L’ultimo concerto della stagione principale dell’Orchestra Sinfonica di Milano vede naturalmente sul podio il suo Direttore Musicale, i cui impegni di pendolare Milano-Firenze hanno evidentemente imposto l’anticipo di un giorno delle due esecuzioni di questo programma di struttura tradizionale, che parte da un’Ouverture rossiniana, prosegue con un famoso Concerto solistico e si chiude con un altrettanto inflazionata Sinfonia.
Per
l’occasione il Tjek ha schierato la sua orchestra col massimo delle… dotazioni
disponibili, impiegando per ben otto strumenti entrambe le prime parti.
L’apertura era quindi riservata alla Sinfonia della Semiramide, opera composta a e per Venezia e colà rappresentata lunedì 3 febbraio del 1823, poco prima che Rossini (con la Colbran a rimorchio) partisse per far fortuna a Parigi. Rossini, dopo averla sostituita con semplici preludi nel suo periodo napoletano, ritorna per l’occasione alla sinfonia, e che Sinfonia! [In Appendice qualche breve nota sul contenuto.]
Il
Tjek ne nette in risalto tutti i contrasti dinamici e ne accentua anche quelli
agogici, come nell’iniziale Andantino, che attacca con sostenutezza per
poi scatenarne i violenti strappi che preparano il passaggio all’Allegro.
Ne esce un’esecuzione che scalda i motori dell’orchestra e quelli del… pubblico, già foltissimo all’inizio e che diventa da tutto-esaurito dopo che anche i numerosi ritardatari han potuto prender posto, approfittando del tempo necessario a sistemare il pianoforte per il brano successivo.
Potenza
nei passaggi più eroici e percussivi, ispirazione in quelli più intimistici,
uso persino esagerato del rubato (ma in questo Liszt ci sta tutto) hanno
davvero stupito (ce ne fosse stato bisogno…) E si è incaricato poi il Tjek di compiere
l’opera di integrare al meglio le istanze e le eroiche iniziative del
pianoforte con la nobiltà del contributo orchestrale (e dei soli, di cui cito
per tutti il violoncello di Shirai Grigolato) in una perfetta simbiosi,
che riscatta ampiamente l’apparente frammentarietà di questo lavoro.
Inutile dire del trionfo al calor bianco per Tellian e per tutti. Il Tjek resta sul palco per applaudire l’amico e l’orchestra e assistere ai due bis che ci vengono regalati (? e Scriabin).
Parliamo
di Hector Berlioz, che sfrontatamente chiamò Sinfonia (Fantastica)
la declinazione in musica della sua personale esperienza umana, con tanto di
infatuazioni erotico-sentimentali, di assunzione di sostanze oppiacee, di
salita al patibolo e di oniriche visioni di stampo bucolico affiancate ad altre
di oscene kermesse sabbatiche.
Curiosità:
quasi 36 anni orsono (13/11/1993) la Fantastica fu al centro del primo concerto
dell’allora appena nata Orchestra, diretto dal fondatore, il venerabile Vladimir Delman, al
Conservatorio.
Il
Tjek attacca Rêveries—Passions con approccio lezioso, mostrando di aver seguito
alla lettera i consigli che Berlioz ha lasciato in partitura riguardo le undici
battute (Più mosso) che arrivano dopo le 16 iniziali in Largo,
dove i violini primi e secondi devono preparare il terreno, seguiti poi dal
resto dell’orchestra, al ritorno del Largo: e la presenza contemporanea delle due
coppie di prime parti si giustifica anche solo per questo dettaglio, ma poi lo
sarà anche nei movimenti successivi. Poi il Direttore stringe i tempi,
rinunciando (sorprendentemente?) al da-capo dell’esposizione dell’Idée
fixe, per tener alta la tensione nel successivo sviluppo che porta alla religiosa
conclusione.
Vibrante il successivo Un Bal, sostenuto dalla leggerezza degli archi e dalla mirabile atmosfera creata dalle due arpe. Di grande effetto la spazialità e l’atmosfera creata nella spettrale Scène aux champs, dove si distingue il corno inglese di Paola Scotti, e poi, alla fine, il lontano perdersi dei tuoni, creato dalla presenza di ben due postazioni di timpani.
Poderosa e rabbrividente la successiva Marche au supplice, dove l’Idée fixe riappare alla fine nell’oboe come un fantasma subito scacciato dalla protervia dell’intera orchestra.
Songe d'une nuit du Sabbat è la degna conclusione di quest’avventura mistico-erotica. Il clarinetto piccolo di Ghiazza ne è l’emblema più evidente ed efficace, nel rivelare tutta la fallacia di quell’Idée fixe che ci aveva ossessionato fin qui.
Parlare di trionfo è ancora poco.
È sempre in forma-sonata-senza-sviluppo, ma è un vero e proprio gioiello, e in più presenta almeno quattro motivi che ricompariranno in diverse scene dell’opera, della quale quindi non è una semplice e posticcia introduzione, avulsa dal contesto (come, ad esempio, quella dell’Aureliano poi disinvoltamente appiccicata ad Elisabetta e quindi al Barbiere) ma una parte assolutamente integrante. Come dimostrano questi riferimenti (vedi tabella sottostante):
Qui sotto in massima sintesi uno schema del brano (con minutaggi) che si appoggia su questa esecuzione di Claudio Abbado con la Chamber Orchestra of Europe, registrata negli studi DGG nel 1990:
|
Introduzione
|
|
RE maggiore
|
Allegro vivace
|
6/8
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35”
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Andantino
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Esposizione
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4’05”
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1° tema – RE maggiore
|
Allegro
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4/4
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5’55”
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2° tema – LA maggiore
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6’24”
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crescendo
(a)
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|
6’43”
|
crescendo
(b)
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Ripresa |
8’03”
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1° tema – RE maggiore
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9’52"
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2° tema – RE maggiore
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10’21”
|
crescendo
(a)
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|||
|
10’38”
|
crescendo
(b)
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Qui i principali temi:



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