Ieri al Regio
torinese (non proprio esaurito...) penultima recita di Příhody
lišky Bystroušky di Leóš Janáček,
nell’allestimento di Robert Carsen,
già apparso a Strasburgo nel 2013 e derivato da quello originale di Gent del
2001.
Sul podio Jan Latham-Koenig (un britannico con
ascendenze francesi, danesi, polacche e mauriziane...) che è un esperto di Janáček e lo ha confermato, con una direzione pulita e attenta ai dettagli, forse
(se posso permettermi) leggermente sovraccarica nelle dinamiche.
Fra gli interpreti metterei in prima fila il Guardiacaccia di Svatopluk Sem, di cui mi hanno impressionato il bel timbro di voce
e la grande espressività (nelle ultime due scene davvero lodevole).
Voce potente quella della Volpe Lucie
Silkenová, forse ancora da... mettere meglio sotto controllo (alludo a
qualche acuto un filino urlato) ma anche lei bravissima nel rendere la multiforme (!) personalità dell’animale.
Maestro e Curato+Tasso (rispettivamente Jaroslav
Březina e Ladislav Mlejnek) si sono ben distinti, in particolare il primo,
efficace nell’interpretare la personalità complessata del cattedratico
(purtroppo non quella... fisica, ma per lui sarebbe stato difficile perdere il 40% del suo peso, smile!)
Il banditesco Harašta è stato ben interpretato da Jakub
Kettner: il personaggio
compare soltanto nella prima scena dell’ultimo atto, ma ha un ruolo di primo
piano, imprimendo la svolta drammatica (voluta da Janáček in barba al racconto originale di Těsnohlídek) a questa fiaba per adulti. Stesso discorso per la
brava Michaela Kapustová, che ha ben
interpretato le dolci ma infuocate passioni amorose del maritino della
protagonista.
Tutti gli altri comprimari (cristiani e... bestie!) hanno lodevolmente
contribuito al successo pieno della recita: fra essi anche le voci bianche del Regio e del
Conservatorio, oltre al Coro, diretti
da Claudio Fenoglio.
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Che dire dell’allestimento? A parte che si conosceva a menadito (per esperienze
dirette o per sentito dire) essendo in giro – pur con rimaneggiamenti - da
ormai tre lustri, espongo qui qualche mia considerazione e valutazione.
Comincio dagli aspetti di ambientazione. La scena quasi fissa e sempre
spoglia (collinette coperte da fogliame o da un lenzuolone a simulare la neve)
non mi pare renda giustizia alla componente naturalistica
dell’opera. È vero che ci pensa la musica di Janáček ad evocare la Natura, e certo non si pretende di vedere
alberi di cartapesta con foglioline di cartavelina mosse da ventilatori, per
carità. Ma tra questo e il nulla quasi assoluto credo ci stia qualche soluzione
più soddisfacente, ecco. Appropriati invece i costumi, che non eccedono in
kitsch (parlo sia dei personaggi umani che, soprattutto, degli animali). Efficaci
le luci, che Carsen sa bene come impiegare (quelle laterali, in particolare).
A proposito di Natura, anzi propriamente di fauna, mi ha lasciato invece perplesso la scelta del regista di ridurre
drasticamente le specie animali che popolano la foresta di Janáček. Tutto il (wagneriano) Waldweben che il compositore ha voluto rappresentare (insetti,
animaletti, zanzare, rane) qui non trova cittadinanza ed il bosco si riduce ad una
specie di riserva per volpi! La cosa ha ripercussioni curiose laddove animali
che Carsen elimina devono però cantare! Così accade che i versi assegnati alla Zanzara
vengano cantati dal Guardiacaccia (il che ha del paradossale) e che la Volpina
assuma anche il ruolo della rana, andando a mordere il Guardiacaccia e poi chiedendo
alla madre se quell’animale sia commestibile (!?) Così poi nell’ultimissima
scena dell’opera è ancora una volpettina (la figlia della protagonista) che
sostituisce la rana e avverte il Guardiacaccia che l’animale da lui conosciuto
all’inizio era suo nonno (!?!) Di facile effetto la
discesa... dal cielo di Civetta, Ghiandaia e Picchio alla fine del second’atto
(nozze volpine).
Quanto al fluire del tempo, il testo di Janáček è molto parco di indicazioni, tuttavia vi si
possono fissare alcuni punti fermi: l’apertura è in estate (quadro I) mentre la
scena in fattoria (quadro II) è in autunno. Quindi sono passate alcune
settimane da quando la Volpina è in cattività, come confermano anche le
esternazioni di animali e cristiani. Invece lo scenario ci mostra in entrambi i quadri lo stesso paesaggio
autunnale e poi all’inizio del quadro II Carsen fa arrivare a casa il Guardiacaccia con la Volpina appena catturata. La cosa potrebbe essere considerata veniale, però resta
il fatto che così viene a mancare il cambio
di stagione, il che non mi pare una banalità. Lo stesso dicasi (atto II)
nel passaggio fra il quadro V (le peripezie dei tre
uomini nel bosco) e il quadro VI (l’incontro e il matrimonio delle
volpi) dove, secondo il testo originale, si dovrebbe ancora avere un cambio di
stagione (poichè si torna in estate, dall’autunno dove erano verosimilmente rimasti
ambientati i quadri precedenti, che non presentano fra loro evidenti salti di tempo: fuga della Volpina,
espropriazione del Tasso, scena in osteria e successiva scena nel bosco). Invece
Carsen ci mostra sempre lo stesso paesaggio brullo, coperto di fogliame secco.
All’inizio del terz’atto (quadro VII, quello della morte della Volpina) c’è un
cambio di stagione che dovrebbe essere estate-autunno, mentre Carsen ci fa
invece piombare in pieno inverno, con tanto di neve che copre ogni cosa. Neve
che poi sparisce per lasciar spazio ad erba verde, come fosse primavera: ma il
testo non lascia dubbi che si dovrebbe essere sempre in autunno (fra i quadri
VII, VIII e IX non paiono esserci soluzioni di continuità temporale) e il
mirabile monologo finale del Guardiacaccia accenna al prossimo ritorno del maggio, quando la Natura si risveglierà, e
dovrebbe contrastare proprio con il malinconico presente
autunnale. Insomma, scelte registiche che mi paiono francamente discutibili.
Vengo ora a qualche ulteriore (importante) dettaglio. Carsen immagina che
la trasformazione della Volpina in ragazza (quadro II) sia in realtà un sogno del
Guardiacaccia, che appunto in sogno si accoppia con lei, prima che tutto torni
normale. L’idea che fra Volpina e Guardiacaccia ci sia sotto qualcosa di
particolare e di sospetto è giustificata da quanto avviene nel second’atto
(quadro IV, in osteria) dove il Maestro e poi l’Oste fanno al Guardiacaccia
(che se ne risente in modo esagerato) allusioni che parrebbero gratuite se
riferite ad un animaletto, e invece pertinenti se riferite ad un essere umano.
Quindi l’idea di Carsen non è proprio da buttare, anzi!
Quando (atto II, quadro III) vediamo la Volpina fare abbondante pipì nella
tana casa del Tasso (cosa che non si trova nel testo di Janáček) dobbiamo ricordare che questa scena è invece
rappresentata con grande enfasi in uno dei disegni di Stanislav
Lolek che ispirarono il racconto originale
di Těsnohlídek, dove il fattaccio
è descritto per filo e per segno.
Carsen pare essersi poi ispirato alle
idee di Max Brod (il traduttore in
tedesco dei testi di Janáček) per rappresentare quanto avviene nel quadro V
(atto II) dove il Maestro e il Curato, ricordando le loro avventure e/o
infatuazioni sentimentali, hanno al loro fianco la Volpina, che in pratica
assume il ruolo della Terinka del
racconto. Orbene, va ricordato che Janáček si oppose sempre fieramente a questa (come ad
altre) interpretazioni di Brod (di cui peraltro aveva grande stima): nella
fattispecie il Maestro, ubriaco, crede di vedere Terinka in un girasole, il cui fiore viene mosso dalla
brezza, mentre la Volpina è soltanto nascosta nei pressi, occhieggiando poi
alle esternazioni del Curato. Invece Carsen fa sparire anche i girasoli!
Peccato...
Per ultimo vengo al quadro VII (inizio atto III) e alla fine della
Volpina. Carsen ci mostra una specie di sfida
all’OK Corral fra l’animale e il bracconiere (e fin qui tutto... OK) facendo però sparire dalla scena i
volpacchiotti che invece dovrebbero fare razzìa di galline nella sua cesta. Così
lo sbifido Harašta spara un primo colpo a caso (come da libretto) senza che nulla accada (si
dovrebbero invece vedere i volpacchiotti scappare in una nuvola di piume...) e
poi, a sangue freddo e prendendo bene la mira, esplode un gratuito secondo colpo (mortale) in pieno petto
alla Volpina. Tutto ciò contraddice profondamente non solo la lettera ma anche
lo spirito del testo originale, dove la morte della protagonista è un fatto del
tutto accidentale, come mille ne
accadono nella vita di tutti i giorni... e per questo Janáček non le riserva alcuna particolare enfasi (tipo
esequie in pompa magna, o cose simili). Fin troppo realistico poi l’atto
della scuoiatura dell’animale, di cui il bracconiere si porta via la pelliccia
(ciò che Janáček invece ci chiarisce con
discrezione nel quadro successivo, in osteria).
Ecco, elencate queste (per me) ombre nell’allestimento, resta
ovviamente la grande maestria che Carsen sa impiegare per proporci uno
spettacolo comunque di alto livello, che merita la fama da cui è circondato. E
questo è solo l’inizio del ciclo-Carsen-Janáček che il Regio lodevolmente ha messo in programma per
le stagioni a venire.
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