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cumulativo delle tre opere principali in cartellone.
18 agosto 2026
Eccomi, dunque, a commentare l’opera che rappresenta la punta di diamante dell’Edizione n°47 del Festival, di cui ieri è andata in scena, all’Auditorium Scavolini, la terza delle quattro recite in cartellone.
Senza offesa per la parte musicale, do la precedenza alla nuova messinscena affidata a Davide Livermore, ormai veterano di allestimenti al ROF (il primo fu Demetrio&Polibio nell’ormai lontano 2010…)
Comincio col dire che far meglio del Padrissa-2017 era un gioco da ragazzi, stante la sconfortante povertà dell’idea registica dell’esponente della Fura dels Baus.
Tuttavia devo purtroppo segnalare che Livermore non ha per nulla vinto la sfida per distacco, ma anzi ha faticato a raggiungere (ai miei occhi) la sufficienza.
Il Konzept (per dirla nel linguaggio crucco del Regieteather) di Livermore non sarebbe per nulla scandaloso, anche se un filino complicato da decifrare. Ora: la realtà storica del 1826, con la quale si dovette confrontare Rossini, vedeva Parigi esaltarsi per l’eroica resistenza greca (Missolungi, proprio in quei giorni) contro gli invasori ottomani. E il libretto del Siège tratta della resistenza dei greci del 1459 contro l’invasore ottomano Mohamed, alimentata dal proposito di rinverdire i fasti greci di 2000 anni prima (le mitiche battaglie contro i persiani, con allusioni a Maratona, a Leonidas, alle Termopili, etc.)
Fin qui, tutto bene: l’enorme armadio che si apre nel primo atto, dal quale fanno capolino un’enorme statua muliebre e un ammasso di resti di un tempio, ci dà l’idea dei greci del 1459 che riscoprono le vestigia e i ruderi della loro millenaria civiltà.
Ma ora nasce il problema di fondo del Konzept di Livermore. Stabilito che siamo nel 1459 con Corinto alle prese con Mohamed, dovremmo aspettarci matematicamente di vedere subito dopo il detto Mohamed, turco islamico reduce dalla conquista di Bisanzio e pronto a conquistare Corinto.
Ma la scena viene invece popolata da gente dei nostri giorni, dotata di ogni diavoleria contemporanea (smartphone in primis, ovviamente). Il condottiero ottomano è proprio Mohamed, ma abbigliato (alla moda) come ogni riccastro o mafioso, con tutto il seguito di supporter e armati, tutti in abiti bianchi. Chi sono costoro?
La realtà di oggi suggerirebbe subito un nome: Erdogan & soci! [Non certo un Ayatollah con Pasdaran al seguito!] Stando a Capi di Stato che perseguono obiettivi imperialistici, potremmo pensare a Trump, Netanyahu, Putin, Xi, Kim, …
Un curioso dettaglio – che nessuno fra i recensori togati sembra aver sottolineato – è rappresentato dal mimo (in abiti moderni!) che imperversa (prevalentemente sul bordo destro della scena) in atteggiamenti ora rancorosi (si mangia, sputandole, le unghie), ora incivili (si toglie una scarpa, poi il calzino, che annusa per poi gettarlo via, prima di rimettersi la scarpa), ora sarcastici, con gesti e smorfie al telefono, che dovrebbe rappresentare… l’essenza della nostra putrida società?
Insomma, che ci vuol trasmettere il regista? A dispetto dello spettacolo (molto fumo e poco arrosto, peraltro) forse un generico messaggio distopico e nichilista, della serie: questo mondo è avviato sulla strada dell’auto-distruzione? Mah, se è così, è un messaggio plausibile, ma del tutto gratuito (della serie: prima o poi, dobbiamo morire…) Di sicuro non è ciò che Rossini e i suoi librettisti ci volevano trasmettere!
E ciò basta a dare il pollice-verso a questa proposta. A maggior ragione a fronte della decisione, invero incivile e rancorosa, del team registico di non presentarsi alla fine per ricevere il verdetto del pubblico!
Per
fortuna le cose sono andate assai bene sul fronte musicale, che a me
personalmente ha soddisfatto (come già nella ripresa radiofonica). Rizzi sempre
in controllo dell’Orchestra bolognese (qualche
eccesso bandistico si può perdonare); il Coro di Pasquale Veleno
in grande evidenza; la Berzhanskaya sugli scudi, insieme a Maxim
Mironov (i più applauditi alla fine).
Piacevole conferma dalla bravissima Anna-Doris Capitelli, mentre il Mohamed di Adrian Sâmpetrean merita ampia sufficienza, con l’auspicio che ciò lo spinga ancora a migliorarsi.
Detto che mi aspettavo di più dal Cléomène di Matteo Roma, confermo l’apprezzamento per Simòn Orfila e per gli altri due interpreti (Giuseppe De Luca, Omar, e Tianxuefei Sun, Adraste).
Ultima nota di perplessità: auditorium Scavolini con evidenti vuoti.
Il mio secondo appuntamento è nella bomboniera del Teatro Rossini, per la terza recita de La scala di seta, che per la settima volta si rappresenta al ROF e per le ultime tre (2009, 11 e 26) si è avvalsa dell’allestimento di Damiano Michieletto.
Della
quale proposta non esito a reiterare le lodi e a constatare come, a 17 anni di
distanza, ancora mantenga intatta tutta la sua freschezza e godibilità. Ciò
vale per l’idea geniale di mostrarci costantemente l’ambiente domestico dove si
svolge la farsa (gli specchi che riflettono la planimetria dell’appartamento ma
anche l’esterno, con il balcone da cui vi si accede mediante… lenzuolone) e per
l’invenzione delle tante gag, tutte realizzate con stile, gusto ed
equilibrio, anche quando sono graffianti, allusive o provocatorie: insomma
calate in pieno nello spirito leggero e disimpegnato del soggetto originale
della farsa.
E poi, la gestione attoriale dei personaggi, dove fa spicco la trasformazione di Lucilla da segretaria acida (per mancanza di… manico?) in una bomba sexy assatanata. A proposito di personaggi, ha spopolato (come prevedibile) la personalità straripante di Paolo Bordogna, veterano del ROF e assoluto protagonista delle tre edizioni michielettiane, nei panni del vanesio servitore di casa che in realtà diventa l’effettivo motore di tutta l’azione.
Per lui un autentico trionfo finale. Che ha comunque accomunato tutti i protagonisti dello spettacolo, a partire dalle voci, su cui hanno spiccato quelle dei due amanti segreti, Hasmik Torosyan e Alasdair Kent, voci ben impostate, acuti mai sforzati. Iurii Samoilov era il velleitario Blansac, che se l’è cavata discretamente, non avendo potuto disporre (scelta, peraltro, da approvare) dell’aria di baule (Alle voci dell’amore) che Alberto Zedda aveva regalato al basso nelle due passate edizioni. Bene anche l’ormai navigato Enrico Iviglia (un efficace Dormont) e la citata Lucilla della promettente Mara Gaudenzi.
Ivàn Lòpez-Reynoso ha diretto con brio e speditezza di tempi l’Orchestra del Comunale di Bologna, calorosamente applaudita dopo l’esecuzione della famosa Sinfonia. Gesto sobrio ed efficace negli attacchi, apprezzabile il suo supporto alle voci, così come la brillante concertazione dei numeri d’insieme che chiudono le due parti dell’opera. Davvero inspiegabili (per me) ed immeritati i tre isolati buh piovutigli in testa dall’alto dei palchi all’uscita finale.
Per il resto e come detto, pubblico entusiasta e prodigo di applausi e ovazioni per tutti.
Pesaro ancora affollata da gente che per i 2/3 arriva dai più sperduti angoli del mondo per godersi questo Rossini. E dove si può incontrare il più famoso musicista pesarese dopo Rossini mentre si aggira nei pressi del teatro, in bicicletta e in tenuta balneare.
Teatro non proprio esaurito, ma quasi, e pubblico reattivo e intento a non perdersi nulla dello spettacolo. Che è poi ancora quello - davvero da museo, nel senso più alto del termine – ideato nella preistoria del ROF (1987) dal sommo Jean-Pierre Ponnelle e poi riproposto a più riprese da Sonja Frisell. E che non ci si annoia mai di rivedere, proprio come accade alla Scala di seta michielettiana, della quale condivide l’approccio leggero e allusivo, ma senza mai scadere nel triviale o nel grossolano, pur impiegando mezzi assai diversi, a partire dalle scene, che Michieletto ci presenta in modo assolutamente statico, facendole animare dal grande specchio sovrastante, mentre Ponnelle al contrario inventa continue mutazioni, impiegando pareti di tessuto dipinto e argani che permettono di muoverle e spostarle a seconda delle esigenze del libretto. E dando a Martino (Giuseppe Toia, esordiente al ROF) il ruolo di regista in scena, fin dal suo ingresso dalla platea per distribuire partitura e parti.
La ripresa radiofonica della prima aveva portato buone notizie sul fronte dei suoni e questa dal vivo le ha in buona parte confermate. A partire dalla solida direzione di Alessandro Bonato e dalla risposta convincente della Sinfonica Rossini, potenziata dai due maestri al continuo, essenziali in questa partitura: Giulio Zappa al (bellissimo) fortepiano e Jacopo Muratori al cello.
La bella Damiana Mizzi ha sciorinato la sua voce acuta e penetrante, robusta nella parte bassa della tessitura ma capace poi di svettare nei concertati e di inerpicarsi senza difficoltà su su, fino al MIb. Martiniana Antonie ha confermato le sue qualità di mezzo messe al servizio dello sbarazzino e intraprendente personaggio di Ernestina.
Il pesarese Matteo Mancini (l’inaffidabile Don Parmenione) dopo questo esordio è sulla buona strada per diventare un buffo degno della miglior tradizione rossiniana.
Altra
bella conferma è Il tenorino bresciano Dave Monaco, capace di svettare
con acuti squillanti e autore di una prestazione che ha avuto il suo culmine nell’aria D'ogni più sacro
impegno. Così come apprezzabile è stato l’altro tenore leggero, lo Zio Eusebio di Manuel
Amati, ormai più che un esordiente qui e che è ormai più che una promessa.
Ai complimenti per le qualità registiche, per Giuseppe Toia vanno aggiunti quelli per la prestazione canora, culminata nell’aria Il mio padrone è un uomo…
Alla fine, consensi, applausi e ovazioni per tutti quanti. All’uscita della platea, Michele dall’Ongaro, da quest’anno padrone di casa, distribuiva sorrisi a tutti, evidentemente compiaciuto per i risultati di questo suo primo Festival. Che però non finisce qui…


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