Prima
dell’inizio del settimanale concerto, la Presidente della Fondazione Ambra Redaelli,
l’Orchestra e il pubblico hanno reso omaggio con un minuto di raccoglimento alla memoria di Gianni Cervetti, storico co-fondatore e Presidente
Emerito, scomparso due giorni fa a quasi 93 anni. Ancora lo scorso 24 aprile
aveva assistito, come sempre, dal suo posto 25 in fila 11, al precedente concerto della sua Verdi.
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Il
46enne Cornelius Meister da Hannover ha fatto il suo debutto in
Auditorium dirigendo un interessante
concerto
dall’impaginazione classica: una brillante Ouverture, un concettuoso Concerto
solistico e una Sinfonia tra le più amate dell’intera produzione
romantica.
Ha
aperto la serata l’Ouverture Karneval di Antonín Dvořák,
dove si trovano alterne, vivaci ed estrose apparizioni di varie scene del
carnevale, visto come un quadro di danze brillanti e di ritmi policromi,
odorosi di aria nativa e campagnola. [Qui alcune mie
brevi note
sull’opera.]
È
un brano che Meister ha affrontato forse con eccessiva foga (il
suono nei numerosi passaggi dei tutti risultava piuttosto… magmatico, ecco)
ma comunque il pubblico (non proprio foltissimo) ha mostrato di gradire, predisponendo
lo spirito per affrontare il seguito, ben più impegnativo, del programma.
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Ed
infatti ecco la giovane e bella trentenne canadesina Sarah McElravy presentarsi
sulla scena per suonare per noi la Rapsodia-Concerto per viola e
orchestra di Bohuslav Martinů, composta a metà degli anni ’50
quando il musicista boemo si trovava in USA, prima del suo ritorno in Europa
dove morirà nel 1959.
Il
titolo del brano si spiega per la sua struttura formale, che ricorda quella
abbastanza ibrida di concerti e rapsodie di Liszt: sono due movimenti dove in
realtà il secondo ne ingloba almeno quattro. Qualche nota in Appendice.
Davvero
rimarchevole la prestazione della McElravy, che ha saputo valorizzare al meglio
le qualità di questa particolarissima partitura, che coniuga accenti romantici
ad arditezze quasi espressioniste. E anche l’orchestra qui l’ha assecondata al
meglio, nei fitti dialoghi con la viola, come nei passaggi introduttivi o di
ponte fra le lunghe e nobili frasi dello strumento solista.
Meritate
ovazioni per lei e per tutti, ricambiate con il romantico (e paganiniano) Capriccio in DO minore di Vieuxtemps.
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Chiusura con il più romantico degli Schumann, quello della mirabile Renana. Qui
le cose sono andate un poco meglio che nel brano di apertura: l’equilibrio fra
le sezioni è migliorato (anche se le dinamiche spesso sono deragliate verso eccessivo
bandismo) e Meister, che ha diretto a memoria, ha comunque tenuto bene in pugno
il filo del discorso, con il suo gesto abbastanza sobrio ma essenziale.
In
ogni caso, accoglienza trionfale.
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Appendice
- Martinů
- Rapsodia-Concerto per viola e orchestra.
Seguiamola
in questa pregevole interpretazione di Maxim Rysanov con l’Orchestra
di Radio Praga (2017).
Si
apre con un Moderato che presenta subito (in flauto e archi) una specie
di motto di quattro note (due seconde minori discendenti a salire di un
semitono) ripreso nel corso del movimento e proprio in chiusura:

Siamo
in tempo di 6/8 e l’Orchestra esegue una lunga introduzione (quasi un minuto)
in una tonalità che si muove dal SIb al FA e dove ricompare (1’11”) il motto, prima che entri la viola
solista (1’51”) per esporre una melodia crepuscolare in SIb, che
successivamente (2’49”, Poco meno) si arricchisce di
spunti vivaci (3’03”) fino a sfociare in orchestra (3’55”,
Tempo I) in una pesante riproposta del motto.
Quasi
subito la viola riprende la sua lenta melopea in SIb che si adagia poi su un
REb grave, per lasciare spazio alla sola orchestra (4’47”) che
prosegue con una sezione caratterizzata da note lunghe e melodia cullante (virante
al FA) nei fiati, accompagnate da veloci semicrome degli archi.
Ancora (5’54”,
Poco meno) una leggera accelerazione ed ecco il ritorno della viola,
che si esibisce in una sorta di cadenza, incalzata via via dal
contrappunto orchestrale che la spinge ad un ostinato che stringe
vieppiù il tempo.
Il tutto sfocia nel ritorno
al Tempo I (6’51”) dove incontriamo nuovamente la prima
sezione del movimento, con la viola che, accompagnata con discrezione
dall’orchestra, ci conduce verso la fine - attraverso passaggi ancora spigliati
(8’17”) - siglata da una nuova presenza del motto (8’48”)
e da una breve cadenza solistica (9’00”) fino al SIb conclusivo.
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Come
detto, il secondo movimento si suddivide in diverse sezioni. È aperto (9’37”)
in tempo Molto Adagio, da 19 battute orchestrali (dapprima il flauto, e
poi – a 10’03” - l’intera orchestra) che conducono ad un climax
(10’37”) che subito si spegne nei fiati, lasciando gli archi a preparare
l’ingresso della viola (11’00”).
Viola
che espone una melopea dapprima lenta e dolente, in LA minore, che poi piano
piano si addolcisce, passa a DO maggiore e quindi a RE minore, per poi raggiungere
(11’52”) un climax in FA maggiore.
Ora
(12’18”) un passaggio del solista in corda doppia suscita reazioni
dell’orchestra: senza che il tempo muti, l’atmosfera vene vivacizzata da veloci
semicrome della viola, cui l’orchestra oppone irruzioni (12’55”)
in metro anapesto, sempre più pesanti, finché l’atmosfera si stempera e la
viola (13’17”) riprende le sue veloci semicrome. Ma adesso, in
tempo Molto tranquillo (13’42”) ecco il solista attaccare
una dolce melodia di sapore popolare, in FA maggiore:

Da
quell’ultimo RE ecco prender forma (14’22”) una transizione
puramente orchestrale, in SOL maggiore, che raggiunge negli archi un climax
(Poco vivo, 14’50”) e subito dopo prosegue (15’12”)
con una Quasi cadenza della viola, in DO minore, interrotta (15’58”,
Poco allegro) da uno schianto orchestrale.
Da
qui (16’08”) si ritorna al FA minore, ed è sempre la viola a far
da guida, con veloci passaggi di semicrome, anche in corda doppia: assistiamo
ad un continuo alternarsi di acceso protagonismo fra orchestra e viola, prima
che l’atmosfera si calmi del tutto (18’12”, Andante - molto
tranquillo) e la viola intoni ancora una volta il dolce motivo popolare in
FA maggiore, che si spegne sognando, accompagnato sommessamente da un ultimo
rullo del tamburino.