altra lezioncina a ggiorgia de noantri:

persino i nipotini di Attila tornano in Europa! 

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03 aprile, 2026

Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26.19 – Tjeknavorian in Brahms sacro.

Già dalla scorsa stagione il Direttore Musicale aveva aperto nuovi orizzonti al tradizionale concerto di Pasqua: chiudendo la (meritoria, comunque!) tradizione di Ruben Jais (le due Passioni bachiane) per introdurre opere più… laiche, come il rossiniano Stabat Mater.

Quest’anno è toccato al luterano Ein deutsches Requiem del luterano Johannes Brahms: un vero monumento musicale che impegna allo spasimo orchestra e voci (di solisti e coro). [Qui alcune mie note e curiosità.]

Ieri sera, alla replica della prima di mercoledi, l’Auditorium non era proprio pieno come un uovo, il che può essere dovuto alle vacanze pasquali e al bel tempo… Ma il successo non è certo mancato per tutti.

Positiva sorpresa i due solisti: la trentenne elvetica (ma con radici alle Seychelles…) Chelsea Marilyn Zurflüh, che ha vestito con una voce mozartiana, chiara, penetrante e carezzevole i versi consolatori del n°5; e l’austriaco Alexander Grassauer, voce ben tornita di basso-baritono, che la consolazione ha cercato in Dio e nella redenzione (n°3 e n°6, chiusi dal coro con due colossali fughe).

Poi il Coro di Fiocchi Malaspina, compatto in tutte le sezioni, una compagine che si è rinnovata da poco, ma già mostra di crescere ad ogni nuovo impegno.

L’Orchestra ormai è un corpo unico in perfetta sintonia con il suo Direttore, del quale evidentemente condivide l’entusiasmo nel fare musica insieme.

E il Tjek – che anche ieri ha preferito non fidarsi della sua memoria, segno di grande serietà professionale - ci ha offerto una lettura ispirata, che per me ha avuto la sua vetta nel n°2, dove il Direttore ha marcatamente sottolineato il dolente andamento di marcia (che pure ha un tempo ternario…) sull’amara constatazione della caducità umana, per contrasto, prima con il tempo più mosso che sostiene la serena pazienza dell’attesa del Cristo e poi con l’Allegro non troppo del trionfale fugato che celebra il ritorno a Sion.

Insomma, una grande prestazione collettiva, accolta da lunghe ed entusiastiche ovazioni.


28 marzo, 2026

Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26.18 – Tjeknavorian in Bruckner (via-Wagner).

Il Direttore Musicale si è ripresentato al suo pubblico con un impegnativo programma, incentrato su Bruckner ma con un antipasto wagneriano, costituito dal Siegfried-Idyll,

Che in realtà si potrebbe forse re-intitolare Cosima-Idyll, visto che la gran parte delle note musicali ivi contenute furono ispirate a Wagner dalla (futura) moglie, e a lei dedicate, ben prima di essere poi impiegate nel dramma della Seconda giornata del Ring. [Qui un mio scritto che cita verbatim un passaggio del sommo Teodoro Celli sul soggetto, accompagnato da qualche mio succinto commento.]

Curiosità: DeepSeek ci informa di un particolare evento in cui fu eseguito il brano:

Siegfried-Idyll di Richard Wagner fu eseguito nell'Aula Nervi in Vaticano il 7 gennaio 1986. L'esecuzione fu diretta dal maestro Gianluigi Gelmetti e fu eseguita dall'Orchestra e dal Coro (?) della RAI. Questo concerto fu voluto da Papa Giovanni Paolo II, che era un grande ammiratore della musica e della cultura. L'evento è particolarmente noto perché si trattava di un'opera orchestrale di Wagner eseguita in un contesto così speciale e significativo.

Il Tjek impiega l’originale organico cameristico (fiati 1-1-2-1-2-1 più il quintetto degli archi) e così ci restituisce l’autentico carattere intimo e famigliare del brano. E il pubblico dell’Auditorium applaude, con lui, uno per uno i magnifici 13! 

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Ma eccoci a Bruckner e alla sua Settima. Che con Wagner ha qualcosa a che vedere, data l’ammirazione che per il genio di Lipsia manifestava (avendogli già dedicato la sua Terza…) il complessato organista di SanktFlorian. Il quale, sorpreso dalla notizia della Tod-in-Venedig dell’idolatrato maestro proprio nel bel mezzo della composizione della sua Sinfonia, aggiunse di getto all’Adagio 35 battute – con corni e tubette wagneriane in primo piano - in memoriam.

Poi, a cose fatte, dedicò – con il più profondo rispetto - la partitura ad un tale che era wagneriano inguaribile quanto e più di lui: Sua Maestà Ludwig II, Re di Baviera! 

In fatto di reminiscenze wagneriane, si può osservare come le prime note della Settima, suonate dal primo corno e dai celli sul misterioso tremolo dei violini, siano i primi tre armonici naturali (di MI) proprio come quelli (di MIb) emessi dagli otto corni all’attacco del Rheingold sul primordiale tappeto di fagotti e contrabbassi:

Invece, sul piano delle curiosità, c’è quella che riguarda la presenza dei piatti (più triangolo e timpani) nell’organico strumentale dell’Adagio della Sinfonia e in particolare alla lettera W della partitura (battuta 177). L’autografo di Bruckner è in proposito piuttosto contraddittorio, indicando la presenza di tali strumenti solo in note a margine. E così Albert Gutmann, nella stampa della partitura nel 1885, accolse i suggerimenti degli apostoli-ammiratori di Bruckner (NikischLöwe e i fratelli Schalk) e inserì nella battuta incriminata timpani, triangolo e soprattutto un unico, solitario e poderoso (fff) cymbal-clash:

Poi arrivò (1944) Robert Haas che, interpretando in modo negativo un commento scritto da Bruckner su una striscia di carta da musica inserita nella partitura manoscritta, decise di eliminare tutte e tre le percussioni dalla battuta incriminata. Ma dieci anni dopo Leopold Nowak, responsabile della nuova edizione a nome dell’autorevole Internationale Bruckner-Gesellschaft, ripristinò quel passaggio com’era nell’edizione di Gutmann del 1885!

Da allora questa è la versione normalmente eseguita, ed anche il Tjek ci si è attenuto (tenendola sotto gli occhi) e così anche Ivan Fossati e Stefano Bardella hanno potuto trovare lavoro per ben 2-3 secondi! Lavoro giustamente applaudito, come quello di ogni altro collega, per l’impeccabilità dell’esecuzione, ma anche per la… pazienza dimostrata nel rimanere ad ascoltare i compagni per più di un'ora senza poter produrre alcun suono (!) 

Ma è proprio l'Adagio il protagonista della Sinfonia: una cosa indescrivibile, fin dall'ingresso delle 4 tubette wagneriane, che introducono il MI maggiore su cui gli archi espongono il solenne tema principale, roba da togliere il respiro:

Sempre emozionante poi il sopraggiungere improvviso del tema in 3/4, FA# maggiore:

Ma tutta la Sinfonia, da cima a fondo, è un'autentica emozione.  Compresa la chiusura, che Bruckner fa con una cadenza quasi sospesa, che lascia un po' interdetti gli ascoltatori (che si aspetterebbero i soliti pesanti accordi, magari sottolineati da un colpo secco dei timpani) che ci mettono qualche secondo a carburare i dovuti – e poi robusti, convinti - applausi da stadio.

E sono applausi strameritati per ciascun componente dell’Orchestra e per il suo Direttore che - con la sua genialità interpretativa - riesce a trarne un suono straordinario. Questo suo Bruckner avrebbe incantato e commosso perfino lo schizzinoso brahmsiano Eduard Hanslick!

[E, proprio a proposito di Brahms, il prossimo concerto vedrà il Tjek alle prese con un Requiem amburghese!]

15 marzo, 2026

Tjeknavorian da camera al Gerolamo.

Essendosi le ultime due giornate del secondo ciclo del Ring scaligero sovrapposte alle due esecuzioni del concerto di questa settimana dell’Orchestra Sinfonica di Milano, sono stato costretto ad una scelta dolorosa, fra Wagner e Shostakovich-Tjeknavorian. Ho optato per il primo, data la sua… rarità, sperando di poter almeno ascoltare la registrazione del secondo su RaiPlaySound. Ma il caso ha voluto (ubi major, minor cessat…) che Radio3 abbia diffuso e registrato SantaCecilia e non l’Auditorium. Pazienza, è andata così.

Per fortuna (e mia personale consolazione) questa mattina, come pre-riscaldamento per la replica, nel pomeriggio in Auditorium, del citato concerto, il Tjek ha portato nell’intimità del Teatro Gerolamo alcuni archi e fiati della sua Orchestra per offrirci, al loro fianco, un corposo concerto cameristico, strutturato su ben cinque brani: tre di Mozart alternati a Schubert e Stamitz.

In apertura è stato eseguito il Quartetto per oboe, violino, viola e violoncello in FA maggiore K 370 (1781) di Mozart. L’iniziale Allegro (4/4) è in forma-sonata di fatto monotematica: tema presentato in FA e poi, dopo un ponte modulante, nella dominante DO, il tutto da ripetersi. Lo sviluppo presenta un motivo nella relativa RE minore, poi si passa alla riesposizione del tema in FA maggiore, fino alla chiusa (da-capo opzionale). Segue un Adagio (3/4 in RE minore) dove viene esposto un tema dolente, che vira fugacemente in SIb maggiore, per poi tornare ad imporsi fino alla chiusura. Infine il Rondo (Allegro, ma non troppo, 6/8) presenta il tema di ritornello in FA maggiore, poi una strofa nella dominante DO, quindi una seconda che dal SIb vira al RE minore, prima della ripresa finale del tema variato in FA. All’oboe una delle due prime parti dell’Orchestra: Luca Stocco, impegnato in un compito invero massacrante, ma superato col massimo dei voti. Agli archi il TjekAltin Thanasi e Gabriele D’Agostino.

Si è proseguito con Franz Schubert e il suo (incompiuto, limitato al primo movimento) Trio per archi in SIb maggiore D 471 (1816). Struttura di forma-sonata, con l’esposizione (Allegro, 3/4, da ripetersi) dei due temi (in SIb e dominante FA). Lo sviluppo è in realtà una transizione (in SOL minore) verso la canonica ripresa dove i due temi vengono esposti nella stessa tonalità di SIb. Qui i protagonisti sono stati il Tjek, Cono Cusmà Piccione e Gabriele D’Agostino.  

Poi, al centro del programma, ancora Mozart con il suo Quartetto per flauto, violino, viola e violoncello n. 4 in LA maggiore K 298 (1778). [Quartetto che può anche essere eseguito da soli archi, con un secondo violino che suona la parte del flauto.] L’Andantino iniziale in 4/4 presenta una struttura di grande regolarità e simmetria, con 10 gruppi di 8 battute (tutti con da-capo e ostinatamente in LA maggiore): i primi quattro dove è protagonista il flauto, poi due dove spicca il violino, due con la viola protagonista e due dove è in evidenza il violoncello; più la ripresa dei primi due del flauto. Stessa simmetria nel Menuetto e Trio (3/4) con 2 gruppi di 8 battute (da ripetere) per ciascuna delle due parti, e tutto in RE maggiore. Il finale, un breve Rondo (Allegretto grazioso, 2/4, LA maggiore) è costruito su due motivi A e B e relative transizioni modulanti: il primo riproposto nella dominante MI e il secondo nella sottodominante RE, più una coda. Qui, il flauto è quello della prima parte dell’Orchestra, l’impeccabile e funambolico Nicolò Manachino, accompagnato dal Tjek, da Cono Cusmà Piccione e Gabriele D’Agostino.  

Quindi un ascolto davvero raro: il Quartetto per clarinetto, violino, viola e violoncello n. 1 in MIb maggiore op. 19 di Carl Stamitz (1786). Il primo Allegro (4/4) è bitematico (MIb e dominante SIb) da ripetere, colmo di virtuosistici svolazzi di semicrome. Segue un leggiadro Largo, 6/8 in LAb maggiore, e quindi una (Vivace) Allemanda in MIb, 3/8, che dà modo al clarinetto di esibirsi ancora in piacevoli scorribande. Sempre in MIb ecco un passaggio in Andante moderato, 3/4, con provvisoria divagazione a SIb. Arriva poi un Allegretto, 2/4 ancora in LAb maggiore, che conduce al conclusivo Vivace in MIb maggiore, 3/8, che tuttavia si chiude quasi in sordina, come ad augurare a tutti una… buona notte. Al clarinetto ha davvero brillato Fausto Saredi, chiamato a fronteggiare una partitura assai impegnativa, con il Tjek, Altin Thanasi e Gabriele D’Agostino a dargli supporto.  

Ha chiuso la… mattinata ancora Mozart con il Quintetto per corno, violino, due viole e violoncello in MIb maggiore K 407 (1782). Concerto dal piglio leggero e quasi canzonatorio (il dedicatario era il bizzarro Ignaz Leutgeb). L’iniziale Allegro (4/4) è in forma-sonata e il corno vi presenta i due temi: il primo, piuttosto sostenuto e quasi marziale, nella tonalità di impianto e, canonicamente, il secondo, più spigliato, nella dominante SIb maggiore. Lo sviluppo, assai breve, attacca sempre in SIb e conduce alla ripresa dei due temi (il secondo variato) entrambi in MIb. Segue l’Andante (3/8, SIb maggiore) introdotto dal violino, con il corno che intona poi una dolce e notturna melopea che sfocia in FA maggiore. Una seconda sezione (come la prima da ripetersi opzionalmente) è ancora introdotta dal violino in DO minore ma vede il corno modulare tosto alla relativa MIb maggiore, prima che il violino riporti la tonalità al SIb per avviare la chiusura del movimento. Il Rondo finale (Allegro, 2/4) è aperto dal corno con il ritornello, ribadito da tutti, cui seguono strofe nella dominante SIb e poi nella relativa DO minore. Per arrivare alla finale perorazione del ritornello con virtuosistica coda. Al corno si è distinto il valente Vincenzo Ferrante Bannera, accompagnato dal Tjek, da Cono Cusmà Piccione, Altin Thanasi e Gabriele D’Agostino.  

Insomma: siamo stati investiti da un vero fiume di musica di fine ‘700 sul quale ha galleggiato il romantico Schubert di inizio ‘800. Ecco un’altra tangibile testimonianza della qualità dei singoli strumentisti dell’Orchestra che il Tjek, con il suo grande carisma e le straordinarie qualità di leader e trascinatore, riesce a valorizzare al massimo. Accoglienza, manco a dirlo, calorosissima per lui e i suoi… magnifici sette.

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Avviso ai naviganti: il concerto da camera (tutto Dvořák) previsto originariamente per il 22 febbraio scorso e rimandato per l’indisposizione di Tjeknavorian, è stato riprogrammato (restano validi i biglietti già acquistati) per domenica 7 giugno, ore 11, sempre al Gerolamo.

21 febbraio, 2026

Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26.13 – Il balletto secondo Tjeknavorian.

Riecco il pimpante e sempre sorridente (nonostante l’annunciata indisposizione, forse una bronchitella…) Tjek sul podio dell’Auditorium, per offrirci un corposo concerto prevalentemente basato su musiche di balletto.   

Il Direttore Musicale, nato a Vienna, ma da genitori di origini armene (come lascia trasparire la desinenza del suo cognome) ha aperto la serata con il più famoso compositore… armeno, Aram Kachaturian, del quale ha assemblato una personale collezione di brani dal balletto Gayane.

Musica composta in piena WWII - in quel di Perm, Siberia (oggi domicilio artistico di Theodor Currentzis) dove molti intellettuali sovietici erano stati deportati trasferiti per ragioni di sicurezza - impiegando buona parte di quella che l’Autore aveva già composto anni prima per un balletto intitolato Felicità. A latere, seguendo una prassi consolidata, Kachaturian non mancò di predisporre ben tre Suite, a partire da alcuni numeri del balletto. Balletto poi completamente rivisto e ristrutturato – da 4 a 3 atti, musica inclusa - negli anni ’50 e definitivamente consolidato nel ’57 a Mosca. 

Il Tjek ci ha proposto sette numeri estrapolati dalla prima (5) e dalla terza (2) Suite, mettendo al primo posto proprio il brano più universalmente famoso ed eseguito, la Danza delle Sciabole, perfettamente funzionale ad eccitare l’attenzione del pubblico (e agli ultimi spettatori di prender posto…) 

Tjeknavorian
Suite/numero
Balletto: atto/numero
Danza delle Sciabole
3/5
III/49
Danza dei giovani montanari
3/2
III/38
Danza delle giovani fanciulle delle rose
1/2
II/18
Risveglio e danza di Aisha
1/3
I/13
Danza dei montanari
 1/4
III/37
Ninnananna (Aisha e Gayane)
1/5
II/24
Lezginka
1/8
I/7

Il flusso puramente musicale proposto dal Tjek (che prescinde dalla trama del balletto) dopo l’infernale danza iniziale ci propone ancora un brano caratterizzato da un ritornello veloce alternato ad oasi di calma; quindi una graziosa danza, leggera e spigliata; poi un lungo e sognante intermezzo; seguito da una breve parentesi mossa e nervosa; che introduce un'altra lunga oasi di malinconica tranquillità, appena increspata da qualche guizzo dei legni, prima di sfumare in lontananza; per chiudere infine con un’altra danza indiavolata, che ci riporta all’atmosfera dell’inizio della Suite.    
   
Esecuzione trascinante, accolta dal pubblico – che ormai riempie sempre l’Auditorium – con gran calore. 
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Il secondo brano in programma è un Concerto per orchestra. Questo genere di composizione è curiosamente nato negli USA, dove annovera due dei principali esemplari esistenti al mondo, guarda caso opere di altrettanti compositori ungheresi praticamente coetanei! Quello più famoso ed eseguito, di Bartók (composto nel 1943, su commissione della Boston Symphony) e quello del suo compatriota Kodály Zoltán (nella terra di Attila si mette sempre il cognome in primo piano…) che lo compose tre anni prima (1940, per i 50 anni della Chicago Symphony) presto soppiantato da quello di Bartok in tema di audience.

Ma è proprio quello di Kodály ad essere eseguito qui (credo per la prima volta dall’Orchestra). La caratterizzazione di Concerto si materializza con frequenti interventi di singoli strumenti o di piccoli gruppi (ad esempio due soli violini, viole e celli) che dialogano con altri piccoli gruppi (ad esempio un clarinetto e un fagotto).

Il brano ha una struttura tripartita, con una prima sezione espositiva, nella quale vengono presentati due gruppi tematici: il primo, veloce (Allegro risoluto, 3/4 con alcune battute in 2/4) che nell’incipit ricorda abbastanza scopertamente (piglio e tonalità di RE minore) la terza delle Variazioni su un tema popolare ungherese (Il pavone volò, un lamento per la libertà) composte poco tempo prima:

Ecco poi un secondo gruppo, contrastante, in tempo Largo, 3/2, tonalità FA# minore, con successive modulazioni, protagonisti dapprima un violoncello e poi un clarinetto soli:

Un poderoso climax dell’intera orchestra chiude l’esposizione e porta alla seconda sezione del brano, che possiamo assimilare ad uno sviluppo/ricapitolazione, dove vengono ripresi nello stesso ordine i due gruppi tematici, con numerose variazioni e modulazioni. La coda conclusiva si basa ancora sul primo gruppo tematico, che porta alla secca conclusione in RE minore.

È un brano di grande spessore, che dovrebbe avere più presenza nei programmi delle Orchestre, e bene ha fatto il Direttore Musicale a proporcelo per farcelo apprezzare – grazie alla bravura dei suoi Musikanten - come si merita. Alla fine lui è andato a complimentarsi con tutte le prime parti e con i diversi gruppetti di strumenti che sono protagonisti di questo brano, fra gli osanna del pubblico. 

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Altro balletto e altra Suite: la Seconda da El sombrero de tres picos di Manuel de Falla, commissionato dall’onnipresente Diaghilev e rappresentato per la prima volta a Londra nel 1919. Tratto da una novella di Pedro Antonio de Alarcòn, è una specie di farsa a lieto fine, piena di equivoci, travestimenti e bagni fuori stagione, dove il Corregidor (una specie di Podestà del paesotto) insidia la bella moglie di un mugnaio e fa la fine… che si merita, smerluzzato da tutto il popolo nella notte di San Giovanni.  

Dal balletto De Falla estrasse due Suites, che racchiudono buona parte (circa i 2/3, come tempo di esecuzione) della musica originale. In particolare, vi sono stati esclusi gli interventi del mezzosoprano.

La Suite n°2 comprende tre numeri, tutti provenienti dalla seconda parte del balletto. Il primo è una seguidillaLa danza dei vicini:

Il secondo numero è una farruca, tratto da La danza del mugnaio

Chiude la vorticosa Jota che, in DO maggiore, presenta più volte il tema principale e più famoso del balletto:

Pubblico trascinato all’escandescenza, con grida di bravo/i per tutti. 
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Ha chiuso la serata Igor Stravinski, di cui abbiamo ascoltato l’inflazionata Suite (1919, versione con Berceuse e Finaledal balletto L’Oiseu de Feu, che l’Orchestra ha già eseguito innumerevoli volte (rimando ad un mio precedente scritto che riassume i contenuti delle diverse Suite e tratta di questa in particolare). Questi i numeri della Suite:
 
Suite 1919
Introduzione
1
L’Uccello di Fuoco e sua danza
2
Variazione dell’Uccello di Fuoco
3
Ronda delle Principesse
4
Danza infernale del Re Kastchei
5
Berceuse
6
Finale
7

Il Tjek per tutta la serata ha tenuto le partiture sotto gli occhi, e per questo Stravinski non vi ha distolto gli occhi che per il 20% del tempo: il che, per uno come lui che ha in memoria cosucce come la Nona di Beethoven, è segno di grande serietà e modestia.

Mozzafiato l’attacco degli archi bassi con la grancassa, in un pianissimo ai limiti dell’udibile, un cupo tappeto sul quale sono calati gli spettrali accordi dei tromboni, poi le entrate di clarinetti e fagotti, e infine dei corni, a preparare il terreno per l’arrivo del protagonista. E che dire dell’oboe (di Greci) nella cantabilissima (Rimski-ana) Khorovode. E poi la danza - infernale per davvero – di Kastchei. Per non parlare del finale, con l’abbacinante arcata di accordi delle ultime otto battute.

Travolgente tripudio di folla alla fine.

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L’acciacco che ha colpito il Maestro non deve essere proprio trascurabile, se questa mattina è arrivato l’annuncio che il concerto da camera al Teatro Gerolamo di domenica mattina (tutto Dvořák) è stato rimandato (evidentemente un conto è dirigere, un altro suonare il violino per un’ora filata…) Per ora sembrano invece confermate: l’esecuzione della Suite dell’Oiseau (con Elisabetta Garilli recitante) oggi pomeriggio per i giovani (Crescendo in musica) e la replica di questo concerto, nel pomeriggio di domenica.

Chi fosse interessato al concerto di ieri può sintonizzarsi in web su RAIPlaySound, dove lo si può ascoltare accompagnato dalla cronaca del sempre affabile Oreste Bossini.


14 febbraio, 2026

L’Orchestra Sinfonica di Milano al Conservatorio – Nona di Beethoven.

Enorme partecipazione di pubblico oggi pomeriggio al Conservatorio milanese per la Nona beethoveniana olimpicaL’Orchestra ci tornava dopo quasi 33 anni, da quel ’93 in cui aveva dato i primi vagiti, con il venerabile Delman.

Evento con caratura di ufficialità, con tanto di presenza di Autorità civili e militari, e relativi indirizzi di saluto. Poi arriva il Tjek e, invece della Sinfonia, attacca, con il coro, l’Inno di Mameli! Ma anche con la terza strofa, che richiama il messaggio schilleriano della Nona (e però senza il finale, cassato di recente da Mattarella…) 

Con una battuta per stemperare quest’atmosfera seriosa, dirò che abbiamo ascoltato una Sinfonia per grande orchestra, coro e… oboe obbligato! Quello implacabile del bravissimo Luca Stocco, che ha imperversato dall’inizio alla fine.

Ma, a parte le battute, è stata un’esecuzione da incorniciare, con tutti i protagonisti da elogiare incondizionatamente. A partire dall’Orchestra e dal Coro (di Fiocchi Malaspina) che solo da Capodanno ad oggi hanno suonato la Nona almeno una mezza dozzina di volte. Ma bravissimi anche i quattro solisti: la trentenne russa trapiantata in Germania Anna Nekhames, soprano; la 23enne (!) austriaca Anja Mittermüller, mezzo; il 38enne tenore svizzero Mauro Peter; e il 53enne baritono austriaco Günter Haumer. Tutti magistralmente e carismaticamente guidati dal Tjek, ormai pericolosamente (!) assurto a idolo delle folle, di sbarbati e matusa insieme.

Sala stracolma, trasformatasi in bolgia per il finale delirio collettivo, segno tangibile, anzi udibile, dell’adesione popolare al messaggio di pace e fratellanza che mai come in questi tempi turbolenti, infestati da guerre e odio e caratterizzati da una preoccupante regressione della nostra civiltà, ci arriva da questo immortale monumento. 


31 gennaio, 2026

Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26.10 – Tjeknavorian-KannehMason.

Dopo due turni, torna sul podio dell’Auditorium Emmanuel Tjeknavorian per offrirci un succoso programma dii struttura canonica (breve apertura, Concerto solistico e Sinfonia).

Prima dell’inizio viene ricordato il sommo Angelo Foletto, scomparso proprio ieri: un posto dell’Auditorium (pieno come un uovo) è stato simbolicamente lasciato vuoto in suo omaggio.

In apertura torna Nicola Campogrande con un nuovissimo brano ispirato alle imminenti Olimpiadi Milano-Cortina, commissionato dall’Orchestra Sinfonica e dedicato al suo attuale Direttore Musicale: Gioco di squadra.

Come ha spiegato lo stesso Autore, intervistato dal conduttore Oreste Bossini prima del concerto, il brano evoca la continua sfida al record (Citius, Altius, Fortiur, come recita il motto olimpico) e in particolare i movimenti dei giocatori di una squadra (di hockey nella fattispecie, ma anche di altri sport) dove c’è un oggetto conteso (il tema principale e ricorrente del brano…) che passa da una mano, o da un piede, o da un bastone ricurvo all’altro, inseguito, catturato, e rilanciato dai giocatori (le sezioni dell’orchestra).  

Sono 12 minuti di musica intrigante, che mette alla prova come solisti tutti gli strumenti della grande orchestra, ad evocare l’importanza che ha ogni componente di una squadra. Con un po’ di fantasia ci si possono vedere ascoltare azioni di gioco, ora concitate, ora magari di melina, o preziosismi individuali, o magari qualche rude richiamo dell’allenatore…  Alla fine, il temino ricorrente chiude (direi in SOL maggiore!) la partita…

A proposito di Giochi, laVerdi, con l’onnipresente Tjek, manco a dirlo, sarà protagonista, il 14 febbraio al Conservatorio, di uno speciale Concerto dedicato alle Olimpiadi e a beneficio di importanti iniziative di carattere sociale.

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Janeba Kanneh-Mason è una pianista che viene da una incredibile famiglia britannica, di origini antillane per padre (Mason) e africane per madre (Kanneh) che conta ben altri sei fratelli/sorelle, tutti musicisti affermati.

A noi porge l’inflazionato Rach2, il più famoso ed eseguito dei quattro Concerti pianistici del compositore russo, che lo sfornò proprio all’alba del XX Secolo come prima opera dopo quasi quattro anni di depressione legata al fallimento della sua Prima Sinfonia (qui un mio commento ai fatti pregressi e alla macro-struttura del Concerto).

La bella Janeba, fisico da modella, non si lascia traviare dal tardo-romanticismo del brano, evitando facili effetti e decadenti sdolcinature: così, grazie anche alla sobrietà con la quale il Tjek la accompagna, ne cava un’esecuzione seria e convincente. Primo movimento serrato (da incorniciare il corno di Ceccarelli nella ripresa del secondo tema); Adagio mirabilmente aperto dal clarinetto della Raffaella, caratterizzato poi da un moderato uso del rubato da parte della Janeba e da lei chiuso con gran delicatezza; Finale invero travolgente.

La ragazza può ancora migliorare, ed ha tutto il tempo davanti a sé, ma mi sembra già ben avviata sulla buona strada. Per lei convinti applausi, ricambiati con la celebre Tristesse di Chopin.

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La chiusura è affidata a Beethoven e alla Settima Sinfonia.

Il Tjek qui scioglie tutte le briglie all’orchestra (agogica e dinamica estreme) e così l’apoteosi della danza (copyright Wagner) diventa quasi un barbaro rito stravinskiano! Ne viene contagiato persino il delicato Allegretto, al climax della lettera G della partitura. Nel finale Allegro con brio la velocità delle quartine di semicrome del tema principale finisce per trasformarle (come spesso avviene) quasi in glissando, dove si distinguono solo le note estreme delle quartine.

Insomma, un’orgia sonora fin troppo esagerata! Ma gli applausi scrosciano copiosi e tutti ce ne andiamo a casa felici e contenti. 


30 dicembre, 2025

Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26.7 – Tjeknavorian – la Nona.

Freschi della prestigiosa conquista del Premio Ezio Bosso 2025, attendendo il Capodanno (…poi continueranno fino al 2 gennaio, quando lo saluteranno in quel di Lucerna) l’Orchestra Sinfonica e il Coro Sinfonico di Milano, guidati da Emmanuel Tjeknavorian e Massimo Fiocchi Malaspina, hanno aperto ieri sera la tradizionale kermesse di esecuzioni (4+1) della Nona beethoveniana.

Il funambolico Fabio Sartorelli ha introdotto da par suo il concerto con uno strepitoso viaggio beethoveniano, tutto incentrato sul messaggio-base della Nona: la gioia, la concordia, la libertà e la pace; in una parola, la comunione fra tutti gli uomini!

Mai come oggi è un messaggio da gridare, anzi da… cantare a squarciagola in questo nostro mondo invaso da autocrazie, governanti che predicano e praticano sovranismi, suprematismi, egoismi, intolleranze, odio razziale, repressioni, guerre; e dove anche le (poche, sedicenti?) democrazie rimaste ne combinano di tutti i colori.

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Qui, assai più modestamente, alcune mie note su alcuni aspetti tecnici particolari o curiosi della Sinfonia. Che le compagini de laVerdi e i quattro solisti - il soprano Benedetta Torre, il mezzo Dorottya Láng (ungherese che ha sostituito la prevista Laura Verrecchia), il tenore Davide Tuscano e il baritono austriaco Günter Haumer (che ha sostituito il previsto elvetico Manuel Walser) - hanno illustrato al meglio.

Se proprio devo fare il pierino e trovare qualche pelo nell’uovo, dirò che a volte il volume dei fiati ha sommerso quello dei poveri archi (e anche delle voci dei solisti, in particolare del tenore); e che il Tjek ha, come in passato, dato qualche sforbiciata (di troppo, per me...) alle due sezioni esterne dello Scherzo, eseguendo solo un da-capo (quello iniziale).

Ma sono quisquilie, rispetto alle celestiali altezze raggiunte nell’Adagio dai violini di Dellingshausen e al memorabile recitativo degli archi bassi guidati da Scarpolini che ha mirabilmente evocato in musica i concetti che poco dopo verranno esplicitati in modo inoppugnabile dalle voci, a partire da quella del baritono, quel Padre che il testo di Schiller ci addita lassù come nostra speranza e certezza.

E che ci evoca Freunde e Freude, queste due parole che nella lingua tedesca differiscono solo per una piccola consonante ma che racchiudono la verità universale: amici e gioia, perché solo l’amicizia di tutti gli Uomini ci può garantire la gioia di vivere, e la gioia di rimando ci può conservare amici e solidali.

Ma, insomma, è stata una grande serata di musica, con un Auditorium colmo all’inverosimile e prodigo di ovazioni, urla e applausi ritmati all’indirizzo di tutti i protagonisti.