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24 agosto, 2026

Jacopone ha chiuso il ROF-47.

Ieri sera ho completato il mio personale tour al ROF con il ritorno all’Auditorium Scavolini per la chiusura del Festival, con lo Stabat Mater, alla sua quattordicesima presenza in cartellone.

Sul podio l’iberico José Ramón Tebar Sáiz alla guida dell’Orchestra del Comunale di Bologna, affiancata dal Coro del Ventidio Basso diretto da Pasquale Veleno.

Tre delle quattro voci soliste erano affidate ad altrettanti protagonisti della principale opera in cartellone, Le Siège de Corinthe: Vasilisa Berzhanskaya (già protagonista nell’edizione dello Stabat, in forma semiscenica, del 2021 con Bignamini), Adrian Sâmpetrean e Anna-Doris Capitelli. Per la quarta è invece arrivato il forfait di Dmitry Korchak (come già lo scorso anno, in occasione della Messa per Rossini) annunciato quasi all’ultimo momento, per serie ragioni familiari, il che ha impedito al tenore-direttore russo di fare il tris, dopo il 2006 e il 2017: così il suo posto è stato preso da Dave Monaco, applaudito interprete del Conte Alberto nella recente Occasione e fresco di analogo impegno (anche lassù come cover di René Barberaai PROMS londinesi.

[Frutto di reiterati ascolti (non solo al ROF) ho riassunto le vicende della composizione e i contenuti dello Stabat in questo scritto cui rimando gli interessati.]

A Dave Monaco spettava di rompere il ghiaccio come solista nell’Introduzione, e lui l’ha fatto con baldanza e sicurezza, ripetendosi subito dopo (Cujus animam) dove ha raggiunto senza sforzo apparente l’impegnativo REb acuto.

Adrian Sâmpetrean è poi stato il protagonista del Pro peccatis e a seguire dell’Eia mater a cappella, mettendo in mostra la sua voce corposa, che magari richiede ancora studio per guadagnare voti più alti del discreto.

Più che discreta invece la Anna-Doris Capitelli, cui la partitura affida una parte solistica nella cavatina del Fac ut portem.

Last but not least (anzi… first!) da incorniciare la prestazione della Vasilisa Berzhanskayaperfetta nel duetto (Qui est Homo) con Capitelli, culminata poi nei due DO consecutivi da staccare nel trascinante Inflammatus et accensus conclusivo.

Ma il quartetto solistico se l’è cavata benissimo anche nei numeri d’insieme. Lode anche per il Coro, cui, come ormai pratica consolidata (ma discutibile) del ROF, è stato affidato il Quando corpus morietur, a cappella.

Ramón Tebar merita per me ampia sufficienza: probabilmente al primo incontro con questa partitura, ha mostrato di saperla ben padroneggiare, a parte, come detto, alcune esondazioni nelle dinamiche. 

Per tutti grandi ovazioni e ripetute chiamate, a chiudere in gloria questo Festival. Che il neo-Presidente Dall’Ongaro ha invece chiuso col… brivido: dopo il n°5 ha dovuto abbandonare la sala (sulle sue gambe, per la verità) forse per un malore, dal quale deve essersi poi ripreso, visto che all’uscita conversava amabilmente sul marciapiede dell’Auditorium. 

Magari una cosa non deve essergli troppo piaciuta: la vista delle tribune dello Scavolini, abitate sì e no per il 60%... 

(End of ROF-47, tutto sommato con bilancio positivo.)

12 agosto, 2026

ROF-2026 alla radio.1-2-3.

Breaking news: ROF-2027

- La donna del lago (n)
- Adina (2018)
- Tancredi (n)
- PMS
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Martedì sera all’Auditorium Scavolini ha preso il via il programma principale del ROF edizione 47, con la rappresentazione di Le Siège de Corinthe, la prima, autentica opera francese di Rossini, di cui ricorrerà fra poche settimane il centenario della recita inaugurale (Academie Royale de Musique, lunedì 9 ottobre, 1826). [Qui alcune mie personali curiosità sul soggetto e le sue vicissitudini.]

Questa nuova produzione è affidata a Davide Livermore, e mi permetterò di commentarla a suo tempo, mentre l’ascolto radiofonico – ripresa non proprio impeccabile - ha comunque permesso di avere almeno un’idea del livello del Cast vocale, dell’Orchestra (del Comunale di Bologna), del Coro (Ventidio Basso, diretto da Pasquale Veleno) e del Maestro concertatore Carlo Rizzi.   

Premesso che (come già nel 2017) l’edizione critica di Damien Colas ripesca l’estensione dell’aria di Pamira che apre l’Atto II, il finale con il coro delle donne greche, oltre che il brano di chiusura delle tre Air de Danse del balletto, direi che Rizzi abbia saldamente tenuto in pugno la situazione, ben supportato dall’orchestra in ottima forma (anche nelle parti solistiche). Forse gli si potrebbero rimproverare tempi (a tratti) un po’ troppo sostenuti (magari tipici del grand’opéra) ma nel complesso la tensione è sempre rimasta alta e coinvolgente, con un picco alla chiusura dell’atto secondo.

Solida la prestazione del Coro, che si deve sdoppiare (maschi e femmine) fra greci e turchi, fra sottomessi e invasori (però quell’Hymne turco… che meraviglia!)

Trionfatrice della serata è stata la splendida Vasilisa Berzhanskaya, che si rivelò proprio qui nel 2021 nel Moïse, per poi affermarsi in giro per il mondo: ieri ha mietuto applausi con una prestazione eccellente, che ha avuto il suo culmine nella massacrante, strepitosa (e intonsa…) aria con coro (più risposte a Mahomet) che apre il second’atto e poi il suggello con l’ultima esternazione.  Mahomet II è Adrian Sâmpetrean, esordiente al ROF, ma con una lunga consuetudine con Rossini alle spalle: voce di basso-baritono che ben si adatta al ruolo del condottiero islamico, protervo e brutale, ma anche capace di slanci di nobile lirismo, il 43enne rumeno ha meritato gli elogi del folto pubblico.

I due tenori della compagnia (Matteo Roma come Cléomène e Maxim Mironov come Néoclès, già ben noti al pubblico del ROF) hanno gareggiato in bravura ed efficacia: forse le loro voci liriche tendono a… confondersi (Cléomène per me dovrebbe avere una corposità più… robusta, quasi da baritenore, dato il suo ruolo di comandante della guarnigione greca, di maturo padre di Pamyra, e di aspirante suocero di Néoclès, un giovane eroico combattente, capace di salire al RE sovracuto nell’aria in SOL del terz’atto) ma comunque sono stati giustamente accolti da calorosi consensi.

Anna-Doris Capitelli è l’interprete di Ismène, la confidente di Pamyra, che Rossini gratifica della graziosa Ballade in tempo ternario che precede i… balletti del second’atto, da lei interpretata con la giusta delicatezza e l’apprensione per la sorte della sua signora.

Simòn Orfila (Hìeros, efficace il suo appello nel terz’atto), Giuseppe De Luca (Omar) e Tianxuefei Sun (Adraste) hanno dignitosamente completato il cast. 

Insomma, mi pare un Festival partito con il piede giusto… Qui la registrazione RAI.

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13 agosto 2026

L’Occasione fa il ladro

Seconda serata al ROF (Teatro Rossini) per l’ennesimo revival dell’ormai storica (1987) produzione di Jean-Pierre Ponnelle, anche oggi ripresa dalla venerabile (è sulla soglia dei 90!) Sonja Frisell.

Uno che potrebbe essere suo nipotino è Alessandro Bonato, oggi accasato in Trentino-AltoAdige/SüdTirol (Orchestra Haydn di TN-BZ) che ha per l’occasione (!) diretto la Sinfonica Rossini in questa burletta-in-musica veneziana (Teatro San Moisè, martedì 24 novembre, 1812) del Gioachino ventenne.

Devo dire che il 31enne veronese si è subito presentato bene con il breve preludio orchestrale, dove compare un breve motivo che verrà ripreso nientemeno che da Bizet e, a catena, da Ciajkovski; seguito poi dal temporale, preso da Rossini a imprestito (Pietra del paragone) e successivamente potenziato nel Barbiere.

Ma tutta la sua direzione è stata apprezzabile per leggerezza, garbo e buongusto, così da valorizzare al meglio questo cammeo che già guarda al futuro. Ottima la risposta della Sinfonica Rossini, che già era stata protagonista delle rappresentazioni del 2013.   

Cast che fa ampio uso di… prodotti locali (leggi: Accademia rossiniana, fondata e poi diretta per anni e anni dal sommo Alberto Zedda e oggi affidata alle cure del Sovrintendente - e navigatissimo cantante - Ernesto Palacio): tutti i sei interpreti sono, prima o poi, poco o tanto, passati da lì! E cinque di loro hanno egregiamente cantato il grande quintetto che divide in due l’atto unico.

Colui che è sulla buona strada per divenire profeta-in-patria, il 28enne pesarese Matteo Mancini, impersona uno dei ruoli-chiave della farsa, Don Parmenione, di moralità apparentemente integerrima (rimprovera il servo Martino per lo scassinamento della valigia di Alberto) ma che in realtà è pronto ad approfittare di ogni evento per conseguire il proprio tornaconto. Sfoggiando la su voce chiara e morbida, perfettamente attagliata alla rossiniana categoria di buffo!

Il Conte Alberto, cui Parmenione crede di soffiare la moglie (che invece è sua sorella…) è interpretato da un altro esordiente: il trentenne tenore bresciano Dave Monaco, che ha messo in mostra la sua voce acuta e squillante, proprio da tenorino del Rossini leggero.    

Le due femmine sono Damiana Mizzi (soprano, pugliese, all’esordio al ROF nel cartellone principale) una Berenice ingenua e timorosa, dalla voce leggera e calda e dalla perfetta intonazione, capace anche di staccare con facilità il MIb acuto nel finale; e Martiniana Antonie (mezzosoprano, romena, da otto anni ormai nel grande giro di Pesaro) che ha prestato la sua voce brillante e ben impostata al personaggio di Ernestina.

Anche se non è fra i protagonisti principali della farsa (i due maschi in cerca di moglie e le due femmine, vittime predestinate) un altro buffo (Martino, il servo di Parmenione) è lodevolmente impersonato dall’esordiente Giuseppe Toia, che si è distinto in particolare nella sua aria in cui elenca vita, morte e miracoli del padrone.  

Infine, il tapino zio Don Eusebio è il tenore Manuel Amati, che ha mostrato di saper mantenere le promesse dell’Equivoco del 2019 e del Bruschino del 2021.

Successo per tutti, almeno come testimoniato dalla registrazione RAI

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14 agosto 2026

La scala di seta

Terzo ed ultimo appuntamento radiofonico con il ROF-47, ancora dal teatro Rossini, per un altro simpatico revival: quello della terza farsa veneziana di Rossini, che precede di soli sei mesi (sabato 9 maggio, 1812) l’Occasione ascoltata ieri, e che da quest’anno raggiunge il Barbiere al primo posto per numero di Festival in cui è comparsa (7). [Qui la prima rappresentazione del 1988.]

Allestimento che arriva per la terza volta al Festival, a 17 anni di distanza da quando Damiano Michieletto lo inventò (2009) per poi riproporlo solo due anni dopo.

Sul podio il giovane mexicano (oggi di stanza ad Atlanta) Ivàn Lòpez-Reynoso, già presente a Pesaro dal 2014 (Viaggio accademico) e 2017 (Concerto di canto) e che il 18 agosto dirigerà il Gala Florez-30.

Ai suoi comandi l’Orchestra del Comunale di Bologna, che ha confermato la sua ottima forma fin dall’esecuzione della celebre, spumeggiante Sinfonia, per poi accompagnare le voci, tutte giovani, alcune esordienti, che hanno fatto quasi da scorta al protagonista, che invece è il navigatissimo Paolo Bordogna, che calca le scene del ROF dal 2005 (Gazzetta, poi altri 9 titoli) e che impersona il (finto-)tonto Germano per la terza volta, nelle recenti edizioni curate da Michieletto.

Hasmik Torosyan (aveva già al suo attivo una Gazzetta del 2015) ha sciorinato la sua bella voce calda e corposa di armonici nella parte di Giulia (toccando anche il MI sovracuto nell’aria Quanta pena).

Il suo compagno scalatore Dorvil è l’esordiente Alasdair Kent, che ha ben impressionato per limpidezza di timbro e capacità di salire agli acuti (come il RE su Deh non tradirmi amor).

Al velleitario Blansac ha dato voce un altro basso (Iurii Samoilov, già affermatosi nel 2017 – Siège – e nel 2020 con Cambiale e Barbiere). Questa volta è stato privato dell’aria (spuria) Alle voci dell’amore - che Alberto Zedda (discutibilmente?) aveva introdotto nelle due precedenti edizioni, adattando Alle voci della gloria per aggiungere peso alla parte - ma è stato comunque protagonista, con i tre colleghi già citati, nel grande quartetto che separa i due semi-atti dell’opera e al quale la detta aria faceva immediatamente seguito.

Dormont è Enrico Iviglia (cantò in Otello nel 2007, in Maometto nel 2008 e in Bruschino nel 2021) e ha degnamente completato il cast con l’esordiente Mara Gaudenzi (Lucilla). Per tutti caloroso successo. Ecco qui la registrazione di Radio3.

A questo punto basta radio e… vediamo in-corpore-vili!


23 agosto, 2025

ROF-2025 live (in Piazza). Messa per Rossini.

Il 46° ROF ha chiuso i battenti al teatro cittadino con l’esecuzione della Messa per Rossini. Messa che nacque da un’idea di Giuseppe Verdi, un anno dopo la scomparsa del genio pesarese.

Come già altre volte in passato, ho personalmente privilegiato l’ascolto andandomi a sedere su una delle 600 sedie (ieri occupate per una buona metà…) che il Comune dispone abitualmente in questa circostanza in Piazza del Popolo, dove lo streaming del concerto di chiusura viene irradiato su uno schermo gigante dislocato sotto il moderno palazzo del Comune. Lì, alla nobile polifonia sacra dei suoni che arrivano dagli altoparlanti, si aggiunge quella profana prodotta dall’animato chiacchiericcio di avventori di bar circostanti, dai piagnistei di qualche pargoletto o da interventi solistici canini (un pastore tedesco dalla voce di basso-baritono o una cockerina soprano di coloratura…) Ecco, una genuina mistura di sacro e profano, che di tanto in tanto non guasta.

Qualcosa invece si è guastato nel meccanismo dello spettacolo: prima dell’inizio il Soprintendente Ernesto Palacio ha voluto sottolineare l’importanza dell’evento -  era la prima esecuzione al ROF dell’omaggio dell’intera famiglia musicale italiana del 1869 al compositore che aveva così brillantemente rappresentato l’Italia nel mondo – e nel contempo ricordare e tributare un doveroso ricordo alla figura di colui che aveva fortemente voluto e poi creato dal nulla il Festival, l’indimenticabile Gianfranco Mariotti, purtroppo mancato lo scorso novembre.

Dopodichè, ecco l’annuncio dello spiacevole contrattempo: la (parziale, ma sostanziale) defezione di uno dei protagonisti, Dmitry Korchak, cui un’improvvisa tracheite (evidentemente contratta nell’ultimo viaggio di ritorno in mare da Algeri del giorno precedente…) ha impedito di interpretare il difficile Ingemisco (pertanto cancellato) confinando la sua presenza ai due soli numeri 9 e 12 della Messa. Evidentemente non si era pensato a predisporre alcuna cover dei solisti, in caso di emergenza (il bravo Brownlee, per dire, sarebbe stato degno sostituto…) Comunque sia, nel tragitto che mi separava dalla Stazione ferroviaria, passando davanti al retro del teatro (uscita artisti) ho potuto scorgere il bel Dmitry sgattaiolare quasi inosservato ed infilarsi dentro una Range Rover esagerata, targata Ticino, sulla quale, dopo averci caricato la Berzhanskaya e un’altra (a me) sconosciuta donzella, se l’è filata sgommando allegramente…  

Ecco, adesso qualcosa devo pur dire del concerto. Sul podio era Donato Renzetti, che aveva a disposizione l’Orchestra bolognese e le autorevoli voci della rampante Vasilisa Berzhanskaya, della splendida Caterina Piva, e dei due orientali Misha Kiria e Marco Mimica; oltre al menomato Korchak e al compatto Coro del teatro Ventidio Basso guidato da Pasquale Veleno.

Tutti han fatto del loro meglio per illustrare quest’opera di per sé eterogenea, che fatalmente ci diventa familiare solo all’ultimo, quando ascoltiamo il Libera me che il Peppino si portò dietro nel suo capolavoro per Manzoni. Opera che tuttavia ci mostra quanto fosse insospettabilmente ampio e fecondo il panorama degli autori italiani di quell’epoca, molti dei quali sono stati sepolti sotto il peso delle torreggianti figure di Verdi e poi da quelle dei suoi successori (Puccini, Mascagni, Giordano, …)    

Chiudo con il quadro sintetico della Messa, corredato da autori, numeri e voci:

  
Autore
Parte
Numero-Titolo
Voci
Antonio Buzzolla
I Introitus
1 Requiem
C
 
 
   Kyrie
 
Antonio Bazzini
II Sequentia
2 Dies Irae
C
Carlo Pedrotti
 
3 Tuba mirum
Br-C
Antonio Cagnoni
 
4 Quid sum miser
S-A
Federico Ricci
 
5 Recordare Jesu
S–A–Br-Bs
Alessandro Nini
 
6 Ingemisco
T-C
Raimondo Boucheron
 
7 Confutatis maledictis
Bs-C
Carlo Coccia
 
8 Lacrymosa
Cc-C
 
 
   Amen
 
Gaetano Gaspari
III Offertorium
9 Domine Jesu
soli-C
 
 
   Quam olim Abrahae
 
 
 
   Hostias
 
Pietro Platania
IV Sanctus
10 Sanctus
S-C
 
 
     Hosanna
 
 
 
     Benedictus
 
Lauro Rossi
V Agnus Dei
11 Agnus Dei
A
Teodulo Mabellini
VI Communio
12 Lux aeterna
T-Br-Bs
Giuseppe Verdi
VII Responsorium
13 Libera me
S-C
 
 
     Dies Irae
 
 
 
     Requiem aeternam
 
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Bene, archiviata l’avventura 2025, già si profila all’orizzonte l’edizione 47, che nel 2026 (11-23 agosto) ci offrirà Le Siège, La Scala, L’Occasione, Il Viaggio e il sommo Stabat.

28 giugno, 2025

Norma carbonara alla Scala.

Ieri sera alla Scala – dopo il reiterato messaggio NO-WAR proiettato a luci spente - è finalmente ricomparsa la belliniana sacerdotessa di Irminsul, che vi mancava da 48 anni, cioè da quel 1977 quando Gianandrea Gavazzeni ne diresse per l’ultima volta i suoni sulle scene avveniristiche (per allora… veramente un po’ alla Wieland Wagner) di Mauro Bolognini e con protagonista la somma Montserrat Caballè.

Oggi i protagonisti sono Fabio Luisi sul podio, Olivier Py alla regìa e Marina Rebeka negli scomodi quanto impegnativi panni della protagonista. 

E, a proposito, la Rebeka, ormai consolidata interprete del title-role (qui ascoltabile in una recente incisione, con Casta Diva in SOL… ma qui tornata al FA) mi è parsa appena-appena all’altezza delle aspettative: la salita agli acuti pare sempre problematica. I sonori buh incassati alla fine (ma anche dopo il Casta Diva) misti ad applausi sono forse immeritati, ma… l’eccellenza è un’altra cosa.

L’italo-albionico Freddie De Tommaso è un mediocre Pollione: la voce ci sarebbe anche, ma necessiterà di sudore per essere gestita come si deve. Per lui misto di approvazioni e brontolii di contestazione.

Vasilisa Berzhanskaya (Adalgisa) è la migliore del gruppo, giustamente osannata alla fine.

Michele Pertusi impersona Federico Confalonieri Oroveso e se la cava al meglio delle sue sempre notevoli possibilità.

Flavio è Paolo Antognetti, diciamo senza infamia. Merita un incoraggiamento l’accademica Laura Lolita Perešivana per la sua discreta prestazione come Clotilde.

Una sicurezza, come sempre, il Coro di Alberto Maletti.

Da Fabio Luisi forse ci si poteva aspettare di più: una direzione senza pecche, ma con pochi momenti davvero memorabili (uno: l’introduzione del second’atto, con la gran cavata dei celli). I buh non proprio isolati, rimediati all’uscita finale, forse erano eccessivi, ma non del tutto pretestuosi.

Insomma, sul fronte dei suoni ci si può appena accontentare, ecco.

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Difficile invece accontentarsi della regìa di Py (scene-costumi di Pierre-André Weitz, luci di Bertrand Killy e coreografie di Ivo Bauchiero) che è di una banalità disarmante. Ci troviamo nella Milano del 1831, davanti alla Scala, ai tempi della prima dell’Opera. Già durante la Sinfonia assistiamo a moti rivoluzionari supportati da coreografie da avanspettacolo.

C’è la fucilazione di un rivoltoso da parte dei viennesi, seguita da un rito che si vede ogni giorno a Gaza: cadavere trascinato via in un lenzuolo bianco, poi ricoperto dal tricolore, compianto da compagne e compagni. Arriva, appunto, Federico Confalonieri, l’Oroveso capo dei carbonari ad aizzare i milanesi contro l’aguzzino occupante: Norma o Tell, tutto fa brodo, il Risorgimento è salvo.

La scena è posta sull’immancabile piattaforma girevole, che ci presenta la facciata della Scala e, sul retro… scale e scaloni che ospiteranno le vicende del dramma. Costumi dell’epoca, con i notabili carbonari vestiti da becchini e i militari occupanti in luminose divise immacolate.   

Simboli necrofili in abbondanza: teschi dorati, tre figuranti a creare l’atmosfera da tragedia greca, una toilette da teatro per Norma con la scritta MEDEA, chè non sfugga a nessuno il legame con l’abusato soggetto. Due candidi pupazzi-bambinelli fanno intuire l’insana attitudine di Norma-Medea nei loro confronti. E Norma, appunto, è una veggente, quindi scruta una sfera di cristallo scuro per… schiarirsi le idee.

Poi vedremo anche i bambinelli veri che sembrano il paparino in persona, con tanto di bianche uniformi e berretti in tinta (insomma, l’imperialismo austro-ungarico detta legge anche sui cromosomi…) giocare con i rispettivi pupazzetti mentre la mamma sta pensando a come farli secchi.

Alla fine del primo atto la Scala è quella ridotta a macerie dai bombardamenti americani viennesi (a futura memoria?)

L’epilogo non è un rogo (in effetti par di vedere una barricata incendiata): no, è una nuova fucilazione, operata dai patrioti milanesi per punire l’occupante e l’indegna traditrice della patria.

Allo spettacolo però – un vero peccato - è mancato lo spontaneo aggiungersi dell’intero pubblico al coro guerra! guerra!, come avveniva a quei tempi.

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Ecco perché, all’uscita finale, Py e Weitz hanno innescato nel secondo loggione… le 5 giornate di Milano. Che dire? Con normativa misericordia potremmo implorare per loro: Deh, non volerli vittime…