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02 febbraio, 2026

La terza e conclusiva giornata del Ring di McVicar alla Scala.

Ieri abbiamo assistito alla prima rappresentazione dell’ultima tappa della produzione a-spizzichi-e-bocconi (iniziata nella stagione 2023-24!) del Ring, in preparazione al doppio tour-de-force del prossimo mese, quando l’intero ciclo verrà eseguito per due volte (1-7 e 10-15).

Götterdämmerung è in effetti una summa-nibelungica, dove tutti i nodi dell’immane dramma vengono al pettine, e dove, per conseguenza musicale, tutti i principali Leitmotiv nati a cresciuti nelle tre precedenti tappe tornano a farsi sentire, magari opportunamente rivisti e invecchiati, insieme ai nuovi che udiamo per la prima volta. In effetti questa era già dalle origini la struttura della Siegfrieds Tod, un GrandOpéra concepito da Wagner a partire dal suo Nibelungen-Mythus ben prima dell’idea stessa del Ring, del quale divenne poi – con le necessarie od opportune modifiche, e non senza qualche incongruenza - l’atto conclusivo.

Sappiamo che questo Ring a puntate era nato con un unico genitore (Christian Thielemann) ma che poi è stato affidato, per sopraggiunte cause di forza maggiore, a genitore-1 (Simone Young, dotata di pedigree bayreuthiano) e genitore-2 (Alexander Soddy, suo fedele discepolo, almeno sulla carta).

Ebbene, sia oggi che per i due cicli completi di marzo, il primo a scendere in campo è stato e sarà invece Soddy; ciascuno può dare la sua risposta in fatto di implicazioni: per il pubblico, dal punto vista del risultato, e per orchestra, cantanti e regìa da quello della preparazione.

Il cast (come l’orchestra, per fortuna?) invece non cambia con il Kapellmeister, ma anche questo non è detto sia necessariamente un bene, se i due Direttori avessero visioni non proprio collimanti sull’interpretazione. Mah, su ciò bisognerebbe interpellare i diretti interessati.

Personalmente sentivo Soddy per la prima volta in questo Wagner e devo dire che il suo approccio generale (stacco dei tempi) mi è parso corretto. Molto ci sarà invece da registrare meglio nell’orchestra, in particolare nella sezione ottoni, prevaricante nel volume di suono che ha penalizzato le voci (la buca della Scala non è l’Orchestergraben di Bayreuth…) e ancora lontana da un calibrato amalgama (rapporti fra i corni e gli strumenti più gravi). Alla fine, Soddy ha portato tutti sul palco per un comunque meritato applauso vis-à-vis con il pubblico.

Il coro di Malazzi ha reso al meglio le sguaiatezze wagneriane (una programmatica parodia dissacrante della moda grand-opéra parigina) della terza scena del second’atto e per questo si merita un encomio.

Le voci (al netto delle citate difficoltà legate al frequente debordare degli strumenti) hanno presentato alti e bassi: le protagoniste tutte all’altezza: a partire dall’inossidabile Nina Stemme (una Waltraute perfetta). Poi la Nylund, che nel ruolo della protagonista garantisce sempre un alto livello di prestazione. Così come la Olga Bezsmertna, un’efficace Gutrune e, prima, una solida Norna-3, affiancata dignitosamente dalle altre due Norne Christa Mayer (1) e Szilvia Vörös (2). Bene anche le tre ninfe, Woglinde (Lea-ann Dunbar) Wellgunde (Svetlina Stoyanova) e Flosshilde (Virginie Verrez).

I maschietti così-così. Basti dire che il migliore è stato Johannes Martin Kränzle, un Alberich perfetto nella sua comunque ristretta apparizione. Di Vogt è ormai inutile ricordare che non ha la voce che ci si aspetterebbe (a torto o a ragione) dal ruolo, e ieri non mi è nemmeno parso in perfetta forma. Il Gunther di Russel Braun appena appena passabile, voce davvero anonima, proprio come il personaggio, ma anche i personaggi anonimi dovrebbero avere una voce adeguata… Purtroppo (per me) deludente, rispetto a precedenti apparizioni, Günther Groissböck, che impersona il bieco Hagen: ma se il personaggio è un cattivone, non per questo la voce che lo supporta deve essere… ehm, cattivona!

In ogni caso il pubblico (parecchi vuoti nei palchi) ha accolto tutti con benevolenza.

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La messinscena di McVicar ha ricalcato quelle dei tre drammi precedenti: approccio abbastanza minimalista: la tana di Brünnhilde esternamente ha il profilo di Erda, poi ruota per mostrarne l’apertura; le manone già comparse nel Rheingold tornano qui piuttosto malconce (dato il passar del tempo); i due cavalli sono impersonati da un figurante su trampoli da atleti paralimpici; la reggia di Gibichheim ha la giusta dose di Kitsch, e insomma siamo in zona neutra fra le corna vichinghe e i cappelli a cilindro…

Segnalerò un paio di trovate proprio nell’ultimissima scena del cosmico sfacelo: a prostrarsi sul cadavere di Siegfried arrivano i suoi diretti congiunti (Siegmund&Sieglinde più Wotan); poi lo stesso Wotan rotola rovinosamente giù da uno scalone del Wahlall in fiamme (la letterale caduta degli dèi…) e infine ricompare, a simboleggiare l’Oro, il figurante già visto nella prima scena del Rheingold. Qui però viene raggiunto da… Alberich! La trovata (non nuova per la verità) è almeno plausibile, chè Wagner non ci notifica la scomparsa del nano, e del resto tutti i mondi susseguitisi nelle ere geologiche a quello di Wotan (incluso quello in cui viviamo noi oggi) sono stati e sono popolati da torme di Alberich, frustrati sul piano degli affetti e quindi assatanati per ricchezza e potere.

Come per le precedenti opere, sonori buh a tutto il team registico.

Ecco, adesso non ci resta (parlo per gli inguaribili wagneriti…) che trangugiare a marzo (una sola o magari due volte di fila) l’intera mappazza nibelungica!