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Martedì sera all’Auditorium Scavolini ha preso il via il programma principale del ROF edizione 47, con la
rappresentazione di Le Siège de
Corinthe,
la prima, autentica opera francese di Rossini, di cui ricorrerà fra
poche settimane il centenario della recita inaugurale (Academie Royale de
Musique, lunedì 9 ottobre, 1826). [Qui alcune mie
personali curiosità
sul soggetto e le sue vicissitudini.]
Questa
nuova produzione è affidata a Davide Livermore, e mi permetterò di
commentarla a suo tempo, mentre l’ascolto radiofonico – ripresa non proprio
impeccabile - ha comunque permesso di avere almeno un’idea del livello del Cast
vocale, dell’Orchestra (del Comunale di Bologna), del Coro (Ventidio
Basso, diretto da Pasquale Veleno) e del Maestro concertatore Carlo
Rizzi.
Premesso
che (come già nel 2017) l’edizione critica di Damien Colas ripesca l’estensione
dell’aria di Pamira che apre l’Atto II, il finale con il coro delle donne
greche, oltre che il brano di chiusura delle tre Air de Danse del
balletto, direi che Rizzi abbia saldamente tenuto in pugno la situazione, ben
supportato dall’orchestra in ottima forma (anche nelle parti solistiche). Forse
gli si potrebbero rimproverare tempi (a tratti) un po’ troppo sostenuti (magari
tipici del grand’opéra) ma nel complesso la tensione è sempre rimasta alta e coinvolgente,
con un picco alla chiusura dell’atto secondo.
Solida
la prestazione del Coro, che si deve sdoppiare (maschi e femmine) fra greci e
turchi, fra sottomessi e invasori (però quell’Hymne turco… che
meraviglia!)
Trionfatrice
della serata è stata la splendida Vasilisa Berzhanskaya, che si rivelò
proprio qui nel 2021 nel Moïse, per poi affermarsi in giro per il mondo:
ieri ha mietuto applausi con una prestazione eccellente, che ha avuto il suo
culmine nella massacrante, strepitosa (e intonsa…) aria con coro (più risposte
a Mahomet) che apre il second’atto e poi il suggello con l’ultima esternazione.
Mahomet II è Adrian Sâmpetrean, esordiente
al ROF, ma con una lunga consuetudine con Rossini alle spalle: voce di
basso-baritono che ben si adatta al ruolo del condottiero islamico, protervo e
brutale, ma anche capace di slanci di nobile lirismo, il 43enne rumeno ha meritato
gli elogi del folto pubblico.
I
due tenori della compagnia (Matteo Roma come Cléomène e Maxim Mironov
come Néoclès, già ben noti al pubblico del ROF) hanno gareggiato in bravura
ed efficacia: forse le loro voci liriche tendono a… confondersi (Cléomène per
me dovrebbe avere una corposità più… robusta, quasi da baritenore, dato il suo ruolo di comandante della guarnigione greca, di maturo padre di Pamyra, e di aspirante suocero di Néoclès, un giovane eroico combattente, capace di
salire al RE sovracuto nell’aria in SOL del terz’atto) ma comunque sono stati giustamente
accolti da calorosi consensi.
Anna-Doris
Capitelli
è l’interprete di Ismène, la confidente di Pamyra, che Rossini gratifica della
graziosa Ballade in tempo ternario che precede i… balletti del
second’atto, da lei interpretata con la giusta delicatezza e l’apprensione per
la sorte della sua signora.
Simòn
Orfila (Hìeros,
efficace il suo appello nel terz’atto), Giuseppe De Luca (Omar) e Tianxuefei
Sun (Adraste) hanno dignitosamente completato il cast.
Insomma, mi pare un
Festival partito con il piede giusto… Qui
la registrazione RAI.
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13
agosto 2026
L’Occasione fa
il ladro
Seconda
serata al ROF (Teatro Rossini) per l’ennesimo revival dell’ormai storica
(1987) produzione di Jean-Pierre Ponnelle, anche oggi ripresa dalla
venerabile (è sulla soglia dei 90!) Sonja Frisell.
Uno
che potrebbe essere suo nipotino è Alessandro Bonato, oggi accasato in
Trentino-AltoAdige/SüdTirol (Orchestra Haydn di TN-BZ) che ha per l’occasione (!) diretto la Sinfonica Rossini in questa burletta-in-musica
veneziana (Teatro San Moisè, martedì 24 novembre, 1812) del Gioachino ventenne.
Devo
dire che il 31enne veronese si è subito presentato bene con il breve preludio
orchestrale, dove compare un breve motivo che verrà ripreso nientemeno che da Bizet
e, a catena, da Ciajkovski; seguito poi dal temporale, preso da
Rossini a imprestito (Pietra del paragone) e successivamente
potenziato nel Barbiere.
Ma
tutta la sua direzione è stata apprezzabile per leggerezza, garbo e buongusto,
così da valorizzare al meglio questo cammeo che già guarda al futuro. Ottima la
risposta della Sinfonica Rossini, che già era stata protagonista delle
rappresentazioni del 2013.
Cast
che fa ampio uso di… prodotti locali (leggi: Accademia rossiniana,
fondata e poi diretta per anni e anni dal sommo Alberto Zedda e oggi
affidata alle cure del Sovrintendente - e navigatissimo cantante - Ernesto
Palacio): tutti i sei interpreti sono, prima o poi, poco o tanto, passati
da lì! E cinque di loro hanno egregiamente cantato il grande quintetto che
divide in due l’atto unico.
Colui
che è sulla buona strada per divenire profeta-in-patria, il 28enne
pesarese Matteo Mancini, impersona uno dei ruoli-chiave della farsa, Don
Parmenione, di moralità apparentemente integerrima (rimprovera il servo
Martino per lo scassinamento della valigia di Alberto) ma che in realtà è pronto
ad approfittare di ogni evento per conseguire il proprio tornaconto. Sfoggiando
la su voce chiara e morbida, perfettamente attagliata alla rossiniana categoria
di buffo!
Il
Conte Alberto, cui Parmenione crede di soffiare la moglie (che invece è sua sorella…)
è interpretato da un altro esordiente: il trentenne tenore bresciano Dave
Monaco, che ha messo in mostra la sua voce acuta e squillante, proprio da
tenorino del Rossini leggero.
Le
due femmine sono Damiana Mizzi (soprano, pugliese, all’esordio al ROF
nel cartellone principale) una Berenice ingenua e timorosa, dalla voce leggera
e calda e dalla perfetta intonazione, capace anche di staccare con facilità il
MIb acuto nel finale; e Martiniana Antonie (mezzosoprano, romena, da otto
anni ormai nel grande giro di Pesaro) che ha prestato la sua voce brillante e
ben impostata al personaggio di Ernestina.
Anche
se non è fra i protagonisti principali della farsa (i due maschi in cerca di
moglie e le due femmine, vittime predestinate) un altro buffo (Martino,
il servo di Parmenione) è lodevolmente impersonato dall’esordiente Giuseppe
Toia, che si è distinto in particolare nella sua aria in cui elenca vita,
morte e miracoli del padrone.
Infine,
il tapino zio Don Eusebio è il tenore Manuel Amati, che ha mostrato di
saper mantenere le promesse dell’Equivoco del 2019 e del Bruschino del 2021.
Successo
per tutti, almeno come testimoniato dalla registrazione
RAI.
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14
agosto 2026
La scala di seta
Terzo
ed ultimo appuntamento radiofonico con il ROF-47, ancora dal teatro Rossini,
per un altro simpatico revival: quello della terza farsa veneziana di
Rossini, che precede di soli sei mesi (sabato 9 maggio, 1812) l’Occasione
ascoltata ieri, e che da quest’anno raggiunge il Barbiere al primo posto
per numero di Festival in cui è comparsa (7). [Qui la prima rappresentazione del 1988.]
Allestimento
che arriva per la terza volta al Festival, a 17 anni di distanza da quando Damiano
Michieletto lo inventò (2009) per poi riproporlo solo due anni dopo.
Sul
podio il giovane mexicano (oggi di stanza ad Atlanta) Ivàn Lòpez-Reynoso,
già presente a Pesaro dal 2014 (Viaggio accademico) e 2017 (Concerto di
canto) e che il 18 agosto dirigerà il Gala Florez-30.
Ai
suoi comandi l’Orchestra del Comunale di Bologna, che ha confermato la
sua ottima forma fin dall’esecuzione della celebre, spumeggiante Sinfonia,
per poi accompagnare le voci, tutte giovani, alcune esordienti, che hanno fatto
quasi da scorta al protagonista, che invece è il navigatissimo Paolo
Bordogna, che calca le scene del ROF dal 2005 (Gazzetta, poi altri 9 titoli)
e che impersona il (finto-)tonto Germano per la terza volta, nelle recenti
edizioni curate da Michieletto.
Hasmik
Torosyan (aveva
già al suo attivo una Gazzetta del 2015) ha sciorinato la sua bella voce calda
e corposa di armonici nella parte di Giulia (toccando anche il MI sovracuto
nell’aria Quanta pena).
Il
suo compagno scalatore Dorvil è l’esordiente Alasdair Kent, che
ha ben impressionato per limpidezza di timbro e capacità di salire agli acuti
(come il RE su Deh non tradirmi amor).
Al
velleitario Blansac ha dato voce un altro basso (Iurii Samoilov, già
affermatosi nel 2017 – Siège – e nel 2020 con Cambiale e Barbiere). Questa
volta è stato privato dell’aria (spuria) Alle voci dell’amore
- che Alberto Zedda (discutibilmente?) aveva introdotto nelle due precedenti
edizioni, adattando Alle voci della gloria
per aggiungere peso alla parte - ma è stato comunque protagonista, con i
tre colleghi già citati, nel grande quartetto che separa i due semi-atti
dell’opera e al quale la detta aria faceva immediatamente seguito.
Dormont
è Enrico Iviglia (cantò in Otello nel 2007, in Maometto nel 2008 e
in Bruschino nel 2021) e ha degnamente completato il cast con
l’esordiente Mara Gaudenzi (Lucilla). Per tutti caloroso successo. Ecco qui la
registrazione di Radio3.
A questo punto basta radio e… vediamo in-corpore-vili!