle labbra e il piacere di goderne loro per primi – e far godere a noi estasiati, in sala – questa musica immortale.

Travolgente trionfo per i tre, con l’Auditorium trasformato in una curva da stadio!


10 giugno, 2026

La Schubertiade co-prodotta dalla Società del Quartetto e da laVerdi. 1.

Ieri sera al Conservatorio milanese (discretamente affollato) ha preso l’avvio una lodevole iniziativa della Società del Quartetto, consistente in tre concerti dedicati a musiche del compositore viennese. (Prossimi appuntamenti l’11 in Auditorium e il 14 ancora al Conservatorio).

Iniziativa cui dà il suo contributo l’Orchestra Sinfonica di Milano, che ha messo a disposizione il suo Direttore Musicale nel duplice ruolo di solista e poi di guida dell’intera compagine strumentale.

Questo primo appuntamento era monopolizzato dal pianoforte di Gabriele Strata, che ha proposto un corposo programma solistico, che alternava due brani dello Schubert (relativamente) giovane a due dello Schubert ormai vicino al traguardo dell’esistenza terrena.

Programma quindi aperto con la giustapposizione del Minuetto in DO# minore D600 e del Trio in MI maggiore D610. Due brani (meno di 7’) che stanno benissimo insieme (come testimoniano anche le relative tonalità…) pur se l’Autore li abbandonò lì, in… ordine sparso. Il Minuetto presenta una lenta melopea, caratterizzata da note lunghe seguite da piccole scale discendenti, mentre il Trio ha un andamento più fluido e mosso.  

Strata ha interpretato questo cammeo con grande delicatezza e purezza di suono. Senza alcuna pausa, ecco a seguire i Drei Klavierstücke D946, di fatto altrettanti Impromptu, strettamente legati dalle tonalità: MIb minore > MIb maggiore > DO maggiore.

Il primo è in tre sezioni: un Allegro assai, una specie di saltarello in 2/4, che inizia in MIb minore con divagazioni a SOLb maggiore/minore e da qui a MIb maggiore; un Andante, 4/4, dal tratto più lirico, in SI maggiore con divagazione a FA# maggiore; il ritorno al Tempo I, 2/4, della prima sezione, e chiusura in MIb maggiore.

Il secondo riparte dal MIb maggiore, in Allegretto, 6/8. Struttura A-B-A-C-A. Un motivo cullante, da barcarola, ne occupa, con il controsoggetto, la prima sezione (A). La seconda (B) nella relativa DO minore, è assai corrusca, con semicrome ribattute e accompagnamento ostinato, che sfocia in DO maggiore. La terza sezione (A) torna al primitivo tema in MIb maggiore. Ora ecco la quarta sezione (C) dove cambia il tempo, 4/4 alla breve, la tonalità si porta a LAb minore (7 bemolli in chiave!) e l’atmosfera si fa di nuovo agitata, con raffiche di crome ribattute; la tonalità vira alla relativa DOb maggiore e quindi, per enarmonia, a SI minore! E, sempre per enarmonia contraria, si torna a LAb minore. Il tempo di 6/8 e la tonalità di MIb maggiore ci portano – quinta sezione (A) – alla conclusione.

Il terzo brano (Allegro, 2/4) è di struttura tripartita, con una prima sezione in DO maggiore, dove ascoltiamo un motivo elegante e moderatamente mosso. La parte centrale passa a tempo 3/2, tonalità REb maggiore, e presenta motivi con note lunghe e andamento languente, che si anima un po’ solo alla fine, per passare il testimone alla ripresa del DO maggiore, 2/4 che chiude con due pesanti accordi dominante-tonica.

A parte il disturbo di un inopportuno principio di applauso dopo il primo brano, l’esecuzione è stata vibrante e convincente, specie nel centrale Allegretto, ricco di cambiamenti di atmosfera.

Dopo l’intervallo, ecco il Minuetto in LA maggiore D334 (che è corredato anche dal classico Trio…) Brevissimo cammeo (tre minuti e mezzo) che si presenta con un Allegretto (3/4, LA maggiore) suddiviso in due sezioni da ripetersi: la prima propone un tema cullante, tutto in semiminime che esplorano l’armonia di tonica e dominante; la seconda presenta un controsoggetto appena più screziato, che ritorna poi al motivo principale.

Segue il Trio (3/4, nella dominante MI maggiore) che nell’agogica non si discosta dal Minuetto, apparendo quasi come una sua prosecuzione, ma caratterizzandosi invece per un più corposo accompagnamento nella mano sinistra. Chiude il ritorno al Minuetto (senza i da-capo).

Come per il brano di apertura, anche qui Strata ha ben interpretato l’intimismo e la leggerezza crepuscolare di questo Minuetto.

Strata ha chiuso la serata con la monumentale, massacrante Sonata per pianoforte in LA maggiore D959, penultimo brano di questo genere musicale composto da Schubert che, insieme alla sonata immediatamente precedente e a quella successiva, costituisce l’estremo lascito del compositore, completato a pochi giorni dalla prematura dipartita.

Sono più o meno 40 minuti di musica straordinaria, che inizia con l’Allegro, 4/4, classicamente in forma-sonata, con il primo tema in LA maggiore, scandito da pesanti accordi, poi sviluppatosi in terzine fino a virare a MI minore per un primo ponte, quasi tutto in terzine, che ci porta verso il secondo tema, nella dominante MI maggiore. Anch’esso si muove alternando terzine a note ribattute, sfociando in un nuovo ponte in DO maggiore, che porta alla Coda, ancora in MI maggiore.

Si chiude così l’esposizione (che sarebbe da ripetere…) e inizia lo sviluppo. Inutilmente ci si aspetta la ricomparsa dei due temi in confronto-contrasto fra loro, come da sacri canoni. Tutto lo sviluppo è costituito da nuovi motivi: il primo in DO maggiore, su un basso ostinato di crome ribattute, che poi passano alla mano destra; un nuovo motivo, sempre in DO maggiore e note ribattute sfocia in DO minore; e infine un terzo, in DO maggiore modulante a MI maggiore, chiude lo sviluppo.

La ricapitolazione è canonica: primo tema in LA maggiore, ponte in MI minore, secondo tema che si allinea al LA maggiore del primo, e da qui la tonalità di impianto sostiene anche il ponte verso la coda e la coda medesima.

Ora arriva un Andantino, 3/8, in FA# minore, relativa del LA di impianto della Sonata. Macro-struttura A-B-A’. Si apre con una languida melodia, che (solo momentaneamente) modula alla relativa LA maggiore. Un ponte che da FA# minore modula a RE minore, SOL minore e DO maggiore ci porta verso un drammatico precipitare dell’atmosfera: è la sezione B, in DO minore, agitata (con semibiscrome a profusione) e mutante verso DO# maggiore. Una straziante confessione, che però lentamente ci riporta (A’ e FA# minore) all’atmosfera iniziale, di serena rassegnazione.    

Siamo ora allo Scherzo, Allegro vivace, 3/4, LA maggiore. Una fugace oasi di serenità, con le due sezioni (Scherzo e Trio) strutturate alla stessa maniera: una prima melodia, ripetuta (LA maggiore per lo Scherzo, RE maggiore per il Trio) seguita dall’insieme (da ripetersi) di una seconda melodia e del ritorno della prima (DO e LA maggiore per lo Scherzo, LA e RE maggiore per il Trio).   

Chiude la Sonata il classico Rondò, Allegretto, 4/4, dalla struttura A-B-A’-C-A’’-B’-A’’’-Coda. Quanto alla tonalità, si muove prevalentemente sul LA maggiore (tema A e sue varianti A’, A’’ e A’’’) salvo il tema B che è nella dominante MI maggiore (poi adeguandosi al LA nella ricorrenza B’). La sezione C, che funge da sviluppo di forma-sonata, è incardinata su DO minore. La Coda è ovviamente in LA, con numerose pause a rompere la melodia, fino all’accelerazione del tempo a Presto.

Davvero rimarchevole, per sopraffina tecnica e sensibilità di approccio, la prestazione del giovane ma già affermato Gabriele, che ci ha poi concesso non uno, ma ben tre bis, aperti da un notturno Chopin, poi con un acquatico Schubert e chiusi da uno swing davvero imprevisto!