casi divisivi

  Ranucci =... Dreyfus?

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12 agosto, 2026

ROF-2026 alla radio.1-2-3.

Breaking news: ROF-2027

- La donna del lago (n)
- Adina (2018)
- Tancredi (n)
- PMS
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Martedì sera all’Auditorium Scavolini ha preso il via il programma principale del ROF edizione 47, con la rappresentazione di Le Siège de Corinthe, la prima, autentica opera francese di Rossini, di cui ricorrerà fra poche settimane il centenario della recita inaugurale (Academie Royale de Musique, lunedì 9 ottobre, 1826). [Qui alcune mie personali curiosità sul soggetto e le sue vicissitudini.]

Questa nuova produzione è affidata a Davide Livermore, e mi permetterò di commentarla a suo tempo, mentre l’ascolto radiofonico – ripresa non proprio impeccabile - ha comunque permesso di avere almeno un’idea del livello del Cast vocale, dell’Orchestra (del Comunale di Bologna), del Coro (Ventidio Basso, diretto da Pasquale Veleno) e del Maestro concertatore Carlo Rizzi.   

Premesso che (come già nel 2017) l’edizione critica di Damien Colas ripesca l’estensione dell’aria di Pamira che apre l’Atto II, il finale con il coro delle donne greche, oltre che il brano di chiusura delle tre Air de Danse del balletto, direi che Rizzi abbia saldamente tenuto in pugno la situazione, ben supportato dall’orchestra in ottima forma (anche nelle parti solistiche). Forse gli si potrebbero rimproverare tempi (a tratti) un po’ troppo sostenuti (magari tipici del grand’opéra) ma nel complesso la tensione è sempre rimasta alta e coinvolgente, con un picco alla chiusura dell’atto secondo.

Solida la prestazione del Coro, che si deve sdoppiare (maschi e femmine) fra greci e turchi, fra sottomessi e invasori (però quell’Hymne turco… che meraviglia!)

Trionfatrice della serata è stata la splendida Vasilisa Berzhanskaya, che si rivelò proprio qui nel 2021 nel Moïse, per poi affermarsi in giro per il mondo: ieri ha mietuto applausi con una prestazione eccellente, che ha avuto il suo culmine nella massacrante, strepitosa (e intonsa…) aria con coro (più risposte a Mahomet) che apre il second’atto e poi il suggello con l’ultima esternazione.  Mahomet II è Adrian Sâmpetrean, esordiente al ROF, ma con una lunga consuetudine con Rossini alle spalle: voce di basso-baritono che ben si adatta al ruolo del condottiero islamico, protervo e brutale, ma anche capace di slanci di nobile lirismo, il 43enne rumeno ha meritato gli elogi del folto pubblico.

I due tenori della compagnia (Matteo Roma come Cléomène e Maxim Mironov come Néoclès, già ben noti al pubblico del ROF) hanno gareggiato in bravura ed efficacia: forse le loro voci liriche tendono a… confondersi (Cléomène per me dovrebbe avere una corposità più… robusta, quasi da baritenore, dato il suo ruolo di comandante della guarnigione greca, di maturo padre di Pamyra, e di aspirante suocero di Néoclès, un giovane eroico combattente, capace di salire al RE sovracuto nell’aria in SOL del terz’atto) ma comunque sono stati giustamente accolti da calorosi consensi.

Anna-Doris Capitelli è l’interprete di Ismène, la confidente di Pamyra, che Rossini gratifica della graziosa Ballade in tempo ternario che precede i… balletti del second’atto, da lei interpretata con la giusta delicatezza e l’apprensione per la sorte della sua signora.

Simòn Orfila (Hìeros, efficace il suo appello nel terz’atto), Giuseppe De Luca (Omar) e Tianxuefei Sun (Adraste) hanno dignitosamente completato il cast. 

Insomma, mi pare un Festival partito con il piede giusto… Qui la registrazione RAI.

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13 agosto 2026

L’Occasione fa il ladro

Seconda serata al ROF (Teatro Rossini) per l’ennesimo revival dell’ormai storica (1987) produzione di Jean-Pierre Ponnelle, anche oggi ripresa dalla venerabile (è sulla soglia dei 90!) Sonja Frisell.

Uno che potrebbe essere suo nipotino è Alessandro Bonato, oggi accasato in Trentino-AltoAdige/SüdTirol (Orchestra Haydn di TN-BZ) che ha per l’occasione (!) diretto la Sinfonica Rossini in questa burletta-in-musica veneziana (Teatro San Moisè, martedì 24 novembre, 1812) del Gioachino ventenne.

Devo dire che il 31enne veronese si è subito presentato bene con il breve preludio orchestrale, dove compare un breve motivo che verrà ripreso nientemeno che da Bizet e, a catena, da Ciajkovski; seguito poi dal temporale, preso da Rossini a imprestito (Pietra del paragone) e successivamente potenziato nel Barbiere.

Ma tutta la sua direzione è stata apprezzabile per leggerezza, garbo e buongusto, così da valorizzare al meglio questo cammeo che già guarda al futuro. Ottima la risposta della Sinfonica Rossini, che già era stata protagonista delle rappresentazioni del 2013.   

Cast che fa ampio uso di… prodotti locali (leggi: Accademia rossiniana, fondata e poi diretta per anni e anni dal sommo Alberto Zedda e oggi affidata alle cure del Sovrintendente - e navigatissimo cantante - Ernesto Palacio): tutti i sei interpreti sono, prima o poi, poco o tanto, passati da lì! E cinque di loro hanno egregiamente cantato il grande quintetto che divide in due l’atto unico.

Colui che è sulla buona strada per divenire profeta-in-patria, il 28enne pesarese Matteo Mancini, impersona uno dei ruoli-chiave della farsa, Don Parmenione, di moralità apparentemente integerrima (rimprovera il servo Martino per lo scassinamento della valigia di Alberto) ma che in realtà è pronto ad approfittare di ogni evento per conseguire il proprio tornaconto. Sfoggiando la su voce chiara e morbida, perfettamente attagliata alla rossiniana categoria di buffo!

Il Conte Alberto, cui Parmenione crede di soffiare la moglie (che invece è sua sorella…) è interpretato da un altro esordiente: il trentenne tenore bresciano Dave Monaco, che ha messo in mostra la sua voce acuta e squillante, proprio da tenorino del Rossini leggero.    

Le due femmine sono Damiana Mizzi (soprano, pugliese, all’esordio al ROF nel cartellone principale) una Berenice ingenua e timorosa, dalla voce leggera e calda e dalla perfetta intonazione, capace anche di staccare con facilità il MIb acuto nel finale; e Martiniana Antonie (mezzosoprano, romena, da otto anni ormai nel grande giro di Pesaro) che ha prestato la sua voce brillante e ben impostata al personaggio di Ernestina.

Anche se non è fra i protagonisti principali della farsa (i due maschi in cerca di moglie e le due femmine, vittime predestinate) un altro buffo (Martino, il servo di Parmenione) è lodevolmente impersonato dall’esordiente Giuseppe Toia, che si è distinto in particolare nella sua aria in cui elenca vita, morte e miracoli del padrone.  

Infine, il tapino zio Don Eusebio è il tenore Manuel Amati, che ha mostrato di saper mantenere le promesse dell’Equivoco del 2019 e del Bruschino del 2021.

Successo per tutti, almeno come testimoniato dalla registrazione RAI

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14 agosto 2026

La scala di seta

Terzo ed ultimo appuntamento radiofonico con il ROF-47, ancora dal teatro Rossini, per un altro simpatico revival: quello della terza farsa veneziana di Rossini, che precede di soli sei mesi (sabato 9 maggio, 1812) l’Occasione ascoltata ieri, e che da quest’anno raggiunge il Barbiere al primo posto per numero di Festival in cui è comparsa (7). [Qui la prima rappresentazione del 1988.]

Allestimento che arriva per la terza volta al Festival, a 17 anni di distanza da quando Damiano Michieletto lo inventò (2009) per poi riproporlo solo due anni dopo.

Sul podio il giovane mexicano (oggi di stanza ad Atlanta) Ivàn Lòpez-Reynoso, già presente a Pesaro dal 2014 (Viaggio accademico) e 2017 (Concerto di canto) e che il 18 agosto dirigerà il Gala Florez-30.

Ai suoi comandi l’Orchestra del Comunale di Bologna, che ha confermato la sua ottima forma fin dall’esecuzione della celebre, spumeggiante Sinfonia, per poi accompagnare le voci, tutte giovani, alcune esordienti, che hanno fatto quasi da scorta al protagonista, che invece è il navigatissimo Paolo Bordogna, che calca le scene del ROF dal 2005 (Gazzetta, poi altri 9 titoli) e che impersona il (finto-)tonto Germano per la terza volta, nelle recenti edizioni curate da Michieletto.

Hasmik Torosyan (aveva già al suo attivo una Gazzetta del 2015) ha sciorinato la sua bella voce calda e corposa di armonici nella parte di Giulia (toccando anche il MI sovracuto nell’aria Quanta pena).

Il suo compagno scalatore Dorvil è l’esordiente Alasdair Kent, che ha ben impressionato per limpidezza di timbro e capacità di salire agli acuti (come il RE su Deh non tradirmi amor).

Al velleitario Blansac ha dato voce un altro basso (Iurii Samoilov, già affermatosi nel 2017 – Siège – e nel 2020 con Cambiale e Barbiere). Questa volta è stato privato dell’aria (spuria) Alle voci dell’amore - che Alberto Zedda (discutibilmente?) aveva introdotto nelle due precedenti edizioni, adattando Alle voci della gloria per aggiungere peso alla parte - ma è stato comunque protagonista, con i tre colleghi già citati, nel grande quartetto che separa i due semi-atti dell’opera e al quale la detta aria faceva immediatamente seguito.

Dormont è Enrico Iviglia (cantò in Otello nel 2007, in Maometto nel 2008 e in Bruschino nel 2021) e ha degnamente completato il cast con l’esordiente Mara Gaudenzi (Lucilla). Per tutti caloroso successo. Ecco qui la registrazione di Radio3.

A questo punto basta radio e… vediamo in-corpore-vili!


08 agosto, 2026

Si avvicina il ROF-XLVII.

Martedì 11 agosto prenderà il via il cartellone principale dell’Edizione n°47 del ROF. Le tre opere in programma sono Le Siège del Corinthe, L’Occasione fa il ladro e La scala di seta. Chiuderà il Festival il monumentale Stabat Mater.

In mezzo ci saranno i due classici impegni accademici del Viaggio a Reims e un Gala-JDF per festeggiare i 30 anni di matrimonio fra il ROF e Florez (attuale Direttore Artistico). In più: concerti di belcanto e altro ancora…

Quanto ai protagonisti stabili, confermata la presenza (dopo il ritorno all’ovile dello scorso anno) dell’Orchestra del Comunale di Bologna (Siége, Scala, Stabat e Florez). L’Occasione sarà suonata dalla Sinfonica G.Rossini, mentre l’altra Orchestra cittadina (la Filarmonica Rossini) supporterà i giovani del Viaggio (irradiato in streaming). Il Coro del Ventidio Basso darà voce alle masse nel Siège, Florez e Stabat.

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Molto attesa la nuova produzione del Siège, che torna per la terza volta al ROF (dopo 2000 e 2017) affidata a Davide Livermore, che qui è di casa… Come già nel 2017, la produzione si basa sull’Edizione critica curata da Damien Colas Gallet (allora appena completata e tuttora non disponibile sul mercato). Il cast è sulla carta assai attraente, fatto di voci ormai collaudate anche lontano da Pesaro. Carlo Rizzi sarà sul podio, portando la sua ormai lunghissima esperienza.

L’Occasione è alla quinta apparizione al ROF (dopo 1987, 89, 96 e 2013) e sempre la si è vista e apprezzata nell’originale messinscena del venerabile Jean-Pierre Ponnelle, poi ripresa da Sonja Frisell (e da lei esportata anche alla Scala). Sul podio il giovane Alessandro Bonato, esordiente al ROF nel cartellone principale, ma già dal 2019 presente in manifestazioni collaterali, e oggi Direttore della Haydn di TN-BZ, con un cast altrettanto giovane e promettente.

La Scala ritorna per la settima volta al ROF (uguagliando per presenze il Barbiere) nel fortunato allestimento di Damiano Michieletto del 2009, già ripreso nel 2011 (oltre che riproposto, come L’Occasione, alla Scala). Il 36enne mexicano Ivàn Lòpez-Reynoso (anche lui esordiente in un’opera del cartellone principale, ma già a Pesaro dal 2014) dirige un cast in cui brilla il nome del veterano Paolo Bordogna.

Lo Stabat sarà diretto dal 48enne spagnolo José Ramón Tebar Sáiz, altro esordiente qui, che disporrà di un cast davvero di prim’ordine.

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Radio3 non manca all’appuntamento con le dirette delle prime tre serate (anfitrione Oreste Bossini): l’11 alle 19:00 (dall’Auditorium Scavolini) e il 12 e 13 alle ore 20 (dal Teatro Rossini).

Qui la mia personale tabella storica – aggiornata al 2026 - delle edizioni del ROF, ordinata per numero (decrescente) di presenze delle 39 opere:


23 agosto, 2025

ROF-2025 live (in Piazza). Messa per Rossini.

Il 46° ROF ha chiuso i battenti al teatro cittadino con l’esecuzione della Messa per Rossini. Messa che nacque da un’idea di Giuseppe Verdi, un anno dopo la scomparsa del genio pesarese.

Come già altre volte in passato, ho personalmente privilegiato l’ascolto andandomi a sedere su una delle 600 sedie (ieri occupate per una buona metà…) che il Comune dispone abitualmente in questa circostanza in Piazza del Popolo, dove lo streaming del concerto di chiusura viene irradiato su uno schermo gigante dislocato sotto il moderno palazzo del Comune. Lì, alla nobile polifonia sacra dei suoni che arrivano dagli altoparlanti, si aggiunge quella profana prodotta dall’animato chiacchiericcio di avventori di bar circostanti, dai piagnistei di qualche pargoletto o da interventi solistici canini (un pastore tedesco dalla voce di basso-baritono o una cockerina soprano di coloratura…) Ecco, una genuina mistura di sacro e profano, che di tanto in tanto non guasta.

Qualcosa invece si è guastato nel meccanismo dello spettacolo: prima dell’inizio il Soprintendente Ernesto Palacio ha voluto sottolineare l’importanza dell’evento -  era la prima esecuzione al ROF dell’omaggio dell’intera famiglia musicale italiana del 1869 al compositore che aveva così brillantemente rappresentato l’Italia nel mondo – e nel contempo ricordare e tributare un doveroso ricordo alla figura di colui che aveva fortemente voluto e poi creato dal nulla il Festival, l’indimenticabile Gianfranco Mariotti, purtroppo mancato lo scorso novembre.

Dopodichè, ecco l’annuncio dello spiacevole contrattempo: la (parziale, ma sostanziale) defezione di uno dei protagonisti, Dmitry Korchak, cui un’improvvisa tracheite (evidentemente contratta nell’ultimo viaggio di ritorno in mare da Algeri del giorno precedente…) ha impedito di interpretare il difficile Ingemisco (pertanto cancellato) confinando la sua presenza ai due soli numeri 9 e 12 della Messa. Evidentemente non si era pensato a predisporre alcuna cover dei solisti, in caso di emergenza (il bravo Brownlee, per dire, sarebbe stato degno sostituto…) Comunque sia, nel tragitto che mi separava dalla Stazione ferroviaria, passando davanti al retro del teatro (uscita artisti) ho potuto scorgere il bel Dmitry sgattaiolare quasi inosservato ed infilarsi dentro una Range Rover esagerata, targata Ticino, sulla quale, dopo averci caricato la Berzhanskaya e un’altra (a me) sconosciuta donzella, se l’è filata sgommando allegramente…  

Ecco, adesso qualcosa devo pur dire del concerto. Sul podio era Donato Renzetti, che aveva a disposizione l’Orchestra bolognese e le autorevoli voci della rampante Vasilisa Berzhanskaya, della splendida Caterina Piva, e dei due orientali Misha Kiria e Marco Mimica; oltre al menomato Korchak e al compatto Coro del teatro Ventidio Basso guidato da Pasquale Veleno.

Tutti han fatto del loro meglio per illustrare quest’opera di per sé eterogenea, che fatalmente ci diventa familiare solo all’ultimo, quando ascoltiamo il Libera me che il Peppino si portò dietro nel suo capolavoro per Manzoni. Opera che tuttavia ci mostra quanto fosse insospettabilmente ampio e fecondo il panorama degli autori italiani di quell’epoca, molti dei quali sono stati sepolti sotto il peso delle torreggianti figure di Verdi e poi da quelle dei suoi successori (Puccini, Mascagni, Giordano, …)    

Chiudo con il quadro sintetico della Messa, corredato da autori, numeri e voci:

  
Autore
Parte
Numero-Titolo
Voci
Antonio Buzzolla
I Introitus
1 Requiem
C
 
 
   Kyrie
 
Antonio Bazzini
II Sequentia
2 Dies Irae
C
Carlo Pedrotti
 
3 Tuba mirum
Br-C
Antonio Cagnoni
 
4 Quid sum miser
S-A
Federico Ricci
 
5 Recordare Jesu
S–A–Br-Bs
Alessandro Nini
 
6 Ingemisco
T-C
Raimondo Boucheron
 
7 Confutatis maledictis
Bs-C
Carlo Coccia
 
8 Lacrymosa
Cc-C
 
 
   Amen
 
Gaetano Gaspari
III Offertorium
9 Domine Jesu
soli-C
 
 
   Quam olim Abrahae
 
 
 
   Hostias
 
Pietro Platania
IV Sanctus
10 Sanctus
S-C
 
 
     Hosanna
 
 
 
     Benedictus
 
Lauro Rossi
V Agnus Dei
11 Agnus Dei
A
Teodulo Mabellini
VI Communio
12 Lux aeterna
T-Br-Bs
Giuseppe Verdi
VII Responsorium
13 Libera me
S-C
 
 
     Dies Irae
 
 
 
     Requiem aeternam
 
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Bene, archiviata l’avventura 2025, già si profila all’orizzonte l’edizione 47, che nel 2026 (11-23 agosto) ci offrirà Le Siège, La Scala, L’Occasione, Il Viaggio e il sommo Stabat.

21 agosto, 2025

ROF-2025 live. Dittico.

Eccomi alla terza tappa del mio personale percorso ROF-fico: il dittico Soirées musicales – La cambiale di matrimonio. Come dire, un tragitto che parte dal Rossini attorno ai 40, all’apice della notorietà (con Parigi ai suoi piedi, ancora stupita dal Tell, tanto per dire) per retrocedere come gamberi alla prima (forse non… primissima, in termini strettamente cronologici) compiuta composizione operistica del Gioachino.    

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In una sala con pochi posti vuoti, si presentano in scena le quattro voci protagoniste del ciclo liederistico delle Soirées (anni 1830-35) eseguite per la seconda volta (dopo il 2019) a Pesaro nella versione con accompagnamento orchestrale di Fabio Maestri. Si tratta di tre interpreti dell’Italiana (Vittoriana De Amicis, soprano, Andrea Niño, mezzosoprano e di Gurgen Baveyan, baritono) cui tiene compagnia il tenorino Paolo Nevi, già alato e valido attendente di Ilo nella Zelmira di Bieito.

Le otto ariette sono interpretate da:

1. La promessa (Metastasio). De Amicis.

2. Il rimprovero (Metastasio). Nevi.
3. La partenza (Metastasio). Nevi.  
4. L’orgia (Pepoli). Nevi.
5. L’invito (Pepoli). De Amicis.
6. La pastorella dell’Alpi (Pepoli). De Amicis.
7. La gita in gondola (Pepoli). Nevi.
8. La danza (Pepoli). De Amicis.

I quattro duetti da:

9. La regata veneziana (Pepoli). De Amicis – Niño.

10. La pesca (Metastasio). De Amicis – Niño.
11. La serenata (Pepoli). Nevi – De Amicis.
12. Li marinari (Pepoli). Nevi – Baveyan.

L’assegnazione delle canzoni agli interpreti è abbastanza libera, se si osserva che le sedici voci sono tutte notate sullo spartito in chiave di violino, ad eccezione della seconda voce dell’ultimo duetto, che è in chiave di basso.

Senza nulla togliere ai meriti di Maestri, devo dire che la sua sobria orchestrazione non aggiunge molto fascino agli originali con accompagnamento limitato al pianoforte. Da parte sua Christopher Franklin ha lasciato sempre in bella evidenza le voci, il che ha garantito ai quattro interpreti - ovviamente De Amicis e Nevi in testa - calorosi applausi dopo ciascuna esecuzione.

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Un furioso temporale scatenatosi su Pesaro (alberi sradicati nei pressi del teatro) ha ritardato di parecchi minuti l’inizio de La cambiale di matrimonio - alla sua quinta apparizione al ROF, dopo l’esordio del 1991 e i ritorni del 1995, 2006 e 2020 - che viene riproposta in quest’ultimo allestimento, faticosamente messo in piedi in piena emergenza Covid da Laurence Dale. Allestimento che trova ora compiuta realizzazione (scene essenziali ma efficaci e brillanti costumi di Gary McCann, luci sapientemente curate da Ralph Kopp) anche per il ritorno dell’Orchestra nel suo alveo naturale (la buca, sotto-davanti al palco) dalla sterminata pianura (l’intera platea) occupata di necessità nel 2020.

 

Ma nel frattempo Eleonora Di Cintio ha anche completato il suo lavoro di revisione critica dell’opera, che presenta alcune, magari piccole, ma interessanti, novità: una di queste consiste nei due versi aggiunti a Edoardo – Calma, mio bene, i palpiti / d’un barbaro dolor - nel duetto iniziale (Tornami a dir che m’ami…) con Fannì. Ecco, anche piccoli particolari come questo testimoniamo della continua attenzione e serietà cha contraddistingue l’opera dalla Fondazione e del ROF per migliorare la qualità delle loro proposte.

Sotto la guida di Franklin la Filarmonica Gioachino Rossini ha messo in mostra le sue qualità (non dimentichiamo che da dieci anni è amorevolmente guidata da un certo Donato Renzetti…) emerse fin dall’esecuzione della spiritosa e brillante Sinfonia.

Il veterano del ROF (esordio nel 1989!) Pietro Spagnoli è un perfetto Tobia Mill, per presenza scenica, ma soprattutto per la sua voce che non avverte segni di… obsolescenza!

Sua figlia Fannì, che il padre-padrone non esita ad offrire in vendita al cliente canadese, è Paola Leoci, che ha esibito voce da soprano di agilità e coloratura, superando di slancio le aspre difficoltà della parte.

Il suo spasimante Jack Swanson è da parte sua un convincente Edoardo, la cui bella voce di tenorino svetta chiaramente in duetti e concertati.

Il canadese Slook, che pare un buzzurro incolto, ma in realtà si rivela essere individuo di vedute assai larghe, è Mattia Olivieri, che mette in mostra la sua penetrante voce baritonale, oltre ad una invidiabile presenza scenica. 

Restano da citare i due comprimari, che sono altri debuttanti: la Clarina di Inés Lorans (che si è distinta nella sua arietta di sorbetto Anch’io son giovine) e poi il Norton del cileno Ramiro Marturana. Il figurante Matteo Anselmi ha simpaticamente riproposto il personaggio immaginario (un enorme orso) che aggiunge un tocco spiritoso ad uno spettacolo che il pubblico ha calorosissimamente applaudito.