La
Carmen co-prodotta dalla
Scala con ROH e Teatro Real ha debuttato ieri al Piermarini con buon successo
di pubblico, che ha diversamente premiato i protagonisti dello spettacolo:
Musikanten (sotto la nuova – ma ampiamente collaudata - guida di Myung-Whun
Chung) e Regisseurs (Damiano Michieletto&C, ormai
stabilmente collaboranti con il Teatro, dove il prossimo SantAmbrogio ci
proporranno la loro visione del MorodiVenezia).
[Prima dell’inizio, una multicolore pioggia di volantini è caduta dalla seconda galleria, per protestare contro la nuova politica di prezzi del Teatro.]
Spettacolo ampiamente noto a molti (e soprattutto alla critica, almeno per quanto riguarda l’allestimento) essendo già andato in scena (e irradiato in sale cinematografiche) nel ’24 e ‘25 a Londra e, fra il ’25 e il ’26, a Madrid.
E
l’allestimento, appunto, ha confermato pregi (e qualche difetto) emersi da
quelle precedenti esperienze. Va detto subito: spettacolo (basato sulla drammaturgia
di Elisa Zaninotto) che personalmente ritengo non si presti a
stroncature, scandali o strappamenti di vesti (come in passato è talvolta
accaduto a qualche proposta michielettiana…) ma che parte del pubblico ha
invece contestato, fra i consensi dei più….
Una Carmen (scene di Paolo Fantin, costumi di Carla Teti e luci di Alessandro Carletti) collocata in qualche posto sperduto, più simile forse al FarWest che alla Capitale andalusa e ai suoi dintorni, il che rende abbastanza problematico rappresentarci con realismo scene di vita squisitamente metropolitana, caratterizzate da gente che passeggia e da frotte di ragazzini che scorrazzano, seguendo colonne di militari, per vie e piazze di una grande città.
Si può quindi immaginare (ma in realtà è lo stesso regista che lo dichiara apertamente…) che siffatta ambientazione intenda mettere al centro e ad enfatizzare (introspezione psicologica) soprattutto il lato, per così dire, freudiano del soggetto, spostando decisamente in secondo piano quello più prosaico e disimpegnato, che tuttavia è programmaticamente alla base di un’opéra comique, quale Carmen è nata.
E ciò rischia di compromettere appunto una delle caratteristiche peculiari del soggetto: lo stridente contrasto fra l’ambiente sereno (e magari irresponsabile) della grande città e i drammi personali che vi possono maturare, precisamente come accade ai giorni nostri…
Drammi che nella messinscena di Michieletto sembrano essere invece provocati proprio dall’ambiente esterno, piuttosto inospitale, claustrofobico e alienante. Ciò (con l’aggiunta dell’angosciante presenza fin dall’inizio della figura della madre di Josè) toglie al soggetto anche quella peculiare caratteristica di un iniziale scenario da operetta che via via e lentamente degrada verso la tragedia.
Peccato,
perché la caratterizzazione dei protagonisti (e della rispettiva psicologia) mi
è parsa perfettamente centrata… ma allora sorge la domanda: perché concentrarsi
solo su questo versante dell’opera, e rinunciare al resto? Trasformando Carmen
in un soggetto troppo verista e più vicino del dovuto a quello di Mérimée?
Per
il resto, qualche trovata più o meno discutibile: cito la Micaëla che trafuga
una mitraglietta ai banditi per farsi largo verso José; e l’uccisione di Carmen
per strangolamento, ben più… lunga rispetto ad una coltellata al cuore. Della
serie: eccovi qualcosa di mai visto…
Ma, in definitiva, nulla di disturbante più di tanto, ecco. Per il resto si confermano alcune critiche mosse in passato a questa produzione. Critiche che in parte Michieletto deve aver ascoltato e (convintamente o per quieto vivere?) condiviso. Cito per prima la riduzione della presenza della madre di José a soli quattro casi, distribuiti lungo l’opera: inizio, con presentazione delle carte, fra cui la morte; poi all’entrata di Carmen, sempre la carta mortifera mostrata alla gitana; ancora la presenza alla fine del second’atto, per anticipare ciò che avverrà di lì a poco; e infine ad assistere al compimento dell’opera… Una specie di menagramo che evoca – e prevede, e si augura e si adopera per – la morte di quella zoccola che le vuol rovinare il figlio.
E poi Michieletto ha rinunciato a far sfilare i bambini – a mo’ di segnatempo - al proscenio durante gli Entr’acte, cosa che era stata quasi unanimemente stigmatizzata.
Un’ultima osservazione sul nuovo libretto dell’opera, pubblicato anche in rete: il frontespizio reca la dicitura Proprietà fondazione Teatro alla Scala, che sostituisce la precedente (Edizione Schott, rappresentanza Sonzogno). Manca l’indicazione, presente in passato, delle parti tagliate. Ebbene, all’interno del testo, senza alcun segno distintivo particolare, compare anche il N°2, Scena e Pantomima (quella del vecchio riccastro con moglie bella, giovane e dotata di… amante) che anche qui è – come nel 99% delle produzioni – bellamente cassata.
I
Cori (di Alberto Malazzi e Brunella Clerici) pur piuttosto
sacrificati, come presenza scenica, dall’approccio registico, hanno tenuto fede
alla fama che li circonda.
Cast assai ben equilibrato, magari senza picchi di eccellenza assoluta, ma anche senza evidenti punti deboli.
Clémentine Margaine è una Carmen cui si può al massimo rimproverare (ehm) il volume del… corpo, non certo quello della voce, che non è solo potente, ma anche ben gestita in tutta la gamma e in tutte le sfumature di espressione, che in questo personaggio davvero abbondano. Impeccabili le sue uscite solistiche, come quelle in terzetto, quintetto e, ovviamente, negli incontri-scontri con José. Calorosa per lei l’accoglienza del pubblico.
Il quale Josè è un validissimo e solidissimo Vittorio Grigolo. Magari un po’ trattenuto e attento a non commettere scivoloni, ma decisamente in pieno controllo del personaggio, efficace negli accenti patetici come in quelli ingenui e nella finale perdita di controllo. Per lui meritati applausi e ovazioni.
Bella sorpresa (almeno per me) la Micaëla di Natalia Tanasii, voce corposa e svettante, magari più impacciata del dovuto a livello scenico (ma qui va tirato in ballo il regista) e invece assai coinvolgente nel dipingere questo personaggio solo apparentemente modesto e meschinello, in realtà capace di tirar fuori coraggio e determinazione (fin troppa, stando al regista…)
Dignitosa, anche se non proprio da eccellenza assoluta, la prestazione di Giorgi Manoshvili, un Escamillo di tutto rispetto. Personalmente lo avevo sentito solo un paio di volte al ROF e ne avevo avuto una discreta impressione: anche qui ha mostrato un mezzo potente, con qualche eccessiva cavernosità di emissione.
Sarah Dufresne (Frasquita) e Marine Chagnon (Mercédès) hanno svolto bene il loro compito, supportando al meglio Carmen nelle scene chez Lillas Pastia come in quella delle carte. Darei un + in più alla seconda.
Simone Del Savio (un Moralès piuttosto greve nell’espressione) e Xhieldo Hyseni (Zunìga) così come Pierre Doyen (Le Dancaïre) e Loïc Félix (Remendado) hanno degnamente completato la squadra.



