Per
il terz’ultimo
appuntamento
della stagione principale 24-25 dell’Orchestra Sinfonica di Milano, Emmanuel
Tjeknavorian ci mette in tavola un menu costituito da due piatti del
tardissimo ‘800: lo Dvořák del 1894 e il Sibelius del 1898. Auditorium
non proprio esaurito, ma quasi, e sempre pieno di entusiasmo. In platea Oreste
Bossini racconta il concerto per Radio3.
La
serata si apre nel nome di Jan Sibelius, con la sua Prima Sinfonia,
cui il 34enne compositore si volse proprio sul finire del secolo dopo aver
composto diversi poemi sinfonici a sfondo nazionalistico-patriottico. Il suo fu
un approccio innovativo sia rispetto a Ciajkovski (cui peraltro fu
debitore) ma anche rispetto a Mahler, del quale non condivideva l’idea
di impiegare la sinfonia per raccontare l’universo.
E
questa Prima in effetti sembra rifarsi al sinfonismo classico, sul quale
innestare elementi della tradizione musicale del suo Paese. In Appendice
riporto una succinta guida all’ascolto, basata su un’esecuzione di papà Loris con i suoi filarmonici armeni nel 1997,
quando il piccolo Emmanuel aveva sì e no un paio d’anni…
Per
l’Orchestra è la prima esperienza con questo lavoro non proprio conosciutissimo
e meno ancora eseguito, così il Tjek (sempre a memoria!) la guida da par suo,
mettendo in risalto non solo i suoni, ma anche i silenzi lunghi e
brevi (rappresentati in partitura da corone puntate e apostrofi di respiro).
Così
ne esce un risultato mirabile, che ridà un meritato lustro a questo Sibelius
francamente troppo snobbato dai modernisti con la puzza al naso.
Dopo la
chiusura con i sommessi pizzicati degli archi il Tjek tiene ancora una decina
di secondi di silenzio, poi inutile
dire dell’accoglienza trionfale che accomuna Kapellmeister e Musikanten.
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Ha
chiuso la serata un compagno di… sonate del Tjek, il 49enne Daniel Müller-Schott con
il suo violoncello, impegnati nel Concerto op.104 di Antonin
Dvořák. Qui vediamo una
pregevole esecuzione di Daniel in terra danese con
Kitajenko.
Il
suono del violoncello di Müller-Schott (Goffriller
1727) è di assoluta purezza, cosa che avrebbe
stupito lo stesso Dvořák, che non aveva mai nascosto la sua idiosincrasia per
quello strumento, considerato piuttosto rozzo proprio nella qualità sonora (!?)
Ma certo il merito è anche dell’esecutore, dalla tecnica trascendentale e dalla
sensibilità sopraffina. Il Tjek (eccezionalmente con la partitura sotto gli
occhi) lo ha assecondato al meglio, avendo con lui, come detto, una consuetudine
di lunga data.
Qualche
neo purtroppo si è manifestato in orchestra, dalla zona dei corni (citiamo il
peccato e non il peccatore) che non consente di giudicare perfetta questa
performance.
Ma
alla fine non impedisce il manifestarsi di acclamazioni e ovazioni da parte di
un pubblico in delirio, ripagato con un prezioso e accorato bis, seguito da un ultimo
trionfale omaggio per tutti.
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Appendice.
La prima sinfonia di Sibelius
Inizia
con un’Introduzione lenta (à-la-Haydn… Andante ma non troppo) in
MI minore con inflessi modali. È un languido recitativo del clarinetto (21”) di cui
si ricorderà Nino Rota per il suo Padrino, sul tappeto in SI del timpano che getta musicalmente le basi per i temi che compariranno
nel seguito.
Segue
l’Allegro energico (1’33”) dalla struttura di forma-sonata
eterodossa, principiante nella tonalità relativa di SOL maggiore con
esposizione di un primo tema che si anima nel dialogo fra archi e fiati, che
conduce ad un crescendo sfociante (2’41”) in un generale accordo sulla
sesta abbassata di MIb, seguito da uno in MI naturale, poi ancora in FA e poi
in FA# per sfociare (2’47”) ancora in SOL maggiore, dove il tema
è reiterato a piena orchestra e poi ancora ribadito (3’09”) nella
sottodominante DO maggiore.
Da
qui un subitaneo passaggio a SI maggiore apre la strada al secondo tema (3’30”)
protagonisti gli strumentini con sereni svolazzi; poi (4’29”)
l’atmosfera si abbruna a SI minore, dove ancora i legni si slanciano in un
furioso crescendo – pare
lo Scherzo della nona beethoveniana… - che si spegne (4’50”) in modo
traumatico. Tre semiminime di SI pizzicato degli archi chiudono di fatto
l’esposizione.
Il
lungo sviluppo – in realtà appare come un intermezzo che porta alla luce muovi
motivi - inizia (4’55”) ancora in SI maggiore, con un momento di
calma in LAb (5’30”) seguito da un lungo passaggio caratterizzato
da successive scale discendenti e poi da un magmatico crescendo (6’23”)
che sfocia maestosamente (7’25”) in SOL maggiore, con una nobile
perorazione degli archi, che porta all’eterodossa ripresa del primo tema, che
ascoltiamo (8’10”) dopo il convulso crescendo.
In
tempo Tranquillo (9’01”) ecco il ritorno a MI minore che
introduce la coda, culminante (10’09”) in una melodrammatica
cadenza in fortissimo, chiusa da due accordi in pizzicato degli
archi.
Il
secondo movimento è un Andante (ma non troppo Lento) nella distante
tonalità di MIb maggiore. I violini (10’53”) espongono la prima
parte del languido tema principale, costituita da due sezioni, la seconda
ripetuta. Ora (12’02”) i fiati, poi supportati da viole e celli,
rispondono proponendo la conclusione del tema.
I
fagotti (12’25”, Un poco meno andante) – seguiti poi dagli
altri legni - intonano ora una triste melopea in SOL minore che poi si trasforma
(12’58”) in un accorato appello, costituito dall’incipit del tema
principale seguito da dolorose cadute chiuse da una pesantissima discesa di
quattro ottave, fino al FA sotto il rigo di basso.
Ora
(13’55”) una transizione sul DO minore caratterizzata da sestine
ribattute di flauti e oboi ci conduce alla sezione centrale del movimento (14’24”,
Molto tranquillo) una specie di oasi in LAb maggiore, con tanto di
esternazioni ornitologiche degli strumentini. La cui visione sfuma (15’33”,
Adagio) per lasciar subito posto al ritorno del tempo primo e
all’atmosfera della precedente sezione, in DO minore e poi in SOL minore, che
una fugace riapparizione del LAb (17’37”) cerca invano di
contrastare.
Attacca
quindi un vorticoso crescendo (Poco a poco stringendo) che conduce ad un
climax in cui si distinguono pesanti strappi dell’orchestra, finchè (18’52”)
in DO minore esplode una delle varianti del tema principale (Ciajkovski?
Wagner?) che poi (19’07”) sfuma nel MIb d’origine portando ad una
serena conclusione di questo viaggio tormentato.
Ecco
poi lo Scherzo, tonalità DO maggiore, classicamente ripartito A-B-A
(Scherzo-Trio-Scherzo). Di stampo vagamente bruckneriano, nel piglio da
moto perpetuo. Sul pedale ostinato di viole e celli sono i timpani (DO-SOL) ad
annunciare (20’52”) il motto dello Scherzo, subito imitati dai
violini. Corni e legni (20’55”) ne espongono il tema scalpitante
che vaga in orchestra fra svolazzi di strumentini, sestine di celli e folate
ascendenti e discendenti dell’arpa. Dopo un passaggio più disteso degli archi,
torna il motto (21’42”) ad aprire una nuova sezione dello Scherzo,
culminante (22’00”) in volate di legni e poi di archi, sempre
innescate dall’incipit del motto.
Si
arriva così (22’35”) al classico Trio, Lento (ma non
troppo), in MI maggiore, aperto, ancor più classicamente, dai corni. Poi (22’59”)
è il flauto ad esibirsi in un cullante motivo impreziosito da trilli; ancora
una pausa (23’30”) e i legni riprendono il motivo di attacco de
Trio, poi raggiunti dagli archi che si dilungano sulla dominante SI. Il ritorno
al Tempo I preannuncia la conclusione del Trio, sancita da veloci scale
discendenti degli archi, chiuse sul DO.
Riecco
quindi (24’33”) ripresentarsi lo Scherzo nella sua interezza,
chiuso da una perentoria coda, protagonista il motto.
Il
Finale reca tra parentesi la dicitura (quasi una Fantasia).
Ed in effetti la sua struttura è abbastanza… fantasiosa, per lo meno rispetto
ai sacri canoni classici, consistendo in due temi principali (tipo
forma-sonata) che vengono dapprima esposti e successivamente poi ripresi e
variati, di fatto sviluppati.
La
tonalità è ovviamente in MI minore e il movimento Inizia (25’50”)
con un’Introduzione in tempo Andante, come già il primo. E da
quello mutua subito il motivo di apertura della Sinfonia, esposto dagli archi,
ai quali rispondono i flauti con la frase chiusa dai corni e fagotti sull’accordo
di SI minore e ancora oboi e poi flauti e clarinetti con corni e fagotti a
chiudere in SOL minore.
In
tempo Meno andante (27’34”) celli e bassi chiudono
l’Introduzione preparando il terreno all’Allegro molto dove presto
compare (28’08”) nei bassi e nelle viole il primo tema,
agitato e poi dilagante in orchestra, fra archi e fiati che si rincorrono, in
un continuo crescendo (Poco a poco più Allegro) fino a raggiungere, dopo
cinque schianti poderosi, un climax (29’04”) su un RE acuto, dal
quale i violini precipitano fino ad un SI sotto il rigo.
È arrivato
il momento (29’19”, Andante assai) di conoscere il secondo
tema, una nobile melodia nel solare DO maggiore, intonata dai violini, che si
distende ulteriormente (30’21”, Poco a poco meno Andante)
fino a chiudersi (31’06”) con gli strumentini.
Inizia
ora lo sviluppo del primo tema (31’18”, Allegro molto, come
prima) che sembra travolgere tutto, fino ad un climax (32’08”)
da cui subito riparte ancor più vigoroso (Poco a poco più Allegro) e
quindi (32’37”) si fa sempre più ostinato, con schianti
successivi che portano finalmente (32’54”) ad un progressivo
acquetarsi dell’atmosfera, presagio dell’arrivo (33’06”) in tempo
Andante (ma non troppo) dello sviluppo del secondo tema.
Che
ora torna in LAb maggiore, poi trascolora a REb, ancora a SOLb e poi a SI
maggiore (34’26”) dove a lungo si distende maestoso, fino poi (36’55”) a
scendere sul MI della finale apoteosi, chiusa - dopo tre schianti in MI minore dell’intera
orchestra, come accadde al primo movimento - con due pizzicati degli
archi.