grazie

Minetti santa subito! 

Visualizzazione post con etichetta scala. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scala. Mostra tutti i post

09 giugno, 2026

Una nuova Carmen ha esordito alla Scala.

La Carmen co-prodotta dalla Scala con ROH e Teatro Real ha debuttato ieri al Piermarini con buon successo di pubblico, che ha diversamente premiato i protagonisti dello spettacolo: Musikanten (sotto la nuova – ma ampiamente collaudata - guida di Myung-Whun Chung) e Regisseurs (Damiano Michieletto&C, ormai stabilmente collaboranti con il Teatro, dove il prossimo SantAmbrogio ci proporranno la loro visione del MorodiVenezia).   

[Prima dell’inizio, una multicolore pioggia di volantini è caduta dalla seconda galleria, per protestare contro la nuova politica di prezzi del Teatro.]

Spettacolo ampiamente noto a molti (e soprattutto alla critica, almeno per quanto riguarda l’allestimento) essendo già andato in scena (e irradiato in sale cinematografiche) nel ’24 e ‘25 a Londra e, fra il ’25 e il ’26, a Madrid.

E l’allestimento, appunto, ha confermato pregi (e qualche difetto) emersi da quelle precedenti esperienze. Va detto subito: spettacolo (basato sulla drammaturgia di Elisa Zaninotto) che personalmente ritengo non si presti a stroncature, scandali o strappamenti di vesti (come in passato è talvolta accaduto a qualche proposta michielettiana…) ma che parte del pubblico ha invece contestato, fra i consensi dei più….  

Una Carmen (scene di Paolo Fantin, costumi di Carla Teti e luci di Alessandro Carletti) collocata in qualche posto sperduto, più simile forse al FarWest che alla Capitale andalusa e ai suoi dintorni, il che rende abbastanza problematico rappresentarci con realismo scene di vita squisitamente metropolitana, caratterizzate da gente che passeggia e da frotte di ragazzini che scorrazzano, seguendo colonne di militari, per vie e piazze di una grande città.

Si può quindi immaginare (ma in realtà è lo stesso regista che lo dichiara apertamente…) che siffatta ambientazione intenda mettere al centro e ad enfatizzare (introspezione psicologica) soprattutto il lato, per così dire, freudiano del soggetto, spostando decisamente in secondo piano quello più prosaico e disimpegnato, che tuttavia è programmaticamente alla base di un’opéra comique, quale Carmen è nata.

E ciò rischia di compromettere appunto una delle caratteristiche peculiari del soggetto: lo stridente contrasto fra l’ambiente sereno (e magari irresponsabile) della grande città e i drammi personali che vi possono maturare, precisamente come accade ai giorni nostri…

Drammi che nella messinscena di Michieletto sembrano essere invece provocati proprio dall’ambiente esterno, piuttosto inospitale, claustrofobico e alienante. Ciò (con l’aggiunta dell’angosciante presenza fin dall’inizio della figura della madre di Josè) toglie al soggetto anche quella peculiare caratteristica di un iniziale scenario da operetta che via via e lentamente degrada verso la tragedia.    

Peccato, perché la caratterizzazione dei protagonisti (e della rispettiva psicologia) mi è parsa perfettamente centrata… ma allora sorge la domanda: perché concentrarsi solo su questo versante dell’opera, e rinunciare al resto? Trasformando Carmen in un soggetto troppo verista e più vicino del dovuto a quello di Mérimée?

Per il resto, qualche trovata più o meno discutibile: cito la Micaëla che trafuga una mitraglietta ai banditi per farsi largo verso José; e l’uccisione di Carmen per strangolamento, ben più… lunga rispetto ad una coltellata al cuore. Della serie: eccovi qualcosa di mai visto

Ma, in definitiva, nulla di disturbante più di tanto, ecco. Per il resto si confermano alcune critiche mosse in passato a questa produzione. Critiche che in parte Michieletto deve aver ascoltato e (convintamente o per quieto vivere?) condiviso. Cito per prima la riduzione della presenza della madre di José a soli quattro casi, distribuiti lungo l’opera: inizio, con presentazione delle carte, fra cui la morte; poi all’entrata di Carmen, sempre la carta mortifera mostrata alla gitana; ancora la presenza alla fine del second’atto, per anticipare ciò che avverrà di lì a poco; e infine ad assistere al compimento dell’opera… Una specie di menagramo che evoca – e prevede, e si augura e si adopera per – la morte di quella zoccola che le vuol rovinare il figlio.

E poi Michieletto ha rinunciato a far sfilare i bambini – a mo’ di segnatempo - al proscenio durante gli Entr’acte, cosa che era stata quasi unanimemente stigmatizzata.   

Un’ultima osservazione sul nuovo libretto dell’opera, pubblicato anche in rete: il frontespizio reca la dicitura Proprietà fondazione Teatro alla Scala, che sostituisce la precedente (Edizione Schott, rappresentanza Sonzogno). Manca l’indicazione, presente in passato, delle parti tagliate. Ebbene, all’interno del testo, senza alcun segno distintivo particolare, compare anche il N°2, Scena e Pantomima (quella del vecchio riccastro con moglie bella, giovane e dotata di… amante) che anche qui è – come nel 99% delle produzioni – bellamente cassata.

___
Chung – che ha calcato da decenni il podio del Piermarini – ha inaugurato nel migliore dei modi la sua presenza lì nella nuova veste di Direttore Musicale designato. E il tributo che i suoi orchestrali – oltre agli spettatori - gli hanno riservato alla fine certifica come questa nuova era sia iniziata nel migliore dei modi.

I Cori (di Alberto Malazzi e Brunella Clerici) pur piuttosto sacrificati, come presenza scenica, dall’approccio registico, hanno tenuto fede alla fama che li circonda.

Cast assai ben equilibrato, magari senza picchi di eccellenza assoluta, ma anche senza evidenti punti deboli.

Clémentine Margaine è una Carmen cui si può al massimo rimproverare (ehm) il volume del… corpo, non certo quello della voce, che non è solo potente, ma anche ben gestita in tutta la gamma e in tutte le sfumature di espressione, che in questo personaggio davvero abbondano. Impeccabili le sue uscite solistiche, come quelle in terzetto, quintetto e, ovviamente, negli incontri-scontri con José. Calorosa per lei l’accoglienza del pubblico.

Il quale Josè è un validissimo e solidissimo Vittorio Grigolo. Magari un po’ trattenuto e attento a non commettere scivoloni, ma decisamente in pieno controllo del personaggio, efficace negli accenti patetici come in quelli ingenui e nella finale perdita di controllo. Per lui meritati applausi e ovazioni.  

Bella sorpresa (almeno per me) la Micaëla di Natalia Tanasii, voce corposa e svettante, magari più impacciata del dovuto a livello scenico (ma qui va tirato in ballo il regista) e invece assai coinvolgente nel dipingere questo personaggio solo apparentemente modesto e meschinello, in realtà capace di tirar fuori coraggio e determinazione (fin troppa, stando al regista…)   

Dignitosa, anche se non proprio da eccellenza assoluta, la prestazione di Giorgi Manoshvili, un Escamillo di tutto rispetto. Personalmente lo avevo sentito solo un paio di volte al ROF e ne avevo avuto una discreta impressione: anche qui ha mostrato un mezzo potente, con qualche eccessiva cavernosità di emissione.

Sarah Dufresne (Frasquita) e Marine Chagnon (Mercédès) hanno svolto bene il loro compito, supportando al meglio Carmen nelle scene chez Lillas Pastia come in quella delle carte. Darei un + in più alla seconda.

Simone Del Savio (un Moralès piuttosto greve nell’espressione) e Xhieldo Hyseni (Zunìga) così come Pierre Doyen (Le Dancaïre) e Loïc Félix (Remendado) hanno degnamente completato la squadra.

___
Che dire, in conclusione? Una proposta di buon livello della quale si può essere (penso io) complessivamente soddisfatti.

05 giugno, 2026

La Carmencita di Michieletto è in arrivo alla Scala.

La Carmen di Damiano Michieletto (co-prodotta con ROH e Teatro Real) arriva al Piermarini lunedì 8, sotto la direzione di Myung-Whun Chung. Produzione già inaugurata con successo (ma anche critiche) a Londra nel 2024 e poi subito ripresa nel 2025 dalla ROH (che la rimette in scena per la terza stagione fra qualche mese) e infine a Madrid lo scorso dicembre.

Date le circostanze, della produzione si sapeva molto, se non tutto (la si poté vedere nelle sale cinematografiche già due anni orsono) così come era noto l’approccio del regista a questo lavoro.

Interessanti (anche se non sono mai oro colato, né verità assolute, per definizione) le recensioni alle precedenti uscite dello spettacolo. Che, ai nostri fini, valgono (se valgono) quasi esclusivamente per gli aspetti relativi all’allestimento, dato che Direzione musicale e cast delle uscite precedenti sono totalmente diversi da quelli che opereranno qui da noi.

2024-ROH

L’autorevole Connessi all’opera dà un giudizio positivo, ma senza particolari entusiasmi, e sembra attribuire al lavoro del regista scarsa innovatività e trovate più stucchevoli che davvero interessanti.

Il recensore di Operaincasa, che ha assistito allo spettacolo irradiato in una sala cinematografica semideserta (!), titola di conquista di Londra, anche se nel testo non emergono poi chiare argomentazioni (a parte il successo di pubblico in teatro) a giustificare quel titolo.

L’autorevole Guardian loda la proposta di Michieletto, non senza qualche punta critica su due delle trovate del regista (l’impiego dei bambini negli intervalli e la presenza in scena della madre di Josè).      

Planethugill lamenta eccessivo (persino squallido!) verismo e scarsità di colore mediterraneo nella proposta di Michieletto, criticando anche l’eccessiva compressione dei tempi narrativi (fra gli atti 2/3 e 3/4).  

Forumopera loda quasi incondizionatamente il lavoro di Michieletto, principalmente per aver rispettato il mirabile equilibrio fra la leggerezza che caratterizza i primi due atti e il progressivo addensarsi delle oscure nubi che porteranno alla tragedia. Anche qui qualche riserva sui bambini e la compressione dei tempi narrativi.

Operatoday apprezza, senza panegirici, il lavoro registico, ma attribuisce il principale merito del successo alle… voci.

Il Sole24Ore ha solo elogi per la regia, l’ambientazione e la gestione dei protagonisti. Unico neo, l’ingombrante presenza della madre di José.

Il critico di Seenandheard (che ha visto lo streaming) è il più insoddisfatto dello spettacolo, nel quale non trova quasi nulla di interessante: si aspettava molto di più da Michieletto, dopo i precedenti successi a Londra.

2025-ROH

L’inviata di Sipario ha solo lodi per Michieletto, di cui apprezza proprio l’approccio iper-verista della concezione dell’opera.

Lo stesso dicasi per Londonunattached, che sottolinea la magistrale recitazione di tutto il cast, sotto la sapiente guida del regista.

2025-Madrid

L’inviato spagnolo di Seenandheard la pensa come il suo collega britannico: spettacolo deludente.

LeSalonMusical mostra di apprezzare incondizionatamente la proposta del geniale e visionario Damiano Michieletto.

Il recensore di Operatraveller loda in generale lo spettacolo, ma… da Michieletto si aspettava qualcosa di più emozionante.

___
Mah, come si vede le reazioni sono diverse (anche molto diverse) ma la media, per quel che conta, dato il campione per definizione poco rappresentativo, è di ampia sufficienza. Caso mai si percepisce un diffuso senso di aspettative non completamente soddisfatte: insomma, un Michieletto troppo poco… Michieletto!?!

Vedremo dal vivo, per ora mi limito a proporre un mio modesto contributo all’inquadramento dell’opera.


17 maggio, 2026

Nabucco (con Semiramide?) trionfa a Milano.

Una nuova produzione di Nabucco ha preso contatto con il pubblico ier sera al Piermarini.

Si è trattato di una novità assoluta (?!) perché mai prima di ieri alla Scala si erano udite le note del cosiddetto Divertissement (un siparietto, in sostanza…) che Verdi compose ad uso e consumo degli incontentabili quanto ignoranti belgi nel 1848, per poi pudicamente archiviarle in un… baule a Sant'Agata. Occasione che il topo di biblioteca Chailly non si è fatto sfuggire, per poter lasciare l’ennesima, ultima personale impronta (aka… pisciatina di cane, trattandosi di articolo tipicamente da relegare a bonus-track di un CD) nella storia del Teatro.

Sono una decina di minuti di musica, infilati dopo il coro È l’Assiria una Regina (che apre la Parte Terza, Profezia) eseguiti per la prima volta - dopo quel lontano 26 settembre 1848 a Bruxelles - al Festival Verdi di Parma del 2021, ma attenzione: come brano di un concerto-antologia di musiche verdiane assortite, non certo all’interno dell’Opera, dentro la quale – ieri è stato lampante! - francamente fanno solo sorridere…

Insomma, un’opera del pieno romanticismo inquinata da un intermezzo di provenienza sei-settecentesca che qui ci sta un po’ come i cavoli a merenda, falsamente giustificato dal nome che direttore e regista gli hanno scovato, Semiramide: uno spettacolo-nello-spettacolo (cui la stessa Netrebko si è prestata come protagonista) oltretutto con tratti collaterali ridicoli (la-bella-e-la-bestia!) Si dirà: ma in fin dei conti Verdi si lascerà spesso e volentieri convincere a integrare le partiture dei suoi drammi con intermezzi ballabili. Vero, ma lo farà sempre programmaticamente e a ragion veduta, mentre qui è un Verdi ancora in cerca di fama all’estero, che lo aveva dovuto accettare obtorto-collo in terra straniera una volta, ma mai più si era sognato di riproporlo in vita sua, facendolo sparire, nascosto accuratamente agli occhi di curiosi e… avvoltoi.

Ecco, questa operazione di Chailly corona purtroppo una serie di scoperte (penso alle cinque battute dell’Attila scritte da Rossini…) che recano ben scarso valore aggiunto all’opera, quando non la indeboliscono, come in quest’ultimo caso. Il Direttore, osannato negli intervalli, chissà perché non si è esposto ad un’uscita singola alla fine: dapprima è apparso in mezzo ai cantanti ad una riapertura di sipario, dopo le uscite di coro e protagonisti, evitando la solita chiamata della primadonna (di cui invece è stato regolarmente gratificato il regista con il suo team) e poi, alle ultime uscite dal sipario chiuso, si è sempre mescolato ai cantanti. Solo un caso?

___
Sulla sua direzione, nulla da dire se non apprezzamento, per carità. L’orchestra e il coro di Malazzi lo hanno perfettamente assecondato, culminando nel Va’ pensiero che ha raccolto interminabili (tre… o addirittura cinque?) minuti di applausi (!)

Le voci erano forse quanto di meglio oggi si possa chiedere al mercato: l’inossidabile Anna Netrebko, perfetta personificazione dell’altera, vendicativa e… innamorata Abigaille; e poi Luca Salsi, feroce, sfrontato, barbaro e blasfemo, poi atterrito, impazzito, di nuovo protervo e infine convertito: il tutto esposto con la massima efficacia e portamento di voce. [Anche per lui c’è lo zampino di Chailly, che – come annunciato in anticipo – ritarda di una battuta piena lo scoppio del fulmine, perché la parola Dio, pronunciata dal Re, sia perfettamente udibile e non coperta, appunto, dal fulmine. Anche su questa trovata si potrebbe discutere all’infinito…]

Michele Pertusi ha splendidamente messo la sua voce ancora intatta al servizio della solenne e imponente figura di Zaccaria, mirabilmente accompagnato nelle sue preghiere dal violoncello di Sandro Laffranchini (protagonista anche in... Semiramide).

Francesco Meli qui ha una parte di rilievo relativo, poche occasioni da classico tenore protagonista: e da essa mi sembra si sia fatto fin troppo condizionare, cavando fuori una prestazione senza infamia e senza lode, ecco.

Chi si è fatta ben valere è stata invece Veronica Simeoni (già nel ruolo di Fenena nella penultima apparizione dell’opera in Scala, 2013) che ha valorizzato al meglio la figura della figlia del Re assiro che ne innesca tutto il processo di conversione alla religione di Geova.

Onorevoli le prestazioni di Simon Lim (Gran Sacerdote), Haiyang Guo (Abdallo) e Laura Lolita Perešivana (Anna).

Per tutti, applausi e ovazioni, con punte per la divina Anna, Salsi e Pertusi.

___
La nuova produzione - che subentra alla precedente di Daniele Abbado del 2013, poi ripresa nel 2017 - è affidata all’italo-sudafricano Alessandro Talevi (Johannesburg, 10 febbraio 1975) che si avvale delle scene di Gary McCann, le luci di Marco Giusti, le coreografie di Danilo Rubeca, i movimenti acrobatici ed effetti speciali di Ran Arthur Braun e degli effetti magici e illusionistici della Masters of Magic

L’opera si apre in un Tempio ormai già distrutto e incendiato, ben prima dell’arrivo dei barbari assiri (?) E lì in effetti arriva Nabucco, guidando un’avveniristica, tecnologica triga. Lo stesso sfasamento ambientale torna nella parte seconda dove, invece dello sfarzo degli appartamenti babilonesi, vedremo un cupo ambiente da archeologia industriale (scala a chiocciola conica, altre scale di ferro arrugginito) nel quale si compie alla fine il miracolo del fulmine che abbatte Nabucco. 

Nella terza parte quell’ambiente tetrissimo viene improvvisamente illuminato dall’avanzare, dal fondo, del coloratissimo teatrino di Semiramide, dove prende corpo il divertissement, dopo il quale assistiamo allo scontro Nabucco-Abigaille. Il Va’ pensiero è cantato in un ambiente vuoto e desolato (come in quasi tutti gli allestimenti dell’opera).

L’ultima parte è ancora ambientata in quell’ambiente tetro della reggia di Babilonia, nel quale irrompe (come all’inizio) il ringalluzzito Nabucco, sempre in triga! Alla fine Abigaille suicida diventa un mucchio informe avvolto dalle fiamme.

Un gran cupolone – talvolta di vetro azzurro istoriato, talaltra come struttura lignea o muraria, sovrasta di tanto in tanto la scena (con significanza laica e/o religiosa, Pantheon?) 

I costumi dei potenti assiri sono lussuosi e sfarzosi; i poveri ebrei ovviamente sono vestiti di stracci, ancor prima di esser posti in cattività.

Figuranti vengono impiegati per mimare scene di violenza (gli assiri che sottomettono gli ebrei) e come contorno al teatrino di Semiramide. Un acrobata, controfigura di Nabucco, cammina sul filo e poi scivola, aggrappandovisi: simula con ciò lo stato d’animo in cui il Re si dibatte, preparandosi al finale.

Efficace, quanto meno nel rispetto delle scelte registiche relative agli ambienti, l’uso delle luci.

Abbastanza efficace mi è parsa anche la gestione scenica dei protagonisti e delle masse, il che  mi porta a definire questo un allestimento tutto sommato non disprezzabile, che anche il pubblico ha mostrato di gradire, a giudicare dalla positiva accoglienza riservata al team registico.

In sostanza, che dire? A parte la discutibile presenza di… Semiramide, ottimo lavoro!


23 aprile, 2026

Pelléas et Mélisande, trionfo alla Scala.

Ieri sera, la nuova produzione scaligera di Pelléas et Mélisande, affidata alla coppia Pascal-Castellucci, ha debuttato con un grande successo di pubblico. Cosa per nulla scontata, stante la natura non proprio facilmente digeribile dell’opera.

Merito distribuibile (in proporzioni diverse…) fra regista e direttore.

Romeo Castellucci (responsabile di regia, scene, costumi e luci. con l’aiuto drammaturgico e artistico di Christian Longchamp e Giulia Giammona) ci ha propinato per 12 delle 15 scene dell’opera uno scenario dalle 1000 sfumature di grigio (o nero) chiudendo la scena con un sipario-zanzariera che la gettava in una penombra dove tutti i contorni erano attutiti: un’estremizzazione dell’ambientazione onirico-surreale del soggetto.

Le scene d’interno mostravano pochi pannelli recanti bassorilievi evocanti immagini rilevanti dell’azione, quelle di esterno pochi ed essenziali tratti: distesa di mare piatto, nere rocce di caverne marine, bastioni o muraglioni del castello.

Atto I. Golaud si presenta abbigliato come un cavaliere medievale e scopre una Mélisande che deve aver già messo in atto la sua minaccia di buttarsi in acqua: poiché si copre e asciuga il corpo nudo con un lungo velario.

Géneviève legge la lettera di Golaud al fratello sfilandone il contenuto ricamato su un alto pannello, e consegna la matassa ad Arkel.

Atto II. Il primo incontro Pelléas-Mélisande alla fontana dei ciechi, con perdita dell’anello, si chiude con un reciproco battesimo, suggellato da due gavettoni in piena regola.

Golaud ferito è steso in un’angusta nicchia in una muraglia del castello, assistito da Mélisande; poi ne esce per scoprire che lei non ha più l’anello al dito, e la spedisce a cercarlo.

Pelléas e Mélisande emergono da un angusto anfratto di roccia nella caverna marina, dove scoprono i tre clochard addormentati (che noi però non vediamo).

Atto III. Mélisande canta la sua filastrocca affacciata ad un’apertura circolare posta alla sommità di un muraglione. Da essa scorre verso terra un liquido fiume di… capelli.  

Nella scena del sotterraneo, Golaud è sul pavimento, mentre Pelléas è appeso come un salame a 10 metri di altezza. Ovvio che si lamenti e chieda di uscire all’aperto. Cosa che fa… riemergendo da una botola nel tavolato della scena, appeso ad un provvidenziale cavo.

A questo punto (quarta scena) l’ambientazione cromatica passa improvvisamente al rosso-sangue. Su un grande pannello, per ora steso sul pavimento (e recante manichini sdraiati che rappresentano padre e figlio) Golaud e Yniold sono protagonisti dell’azione investigativa a danno di Pelléas-Mélisande. I due si sdraiano a loro volta sul pannello (Golaud più in basso, Yniold più in alto) e subito il pannello si muove, portandosi lentamente quasi in verticale, a simulare l’osservazione che il piccolo fa (da lontano, guardando verso la sala) dell’interno della camera dei due fedifraghi. E così si va… all’intervallo.   

Atto IV. Arkel incorona Mélisande come futura Regina, vestendola della tunica e del copricapo consoni al ruolo.

Golaud la pensa diversamente e strapazza la moglie, mimando la scena della croce (ottenuta secondo il testo originale sbattendo a destra e manca, avanti e indietro il corpo della malcapitata presa per i capelli) con l’agitare una lunga sciarpa strappata alla neo-regina!

Dopo il siparietto di Yniold con i greggi, ecco un nuovo, clamoroso cambio di ambientazione cromatica: per l’incontro notturno fra i due innamorati, tutto bianco abbacinante! E i due si acconciano come attori di commedia dell’arte (tipo Arlecchino-Colombina): berretti a cono, volti spalmati di candido cerone, mandolino per lui e flauto per lei. Qui Castellucci ottiene un effetto… effettivamente notevole: Golaud entra in questa scena solare da destra e, avanzando verso i due abbracciati, per infilzare Pelléas, si trascina dietro… l’oscurità più totale!  

Atto V. Qui Castellucci ha proprio esagerato in… simbolismo! In scena vengono portate grandi teche da museo: alcune contengono oggetti che rimandano a Mélisande (corone, collane… niente anelli) e una, la più grande, accoglie il corpo della morente protagonista.

Arkel le reca la piccola neonata, che però è rappresentata da un bambolotto tutto… nero! [Dobbiamo scoprire così la vera storia passata della povera Mélisande?] Dopo averlo tenuto un po’ sul petto, il bambolotto viene ripreso da Arkel e lascia macabre tracce sulle vesti della poveretta, per essere poi deposto su un giaciglio tipo… mangiatoia con scheletro di pesce.

Alti pannelli-stendardi, recanti la lettera V (Verité?) vengono stesi al suolo, come pesanti lapidi e il sipario cala.

Che dire? Che poteva andarci peggio?      

___
Quanto a Maxime Pascal, il 40enne direttore possiede una ormai lunga esperienza in quest’opera, esperienza che lo ha sorretto nel difficile compito di valorizzare l’ostica partitura di Debussy. Tempi sempre tesi e dinamiche appropriate (debussyiane possiamo dire…) salvo un eccesso di frastuono proprio nella scena di Yniold del quarto atto, dove la vocina della bravissima Allegra Maifredi è stata abbastanza penalizzata.

Premesso che il giudizio sugli interpreti, in un’opera come questa, non può per definizione comportare parametri identici a quelli che si applicano agli standard del melodramma tradizionale e del belcanto (qui è il declamato, sfociante spesso nello Sprechgesang, a tener banco) mi pare di poter dire che siano da promuovere tutte le voci principali (adulte…) del cast: a cominciare da Sara Blanch e Bernard Richter (apprezzabili interpreti dell’amore proibito). Simon Keenlyside è stato un autorevole Golaud (per i miei gusti avrei preferito un baritono più… leggero). Così come il Re Arkel di John Relyea, voce fin troppo autoritaria per questo ruolo di vecchio e caritatevole sovrano.

Apprezzabili le prestazioni di Marie-Nicole Lemieux (Géneviève) e quelle degli accademici Zhibin Zhang e Geunhwa Lee (rispettivamente medico e pastore). Come anticipato, splendida la voce bianca Allegra Maifredi a dar vita al personaggio del piccolo Yniold.

Giorgio Martano ha guidato il Coro, che ha nell’opera un ruolo davvero microscopico (fuori scena, 2+2+2+2+2 battute di canto e 2 battute a bocca chiusa) anche se utile a creare l’atmosfera della nave in partenza, nella terza scena del primo atto.

___
Al tirar delle somme, direi che questa nuova impresa scaligera sia da elogiare incondizionatamente, come ha fatto il pubblico (teatro praticamente esaurito e isolate defezioni nell’intervallo) tributando lunghi minuti di applausi e ovazioni all’intera compagnia, nessuno escluso.

Qui la registrazione audio di RAI-Playsound.


20 aprile, 2026

Torna alla Scala il Debussy operista.

Dopo 21 anni, torna alla Scala l’unica (di fatto) opera di Claude Debussy, Pelléas et Mélisande, affidata alla coppia Maxime Pascal / Romeo Castellucci.

Il soggetto simbolista di Maeterlinck, a dir poco bizzarro, e la musica di Debussy, tacciabile di eccesivo cerebralismo, rendono l’opera – che pure nasce ancora nell’800, ben prima delle rivoluzioni atonali e seriali (Schönberg&C) del ‘900 - piuttosto difficile da metabolizzare.     

Da Pascal (qui una sua apprezzabile interpretazione del 2016) ci aspettiamo grandi cose. Da Castellucci… speriamo bene.

Ripropongo qui un mio compendio sull’opera, che spazia dall’analisi delle differenze fra il testo originale del letterato belga e il libretto di Debussy, ai diversi interrogativi che l’approccio simbolista fa nascere, alle caratteristiche musicali dell’opera e infine all’elencazione dei motivi musicali ricorrenti, come individuati da Maurice Emmanuel.

 

02 aprile, 2026

Alla Scala è tornata la Turandot dei centenari.

A nemmeno due anni di distanza (25 giugno ’24) la Turandot targata Livermore è tornata al Piermarini: allora si trattava della ricorrenza dei 100 anni dalla morte di Puccini, oggi di quella di un secolo dalla prima assoluta, diretta, proprio qui alla Scala, da Toscanini.

Da quando i completamenti del finale si sono moltiplicati (dopo quello originale di Alfano-Toscanini) la curiosità che desta ogni volta l’offerta di questo estremo lascito pucciniano riguarda appunto la conclusione, che l’Autore non fece in tempo (ma probabilmente non riuscì proprio, per quanti sforzi avesse fatto) a comporre. Quindi ci si domanda se verrà proposta quella di Alfano (1 o 2?) o quella di Berio o altre importate dall’estero. La Scala, salvo alla prima di Toscanini (interrotta dopo la scena della morte di Liù) aveva sempre presentato la versione Alfano 2 (risultato di emendamenti e tagli operati da Toscanini alla 1). Poi, nel 2015, ci aveva propinato la versione Berio per tornare, nel ’24, a quella di Alfano, che viene comprensibilmente riproposta anche in questa stagione.

Sulle problematiche connesse al finale ho già riassunto la mia opinione e non sto qui a ripeterla… anzi no, la ripeto: chiudere l’opera come la chiuse Toscanini alla prima! E ieri la Scala, nel centenario di quella prima, ha perso proprio questa ghiotta occasione: salvo la rinuncia alla fiaccolata (sulla scena e in teatro) in omaggio a Puccini, la rappresentazione è continuata proprio come due anni orsono.

Fra l’altro anche l’accuratezza dell’edizione del libretto lascia assai a desiderare: nel 2024 sia il testo pubblicato sul sito web che quello incluso nel programma di sala cartaceo contenevano un marchiano errore, proprio relativo alla versione del finale, laddove si leggeva - sulla copertina e nella nota a piè della pagina incriminata (passaggio da Puccini ad Alfano) - trattarsi della versione Alfano, mentre il contenuto era quello della versione Berio (2015). Quest’anno il libretto sul sito web è ancora quello errato del 2024, mentre nel programma di sala cartaceo è stata inclusa (cosa in sé interessante) la copia fotostatica del libretto pubblicato da Ricordi proprio in occasione della prima del 1926. Che però presenta a sua volta alcune (magari piccole) differenze da quello cantato, allora e oggi… 

___ 
Sull’allestimento mi limito a rimandare il lettore ai miei commenti di allora, confermando quanto di buono avevo trovato in questa regia, che non è per nulla… invecchiata.

Note più che discrete anche dal fronte dei suoni.

Nicola Luisotti ha guidato un’Orchestra in gran forma, tenendo tempi mediamente spediti, senza cadute di tensione, e dinamiche ben calibrate a sottolineare le tante sfaccettature (dal tragico al comico, dal patetico al grottesco) che costellano questa difficile partitura.

Sempre di alto livello la prestazione del Coro di Alberto Malazzi, che in queste occasioni può dispiegare al meglio la sua capacità di dare vita ai più diversi atteggiamenti del popolo, che ha un ruolo prominente in quest’opera.

Buone o ottime notizie dalle voci, a partire da quelle delle due donne protagoniste del dramma, così abissalmente diverse per natura e sentimenti: mii unisco al pubblico nel citare per prima Mariangela Sicilia, una Liù invero eccellente per emissione dei suoni e per qualità attoriali. Insieme a lei ha trionfato Anna Pirozzi, una Turandot proprio cattiva (anche fin troppo, dopo lo… sgelamento): voce imponente, penetrante e senza la minima sbavatura.

Roberto Alagna (che finalmente tornava a recitare Calaf, dopo aver dovuto disertare le sue recite previste nel 2024…) ha mostrato qualche (inevitabile?) appannamento dell’emissione, ma ha saputo sopperirvi con mestiere e il pubblico ha accolto positivamente la sua prestazione.

Riccardo Zanellato ha proficuamente messo la sua lunga esperienza al servizio del patetico personaggio di Timur, mentre Gregory Bonfatti ha onestamente impersonato l’Imperatore, che Livermore trasforma in un ospite di RSA (d’altronde ha vita millenaria…)

Più che onorevoli le prestazioni dei tre P (Biagio Pizzuti - Paolo Antognetti - Francesco Pittari) e dignitose quelle del Mandarino Alberto Petricca e delle due Ancelle Silvia Spruzzola e Vittoria Vimercati, superstiti del 2024 come Haiyang Guo (che canta ben due note!)

Pubblico (da tutto-esaurito) assai prodigo di applausi e ovazioni per tutti, compreso il team registico, la cui guida è stata da Livermore ceduta per l’occasione a Laura Galmarini.


16 marzo, 2026

Alla Scala esaurita la doppia razione di Ring.

Ieri sera è calato l’ultimo sipario sulle 8 recite del Ring scaligero di McVicar/Young-SoddyGiustificabile il tripudio che il pubblico ha tributato con regolarità (ma con diverse punte di calore) a tutte le rappresentazioni e in particolare ai due conclusivi Götterdämmerung.

In generale va apprezzato lo sforzo che il Teatro ha fatto per allestire questa proposta artistica, che rimane un unicum nel panorama del teatro musicale. A maggior ragione considerando alcuni scherzi del destino che ne hanno condizionato la vita: a partire dal caso-Thielemann con conseguente scelta bifronte (pro-e-contro) delle due Direzioni musicali, per finire con i (fisiologici?) contrattempi legati ad improvvise indisposizioni di interpreti di rilievo.

Della regia di McVicar avevo già dato un giudizio benevolo, riconoscendole (in mancanza di altri…) almeno il merito di non aver stravolto l’essenza di questo monumento dell’Arte, tenendo un approccio furbescamente in equilibrio fra opposti eccessi: la puerile e rinunciataria fedeltà alla lettera delle indicazioni didascaliche e le ardite (e normalmente fuorvianti e deleterie) interpretazioni troppo ideologicamente caratterizzate.

Il livello tecnico complessivo delle prestazioni canore, a mio modestissimo avviso, non è andato al di là di una ampia sufficienza: diciamo il famoso (o famigerato) settepiù… Che ovviamente è una media del pollo fra punte di eccellenza (Volle, finchè ha… resistito, i sempre impeccabili Nylund-Vogt e la sorprendente Vida Miknevičiūtė) e l’onesta e navigata professionalità degli altri interpreti (qui citerò in positivo il Wotan dell’ultimo arrivato Derek Welton).

Stesso discorso per la Direzione musicale, la cui matrice di fondo era la stessa, data la precedente consuetudine del duo Young-Soddy a lavorare insieme sul soggetto, il che non ha ovviamente impedito l’emergere, allo stato pratico, di differenze peraltro non abissali. E l’accoglienza del pubblico – e degli stessi orchestrali - in effetti non ha poi fatto molta differenza fra i due, entrambi osannati in egual misura.

Quanto all’Orchestra, è stata spesso censurabile nella sezione ottoni (corni in particolare, che in questo Wagner sono fondamentali) caratterizzata da svarioni dei singoli ma soprattutto (e qui c’è per forza lo zampino del podio) da un precario amalgama (il Preludio del Rheingold ne ha fatto regolarmente le spese…) e da una costante invadenza sulle altre sezioni (non parliamo delle povere arpe, che avrebbero dovuto essere 12 per far fronte al fracasso che le inondava arrivando dai dirimpettai in buca…) e non di rado anche sulle stesse voci. A compensare questi aspetti critici le eccellenti prestazioni di archi, legni e percussioni. Meritato quindi l’apprezzamento complessivo, culminato nell’uscita finale di tutti sul palco (come era accaduto con Soddy il 1° febbraio).

A proposito di legni, nel secondo intervallo della Walküre dell’11, il Soprintendente Ortombina è comparso al proscenio non per annunciare qualche rogna improvvisa ma per chiedere al pubblico, in lingua inglese, una stending ovescion per uno storico musicista che quella sera concludeva, dopo 43 anni, la sua luminosa carriera in Orchestra: il mitico clarinettista Fabrizio Meloni!

Detto questo, non mi pento certo dell’investimento fatto: il Ring è un tale dono-di-dio/dramma-e-delizia (notare la Stabreim!) che continua a stupire e ad emozionare ad ogni nuovo incontro. Quindi… W Wagner e W la Scala


27 febbraio, 2026

Alla Scala sta per tornare il Ring a ciclo continuo.

A distanza di quasi 13 anni (giugno 2013, Barenboim-Cassiers) la Scala ripropone due interi cicli del Ring nelle due settimane comprese fra le domeniche del primo e del 15 marzo. Questa volta i Direttori sono due, quelli che già si sono divisi le recite del Ring-a-rate: Alexander Soddy (primo ciclo) e Simone Young (secondo). Ovviamente la firma della messinscena è unica: David McVicar.

Chi ha seguito (a partire dal 2024) le recite singole conosce pregi (pochi?) e difetti (tanti?) della regìa. Quanto al cast, non è cambiato molto, salvo… l’età anagrafica dei cantanti!

Quindi prepariamoci all’evento con ragionevole fiducia, ma senza esorbitanti pretese. Piuttosto (parlo soprattutto a chi va a teatro con approccio passivo e senza almeno un minimo di preparazione): fare qualche compitino a casa per evitare… reazioni-di-rigetto!


18 febbraio, 2026

Il nuovo Ring della Scala.

Oggi pomeriggio la Scala ha ospitato, nel foyer Toscanini, un simpatico incontro sul prossimo duplice Ring, incontro guidato dal Soprintendente Ortombina, con la partecipazione dei due Direttori d’orchestra e del Presidente dell’Associazione Wagneriana di Milano, Marco Targa.

L’annuncio sul sito deve aver scoraggiato molti non fluenti in lingua albionica a disertare, ma per fortuna l’incontro si è tenuto – a sala comunque gremita - nella lingua del dolce stil novo, che anche i due Direttori di madrelingua albionica hanno mostrato di padroneggiare a sufficienza.

Una piacevole chiacchierata, fra storici ricordi, biografie parallele dei due Direttori e battute salaci sul tema Wagner-vs-Verdi. E ovviamente un pizzico di sano sovranismo che non guasta mai.

Ma l’annuncio clamoroso (purtroppo relegato solo alla terza pagina di copertina del numero speciale della Rivista del Teatro, distribuita ai presenti) è la rivoluzionaria impaginazione del Ring:


02 febbraio, 2026

La terza e conclusiva giornata del Ring di McVicar alla Scala.

Ieri abbiamo assistito alla prima rappresentazione dell’ultima tappa della produzione a-spizzichi-e-bocconi (iniziata nella stagione 2023-24!) del Ring, in preparazione al doppio tour-de-force del prossimo mese, quando l’intero ciclo verrà eseguito per due volte (1-7 e 10-15).

Götterdämmerung è in effetti una summa-nibelungica, dove tutti i nodi dell’immane dramma vengono al pettine, e dove, per conseguenza musicale, tutti i principali Leitmotiv nati a cresciuti nelle tre precedenti tappe tornano a farsi sentire, magari opportunamente rivisti e invecchiati, insieme ai nuovi che udiamo per la prima volta. In effetti questa era già dalle origini la struttura della Siegfrieds Tod, un GrandOpéra concepito da Wagner a partire dal suo Nibelungen-Mythus ben prima dell’idea stessa del Ring, del quale divenne poi – con le necessarie od opportune modifiche, e non senza qualche incongruenza - l’atto conclusivo.

Sappiamo che questo Ring a puntate era nato con un unico genitore (Christian Thielemann) ma che poi è stato affidato, per sopraggiunte cause di forza maggiore, a genitore-1 (Simone Young, dotata di pedigree bayreuthiano) e genitore-2 (Alexander Soddy, suo fedele discepolo, almeno sulla carta).

Ebbene, sia oggi che per i due cicli completi di marzo, il primo a scendere in campo è stato e sarà invece Soddy; ciascuno può dare la sua risposta in fatto di implicazioni: per il pubblico, dal punto vista del risultato, e per orchestra, cantanti e regìa da quello della preparazione.

Il cast (come l’orchestra, per fortuna?) invece non cambia con il Kapellmeister, ma anche questo non è detto sia necessariamente un bene, se i due Direttori avessero visioni non proprio collimanti sull’interpretazione. Mah, su ciò bisognerebbe interpellare i diretti interessati.

Personalmente sentivo Soddy per la prima volta in questo Wagner e devo dire che il suo approccio generale (stacco dei tempi) mi è parso corretto. Molto ci sarà invece da registrare meglio nell’orchestra, in particolare nella sezione ottoni, prevaricante nel volume di suono che ha penalizzato le voci (la buca della Scala non è l’Orchestergraben di Bayreuth…) e ancora lontana da un calibrato amalgama (rapporti fra i corni e gli strumenti più gravi). Alla fine, Soddy ha portato tutti sul palco per un comunque meritato applauso vis-à-vis con il pubblico.

Il coro di Malazzi ha reso al meglio le sguaiatezze wagneriane (una programmatica parodia dissacrante della moda grand-opéra parigina) della terza scena del second’atto e per questo si merita un encomio.

Le voci (al netto delle citate difficoltà legate al frequente debordare degli strumenti) hanno presentato alti e bassi: le protagoniste tutte all’altezza: a partire dall’inossidabile Nina Stemme (una Waltraute perfetta). Poi la Nylund, che nel ruolo della protagonista garantisce sempre un alto livello di prestazione. Così come la Olga Bezsmertna, un’efficace Gutrune e, prima, una solida Norna-3, affiancata dignitosamente dalle altre due Norne Christa Mayer (1) e Szilvia Vörös (2). Bene anche le tre ninfe, Woglinde (Lea-ann Dunbar) Wellgunde (Svetlina Stoyanova) e Flosshilde (Virginie Verrez).

I maschietti così-così. Basti dire che il migliore è stato Johannes Martin Kränzle, un Alberich perfetto nella sua comunque ristretta apparizione. Di Vogt è ormai inutile ricordare che non ha la voce che ci si aspetterebbe (a torto o a ragione) dal ruolo, e ieri non mi è nemmeno parso in perfetta forma. Il Gunther di Russel Braun appena appena passabile, voce davvero anonima, proprio come il personaggio, ma anche i personaggi anonimi dovrebbero avere una voce adeguata… Purtroppo (per me) deludente, rispetto a precedenti apparizioni, Günther Groissböck, che impersona il bieco Hagen: ma se il personaggio è un cattivone, non per questo la voce che lo supporta deve essere… ehm, cattivona!

In ogni caso il pubblico (parecchi vuoti nei palchi) ha accolto tutti con benevolenza.

___
La messinscena di McVicar ha ricalcato quelle dei tre drammi precedenti: approccio abbastanza minimalista: la tana di Brünnhilde esternamente ha il profilo di Erda, poi ruota per mostrarne l’apertura; le manone già comparse nel Rheingold tornano qui piuttosto malconce (dato il passar del tempo); i due cavalli sono impersonati da un figurante su trampoli da atleti paralimpici; la reggia di Gibichheim ha la giusta dose di Kitsch, e insomma siamo in zona neutra fra le corna vichinghe e i cappelli a cilindro…

Segnalerò un paio di trovate proprio nell’ultimissima scena del cosmico sfacelo: a prostrarsi sul cadavere di Siegfried arrivano i suoi diretti congiunti (Siegmund&Sieglinde più Wotan); poi lo stesso Wotan rotola rovinosamente giù da uno scalone del Wahlall in fiamme (la letterale caduta degli dèi…) e infine ricompare, a simboleggiare l’Oro, il figurante già visto nella prima scena del Rheingold. Qui però viene raggiunto da… Alberich! La trovata (non nuova per la verità) è almeno plausibile, chè Wagner non ci notifica la scomparsa del nano, e del resto tutti i mondi susseguitisi nelle ere geologiche a quello di Wotan (incluso quello in cui viviamo noi oggi) sono stati e sono popolati da torme di Alberich, frustrati sul piano degli affetti e quindi assatanati per ricchezza e potere.

Come per le precedenti opere, sonori buh a tutto il team registico.

Ecco, adesso non ci resta (parlo per gli inguaribili wagneriti…) che trangugiare a marzo (una sola o magari due volte di fila) l’intera mappazza nibelungica!