spremute

da meloni a... limone! 

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07 marzo, 2026

Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26.15 – vanSteen-Bohren.

Ancora un concerto di impaginazione insolita (a dispetto della macro-struttura tradizionalmente tripartita) per l’Orchestra Sinfonica di Milano. Lo dirige il 70enne olandese Jac vanSteen accompagnato, per il brano solistico, dal 38enne violinista elvetico Sebastian Bohren.

I primi due brani in programma sono apparentati da un qualche legame… arboreo: il breve passo wagneriano dal Siegfried (cosiddetto Waldweben, letteralmente il muoversi della foresta, noto anche come Incantesimo della foresta) e L’albero dei sogni di Dutillieux.

Il primo era appena risuonato (giovedi sera) alla Scala nell’ambito del primo ciclo del Ring, accompagnando il fantasticare di Siegfried sulla madre e sulla femmina-umana

Ascoltandolo fuori dal contesto se ne ricava sempre (parlo per chi conosce questa musica come componente di un corpo immensamente più grande) una sensazione di generica gradevolezza accompagnata però da in senso di rimpianto per tutto ciò che la precede e la segue (e poi mancano le voci…) ma va bene così, sperando che almeno serva ad avvicinare nuovi adepti al mondo wagneriano.

Il secondo fu composto una quarantina d’anni fa da un Henri Dutilleux rimasto incantato dalla contemplazione di grandi alberi che sviluppano le loro fronde, così come la musica è in grado di sviluppare temi e motivi per successive germinazioni. Ne uscì un Concerto per violino e orchestra (non per nulla dedicato al sommo Isaac Stern) in quattro movimenti, con tre Interludi di separazione/collegamento (analogamente a quanto fatto per il Concerto per violoncello dedicato a Rostropovich).

Qui una dotta esegesi dell’opera e della figura di Dutilleux, a cura di Carlo Boccadoro.

È un’opera nata dopo la temperie post-bellica che aveva avuto il suo centro a Darmstadt, ma sembra quasi composta ai tempi della prima (non della seconda) guerra mondiale, quando la musica occidentale si dibatteva nella crisi del tardo-romanticismo e ancora la rivoluzione della serialità non aveva preso piede.  

Primo movimento. Librement. Dopo l’inizio lento, protagonista il violino, accompagnato da pesanti risposte dell’orchestra, subentrano passaggi più agili, caratterizzati da figurazioni agitate del violino cui l’orchestra risponde sempre più aggressivamente, fino a creare un climax che poi sfocia direttamente nel primo…

Interludio: aperto da una breve e concitata figurazione del clarinetto, subito seguita da interventi di glockenspiel, vibrafono, arpa e pianoforte a creare un’atmosfera tipica di un carillon. Ancora il clarinetto guida il progressivo ingresso dei fiati e poi dell’intera orchestra che si anima sempre di più, fino all’entrata del violino che, in tempo Largo attacca con figurazioni dapprima in corda doppia e poi si libra in rapidi svolazzi di semicrome e biscrome. Il solista mantiene ancora il centro dell’attenzione con puntillistici passaggi in pizzicato e trillo, fino alla fine dell’Interludio, il cui tempo, ora fattosi Vivo, introduce il…

Secondo movimento. Vif. È caratterizzato da una continua verve che accompagna il filo del discorso tenuto dal violino solista con interventi ora moderati, ora impertinenti delle diverse sezioni dell’orchestra, in un’atmosfera sempre più incandescente. Arriva quindi un nuovo…

Interludio. È l’orchestra a farla da padrona, con continue folate di suono, protagonisti a turno i fiati e gli archi supportati da percussioni e tastiere. Il solista fa la sua comparsa allo spegnersi dei fiati prima e degli archi dopo, avviando la conclusione dell’Interludio in Presto, con stretti ondeggiamenti ed una breve cadenza chiusa da un’altra serie di trilli. È ancora il clarinetto a preparare il passaggio al…  

Terzo movimento. Lent. È incardinato sul delicato dialogo fra il violino solista e l’oboe d’amore, supportato con discrezione dall’orchestra, che si fa più densa nel suono solo verso la fine, in vista del nuovo…

Interludio. Lo introduce ancora il clarinetto, subito seguito dall’oboe. A questo punto segue una fase in cui gli strumentisti eseguono un passaggio di vera e propria accordatura, proprio come quando si preparano ad iniziare il concerto. Ciò serve ad introdurre il…

Quarto movimento. Large et animé. È un finale in cui il violino solista la fa da padrone, spalleggiato a dovere da tutta l’orchestra, che lo accompagna verso un’oasi di respiro e poi fino ad un’autentica apoteosi.

Ecco… è una musica certamente non facile da capire e di non immediata presa sull’orecchio, ma devo dire che Bohren e vanSteen ce ne hanno fatto apprezzare l’inventiva e l’originalità, raccogliendo meritati applausi dal non oceanico pubblico che ieri abitava l’Auditorium.

Come ringraziamento Bohren chiama ad affiancarlo la spalla Dellingshausen e con lui ci delizia con il 24° dei 34 duetti per violini di Luciano Berio, intitolato ad Aldo (Bennici) che cita la melodia popolare siciliana E si fussi pisci. Poi Sebastian invita tutti a tornare domenica! 

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Ha chiuso la serata Igor Stravinski con la versione 1947 della Suite da Petruška. [Qui poche righe introduttive su questo brano, che laVerdi ha eseguito spesso e volentieri.]

VanSteen – Direttore navigato e di solida preparazione - l’ha diretta con grande autorevolezza, gesto ampio ma mai eccessivo, e l’accoglienza è stata davvero calorosa, per lui e soprattutto per i ragazzi che si sono davvero superati in questa impervia partitura.

Chi fosse interessato alla registrazione e al commento dell’inossidabile Gaia Varon, collegata con Bossini, può seguirla su RayplaySound.


21 febbraio, 2026

Orchestra Sinfonica di Milano – 25-26.13 – Il balletto secondo Tjeknavorian.

Riecco il pimpante e sempre sorridente (nonostante l’annunciata indisposizione, forse una bronchitella…) Tjek sul podio dell’Auditorium, per offrirci un corposo concerto prevalentemente basato su musiche di balletto.   

Il Direttore Musicale, nato a Vienna, ma da genitori di origini armene (come lascia trasparire la desinenza del suo cognome) ha aperto la serata con il più famoso compositore… armeno, Aram Kachaturian, del quale ha assemblato una personale collezione di brani dal balletto Gayane.

Musica composta in piena WWII - in quel di Perm, Siberia (oggi domicilio artistico di Theodor Currentzis) dove molti intellettuali sovietici erano stati deportati trasferiti per ragioni di sicurezza - impiegando buona parte di quella che l’Autore aveva già composto anni prima per un balletto intitolato Felicità. A latere, seguendo una prassi consolidata, Kachaturian non mancò di predisporre ben tre Suite, a partire da alcuni numeri del balletto. Balletto poi completamente rivisto e ristrutturato – da 4 a 3 atti, musica inclusa - negli anni ’50 e definitivamente consolidato nel ’57 a Mosca. 

Il Tjek ci ha proposto sette numeri estrapolati dalla prima (5) e dalla terza (2) Suite, mettendo al primo posto proprio il brano più universalmente famoso ed eseguito, la Danza delle Sciabole, perfettamente funzionale ad eccitare l’attenzione del pubblico (e agli ultimi spettatori di prender posto…) 

Tjeknavorian
Suite/numero
Balletto: atto/numero
Danza delle Sciabole
3/5
III/49
Danza dei giovani montanari
3/2
III/38
Danza delle giovani fanciulle delle rose
1/2
II/18
Risveglio e danza di Aisha
1/3
I/13
Danza dei montanari
 1/4
III/37
Ninnananna (Aisha e Gayane)
1/5
II/24
Lezginka
1/8
I/7

Il flusso puramente musicale proposto dal Tjek (che prescinde dalla trama del balletto) dopo l’infernale danza iniziale ci propone ancora un brano caratterizzato da un ritornello veloce alternato ad oasi di calma; quindi una graziosa danza, leggera e spigliata; poi un lungo e sognante intermezzo; seguito da una breve parentesi mossa e nervosa; che introduce un'altra lunga oasi di malinconica tranquillità, appena increspata da qualche guizzo dei legni, prima di sfumare in lontananza; per chiudere infine con un’altra danza indiavolata, che ci riporta all’atmosfera dell’inizio della Suite.    
   
Esecuzione trascinante, accolta dal pubblico – che ormai riempie sempre l’Auditorium – con gran calore. 
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Il secondo brano in programma è un Concerto per orchestra. Questo genere di composizione è curiosamente nato negli USA, dove annovera due dei principali esemplari esistenti al mondo, guarda caso opere di altrettanti compositori ungheresi praticamente coetanei! Quello più famoso ed eseguito, di Bartók (composto nel 1943, su commissione della Boston Symphony) e quello del suo compatriota Kodály Zoltán (nella terra di Attila si mette sempre il cognome in primo piano…) che lo compose tre anni prima (1940, per i 50 anni della Chicago Symphony) presto soppiantato da quello di Bartok in tema di audience.

Ma è proprio quello di Kodály ad essere eseguito qui (credo per la prima volta dall’Orchestra). La caratterizzazione di Concerto si materializza con frequenti interventi di singoli strumenti o di piccoli gruppi (ad esempio due soli violini, viole e celli) che dialogano con altri piccoli gruppi (ad esempio un clarinetto e un fagotto).

Il brano ha una struttura tripartita, con una prima sezione espositiva, nella quale vengono presentati due gruppi tematici: il primo, veloce (Allegro risoluto, 3/4 con alcune battute in 2/4) che nell’incipit ricorda abbastanza scopertamente (piglio e tonalità di RE minore) la terza delle Variazioni su un tema popolare ungherese (Il pavone volò, un lamento per la libertà) composte poco tempo prima:

Ecco poi un secondo gruppo, contrastante, in tempo Largo, 3/2, tonalità FA# minore, con successive modulazioni, protagonisti dapprima un violoncello e poi un clarinetto soli:

Un poderoso climax dell’intera orchestra chiude l’esposizione e porta alla seconda sezione del brano, che possiamo assimilare ad uno sviluppo/ricapitolazione, dove vengono ripresi nello stesso ordine i due gruppi tematici, con numerose variazioni e modulazioni. La coda conclusiva si basa ancora sul primo gruppo tematico, che porta alla secca conclusione in RE minore.

È un brano di grande spessore, che dovrebbe avere più presenza nei programmi delle Orchestre, e bene ha fatto il Direttore Musicale a proporcelo per farcelo apprezzare – grazie alla bravura dei suoi Musikanten - come si merita. Alla fine lui è andato a complimentarsi con tutte le prime parti e con i diversi gruppetti di strumenti che sono protagonisti di questo brano, fra gli osanna del pubblico. 

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Altro balletto e altra Suite: la Seconda da El sombrero de tres picos di Manuel de Falla, commissionato dall’onnipresente Diaghilev e rappresentato per la prima volta a Londra nel 1919. Tratto da una novella di Pedro Antonio de Alarcòn, è una specie di farsa a lieto fine, piena di equivoci, travestimenti e bagni fuori stagione, dove il Corregidor (una specie di Podestà del paesotto) insidia la bella moglie di un mugnaio e fa la fine… che si merita, smerluzzato da tutto il popolo nella notte di San Giovanni.  

Dal balletto De Falla estrasse due Suites, che racchiudono buona parte (circa i 2/3, come tempo di esecuzione) della musica originale. In particolare, vi sono stati esclusi gli interventi del mezzosoprano.

La Suite n°2 comprende tre numeri, tutti provenienti dalla seconda parte del balletto. Il primo è una seguidillaLa danza dei vicini:

Il secondo numero è una farruca, tratto da La danza del mugnaio

Chiude la vorticosa Jota che, in DO maggiore, presenta più volte il tema principale e più famoso del balletto:

Pubblico trascinato all’escandescenza, con grida di bravo/i per tutti. 
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Ha chiuso la serata Igor Stravinski, di cui abbiamo ascoltato l’inflazionata Suite (1919, versione con Berceuse e Finaledal balletto L’Oiseu de Feu, che l’Orchestra ha già eseguito innumerevoli volte (rimando ad un mio precedente scritto che riassume i contenuti delle diverse Suite e tratta di questa in particolare). Questi i numeri della Suite:
 
Suite 1919
Introduzione
1
L’Uccello di Fuoco e sua danza
2
Variazione dell’Uccello di Fuoco
3
Ronda delle Principesse
4
Danza infernale del Re Kastchei
5
Berceuse
6
Finale
7

Il Tjek per tutta la serata ha tenuto le partiture sotto gli occhi, e per questo Stravinski non vi ha distolto gli occhi che per il 20% del tempo: il che, per uno come lui che ha in memoria cosucce come la Nona di Beethoven, è segno di grande serietà e modestia.

Mozzafiato l’attacco degli archi bassi con la grancassa, in un pianissimo ai limiti dell’udibile, un cupo tappeto sul quale sono calati gli spettrali accordi dei tromboni, poi le entrate di clarinetti e fagotti, e infine dei corni, a preparare il terreno per l’arrivo del protagonista. E che dire dell’oboe (di Greci) nella cantabilissima (Rimski-ana) Khorovode. E poi la danza - infernale per davvero – di Kastchei. Per non parlare del finale, con l’abbacinante arcata di accordi delle ultime otto battute.

Travolgente tripudio di folla alla fine.

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L’acciacco che ha colpito il Maestro non deve essere proprio trascurabile, se questa mattina è arrivato l’annuncio che il concerto da camera al Teatro Gerolamo di domenica mattina (tutto Dvořák) è stato rimandato (evidentemente un conto è dirigere, un altro suonare il violino per un’ora filata…) Per ora sembrano invece confermate: l’esecuzione della Suite dell’Oiseau (con Elisabetta Garilli recitante) oggi pomeriggio per i giovani (Crescendo in musica) e la replica di questo concerto, nel pomeriggio di domenica.

Chi fosse interessato al concerto di ieri può sintonizzarsi in web su RAIPlaySound, dove lo si può ascoltare accompagnato dalla cronaca del sempre affabile Oreste Bossini.


01 marzo, 2025

Orchestra Sinfonica di Milano - 24-25.18 – Xian Zhang

Atteso ritorno in Largo Mahler per la Direttrice Emerita dell’Orchestra Sinfonica di Milano, che trascorse qui alcuni anni (09-16) assai particolari della sua carriera: inclusa la nascita del suo secondo figlio, che lei si portò dietro dentro anche sul podio fino all’ultimo giorno!

Il brano di apertura serve precisamente per scaldare l’uditorio per ciò che verrà poi, due composizioni fra loro legate dalla stessa paternità russa: Stravinski e Ciajkovski.

Quindi, ascoltiamo dapprima lOuverture dalle musiche per Die Weihe des Hauses (op.124) che occupa una posizione assai scomoda nel catalogo beethoveniano, stretta com’è nella stritolante tenaglia di Missa (op.123) e Nona (op.125). E sono anche gli anni delle ultime tre sonate pianistiche e delle variazioni Diabelli!

Il titolo del lavoro è stato tradotto in italiano in modo letterale (La consacrazione della casa) il che porta francamente fuori strada chi non sia informato delle circostanze che ne determinarono la composizione. Chiunque infatti penserebbe subito alla casa nell’accezione di dimora e quindi, in senso lato, di famiglia: quindi immaginerebbe che si tratti della solennizzazione della classica benedizione delle famiglie (a pochi verrebbe in mente di pensare all’inaugurazione di una... ditta!)

Invece Haus in crucco (così come House in albionico) è un termine impiegato (anche) per definire i teatri (es.: Royal Opera House, Opernhaus Zürich); ed è proprio l’inaugurazione di un teatro viennese (Theater in der Josefstadt) che fece arrivare a Beethoven la commissione di musiche di scena per il lavoro teatrale che doveva celebrare l’avvenimento. Per risparmiare tempo e fatica Beethoven propose l’impiego de Le Rovine di Atene (altra musica di circostanza composta 11 anni prima per l’inaugurazione di un teatro tedesco a Pest).  

Alla fine Beethoven si risolse di comporre tre nuovi pezzi (da incastrare nelle Rovine) fra i quali la nuova Ouverture (ironia della sorte, non eseguita all’inaugurazione, perché… non pronta!) Per la quale si dice che l’ispirazione estetico-formale sia venuta a Beethoven da Händel, ed in effetti sentiamo atmosfere da pomposità tipiche delle musiche che il tedesco trapiantato in Albione componeva per i Reali di lassù, ma anche un complesso contrappunto che caratterizza il nucleo della composizione.

Dandole però anche un retrogusto di pedanteria fiamminga, tecnicamente ammirevole ma che, unita alla persistente staticità tonale (DO-SOL e nulla più…) e alle dinamiche fin troppo invadenti, rischia di rendercela, in tutta franchezza, un tantino pesantuccia da digerire.

Ovviamente nulla di cui incolpare l’Orchestra, che ha fatto interamente il suo dovere!   

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Il brano centrale della serata è targato Igor Stravinski: si tratta del suo Divertissement dal balletto (non proprio passato alla storia) Le baiser de la fée. Balletto commissionatogli nel 1928 da Ida Rubinstein, che prendeva spunto dalla fiaba di Andersen La vergine dei ghiacci

Per la composizione del quale Stravinski si ispirò apertamente all’Autore dell’opera che chiude la serata: Ciajkovski, al quale la partitura è dedicata:

Nel 1873, proprio lo stesso periodo di creazione della Seconda Sinfonia, Ciajkovski aveva composto, su richiesta del teatro Malyj di Mosca, le musiche di scena (19 numeri per il Prologo e i 4 atti) per la fiaba popolare (messa in versi da Alexander Ostrovski) intitolata La fanciulla di neve. E da queste musiche, e da altre opere giovanili di Ciajkovski, prese spunto Stravinski per il balletto.

Nel 1934 poi Stravinski derivò dall’intero balletto il Divertissement, una specie di Suite che riprende circa il 50% (anche come durata) della musica del balletto:


Balletto
Divertissement
1. Prologo – Ninna-nanna nella tempesta
I. Sinfonia (meno n. 27-39)
2. Una festa al villaggio
II. Danze svizzere (troncato al n. 96)
3. Al mulino –
Passo a due (Entrata-Adagio–Variazione–Coda) –
Scena
III. Scherzo (meno n. 122-130 e 154-155)
IV. Passo a due (Adagio–Variazione–Coda)
(più 14 battute)
4. Epilogo – Berceuse delle dimore eterne
 

Come si vede, c’è un taglio nel Prologo (Sinfonia); un altro al termine della Festa (Danze svizzere); due tagli nella scena Al mulino (Scherzo); il taglio dell’Entrata del Passo a due; un’aggiunta in chiusura del Passo a due per chiudere il Divertissement; omessi quindi la Scena finale del brano 3 e l’intero Epilogo.

Sono 25 minuti di musica accattivante, dello Stravinski che si suol catalogare come neo-classico, ma che qui – grazie ai riferimenti all’amato Ciajkovski – in realtà sconfina ampiamente nel romanticismo. 

Xian però di romantico lascia poco, sottolineando i connotati più jazzistici della partitura, e trascinando il pubblico all’entusiasmo. 

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In chiusura ecco Ciajkovski e la sua Sinfonia n. 2, detta Piccola Russia dal nomignolo (di significato bifronte…) con il quale veniva apostrofata ai suoi tempi l’Ukraina, dove il compositore passò diverse estati e compose proprio questa Sinfonia.

In questo articolo scritto in occasione della precedente esecuzione qui della Sinfonia (sempre con Xian, nel settembre 2014) avevo proposto qualche nota introduttiva di carattere geo-politico sull’Ukraina ai tempi di Ciajkovski, proprio nei giorni in cui il Paese viveva i postumi della crisi (EuroMaidan) che aveva scalzato il Presidente filo-russo Janukovich, sostituito da un governo filo-occidentale, e provocato così la reazione russa culminata nell’annessione della Crimea, dando inizio a 8 anni di guerra civile nel Donbass, culminati nell’invasione russa del febbraio ’22, cui il faro della Meloni – come si è visto proprio ieri sera in mondovisione - proclama di metter fine senza badare all’etichetta…

Per curiosità ho interpellato l’omnisciente Intelligenza Artificiale per sottoporle una bizzarra domanda: Se Ciajkovski fosse vivo oggi, sull'Ukraina starebbe con Putin o con Mattarella? Devo dire che la risposta dell’oracolo (che ci ha dedicato ben 87 secondi del suo preziosissimo tempo!) mi è sembrata interessante, pur se venata da un certo fastidio per la pretesa inconsistenza della domanda, che vorrebbe mettere in relazione fatti e idee di momenti e personaggi storici così lontani e inconfrontabili. Quindi, giustamente, l’oracolo rifiuta di sbilanciarsi, limitandosi a fare ipotesi più o meno generiche.

Ma la cosa che mi sento di condividere totalmente è proprio l’ultimissima conclusione della risposta: Meglio concentrarsi sulla sua (di Ciajkovski, ndr) eredità artistica, che unisce Russia, Ucraina ed Europa.

Bene, non saprei dire se dall’interpretazione della Xian sia emersa precisamente questa eredità artistica, ma di sicuro se ne è potuta apprezzare la freschezza e l’assenza di retorica (rischio che si corre soprattutto nei due movimenti esterni). Come suo costume, la Direttrice sino-americana tende sempre all’essenziale, a prosciugare più che a rimpolpare (lei è nemica dei da-capo, per dire, e anche ieri ha omesso quello della seconda sezione dello Scherzo).

Risultato comunque elettrizzante, grazie ovviamente anche allo stato di grazia dell’Orchestra (mia menzione particolare per il corno di Amatulli nella lunga Introduzione con il tema del Volga). Pubblico folto prodigo di uragani di applausi per l'Orchestra e di ripetute chiamate per la rediviva Xian.


12 gennaio, 2024

Orchestra Sinfonica di Milano – Stagione 23-24.8

La stagione principale de laVerdi riprende nell’anno nuovo con un’appendice del vecchio: si torna un po’ all’atmosfera natalizia, con un programma che presenta come primo brano la Suite da Lo Schiaccianoci di Ciajkovski. 

Sul podio un gradito ritorno: quello di John Axelrod, che ha diretto gli 8 numeri della Suite (circa 25 minuti, rispetto a 1 ora e 45 minuti dell’intero balletto) con grazia e leggerezza settecentesca. Sugli scudi Carlotta Lusa alla celesta, il flauto di Nicolò Manachino, e l’arpa di Elena Piva, destinatari di speciali riconoscimenti da parte di un pubblico non più oceanico come nei concerti delle trascorse feste, ma sempre caloroso e prodigo di applausi per tutti.
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Ha poi chiuso la serata un altro famoso brano di musica russa da balletto: l’Uccello di Fuoco di Igor Stravinski. Di cui l’Orchestra ha eseguito, per la terza volta nella sua intera storia, la versione integrale (1909-10). A differenza di quelli classici di Ciajkovski, i balletti moderni di Stravinski normalmente non superano di molto la mezz’ora, e questo è forse il più lungo (45’) e può così trovar posto anche in un programma concertistico (le Suite predisposte dall’Autore non sono poi tanto più corte). E in effetti si può sempre discutere se sia musica proprio godibile al massimo grado anche in assenza della coreografia per la quale fu composta…    

Rispetto a Ciajkovski qui l’orchestra è a pieni ranghi, anche se solo a tratti (oltre che nell’abbagliante finale) viene impiegata in modo massiccio, anzi. In ogni caso la prestazione dei ragazzi è stata davvero eccellente, e il Direttore ha messo nel dovuto risalto i tratti infernali della partitura (che anticipa quelli davvero barbari del Sacre).

Esecuzione accolta da lunghi e reiterati applausi per tutti (e anche ritmati per Axelrod). Si replica solo questa sera.

05 maggio, 2023

laVerdi 22-23. 28

Il concerto n°28 della stagione principale dell’Orchestra Sinfonica di Milano (sul podio il Direttore Residente, Andrey Boreyko) presenta un soggetto assai particolare (il mito di Edipo) esplorato da due diverse angolazioni musicali: Pizzetti e Stravinski. Lo stesso accostamento era stato proposto meno di un anno fa al Maggio, con direzione di Daniele Gatti. E così come a Firenze, anche qui il brano stravinskiano è stato proposto in forma concertante, senza le pur scarne ed essenziali scene(/costumi) previste in origine per la rappresentazione dell’oratorio.

Si apre con Ildebrando Pizzetti e i suoi Tre Preludi Sinfonici per l'Edipo Re di Sofocle, del 1903. In origine furono composti come musiche di scena (Intermezzi fra i diversi episodi, verosimilmente) ma successivamente sono quasi sempre stati eseguiti – come qui - in concerto.

Mi viene di paragonarlo, alla lontana, con lo schumanniano Ouverture, Scherzo e Finale: il primo tempo che presenta, dopo un’introduzione sulla dominante FA#, un primo tema in SI minore, assai mesto e cupo, caratterizzato da terzine ribattute; il secondo di sapore romantico, che arriva a sorpresa in MIb maggiore, ma cangiante presto al minore; quindi un ponte dalla natura ansiogena conduce alla ripresa del secondo tema, adesso direttamente in MIb minore e poi – dopo il ritorno del FA# introduttivo - del primo, ancora in SI minore, a spegnersi lentamente.

Il secondo tempo è di fatto un anomalo Scherzo in tempo ternario (tema concitato in FA# minore, di sapore quasi bruckneriano) con Trio che presenta un tema elegiaco e giocoso, nella stessa tonalità, ma in modo maggiore, poi però rimpiazzato dal ritorno – in FA maggiore – del secondo tema del primo Preludio per lasciare spazio quindi ad un mesto recitativo dell’oboe, in FA minore. Chiude il Preludio un poderoso ritorno del FA#, che reitera a sua volta il secondo tema del primo preludio e poi alterna – mahlerianamente - minore e maggiore. 

Il finale è tutto in DO, inizialmente in minore, con un lamentoso recitativo del primo violino, per poi sciogliersi in una chiusura quasi serena, in maggiore, ma con la sesta (mahleriana!) a dargli una sfumatura compassionevole.

Pare che Pizzetti non abbia lasciato alcun esplicito programma, così esegeti e musicologi hanno avanzato ipotesi più o meno plausibili, ad esempio: la desolazione di Tebe, l’arrivo di Edipo che sfida la Sfinge e – dopo la tragica rivelazione e le relative conseguenze - il vagare di Edipo, ormai morto al mondo, con la fedele Antigone.

Una possibile interpretazione della musica potrebbe venire applicandole i criteri che un tale Christian Friedrich Daniel Schubart già a fine ‘700 aveva codificato in fatto di espressività delle tonalità musicali, elencando per ciascuna delle 24 (maggiori+minori) i caratteri distintivi. [Chissà se Pizzetti si sia rifatto a quella classificazione…]

Così il SI minore di apertura evocherebbe la rassegnata attesa del popolo tebano per il realizzarsi del volere divino, rappresentato dal MIb maggiore, al quale si contrapporrebbe il Mib minore, evocante invece pessimismo e disperazione.    

Così il FA# minore dell’inizio del secondo Preludio potrebbe rappresentare risentimento e frustrazione, compensati però dal trionfante FA# maggiore e dal riposante FA maggiore, poi subito scacciati dal FA minore (oboe) che evoca profonda depressione e desiderio di morte. L’alternarsi di FA# maggiore e minore dà al brano una chiusura… enigmatica.

Infine, Il DO minore conclusivo evocherebbe desiderio d’amore, ma anche pena per un amore contrastato e infelice. Il DO maggiore delle ultime battute potrebbe applicarsi alla ingenua semplicità di Antigone, ultimo e unico, pietoso sostegno per il padre distrutto.   

Ma questi sono solo esercizi accademici; resta il fatto che si tratta di musica di alto profilo, che Boreyko e laVerdi hanno saputo trasmetterci in tutta la sua nobiltà. Meritati quindi i consensi del pubblico, tornato a livelli… pre-Rachmaninov, ecco (però con consistente presenza di giovani e giovanissimi, il che rappresenta sempre una confortante notizia).
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Il clou del concerto è l’Opera-Oratorio Oedipus Rex di Igor Stravinski, del 1926-27, poi revisionata nel 1948. Il testo originale è dello stesso Stravinski e di Jean Cocteau, che decisero però, piuttosto bizzarramente (anche se con qualche ragione…) di farlo tradurre dall’originale francese in lingua latina (traduzione affidata a Jean Daniélou, un religioso latinista, che divenne molto più tardi Cardinale…) Del testo francese rimangono soltanto i 6 interventi parlati del Narratore, qui recitati in italiano dal grande Massimiliano Finazzer Flory

Insieme al Coro maschile (diretto da Massimo Fiocchi Malaspina) che impersona il popolo di Tebe, i protagonisti dell’Oratorio sono:

Tuomas Katajala (tenore, Œdipus)
Petra Lang (mezzosoprano, Jocasta)
Robert Bork (basso-baritono, Créon)
Dongho Kim (basso, Tirésias)
Patrick Vogel (tenore, Pastore)
Bruno Taddia (basso-baritono, Messaggero)
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Avvicinarsi a quest’opera non è semplice: di primo acchito si fatica a entrare in sintonia con una narrativa musicale apparentemente astrusa, un pot-pourri di stilemi diversi e poco coerenti. Per questo conviene, ad un ascoltatore che non voglia farsi prendere alla sprovvista, esplorarne il testo (con la traduzione italiana) e poi una dotta esegesi, come questa dell’indimenticabile Sergio Sablich. A questo punto è consigliabile passare all’ascolto dell’opera con la parte narrata in italiano: qui Giancarlo Sbragia nel 1969 in un’esecuzione della RAI di Roma diretta da Claudio Abbado. Approfondimenti più strettamente musicali sono possibili esplorando questa lezione del prof. Nicola Sfredda.

Ma la più sconvolgente presentazione dell’opera è quella fatta dal sommo Lenny Bernstein ad Harvard, nell’ultima delle sue fulminanti lezioni del 1973: a 1h37’37” del video Bernstein comincia a parlare dell’Oedipus, suonando le battute introduttive in SIb minore, caratterizzate da quattro note (SIb-DO-LA-SIb), che presentano il carattere dell’opera, il suo soggetto (per ora) enigmatico (!?) 

L’enigma si svelerà di lì a poco (1h45’50”) quando Bernstein riassumerà l’essenza dell’Oedipus nel binomio: pietà e potere. Che sono anche alla base di un’opera famosa del melodramma ottocentesco: Aida! (ora si capisce perché Bernstein all’inizio della lecture ne aveva strimpellato al pianoforte uno dei ballabili.) Dove troviamo l’origine di quelle quattro note del tema che introduce l’Oratorio (siamo sulla dominante di SIb, FA minore): Aida che risponde ad Amneris (Atto II) con le parole: tu sei felice, tu sei possente… Io vivo solo per questo amor!

Certo, Bernstein era un ammiratore di Stravinski, a differenza di molti musicisti e musicologi che invece lo disprezzavano, ma insomma, qualcosa di vero o di interessante mi pare proprio che ci sia nelle sue appassionate argomentazioni…

Subito dopo questa rivelazione (1h57’12”) possiamo ascoltare l’opera dalla BSO diretta da lui, che poi chiuderà la lezione con il suo incrollabile credo nella tonalità (la poesia della terra…, come appunto titola la sua lezione).
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Bene, devo dire che – ancora una volta – laVerdi ci stupisce per coraggio di proporre opere impegnative quanto poco conosciute e capacità poi di realizzarle con risultati davvero eccellenti. Come detto, si è optato per la forma di concerto, con i sei solisti di canto alternatisi al proscenio, su due postazioni ai lati del podio. Finazzer ha invece declamato gli interventi del Narratore dall’alto della balconata, sulla sinistra. I due schermi ai lati del palco recavano uno l’originale latino cantato e l’altro la traduzione italiana: stessa scelta che viene fatta in ogni occasione, quanto mai preziosa per la comprensione da parte del pubblico.

Encomiabile la prestazione delle voci, a partire dal coro che esterna lo stato penoso del popolo di Tebe, o ne sottolinea le implorazioni al Re perché li liberi dalle piaghe che hanno colpito la città, o richiama e commenta i comportamenti dei protagonisti. I quali sono intrepretati da sei voci tutte da elogiare, fra le quali mi limito a citare quella che Tuomas Katajala (grandi ovazioni per lui) ha prestato ad Edipo; e quella della 60enne Petra Lang (13 stagioni a Bayreuth, dal 2005 al 2022, nei ruoli di Brangäne, Ortrud, Isolde, Brünnhilde, Kundry) che ha illustrato il breve ma intenso intervento di Giocasta, tutta tesa a screditare gli oracoli, che invece la inchioderanno alle sue responsabilità. 

L'Orchestra, che Boreyko ha guidato con il suo gesto secco e tagliente, ha supportato da par suo questo grande affresco, così ricco di riferimenti classici ma anche modernissimi. Insomma, una proposta che poche orchestre possono permettersi oggi: ci sono altre due repliche per approfittarne!