Il quinto
concerto
della stagione principale dell’Orchestra Sinfonica di Milano vede protagonisti
due artisti iberici, che spesso si esibiscono in coppia (come qui in Ciajkovski): sul podio Pablo
González e al violino Javier Comesaña.
Programma di struttura tripartita ultra-tradizionale, che è aperto nel nome di Mozart con l’Ouverture delle Nozze:
Per questo suo ritorno, dopo il Mozart di apertura, ci fa avanzare nel pieno ‘800, ma con un compositore assai legato al classicismo: Felix Mendelssohn e il suo Concerto per violino più celebre, quello in MI minore, assai più noto ed eseguito del fratellino in RE. Ecco qui il giovane Javier interpretarlo in una recente esibizione a Barcellona,
Prestazione di gran pregio, la sua, che ha colto tutta la leggerezza e la leziosità di questo brano, di un
Mendelssohn dallo spirito ultra-romantico, ma allo stesso tempo strettamente
legato al barocco (Bach….) e alla classicità delle forme. Un fiume di note inebriante,
che il bravo González ha adeguatamente supportato con l’orchestra, cercando (magari
non sempre riuscendoci…) di frenarne gli eccessivi slanci.
Ma vale anche il ragionamento opposto: preso a caso un pezzo musicale, composto sotto chissà quali impulsi o ispirazioni, chiunque di noi, dotato di un minimo di fantasia e perspicacia, potrebbe appiccicargli, a posteriori, un oggetto, un sentimento, un fatto, un personaggio o un concetto compiuto… tutte cose che l’Autore nemmeno lontanamente si era sognato di evocare. E, in effetti, ciò accade più frequentemente di quanto non si creda: Clara Schumann vedeva nel primo tempo della Terza di Brahms il brillio dell’alba che sorge, raggi di sole che tremano fra gli alberi… e anch’io (parafrasando Woody Allen) potrei vedere nel finale della Quinta di Beethoven (diretto da Furtwängler nel 1943) la prefigurazione del Führer incoronato Walter der Welt al termine della vittoriosa WW2.]
Il compositore ha lasciato alcune
indicazioni programmatiche sui contenuti dei quattro movimenti, avvertendo
tuttavia che esse rappresentano esclusivamente il suo personale rapporto con la
musica, possono cioè spiegarne l’ispirazione originale, ma nulla più.
Così Nielsen descrive il primo movimento (collerico) citando un primo motivo agitato, a piena orchestra, seguito da un controsoggetto più dolce affidato al clarinetto, che introduce il tema contrastante, tranquillo, negli oboi. Lo sviluppo mette i due temi a contrasto-confronto e la coda ripresenta l’atmosfera iniziale.
Il secondo movimento (flemmatico) fu ispirato dalla personalità di un giovane da Nielsen conosciuto, un ragazzo felice ma un po’ schivo e contemplativo, come il motivo principale del movimento. Un improvviso schianto ne turba temporaneamente la tranquillità, poi tutto si calma e ritorna il sereno.
Il terzo movimento (melanconico) presenta un primo motivo di carattere lamentoso seguito da uno quasi singhiozzante; si arriva ad un climax di disperazione e sconforto; segue un intermezzo mite e rassegnato, poi tornano i primi due motivi fino a spegnersi. Ricompare il primo motivo a piena forza e trascina tutti gli altri; una coda su un nuovo motivo chiude il movimento.
Il quarto movimento (sanguigno) ricorda il carattere smaccato di un prepotente, cui tutto è dovuto; una breve pausa di sconcerto e paura provoca sussulti e sincopi; poi torna però la baldanza usuale; ma ancora ecco una perdita di ottimismo e sicurezza, cui segue una presa di coscienza, sottolineata dalla marcia conclusiva più nobile delle precedenti esternazioni.
Più sotto riporto una succinta analisi della Sinfonia, seguendola nell’interpretazione di Paavo Järvi con un’Orchestra del suo Paese d’origine.
La Sinfonica di Milano era (salvo
smentite…) al primo incontro con questa partitura tutt’altro che agevole, e
così è ancora più meritoria la sua prestazione, che ha contribuito a rompere il
ghiaccio che imprigiona questo compositore danese, del quale sarebbe proprio il
caso di proporre altri lavori.
Una curiosa caratteristica della Sinfonia consiste nella peculiare concatenazione tonale dei suoi quattro movimenti: la cui progressione è fatta di intervalli discendenti di una terza maggiore: dal SI minore al SOL maggiore, al MIb minore e infine al RE maggiore (relativa di SI minore).
Il primo movimento è canonicamente in forma-sonata: dopo 5 rudi battute introduttive troviamo l’esposizione, con il primo tema, in SI minore, assai collerico, che è seguito (54”) da un motivo più pacato (nella dominante FA#) proposto dal clarinetto e sviluppato dal flauto. Segue una fanfara più agitata che conduce (1’24”) all’esposizione, negli oboi, di un nuovo tema, in DO maggiore, che, dopo una pausa (corona puntata, 2’01”) riprende con grande forza per poi dissolversi per dare inizio ad una corposa sezione di sviluppo, nella quale vengono rielaborati e arricchiti i motivi dell’esposizione (in particolare il secondo). A 5’55” ecco la ricapitolazione con il primo tema, poi il secondo (7’40”) e infine una brillante coda (8’50”) chiusa da re schianti di SI minore.
Il secondo movimento è a struttura A-B-A’. Si apre (10’06”) con il tema principale, un walzer, o anche una cantilena (in 6/4, SOL maggiore) rimpallata fra archi e legni, che rappresenta appunto un approccio flemmatico per non dire rinunciatario. Dopo che il tema è tornato, in DO maggiore, nei corni, ecco (11’57”, sezione B) che il ritmo si fa più ostinato, con note anche ribattute, quasi il sopraggiungere di una certa… sonnolenza. Che viene subitaneamente e rumorosamente interrotta (13’05”) da un terrificante schianto (un SIb del timpano) che porta lo scompiglio (in MIb maggiore!) anche nella cantilena originale, ora ripresa (13’26”) con grande vigore: insomma, una specie di risveglio che tuttavia mantiene quel vigore ancora per poco (13’42”, modulazione a RE maggiore) sciogliendosi nuovamente (sezione A’) nel tran-tran precedente (14’33”, ritorno a SOL maggiore) fino al sopraggiungere del… sonno?
Il terzo movimento (struttura A-B-A’-Coda) vuol evocare il senso di malinconia. A 15’30” lo apre negli archi il primo motivo della sezione A, in MIb minore, che ricorda il walzer del movimento precedente (!) e che accresce il suono come in uno spasimo di dolore, cui segue (16’34”) un secondo motivo, nell’oboe, quasi singhiozzante, che viene sviluppato drammaticamente dall’intera orchestra, fino a spegnersi per far posto (19’04”, sezione B) ad un tema più pacato e sognante, nella relativa MIb maggiore. Tema che viene proposto dagli strumentini e poi sviluppato assai dall’intera orchestra, a sezioni separate, fino a chiudersi sui rintocchi dei timpani, che preparano (21’43”) il ritorno del MIb minore del primo tema del movimento, che introduce la sezione A’, a sua volta sviluppantesi fino alla breve coda (morendo) in pianissimo.
Il quarto movimento (struttura di pseudo-rondo, A-B-A’-C-A”) richiama il temperamento sanguigno e subito (26’14”, sezione A) erompe un tema (A1) baldanzoso e strafottente, in RE maggiore. Gli succede (26’43”) un nuovo motivo (A2) sincopato e un po’ trafelato, esposto in fortissimo, sulla dominante LA maggiore, che chiude la sezione A per aprire la B (27’28”). La tonalità è passata a LA minore, la baldanza un po’ sfumata, ma il calmo ritorno a LA maggiore fa presagire la ripresa della sezione A (28’50”) in RE maggiore, con il motivo A1, seguito (29’18”) da A2. Ma A2 adesso si sviluppa con un ansimante crescendo che sfocia (29’38”) in un accordo generale di SOL maggiore, seguito da tre schianti orchestrali preceduti e seguiti da quattro rulli di timpani, cui segue una lunga fermata.
Siamo arrivati alla sezione C (29’57”), il tempo muta in Adagio molto e suonano solo gli archi, tutti in pianissimo: è evidentemente subentrato un momento di riflessione e forse di… pentimento? La tonalità trascolora continuamente fino ad adagiarsi sul SOL, dove la sezione si chiude sommessamente.
Una breve transizione, con il tempo ritornato Allegro (32’18”) prepara l’arrivo dell’ultima sezione A” (32’34”, Marziale) in LA maggiore. È il tema A1 che si trasfigura e, proponendoci un temperamento che dalla riflessione della sezione C ha forse tratto un salutare insegnamento, chiude con sobria enfasi la Sinfonia.



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