Dopo
tre anni dalla produzione originale, ci viene riproposta la Lucia di Yannis
Kokkos, questa volta diretta da quell’anti-Venezi che risponde al nome di Speranza
Scappucci. Del (primo) cast di allora sopravvivono tre
deuteragonisti: Enrico (Pinkhasovich), Arturo (Cortellazzi) e Raimondo
(Pertusi). La coppia protagonista è Feola-Pretti (allora
Oropesa-Florez).
Non
mi dilungo sulla regia, francamente insignificante (però a differenza del 2023,
Kokkos non ha avuto contestazioni…) rimandando il mio scarno giudizio a quello
emesso in occasione di una recita di allora.
[Ma, già che ci sono, ripropongo anche il mio commento al precedente
allestimento della Zimmerman, altrettanto innocuo e profumatamente
pagato, dove ho citato un paio di tappe di… evoluzione del melodramma italico,
dal Bellini di Puritani al Verdi di Nabucco, passando per il
Donizetti di Lucia.]
Vengo
quindi al mondo dei sogni suoni. Speranza Scappucci ha confermato
ciò che di buono già aveva mostrato più di tre anni orsono al suo debutto qui nel
Bellini dei Capuleti (legato ad uno dei classici imprevisti che spesso
catapultano alla ribalta personaggi che ancora non occupavano le prime pagine
dei giornali). Oggi lei ha superato la cinquantina ed ha acquisito notorietà
internazionale: per dire, alla Fenice ci sarebbe stata benissimo, con solide
credenziali e senza suscitare reazioni di rigetto… Una direzione sobria (gesto
mai plateale e senza affettazione) ma non per questo piatta o monotona, al
contrario: attacchi precisi e cura e
attenzione ai mille particolari di espressività che costellano la partitura. Personalmente
le potrei addebitare qualche eccessiva forzatura nelle dinamiche, a scapito
delle voci. Meritati comunque i consensi per lei ai due rientri e al termine
dello spettacolo.
Alberto Malazzi ne ha valorizzato la concertazione con l’alto livello (come sempre) del Coro scaligero, qui impegnato su diversi fronti, tutti appropriatamente interpretati: tracotanza di armigeri; fedeltà al signorotto che li assolda, euforia per le nozze della sorella e complicità nella vendetta contro Edgardo; ma alla fine anche empatia e compassione per i due sfortunati amanti.
Rosa
Feola
ha messo in mostra la sua voce ben tornita e le qualità di coloratura e
abbellimenti nelle principali esternazioni (duetti con Edgardo e Enrico e scena
della pazzia). Ha staccato anche i MIb, RE e REb acuti con sicurezza. Qualcosa
da migliorare forse nell’espressività e nel pathos che caratterizzano il personaggio,
il che non le ha negato generosi riconoscimenti a scena aperta e alla fine. [Con
lei va menzionato il valoroso Friedrich Heinrich Kern alla Glassharmonica.]
Da Piero Pretti una prestazione più che dignitosa, sia vocalmente (varietà di accenti e sicure salite agli acuti) che scenicamente (immedesimazione nei contrasti psicologici che assillano Edgardo). Anche per lui franco successo finale.
Boris Pinkhasovich tornava dopo il 2023 e ha confermato la buona impressione lasciata allora (voce importante anche se dal timbro non purissimo) e sicura ed efficace presenza scenica.
Michele Pertusi ormai fa sempre la sua bella figura: la voce forse tende a scurirsi troppo nella parte alta della tessitura, ma il suo Raimondo è stato autorevole e convincente. Così il pubblico non gli ha lesinato consensi.
Leonardo Cortellazzi (anche lui un reduce del 2023) ha fatto ciò che ci si aspetta da una parte invero secondaria (Arturo). Paolo Antognetti (Normanno) e l’accademica Hyeonsol Park (Alisa) hanno completato degnamente il cast.
Come detto, buon successo generale con punte per Feola, Pretti, Pertusi e Scappucci.

