rutty & crosetty

i bombardieri portavano solo… condom e carta igienica! 

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14 giugno, 2026

La Schubertiade co-prodotta dalla Società del Quartetto e da laVerdi. 3.

Oggi pomeriggio al Conservatorio si è trionfalmente chiusa questa Schubertiade, con un concertone (tutto in DO maggiore!) che ha visto impegnato il bravissimo Gabriele Strata insieme ad Emmanuel Tjeknavorian e all’Orchestra Sinfonica di Milano.

Mancando nella produzione di Schubert un’opera per pianoforte e orchestra, la scelta è caduta su un lavoro che, per il nome dell’Autore, le sue caratteristiche e la sua data di nascita (composto quando il piccolo Franz aveva due anni o poco più) può benissimo stare accanto ai lavori orchestrali dello Schubert giovane: il Primo Concerto di Beethoven! [Che in realtà fu composto per secondo, ma pubblicato prima del… primo.] 

Si apre in Allegro con brio, 4/4, DO maggiore, con la lunga esposizione (piuttosto complessa, quasi una fantasia che tocca tonalità diverse: secondo tema in MIb, poi FA minore, SOL minore, FA maggiore, finalmente DO maggiore) proposta dalla sola orchestra, mentre il solista sta ad… ascoltare per più di due minuti, aspettando il suo turno per proporre i due temi nelle canoniche tonalità di DO (con divagazioni) e SOL maggiore.

Strata sceglie la seconda cadenza (la più breve delle tre autografe) per chiudere l’Allegro. Poi si distende assai nell’ispirato, mozartiano Largo (4/4 alla breve, LAb maggiore) sapientemente supportato dal Tjek che tiene l’orchestra proprio al servizio del solista. 

Il quale poi si scatena nel conclusivo Rondò, in Allegro scherzando, 2/4, dove anche l’orchestra non lesina i suoi smaglianti interventi. Un autentico trionfo per tutti, che il sempre sorridente Gabriele ricambia con un breve e languido cammeo.

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Sontuosa conclusione schubertiana con la celestialmente lunga (copyright Schumann) Sinfonia in DO maggiore, detta la Grande, estremo - e postumo - regalo di questo compositore che ha lasciato il segno in tutta la musica che gli succederà.

[Qui una rara esecuzione integrale – 63 minuti! - con tutti i da-capo previsti in partitura, da parte di due benemerite istituzioni musicali milanesi.]

Il Tjek non ha seguito quella che si può definire ormai come tradizione consolidata, che consiste nell’evitare i da-capo dell’esposizione nei due movimenti esterni ed eseguire quelli dello Scherzo-Trio. Cosa che può lasciare un qualche rammarico in coloro (e io sono fra questi) che preferirebbero – soprattutto quando sono suonate come si deve… - gustarsi tutte le lungaggini, nessuna esclusa. Ecco, lui ha invece cominciato in modo (per me…) promettente, eseguendo il ritornello del primo movimento. Poi però non ne ha fatti altri!

Quanto alla prestazione dell’Orchestra, è stata apprezzabile, ma non proprio superlativa e forse anche il Direttore (che aveva una pocket-score sul leggio) qualche piccola responsabilità ce l’ha per alcune sbavature di troppo negli attacchi e nella forzatura delle dinamiche.

Tuttavia, il folto pubblico è stato generosissimo con tutti, accolti con un uragano di applausi e grida da stadio! 

12 giugno, 2026

La Schubertiade co-prodotta dalla Società del Quartetto e da laVerdi. 2.

Ieri sera in Auditorium (aperta solo la platea, comunque abbastanza affollata) ecco la seconda delle tre giornate di questa interessante rassegna schubertiana. Dal pianoforte solo si è passati a composizioni cameristiche per due o tre strumenti, con un programma impaginato, un po’ come quello della prima giornata, su quattro titoli che alternano lo Schubert più giovane a quello maturo. 

Il pianoforte di Gabriele Strata è comunque sempre al centro dell’attenzione; in tre dei quattro brani entrano in scena anche il Tjek (con il cappello da violinista) e il violoncellista Jeremias Fliedl.

Ha quindi aperto la serata un’opera giovanile che l’Autore (allora 15enne) lasciò incompleta: un Trio D28 per pianoforte, violino e violoncello, di cui abbiamo soltanto un movimento, presumibilmente il primo (in struttura di forma-sonata, peraltro eterodossa, assomigliando quasi a un Rondò). L’esposizione (Allegro, 4/4) parte ovviamente con il primo tema, in SIb maggiore, che passa fugacemente alla relativa SOL minore, per tornare subito sui suoi passi. Ma qui ecco la prima anomalia: un lungo ponte che è già nella dominante FA e che conduce al… secondo tema, appunto in FA. Ma non basta, poiché abbiamo ancora l’ultima parte dell’esposizione che presenta i motivi in SIb e FA.

Dopo il da-capo, ecco un breve sviluppo, sul primo tema, e poi la ripresa, che ancora trasgredisce le regole, ripresentando il secondo tema nella dominante FA, prima del definitivo riaffermarsi del SIb di impianto.  

Per i tre un buonissimo inizio, per mettere a punto l’intesa, che appare già quasi perfetta (si pensi che i tre suonano insieme per la prima volta!) in vista degli impegni successivi.

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Il primo dei quali coinvolgeva la coppia Strata-Fliedl, protagonista della famosa Sonata in LA minore, detta Arpeggione, dal nome affibbiato allo strumento, un misto di chitarra, arpa e viola da gamba, che ebbe vita breve nei primi decenni dell’800 per essere poi abbandonato e (per questa Sonata) sostituito quasi sempre dal violoncello. La composizione schubertiana, scritta appositamente per il lancio sul mercato dello strumento, ha per la verità la struttura di un Concerto, in tre (o addirittura due, si potrebbe dire) e non quattro movimenti.

Inizia in Allegro moderato, LA minore, 4/4, rigorosamente in forma-sonata, con due temi contrastanti (quasi un’eccezione in Schubert…) Il pianoforte presenta il primo tema, assai espressivo e cantabile, poi raggiunto dal violoncello, che invece si incarica di porgere il secondo tema, nella relativa DO maggiore più mosso e spigliato, con un corredo di arditi virtuosismi. Il tutto da ripetersi. Lo sviluppo sostanzialmente manipola le tonalità, portando il primo tema a FA maggiore e il secondo a RE minore, prima di arrivare alla ripresa, dove il violoncello ripropone il primo tema il LA minore e canonicamente il secondo tema passa dal FA dell’esposizione al LA maggiore. Chiusura in decrescendo fino al pianissimo, prima degli schianti dominante-tonica.

Un unico blocco riunisce l’Allegretto conclusivo (LA maggiore, 2/4) e l’Adagio che lo introduce (MI maggiore, 3/4). Protagonista è il violoncello, cui il pianoforte tiene bordone con lenti accordi. La melodia (caratteristica questa di Schubert) si muove dal maggiore al minore, prima di cadenzare sulla tonalità di impianto di LA maggiore, con la quale inizia l’Allegretto, sempre guidato, nella celebre melodia, dal violoncello. La struttura è di Rondò, A-B-A-C-C’-B-A. la prima comparsa di A è arricchita da un controsoggetto, ripetuto, che vira a SOL e poi a MI maggiore, per tornare al LA del tema A.

Un improvviso agitarsi dell’atmosfera (quartine di semicrome del violoncello) introduce il primo episodio (B) in RE minore, decisamente contrastante con l’amabilità del ritornello (A). Al quale ovviamente si… ritorna in modo canonico, prima di imboccare una nuova strada (C) che segue la tonalità di MI maggiore, con una melodia leziosa e saltellante. Una divagazione di 20 battute, da ripetersi, ci porta poi a (C’) e da qui ad una transizione dove il pianoforte si fa notare, verso LA minore. Nella quale tonalità torna ora, protervo, l’episodio (B) e da qui il ritornello (A) nel suo naturale LA maggiore, che chiude gloriosamente l’opera.

Il ragazzino Jeremias, già apprezzato qui lo scorso gennaio nell’ostico Concerto di Schumann, ha saputo valorizzare con il suo violoncello questa insolita partitura, nata per tutt’altro strumento. Mirabile la resa dell’Allegretto, una melodia che ti fa davvero sognare! E Strata lo ha sostenuto al meglio, con la dovuta discrezione. Per i due, applausi convinti del pubblico, incluso il Tjek, sistematosi in platea a godere la prova dei colleghi dalla prima fila.

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È stata poi un’altra coppia, quella formata da Strata e Tjek, a proporci la Sonata in SOL minore D408, ultima di un ciclo di tre (chiamate anche Sonatine per la loro brevità - questa si aggira sui 15’) composte dallo Schubert 19enne. Ma, come si può dedurre dall’ascolto, si tratta di composizioni tutt’altro che disimpegnate, a dispetto della loro destinazione ad un mercato di… dilettanti.

In Allegro giusto, 3/4, ecco i due strumenti esporre un drammatico motivo in SOL minore, che però ben presto si volge al bello, con un delicato controsoggetto nella relativa SIb maggiore. Il secondo tema, presentato dal violino, che richiama il primo ma con modi gentili, è curiosamente nella sottodominante MIb maggiore e porta alla chiusura dell’esposizione, subito ripetuta.

Lo sviluppo, assai breve, riparte in SOL minore, ma ben presto il violino, subito raggiunto dal pianoforte che lo accompagna per terze, propone un sereno motivo in REb maggiore, che vira a LAb maggiore per poi riportare l’atmosfera al SOL minore della ripresa. Che sorprendentemente presenta il controsoggetto, invece che alla relativa SIb, in MIb maggiore. Schubert rimette canonicamente le cose a posto presentando il secondo tema in SIb maggiore, prima del ritorno al SOL minore che chiude seccamente il movimento.

Segue un Andante, 2/4, MIb maggiore, aperto dal violino con un delicato motivo puntato, ripreso dal pianoforte che risponde sulla dominante SIb maggiore. Questa sezione viene ripetuta. La seconda sezione (teoricamente da ripetersi) presenta un prima parte più complessa, sia melodicamente che armonicamente, ma poi torna al sereno motivo in MIb che aveva aperto l’Andante.

Ora ecco il Menuetto, 3/4 in SIb maggiore, è aperto dal violino con un impertinente motivo, saltellante e staccato. Un secondo motivo, più ampio e disteso, lo chiude. Il Trio, nella dominante MIb maggiore, è a sua volta suddiviso in due sezioni, da ripetersi: è il violino a presentarne il motivo cullante, sviluppato nella seconda sezione, che rimanda poi al Menuetto.

Chiude la sonatina un Allegro moderato, 2/4, SOL minore. Articolato in due sezioni, di contenuto simile, entrambe (teoricamente) con il da-capo. Nella prima il violino presenta un delicato motivo di 8 battute nel modo minore che chiude sulla relativa SIb maggiore. Viene subito ripreso dal pianoforte e chiuso ora sul SOL minore. Ma irrompe un nuovo, spigliato motivo in MIb maggiore, che più avanti lascia il posto ad un altro, altrettanto brioso, esposto inizialmente dal violino, in SIb maggiore.

La seconda sezione inizia con un ponte di 19 battute che prepara l’ingresso, ancora nel violino, del primo motivo, ora esposto però in DO minore, per poi virare a MIb maggiore. Lo riprende il pianoforte che lo chiude sul DO minore. Da qui, come nella prima sezione, ecco l’irruzione del motivo in MIb maggiore, cui fa seguito il successivo, ma ora non più in SIb, ma in SOL maggiore, a chiudere in gloria!   

Qui è stata una splendida gara di bravura, espressione e unità di intenti fra Emmanuel e Gabriele, una staffetta superlativa che si è meritata ovazioni e battimani a profusione.

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Chiusura in bellezza con i tre protagonisti, tornati insieme per interpretare il grandioso Trio per pianoforte, violino e violoncello n. 1 in SI bemolle maggiore D898, il penultimo lavoro di questo genere portato a termine da Schubert a pochi mesi dalla morte.

L'Allegro moderato, 4/4, forma-sonata, si apre con violino e cello che espongono il primo, celeberrimo tema, che viene curiosamente ripetuto (dal pianoforte) prima del passaggio al secondo. Il secondo tema, leggero e sognante, nella dominante FA maggiore, è anch’esso esposto dai due archi e poi ripreso dal pianoforte. Altra scelta innovativa di Schubert è di far terminare l’esposizione dalla ripresa dell’incipit del primo tema. Il tutto sarebbe da ripetere.

Lo sviluppo si suddivide in due sezioni, la prima dedicata alla rielaborazione del primo tema in diverse tonalità (REb, ad esempio) mentre la seconda mette canonicamente a contrasto i due temi. Dopo un crescendo che culmina in un autentico Höhepunkt, è ancora il primo tema a chiudere lo sviluppo.

Segue la ricapitolazione, sorprendentemente aperta dal primo tema, anziché in SIb, in SOLb maggiore. Poi si torna alla normalità con la ripetizione del tema in SIb. Ora il secondo tema torna adeguandosi canonicamente alla tonalità del primo, che poi ci conduce alla chiusura.  

Il secondo movimento è un Andante un poco mosso, 6/8 in MIb maggiore. Struttura tipicamente A-B-A. La prima parte, a sua volta suddivisa in diverse sezioni, presenta un languido e cullante tema in violino e cello, supportati dal pianoforte. Tema poi ripreso dal pianoforte e sviluppato dai due archi. La parte B espone dapprima un tema nella relativa DO minore, tema che poi viene ripreso (proprio à-la-Schubert) in DO maggiore. Una transizione porta alla ripresa della parte A, che riserva ancora sorprese: il tema principale viene esposto in LAb maggiore e poi addirittura in MI maggiore! Tutto torna poi alla normalità, con il tema ricondotto a… casa (MIb maggiore).

Siamo arrivati allo Scherzo, Allegro, 3/4, SIb maggiore. Scherzo in due sezioni assai animate (da ripetere) dove la seconda riprende la prima sviluppandola e variandola. Anche il Trio , nella sottodominante MIb, si presenta in due sezioni (con da-capo) dove la seconda è uno sviluppo della prima. Una breve coda di 8 battute ci riporta allo Scherzo.  

Finalmente il Rondò, 2/4, Allegro vivace, SIb maggiore. Struttura A-B-C, ripetuta in modo variato. La parte A presenta il primo tema negli archi, ripreso dal pianoforte. La sezione B vira alla dominante FA maggiore, ed è caratterizzata da una varietà di ritmi e motivi continuamente sviluppati. La sezione C muta drasticamente il tempo, che passa a 3/2, dove si combinano i motivi di B con il tema principale. Torna A con il tema però inizialmente nella sottodominante MIb, prima del ritorno a SIb. Si ripresenta ancora il tempo 3/2 della sezione C, prima che arrivi la Coda, che in tempo Presto chiude con ritorni dei motivi B e A.    

Stupefacente davvero la compattezza di questo terzetto di giovani-giovanissimi, che sembrano far musica insieme da sempre. Per loro questo Trio massacrante è stato come una piacevole rimpatriata, affrontato con il sorriso sulle labbra e il piacere di goderne loro per primi – e far godere a noi estasiati, in sala – questa musica immortale.

Travolgente trionfo per i tre, con l’Auditorium trasformato in una curva da stadio!


07 giugno, 2026

Tjeknavorian da camera al Gerolamo.

Stamane la stagione da camera dell’Orchestra Sinfonica di Milano si è arricchita, con qualche mese di ritardo (dovuto all’indisposizione del Tjek il 22 febbraio scorso) di un nuovo episodio, guidato dal Direttore musicale, che al Teatro Gerolamo ha presentato, insieme a quattro suoi compagni di stringhe, due opere di Antonín Dvořák.

Dapprima il Quartetto n.14 in LAb maggiore op.105, dove ad accompagnare il Tjek erano tre prime parti dell’Orchestra: il violino di Lycia Viganò, la viola di Gabriele Mugnai e il cello di Tobia Scarpolini.

Opera della maturità di Dvořák (è l’ultimo quartetto del suo catalogo) fu concepita nell’ultimo scorcio della sua lunga permanenza a New York e poi completata subito dopo il ritorno in Boemia, verso la fine del 1895, in parallelo alla composizione del Quartetto n°13 in SOL maggiore.

Il rigoroso taglio sinfonico del brano, caratterizzato da un solido impianto tematico, emerge già dalla presenza di 14 battute (in Adagio ma non troppo, 6/8) di Introduzione del primo tema in LAb minore (sette bemolli in chiave!) che nascono nel violoncello e si propagano verso l’alto, fino al violino primo, per poi compiere il percorso inverso. Esse preparano l’attacco dell’Allegro appassionato, 4/4 in maggiore, dove il nervoso tema è ripreso ed esposto appunto dal primo violino, poi rimbeccato dal secondo e dalla viola e quindi seguito da un controsoggetto più disteso. Si giunge ad un ritardando che introduce, tornando In tempo, poco a poco più animato, il secondo tema, nervosamente puntato, nella dominante MIb.

Dopo un corposo sviluppo, dove i due temi si scompongono e ricompongono e la tonalità varia a MI minore e poi a SOL maggiore, si arriva alla ripresa, con il primo tema che ora ricompare salendo dalla dominante, seguito poi dal secondo che, canonicamente, si trasferisce al LAb del primo… Una coda che alterna passaggi lenti (la ripresa dell’Introduzione in viola e cello) a veloci, e tonalità minore-maggiore, chiude spiritosamente il movimento.

Il successivo Molto vivace è a tutti gli effetti uno Scherzo con Trio, forma A-B-A. Lo Scherzo, che richiama nel ritmo la danza boema furiant, si compone di tre sezioni, tutte abbastanza mosse, di cui le prime due (da ripetersi) sono in FA minore e la terza è in LAb maggiore, ma chiusa, con il tempo che cede, nella relativa minore. Il Trio è pure strutturato in tre sezioni (le prime due da ripetersi). È una melodia cantabile e sognante, tipo romanza, che nella prima sezione è intonata in REb maggiore (sottodominante di LAb); nella seconda svaria a MIb minore, SOLb maggiore per poi tornare a REb, dove rimane anche nella terza, salvo avere un sussulto finale verso FA minore, per preparare il ritorno dello Scherzo.

Segue il Lento e molto cantabile, in un pastorale FA maggiore. È una lunga oasi melodica, in forma di corale variato, che inizia richiamandosi all’Introduzione del primo movimento, e nel corpo richiama un tema del precedente Trio, presentando solo qualche increspatura nella parte centrale, dove i quattro strumenti dialogano e si contrappuntano in modo magistrale.

Il finale, Allegro non tanto, 2/4, principia ancora con il violoncello solo che introduce con tre sussulti (uno stilema che percorre il movimento) nel registro grave, un primo gruppo tematico, articolato su tre sezioni, in LAb maggiore: un corrusco soggetto (ripetuto), un controsoggetto e un terzo motivo più disteso. Segue poi un nuovo gruppo tematico, ancorato alla dominante MIb maggiore, che transita da SOL per portare al terzo gruppo tematico in SOLb maggiore (sezione ripetuta). Ora i tre gruppi vengono ripetuti: il primo, con le tre sezioni in LAb maggiore; il secondo, che si adegua ora (come nella forma-sonata) al LAb di impianto; e infine il terzo, ripetuto, che si porta sulla dominante (REb) rispetto alla prima apparizione.

La coda (tornando a LAb) inizia con la terza sezione del primo gruppo tematico in tempo Un poco più mosso e – dopo una presa di respiro – porta all’affermativa conclusione.


Pubblico scatenatosi in un immediato applauso, dopo i tre accordi finali di LAb maggiore, meritato riconoscimento ai quattro moschettieri, autori di una prestazione superlativa.    
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Si retrocede di ben 20 anni (1875) nella vita di Dvořák per ascoltare il Quintetto n.2 in SOL maggiore op.77, per la quale esecuzione si è aggiunto al quartetto di cui sopra il contrabbasso di un’altra prima parte, Michele Sciandra. [Dvořák compose, prima e dopo questo, altri due quintetti per archi, entrambi caratterizzati dalla presenza di una seconda viola, più due quintetti con pianoforte.]

La macro-struttura del brano è assai simile a quella del Quartetto ascoltato prima. Qui però, a differenza del Quartetto, dopo sole quattro battute lente di ambientazione, affidate a viola e secondo violino, si entra direttamente in-medias-res, Allegro con fuoco, 4/4, con un’Introduzione di dieci battute (5+5 divise da corona puntata, in pianissimo, sfociante in fortissimo) che aprono la strada al primo violino, incaricato di esporre il tema principale, dal piglio piuttosto nervoso.

Segue un controsoggetto più disteso, fino al comparire di una prima sorpresa, quando la tonalità modula inaspettatamente a FA maggiore, ed ascoltiamo un nuovo motivo dal carattere schubertiano (terzina di crome + semiminima) che poi ritorna lentamente, transitando dalla relativa RE minore, al SOL maggiore di impianto, per chiudere la breve esposizione, da ripetersi da-capo.

Ecco poi un articolato sviluppo, dove i tre motivi ricompaiono variati (quello schubertiano passa in SOL) e infine la ripresa, che li ripercorre velocemente.

Ora lo Scherzo, Allegro vivace, 6/8. Consta di due sezioni: la prima presenta, ribadendolo, il tema principale, in MI minore, con caratteristiche inflessioni giambiche (croma-semiminima). Segue (ripetuto) un controsoggetto che vira brevemente a SOL maggiore, per poi chiudere su MI minore.

Ecco ora la seconda sezione, che ci presenta un tema lirico, nella relativa MI maggiore. Il suo sviluppo porta però alla riproposta del tema principale in MI minore, al controsoggetto e alla cadenza conclusiva ancora in maggiore.

Il Trio (L’istesso tempo, quasi allegretto) è in 2/4 e presenta un motivo assai mosso, in tonalità DO maggiore, relativa della… relativa di MI minore, verso cui presto si appoggia. Il motivo viene sviluppato fino a cadenzare sul DO maggiore, dove il Trio lascia spazio alla ripresa dello Scherzo.

Eccoci quindi al Poco andante, 4/4, ancora in DO maggiore. Il primo violino e subito dopo gli altri archi (escluso il contrabbasso che si limita a segnare il tempo) intonano una languida melodia (crome per grado congiunto) che presto vira a MI minore e si arricchisce di un controsoggetto.

Una modulazione a MIb maggiore (relativa della relativa minore di DO) porta ad una riesposizione variata del tema, che poi sale direttamente a SOL maggiore, prima di adagiarsi languidamente ed introdurre un nuovo motivo (3/4) in MI maggiore! L’atmosfera si riscalda sotto martellanti semicrome fino a raggiungere un climax dal quale poi discende per acquetarsi con il ritorno a DO maggiore (e subito dopo al tempo di 4/4) con il tema principale che viene riproposto fino a chiudere beatamente sulla triade perfetta.

Il Finale è un Allegro assai (SOL maggiore, 2/4). Il tema principale ricorda l’incipit dello Scherzo e poi si dipana su ritmo puntato, a mo’ di danza a saltarello. Poche sono le escursioni tonali, come pure le prese di respiro. Due triplette di precipitanti quartine di semicroma, in archi alti e bassi, portano all’esilarante chiusura.


Questo lavoro, più acerbo del precedente, è però forse anche più difficile da eseguire, e il Direttore e i suoi quattro solisti dell’Orchestra si sono davvero superati, scatenando il pubblico in ripetute ovazioni.

E così, a fronte di insistite richieste di bis, c’è stata anche una sorpresa finale, artefice Tobia Scarpolini, che ha presentato al pubblico un suo brano composto per l’occasione (con l’obiettivo dichiarato, ma non raggiunto… di mettere in difficoltà il suo Direttore). Nella forma, una specie di Scherzo-Trio-Scherzo, che ha fatto la sua bella figura, dopo quelli di Dvořák!


25 maggio, 2026

L’ultimo Ballo fiorentino diretto dal Tjek.

Ieri pomeriggio il Maggio Musicale ha ospitato l’ultima delle 5 recite di Un ballo in maschera, affidato alla coppia Tjeknavorian-Carrasco e accolto fin dalla prima con generale favore per la parte musicale e qualche non isolato né immotivato dissenso per quella registica. [Per la cronaca, ieri il team registico non si è presentato alla fine per raccogliere i meritati… ???]

Parto quindi da quest’ultimo aspetto della nuova produzione fiorentina, affidata alle cure di Valentina Carrasco, il cui Konzept, fondamentalmente basato sull’attualizzazione del soggetto ai giorni nostri (primi anni ’60 del ‘900 e con particolare riferimento allo scenario USA nel quale si muovevano, come figure apicali, JFK e MLK) è palesemente mutuato da quello proposto nel 2013 per la Scala da Damiano Michieletto, del quale scrissi a suo tempo peste-e-corna, collocando poi quel lungo tormentone nel mio personale pantheon delle regie abbominate.

Devo però riconoscere alla Carrasco di aver scelto per la sua proposta un riferimento, almeno per la figura di Riccardo, più appropriato (o meglio: meno inappropriato) di quello del suo collega di Scorzè: mentre Michieletto presentava Riccardo come un Governatore del Massachusetts impegnato oggi in una campagna elettorale senza esclusione di colpi per la rielezione (cosa lontana le mille miglia dallo scenario originale di un Governatore nominato da Sua Maestà Britannica che deve solo farsi amare - non rieleggere! - dai suoi figli) la regista argentina cala il personaggio nei panni di JFK, all’epoca dei fatti un Presidente amatissimo da (quasi tutto) il popolo americano e però fatto secco (proprio come Riccardo) da qualche sicario di oscuri poteri forti.

Ma ben presto ecco, inevitabili, farsi largo le falle di questa ardita (?) interpretazione, un’autentica fissazione della regista nel voler a tutti i costi sovrapporre due caratteri umani, e relative vicende esistenziali, del tutto insovrapponibili.

Il Riccardo di Verdi, scapolo senza figli, vive un’attrazione totalizzante e sostanzialmente platonica per un’unica donna (mai dimostrerà interesse per altre!) Amelia, disgraziatamente accasata con il suo miglior amico e sostenitore. Il che gli provoca un’intima, lancinante sofferenza legata al senso di colpa nei confronti di Renato.

Un caso giudiziario (la richiesta di esilio per la maga-fattucchiera Ulrica, che lui magnanimamente grazierà) lo incuriosisce e gli procura l’insperata occasione di poter scoprire i sentimenti dell’amata nei suoi confronti e di poter poi incontrarla a quattr’occhi per condividere con lei l’ebbrezza di questo travolgente, se pur casto, amore.

Cosa che in effetti avviene, ma dura assai poco, essendo tutti travolti dalle attività complottiste dei nemici di Riccardo. Che poi, convinto che l’amico non abbia scoperto il suo legame con la moglie, prende la suprema e sofferta decisione di metter fine ad una situazione ormai insostenibile, nel suo proprio interesse e soprattutto in quello dei due coniugi da lui traditi.

Così incontra per un’ultima volta Amelia, vive con lei pochi attimi di ebbrezza e le comunica l’addio, con la sua decisione di troncare il loro rapporto. Ma Renato, che aveva scoperto tutto nella fatale notte al campo abbominato, mette in atto la sua vendetta (strettamente personale – corna! - non politica) e lo trafigge, per poi pentirsene dopo aver constatato la buona fede e la magnanimità dell’amico Governatore.

Ecco, tutta l’opera si regge su questo impianto: la complessa e dissociata personalità del protagonista, attorno al quale si muovono poi tutti gli altri attori del dramma.

Ora veniamo alla trasposizione (Riccardo = JFK) operata dalla Carrasco. La scena iniziale è ambientata direttamente alla Casa Bianca. JFK (Riccardo) riceve notabili di ogni rango, che omaggiano lui ed anche la moglie Jaqueline, padrona di casa lì presente con i due figlioletti. E già qui le carte si scombinano, non solo per la distanza siderale fra gli stati di famiglia dei due protagonisti, ma soprattutto quando poco dopo il Presidente, in disparte, si mette a cantare (La rivedrà nell’estasi) un’accorata dichiarazione d’amore per un’altra donna. E in effetti sappiamo come JFK (a differenza di Riccardo!) fosse un tipo assai disinvolto e disinibito nel mettere in piazza i suoi amori capricci (Marilyn) a sfondo sessuale.  Così invece la Carrasco finisce per sporcare indebitamente la personalità del protagonista, mostrandocelo come un donnaiolo impenitente!

Peggio ancora accadrà nel second’atto, ambientato (copyright Michieletto) in un ritrovo di battone, anzi qui attrezzato con tanto di funzionale motel e di cabina telefonica, dentro la quale prende corpo il sublime duetto d’amore Riccardo-Amelia, messo in scena dalla Carrasco come un caso di harassment se non direttamente di stupro. E con quale faccia tosta Amelia prima e Riccardo poi potranno giurare a Renato di non aver macchiato in alcun modo la di lei reputazione!?! Siamo qui al verismo di bassa lega, parliamoci chiaro, laddove per Verdi quella scena avviene in un luogo virtuale di scavo psicologico della personalità di Amelia!

Restiamo sul lato… sessuale della vicenda, protagonista Oscar. Carrasco lo de-traveste, trasformandolo da giovinetto ora ingenuo, ora smaliziato (non è da sempre apparentato al mozartiano Cherubino?) in una matura assistant sempre ben disposta ad assecondare le libidini di Riccardo del suo Presidente!   

La scena finale è la plastica conferma del guazzabuglio creato dall’idea portante della Carrasco: siamo a Dallas, in quel fatidico giorno del 1963, quindi JFK (=Riccardo) viene fatto secco dal cecchino Lee Oswald (palesatosi sopra un praticabile sulla destra del proscenio, munito di carabina di precisione) subito bloccato e portato via da due agenti, mentre Renato viene a sua volta arrestato perché indicato, così, sui due piedi, come mandante del crimine… [A proposito: se Riccardo è JFK, chi sarà Renato? Secondo la logica di Carrasco, il vice Lyndon Johnson? Capo dei cospiratori? O cornificato dal suo Presidente? Hahaha!] E qui vedremo riapparire Jackie con i piccoli per piangere il papà (lo scapolo senza figli Riccardo, vero?) per dare un significato carraschiano all’addio di Riccardo ai suoi figli (Oh, my God!)

Ma andiamo oltre, passando al secondo pilastro kennedyano della Carrasco: MLK. Ebbene, anche l’apparentamento Ulrica-MLK (qui Carrasco fa l’operazione inversa rispetto ad Oscar: travestire da uomo un personaggio femminile) fra una sedicente maga-strega (e imbrogliona la sua parte) e un mite, colto e saggio religioso battista che si batte in modo non-violento per nobili cause quali la difesa dei diritti civili appare del tutto avulso dal contesto. Poiché la presenza del KKK da un lato e le manifestazioni politiche (pro e contro la segregazione) nulla hanno che vedere con il contesto di Somma-Verdi, che presenta una Ulrica oggetto di curiosità e bersaglio di sberleffi da parte del popolino e di attenzioni degli addetti all’ordine pubblico, nulla più.

Dando retta alla Carrasco dovremmo invece desumere che la grazia (la non espulsione) concessa da Riccardo ad Ulrica, con allegata elemosina, sia in realtà l’Executive Order 10925 emesso da JFK il 6 marzo 1961 e noto come Affirmative action? Ma era proprio questo il significato politico attribuito a quel gesto da Somma-Verdi?

Ecco, chiariti i punti deboli materiali dell’approccio della regista, vengo alla conclusione più distruttiva. Domandando se e quale coerenza ci sia fra ciò che i nostri occhi, grazie a Carrasco, vedono e ciò che le nostre orecchie, grazie a Somma-Verdi, ascoltano: musica, in particolare, che Verdi ha mirabilmente cucito addosso alla psicologia dei suoi personaggi (creatigli da Somma) e che fa letteralmente a pugni con quella delle rispettive controfigure carraschiane. E per citare l’esempio più eclatante, torno ancora una volta sulla scena d’amore del second’atto, per supportare la quale la musica più appropriata sarebbe stata quella che Dmitri Shostakovich ha composto per accompagnare la scena dell’ingroppamento della cuoca Aksinja da parte di Sergei!

In definitiva, al di là della grande professionalità che va riconosciuta a tutti i responsabili della produzione, tecnicamente di alto livello, è stata a mio parere una proposta davvero difficile da promuovere. Perché, signori miei, ciò che si vede in scena fa semplicemente a pugni con i suoni di cui Verdi ha rivestito il soggetto… Ancora una volta: It’s the music, stupid!

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E per fortuna la musica ci ha offerto quasi solo note liete. A partire ovviamente dal Direttore, letteralmente osannato alla fine, che ha guidato la splendida orchestra del Maggio (Gatti e il venerabile Mehta non son lì per nulla!) e l’impeccabile Coro di Lorenzo Fratini in un percorso musicale coerente e rigoroso (perdonerò qualche eccesso nelle dinamiche, frutto certo di buone intenzioni e non di narcisismo).

Quanto al cast, non sarà composto da nomi stellari, ma ha fornito un rendimento più che apprezzabile in tutti i ruoli, apicali e non. Personalmente (ma sono sottigliezze e gusti più o meno peregrini) darei qualcosina di più alle due voci gravi (Baciu e Dudnikova) ma davvero tutti hanno meritato l’autentico trionfo tributato dal foltissimo e generosissimo pubblico fiorentino.    

22 maggio, 2026

Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26.25 – Tjeknavorian-Tellian.

L’ultimo concerto della stagione principale dell’Orchestra Sinfonica di Milano vede naturalmente sul podio il suo Direttore Musicalei cui impegni di pendolare Milano-Firenze hanno evidentemente imposto l’anticipo di un giorno delle due esecuzioni di questo programma di struttura tradizionale, che parte da un’Ouverture rossiniana, prosegue con un famoso Concerto solistico e si chiude con un altrettanto inflazionata Sinfonia.

Per l’occasione il Tjek ha schierato la sua orchestra col massimo delle… dotazioni disponibili, impiegando per ben otto strumenti entrambe le prime parti.

L’apertura era quindi riservata alla Sinfonia della Semiramide, opera composta a e per Venezia e colà rappresentata lunedì 3 febbraio del 1823, poco prima che Rossini (con la Colbran a rimorchio) partisse per far fortuna a Parigi. Rossini, dopo averla sostituita con semplici preludi nel suo periodo napoletano, ritorna per l’occasione alla sinfonia, e che Sinfonia! [In Appendice qualche breve nota sul contenuto.]

Il Tjek ne nette in risalto tutti i contrasti dinamici e ne accentua anche quelli agogici, come nell’iniziale Andantino, che attacca con sostenutezza per poi scatenarne i violenti strappi che preparano il passaggio all’Allegro.

Ne esce un’esecuzione che scalda i motori dell’orchestra e quelli del… pubblico, già foltissimo all’inizio e che diventa da tutto-esaurito dopo che anche i numerosi ritardatari han potuto prender posto, approfittando del tempo necessario a sistemare il pianoforte per il brano successivo. 

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Di cui è protagonista l’ancora ragazzino Kiron Atom Tellian, già applauditissimo qui 18 mesi fa (sempre con l’amico Tjek) nel primo concerto di Chopin, che ora si è dedicato a Liszt, offrendoci il Secondo Concerto del mitico abate ungherese. Concerto assai ostico, meno attraente ad un primo ascolto rispetto al famosissimo ed eseguitissimo Primo, che però Tellian ci rende non solo digeribile, ma coinvolgente e, in definitiva, apprezzabile.

Potenza nei passaggi più eroici e percussivi, ispirazione in quelli più intimistici, uso persino esagerato del rubato (ma in questo Liszt ci sta tutto) hanno davvero stupito (ce ne fosse stato bisogno…) E si è incaricato poi il Tjek di compiere l’opera di integrare al meglio le istanze e le eroiche iniziative del pianoforte con la nobiltà del contributo orchestrale (e dei soli, di cui cito per tutti il violoncello di Shirai Grigolato) in una perfetta simbiosi, che riscatta ampiamente l’apparente frammentarietà di questo lavoro.

Inutile dire del trionfo al calor bianco per Tellian e per tutti. Il Tjek resta sul palco per applaudire l’amico e l’orchestra e assistere ai due bis che ci vengono regalati (? e Scriabin). 

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Si retrocede di qualche anno per incontrare colui che diede a Liszt (e ai numerosi seguaci e successori) lo spunto per introdurre nel mondo musicale un genere che farà storia e proseliti (oltre che acerrimi nemici…): il Poema Sinfonico!

Parliamo di Hector Berlioz, che sfrontatamente chiamò Sinfonia (Fantastica) la declinazione in musica della sua personale esperienza umana, con tanto di infatuazioni erotico-sentimentali, di assunzione di sostanze oppiacee, di salita al patibolo e di oniriche visioni di stampo bucolico affiancate ad altre di oscene kermesse sabbatiche.

Curiosità: quasi 36 anni orsono (13/11/1993) la Fantastica fu al centro del primo concerto dell’allora appena nata Orchestra, diretto dal fondatore, il venerabile Vladimir Delman, al Conservatorio.

Il Tjek attacca Rêveries—Passions con approccio lezioso, mostrando di aver seguito alla lettera i consigli che Berlioz ha lasciato in partitura riguardo le undici battute (Più mosso) che arrivano dopo le 16 iniziali in Largo, dove i violini primi e secondi devono preparare il terreno, seguiti poi dal resto dell’orchestra, al ritorno del Largo: e la presenza contemporanea delle due coppie di prime parti si giustifica anche solo per questo dettaglio, ma poi lo sarà anche nei movimenti successivi. Poi il Direttore stringe i tempi, rinunciando (sorprendentemente?) al da-capo dell’esposizione dell’Idée fixe, per tener alta la tensione nel successivo sviluppo che porta alla religiosa conclusione.

Vibrante il successivo Un Bal, sostenuto dalla leggerezza degli archi e dalla mirabile atmosfera creata dalle due arpe. Di grande effetto la spazialità e l’atmosfera creata nella spettrale Scène aux champs, dove si distingue il corno inglese di Paola Scotti, e poi, alla fine, il lontano perdersi dei tuoni, creato dalla presenza di ben due postazioni di timpani.

Poderosa e rabbrividente la successiva Marche au supplice, dove l’Idée fixe riappare alla fine nell’oboe come un fantasma subito scacciato dalla protervia dell’intera orchestra.

Songe d'une nuit du Sabbat è la degna conclusione di quest’avventura mistico-erotica. Il clarinetto piccolo di Ghiazza ne è l’emblema più evidente ed efficace, nel rivelare tutta la fallacia di quell’Idée fixe che ci aveva ossessionato fin qui.

Parlare di trionfo è ancora poco. 

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Martedì scorso la Fondazione ha annunciato, dedicandolo alla memoria del papà dell’Orchestra Gianni Cervetti, il programma della stagione 26-27. 
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Appendice. La Sinfonia di Semiramide

È sempre in forma-sonata-senza-sviluppo, ma è un vero e proprio gioiello, e in più presenta almeno quattro motivi che ricompariranno in diverse scene dell’opera, della quale quindi non è una semplice e posticcia introduzione, avulsa dal contesto (come, ad esempio, quella dell’Aureliano poi disinvoltamente appiccicata ad Elisabetta e quindi al Barbiere) ma una parte assolutamente integrante.  Come dimostrano questi riferimenti (vedi tabella sottostante):

- L’Andantino dell’Introduzione si ritrova nella scena di Semiramide del Finale I (I vostri voti omai);
- Il primo tema compare reiteratamente nella prima parte del Finale II;
- Il crescendo(a) torna nella cabaletta di Arsace del N°9 (Al gran cimento);
- Il crescendo(b) sottolinea il duetto Semiramide-Arsace del primo atto.

Qui sotto in massima sintesi uno schema del brano (con minutaggi) che si appoggia su questa esecuzione di Claudio Abbado con la Chamber Orchestra of Europe, registrata negli studi DGG nel 1990:


Introduzione
 
RE maggiore
Allegro vivace
6/8
35”
Andantino
Esposizione
4’05”
1° tema – RE maggiore
Allegro
4/4
5’55”
2° tema – LA maggiore
6’24”
    crescendo (a)
6’43”
    crescendo (b)

Ripresa

8’03”
1° tema – RE maggiore
9’52"
2° tema – RE maggiore
10’21”
    crescendo (a)
10’38”
    crescendo (b)

Qui i principali temi: