La
benemerita tradizione scaligera di affidare una delle opere del cartellone
autunnale (quest’anno l’Elisir) alle forze
dell’Accademia (Orchestra, Coro e cantanti) si è arricchita quest’anno con una
nuova iniziativa: oltre ad affidare la Direzione musicale ad un giovane ormai
più che promettente (Marco Alibrando) ha anche messo in cantiere una
nuova produzione (affidata all’esordiente Maria Mauti) destinata ad
entrare in futuro nell’offerta scaligera degli spettacoli per ragazzi, seguendo
in ciò le orme della precedente produzione di Asagaroff.
Ieri è andata in scena la penultima delle sei recite, in un teatro piacevolmente affollato da pubblico decisamente ben disposto a supportare gli sforzi di tutti gli addetti ai lavori.
I quali erano rappresentati dagli ormai collaudati complessi di Orchestra (Marco Alibrando) e Coro (Salvo Sgrò) che forniscono la solida base sulla quale si innestano le sperimentazioni, che quest’anno coinvolgono l’allestimento e sei delle nove voci che danno vita ai cinque personaggi del soggetto.
Così, sul primo fronte, ad affiancare gli esordienti in Scala Maria Mauti (regia), Marco Rossi (scene) e Nicoletta Ceccolini (costumi) sono i navigati Peter van Praet (luci) e Stefania Ballone (coreografie). Su quello delle voci, il fuori quota Misha Kiria (Dulcamara) e gli accademici già diplomati (Noemi Muschetti, Adina e Chao Liu, Belcore) fanno da tutori agli esordienti Sabrina Sanza (Adina), Geunhwa Lee (Belcore), Cristóbal Campos Marin e Zizhao Chen (Nemorino) e Saori Sugiyama e Aigerim Altynbek (Giannetta).
Ieri il cast vocale, oltre all’ormai lanciatissimo Misha Kiria, vero trionfatore della serata, era costituito dall’esordiente Sabrina Sanza, che ha sfoggiato voce ben impostata, facilità di salita agli acuti e piacevole presenza scenica; poi Aigerim Altynbek, una Giannetta davvero convincente, voce ben proiettata e penetrante; ancora Cristóbal Campos Marin, un Nemorino apprezzabile, che forse deve ancora mettere bene a punto lo strumento, ma che non ha affatto sfigurato nelle sue arie, accolte da applausi a scena aperta; infine Geunhwa Lee (Belcore) che mi è parso un po’…timido e poco appariscente, a dispetto del personaggio tronfio e invadente.
Sugli scudi Marco Alibrando, direzione attenta ai dettagli e al supporto delle voci, ben coadiuvato al fortepiano da Davide Costantino. Una certezza il Coro di Salvo Sgrò, compatto e brillante nelle sue diverse e frequenti apparizioni.
Quanto alla regia, una scelta piuttosto minimalista: stessa scena aperta e spoglia, che passa dal campo di grano assolato (primo atto) allo stesso campo ormai spianato dopo la mietitura; costumi che tradiscono ambientazione western (borghesi) e otto-novecento (militari); luci ben impiegate ad accogliere le diverse situazioni materiali, ma anche psicologiche, che caratterizzano il soggetto; movimenti di masse e singoli piuttosto elementari. Poi qualche innocua trovata (o ri-trovata) come oggetti disparati (abiti, scale, festoni, altalene) che calano dall’alto; e l’impiego della buca d’orchestra per l’ingresso e il commiato di Dulcamara (dotato di primitivo megafono).
Tutto sommato, una proposta onesta (e modesta, nell’allestimento?) che il pubblico ha però premiato alla fine con applausi e ovazioni per tutti (ma la Mauti non si è vista?) con punte per Alibrando e Kiria.

