Ad
un anno di distanza dal suo esordio sul podio dell’Auditorium, l’arzillo 77enne
viennese Alfred Eschwé torna fra noi per dirigere un concerto tutto ambientato
nell’Impero asburgico!
Il cammino che la musica ci fa percorrere parte, in modo assai serioso e sostenuto, dalla periferia dell’Impero, l’Ungheria (ma anche un po’ la Romania) di Béla Bartók, del quale ascoltiamo i cinque Magyar képek (Quadri, o scene ungheresi), trascrizioni per orchestra operate attorno al 1930 di brani pianistici provenienti da diverse raccolte di una ventina d’anni più vecchie:
1. Este a székelyeknél (Una sera in Transilvania) (Lento rubato - Allegretto)
In forma di Rondò:
un primo dolce motivo (Lento) nel clarinetto seguito da uno più spigliato
(Allegretto) nel flauto; primo motivo nell’oboe, secondo nell’ottavino;
primo motivo in flauto, oboi e clarinetti insieme.
2.
Medvetánc
(Danza degli orsi) (Allegro vivace)
Rondò spurio,
ricco di dissonanze e cambiamenti di tempo, che evoca un orso che danza
irregolarmente ai comandi dell’addestratore.
3.
Melódia
(Andante)
Melopea che
nasce nei violini, poi passa ad oboe e clarinetto, quindi torna in viole e
celli per poi, dopo un crescendo in orchestra, spegnersi lentamente.
4.
Kicsit ázottan
(Un po' brillo) (Allegretto rubato)
Era uno dei
pezzi favoriti dal Bartók pianista: impersona un tizio alticcio (hic!)
che si muove goffamente, canticchia qualche melodia, inciampa e… rutta (la
tuba) per poi adagiarsi pesantemente, sfinito, su una panca.
5.
Ürögi kanásztánc
(Danza dei porcari) (Allegro molto)
Canzone
popolare, dal ritmo incalzante, dominata dagli svolazzi degli strumentini.
Nella parte alta della figura abbiamo la versione più diffusa, sulla quale concordano parecchi editori. Sotto invece è riportata la battuta incriminata come pubblicata nell’edizione critica della Universal (1967).
Nel primo caso abbiamo l’impiego della sola caldaia in MIb, dinamica pianissimo (o piano in alcune edizioni) con forchette a crescere e poi diminuire e durata ad libitum. Insomma, un rumore di fondo più o meno prolungato a creare l’atmosfera indistinta della proverbiale Introduzione lenta (qui richiamante il Dies Irae) tanto cara al compositore. Un esempio dell’interpretazione alla lettera di questa versione lo si trova in questa esecuzione di vonMatacic con l’Orchestra di Zagabria. O anche qui, in Finlandia. E qui, in Israele.
La citata edizione Universal reca invece la dicitura Intrada seguita da dinamica fortissimo e poi da forchetta a diminuire. Il termine Intrada può essere interpretato come libera esibizione (quasi una cadenza solistica) del timpanista, seguita dal diminuendo che la chiude. Ecco un paio di esempi di questa interpretazione, dove l’esecutore suona entrambe le caldaie (MIb e dominante SIb): dapprima il timpanista dell’Orchestra da Camera danese, che si esibisce in qualche esercizio di media portata. Più ambizioso ancora di lui il collega della Radio di Francoforte, che si inventa una vera e propria cadenza virtuosistica. Non gli è da meno un simpatico giapponesino che accoglie pomposamente l’arrivo sul podio del suo Direttore.
Chiudo in bellezza questo tormentone citandone un altro, assai più lungo ed autorevole, del funambolico Dave Hurwitz, che propende decisamente per la seconda interpretazione.
Ma
ovviamente adesso nasce la curiosità: come l’ha suonato il nostro Matteo
Manzoni? Beh, lui si è comportato salomonicamente: all’entrata ha esibito
un paio di schianti seguiti da una tremenda scarica e da altri
colpi in diminuendo; alla ripresa invece si è attenuto alla prima delle
due versioni citate, con un perfetto rullo piano-forte-piano.
Eschwé, che ha diretto sfogliando una partitura… tascabile, ce l’ha proposta con grazia e leggerezza proprio settecentesche, e l’Orchestra gli ha risposto alla grande. Memorabile Santaniello nel lungo passaggio solistico dell’Andante. Accoglienza entusiastica per tutti.
L’ingegner Josef Strauss, suo fratello minore, è l’autore dei successivi due lavori, il Walzer Sphärenklänge e poi la Polka-Mazur Aus der ferne. Lo stile ricorda il fratello, ma con una certa dose di maggior… serietà e riservatezza, ecco.
Infine, è tornato Johann con la celebre e indiavolata Tritsch-Tratsch Polka, per chiudere poi la serata con l’austero e pedante Kaiser-Walzer!
Eschwè questa musica la conosce meglio delle sue tasche e quindi la dirige tutta a memoria, provocando in orchestrali e pubblico non uno ma due applausi ritmati. Così dal palco ci regalano come buonanotte anche l’indiavolata Polka Ohne Sorgen!



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