MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ LEONE XIV PER LA LIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
1° GENNAIO 2026
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La pace sia con tutti voi.
Verso una pace disarmata e disarmante
“La pace sia con te!”.
Questo antichissimo saluto, ancora oggi quotidiano in molte
culture, la sera di Pasqua si è riempito di nuovo vigore sulle labbra di Gesù
risorto. «Pace a voi» ( Gv 20,19.21) è la sua Parola che non
soltanto augura, ma realizza un definitivo cambiamento in chi la accoglie e
così in tutta la realtà. Per questo i successori degli Apostoli danno voce ogni
giorno e in tutto il mondo alla più silenziosa rivoluzione: “La pace sia con
voi!”. Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire
il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace
del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante.
Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente. [1]
La pace di Cristo risorto
Ad aver vinto la morte e abbattuto i muri di separazione fra
gli esseri umani (cfr Ef 2,14) è il Buon Pastore, che dà la
vita per il gregge e che ha molte pecore al di là del recinto dell’ovile
(cfr Gv 10,11.16): Cristo, nostra pace. La sua presenza, il
suo dono, la sua vittoria riverberano nella perseveranza di molti testimoni,
per mezzo dei quali l’opera di Dio continua nel mondo, diventando persino più
percepibile e luminosa nell’oscurità dei tempi.
Il contrasto fra tenebre e luce, infatti, non è soltanto
un’immagine biblica per descrivere il travaglio da cui sta nascendo un mondo
nuovo: è un’esperienza che ci attraversa e ci sconvolge in rapporto alle prove
che incontriamo, nelle circostanze storiche in cui ci troviamo a vivere.
Ebbene, vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel
buio. Si tratta di un’esigenza che i discepoli di Gesù sono chiamati a vivere
in modo unico e privilegiato, ma che per molte vie sa aprirsi un varco nel
cuore di ogni essere umano. La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere
di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La
pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si
sussurra “per sempre”. In questo orizzonte ci ha introdotti il Risorto. In
questo presentimento vivono le operatrici e gli operatori di pace che, nel
dramma di quella che Papa Francesco ha
definito “terza guerra mondiale a pezzi”, ancora resistono alla contaminazione
delle tenebre, come sentinelle nella notte.
Il contrario, cioè dimenticare la luce, è purtroppo
possibile: si perde allora di realismo, cedendo a una rappresentazione del
mondo parziale e distorta, nel segno delle tenebre e della paura. Non sono
pochi oggi a chiamare realistiche le narrazioni prive di speranza, cieche alla
bellezza altrui, dimentiche della grazia di Dio che opera sempre nei cuori
umani, per quanto feriti dal peccato. Sant’Agostino esortava i cristiani a
intrecciare un’indissolubile amicizia con la pace, affinché, custodendola nell’intimo
del loro spirito, potessero irradiarne tutt’intorno il luminoso calore. Egli,
indirizzandosi alla sua comunità, così scriveva: «Se volete attirare gli altri
alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per
infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso». [2]
Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non
averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace! Accogliamola e
riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di
essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia
dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta,
custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata.
È un principio che guida e determina le nostre scelte. Anche nei luoghi in cui
rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile, proprio
oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace. Come la sera di Pasqua Gesù entrò
nel luogo dove si trovavano i discepoli, impauriti e scoraggiati, così la pace
di Cristo risorto continua ad attraversare porte e barriere con le voci e i
volti dei suoi testimoni. È il dono che consente di non dimenticare il bene, di
riconoscerlo vincitore, di sceglierlo ancora e insieme.
Una pace disarmata
Poco prima di essere catturato, in un momento di intensa
confidenza, Gesù disse a quelli che erano con Lui: «Vi lascio la pace, vi do la
mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». E subito aggiunse: «Non sia
turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). Il
turbamento e il timore potevano riguardare, certo, la violenza che si sarebbe
presto abbattuta su di Lui. Più profondamente, i Vangeli non nascondono che a
sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti,
Pietro per primo, gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro
chiese di seguirlo. La via di Gesù continua a essere motivo di turbamento e di
timore. E Lui ripete con fermezza a chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada
nel fodero» (Gv 18,11; cfr Mt 26,52). La pace di
Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise
circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono
farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe
volte si sono resi complici. La grande parabola del giudizio universale invita
tutti i cristiani ad agire con misericordia in questa consapevolezza (cfr Mt 25,31-46).
E nel farlo, essi troveranno al loro fianco fratelli e sorelle che, per vie
diverse, hanno saputo ascoltare il dolore altrui e si sono interiormente
liberati dall’inganno della violenza.
Sebbene non siano poche, oggi, le persone col cuore pronto
alla pace, un grande senso di impotenza le pervade di fronte al corso degli
avvenimenti, sempre più incerto. Già Sant’Agostino, in effetti, segnalava un
particolare paradosso: «Non è difficile possedere la pace. È, al limite, più
difficile lodarla. Se la vogliamo lodare, abbiamo bisogno di avere capacità che
forse ci mancano; andiamo in cerca delle idee giuste, soppesiamo le frasi. Se
invece la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo
possederla senza alcuna fatica». [3]
Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per
non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la
guerra per raggiungere la pace. Sembrano mancare le idee giuste, le frasi
soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una
realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde
nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e
governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza
alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di
là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica
contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che
va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità. Non a caso, i
ripetuti appelli a incrementare le spese militari e le scelte che ne conseguono
sono presentati da molti governanti con la giustificazione della pericolosità
altrui. Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la
deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato
non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio
della forza. «In conseguenza – come già scriveva dei suoi tempi San Giovanni XXIII –
gli esseri umani vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad
ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se
è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la
responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è
escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la
scintilla che metta in moto l’apparato bellico». [4]
Ebbene, nel corso del 2024 le spese militari a livello
mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la
tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi
di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale. [5] Per di più, oggi alle nuove sfide
pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il
riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura
della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne
dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e
programmi educativi, in scuole e università, così come nei media,
che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente
armata di difesa e di sicurezza.
Tuttavia, «chi ama veramente la pace ama anche i nemici
della pace». [6] Così Sant’Agostino raccomandava di
non distruggere i ponti e di non insistere col registro del rimprovero,
preferendo la via dell’ascolto e, per quanto possibile, dell’incontro con le
ragioni altrui. Sessant’anni fa, il Concilio
Vaticano II si concludeva nella consapevolezza di un urgente dialogo
fra Chiesa e mondo contemporaneo. In particolare, la Costituzione Gaudium
et spes portava l’attenzione sull’evoluzione della pratica
bellica: «Il rischio caratteristico della guerra moderna consiste nel fatto che
essa offre quasi l’occasione a coloro che posseggono le più moderne armi
scientifiche di compiere tali delitti e, per una certa inesorabile
concatenazione, può sospingere le volontà degli uomini alle più atroci
decisioni. Affinché dunque non debba mai più accadere questo in futuro, i
vescovi di tutto il mondo, ora riuniti, scongiurano tutti, in modo particolare
i governanti e i supremi comandanti militari, a voler continuamente
considerare, davanti a Dio e davanti all’umanità intera, l’enorme peso della
loro responsabilità». [7]
Nel ribadire l’appello dei Padri conciliari e stimando la
via del dialogo come la più efficace ad ogni livello, constatiamo come
l’ulteriore avanzamento tecnologico e l’applicazione in ambito militare delle
intelligenze artificiali abbiano radicalizzato la tragicità dei conflitti
armati. Si va persino delineando un processo di deresponsabilizzazione dei
leader politici e militari, a motivo del crescente “delegare” alle macchine
decisioni riguardanti la vita e la morte di persone umane. È una spirale distruttiva,
senza precedenti, dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia e da cui
è custodita qualsiasi civiltà. Occorre denunciare le enormi concentrazioni di
interessi economici e finanziari privati che vanno sospingendo gli Stati in
questa direzione; ma ciò non basta, se contemporaneamente non viene favorito il
risveglio delle coscienze e del pensiero critico. L’Enciclica Fratelli
tutti presenta San Francesco d’Assisi come esempio di un tale
risveglio: «In quel mondo pieno di torri di guardia e di mura difensive, le
città vivevano guerre sanguinose tra famiglie potenti, mentre crescevano le
zone miserabili delle periferie escluse. Là Francesco ricevette dentro di sé la
vera pace, si liberò da ogni desiderio di dominio sugli altri, si fece uno
degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti». [8] È una storia che vuole continuare in
noi, e che richiede di unire gli sforzi per contribuire a vicenda a una pace
disarmante, una pace che nasce dall’apertura e dall’umiltà evangelica.
Una pace disarmante
La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto
bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo
abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane
madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra» cantano gli
angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può
scoprirsi amata soltanto prendendosene cura (cfr Lc 2,13-14).
Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il
pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a
trafiggerci il cuore (cfr At 2,37). Al riguardo, il mio
venerato Predecessore scriveva che «la fragilità umana ha il potere di renderci
più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a
ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a
sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione
la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità». [9]
Giovanni
XXIII introdusse per primo la prospettiva di un disarmo integrale, che
si può affermare soltanto attraverso il rinnovamento del cuore e
dell’intelligenza. Così scriveva nella Pacem
in terris: «Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi
bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro
eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse
ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi
sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua
volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti,
si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella
vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere
conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed
è della più alta utilità». [10]
È questo un servizio fondamentale che le religioni devono
rendere all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di
trasformare in armi persino i pensieri e le parole. Le grandi tradizioni
spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i
legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è
simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato.
Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole
della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare
religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire
attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il
Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario
coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso
come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture. In tutto
il mondo è auspicabile che «ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove
si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la
giustizia e si custodisce il perdono». [11] Oggi più che mai, infatti, occorre
mostrare che la pace non è un’utopia, mediante una creatività pastorale attenta
e generativa.
D’altra parte, ciò non deve distogliere l’attenzione di
tutti dall’importanza della dimensione politica. Quanti sono chiamati a
responsabilità pubbliche nelle sedi più alte e qualificate, «considerino a
fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità
politiche su piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla
sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti. Scrutino il
problema fino a individuare il punto donde è possibile iniziare l’avvio verso
intese leali, durature, feconde». [12]È la via disarmante della diplomazia,
della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più
frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che
richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle
istituzioni sovranazionali.
Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai
esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di
destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e
sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la
speranza, contrastando il diffondersi di «atteggiamenti fatalistici, come se le
dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture
indipendenti dalla volontà umana». [13] Se infatti «il modo migliore per
dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare
la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori», [14] a una simile strategia va opposto
lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo
responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di
giustizia riparativa su piccola e su larga scala. Lo evidenziava già con
chiarezza Leone
XIII nell’Enciclica Rerum
novarum: «Il sentimento della propria debolezza spinge l’uomo a voler
unire la sua opera all’altrui. La Scrittura dice: È meglio essere in due che
uno solo; perché due hanno maggior vantaggio nel loro lavoro. Se uno cade, è
sostenuto dall’altro. Guai a chi è solo; se cade non ha una mano che lo sollevi
( Eccl 4,9-10). E altrove: il fratello aiutato dal fratello è
simile a una città fortificata ( Prov 18,19)». [15]
Possa essere questo un frutto del Giubileo della Speranza, che ha
sollecitato milioni di esseri umani a riscoprirsi pellegrini e ad avviare in sé
stessi quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a
rispondere adempiendo le sue promesse: «Egli sarà giudice fra le genti e
arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle
loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra
nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite,
camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,4-5).
Dal Vaticano, 8 dicembre 2025
LEONE PP. XIV
[1] Cfr Benedizione apostolica “Urbi et Orbi” e primo saluto, Loggia centrale della Basilica di San Pietro (8 maggio 2025).
[2] Agostino d’Ippona, Discorso 357,
3.
[3] Ibid., 1.
[4] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem
in terris (11 aprile 1963), 60.
[5] Cfr SIPRI Yearbook: Armaments,
Disarmament and International Security (2025).
[6] Agostino d’Ippona, Discorso 357,
1.
[7] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium
et spes, 80.
[8] Francesco, Lett. enc. Fratelli
tutti (3 ottobre 2020), 4.
[9] Id., Lettera
al Direttore del Corriere della Sera (14 marzo 2025).
[10] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem
in terris (11 aprile 1963), 61.
[11] Discorso
ai Vescovi della Conferenza Episcopale Italiana (17 giugno 2025).
[12] Giovanni XXIII, Lett. enc. Pacem
in terris (11 aprile 1963), 63.
[13] Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas
in veritate (29 giugno 2009), 42.
[14] Francesco, Lett. enc. Fratelli
tutti (3 ottobre 2020), 15.
[15] Leone XIII, Lett. enc. Rerum novarum (15 maggio 1891), 37.


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