che bonisoli ce la mandi buona

31 marzo, 2017

2017 con laVerdi – 14


Tutto Mozart e tutto Fazil Say nel concerto di questa settimana. Approda quindi in Auditorium (discretamente affollato direi) questo 47enne turco emigrato (di fatto) in Germania come tre milioni di suoi connazionali. Purtroppo (o per fortuna) – essendo lui ateo e abbastanza critico delle posizioni dell’AKP – non può essere usato dal sultano Erdogan per far pubblicità alla Turchia neo-islamica e de-Atatürk-izzata: al contrario, in patria passa da una denuncia all’altra per vilipendio della religione o del regime, così parrebbe ormai intenzionato a stabilirsi definitivamente in Giappone...   

Lui non è certamente il primo a concentrare su di sè entrambi i ruoli (di solista e direttore) nei concerti mozartiani: fece storia nella seconda metà del ‘900 Geza Anda, che li eseguì e incise con la Camerata salisburghese. Più recentemente anche Pollini ne ha seguito le orme (qui lo ascoltiamo appunto con i bostoniani nel n°12).

Ma Say di ruoli ne riveste addirittura tre, essendo anche autore del suo Silk road, del 1994: che è una specie di concerto per piano e orchestra d’archi (più un gong) che ripercorre in quattro tappe la mitica via della seta: dalla cina Nord-occidentale (1. Colomba bianca e nuvole nere) all’India (2. Danze Hindu) alla Mesopotamia (3. Massacro) e infine alla sua Ankara (4. Ballata della Terra). Eccone qui un estratto preceduto da una sua presentazione in crucco, nella quale spiega la presenza del gong, del contrabbasso posto in fondo alla sala, e le caratteristiche della strumentazione, dove agli archi (e allo stesso pianoforte, opportunamente... manomesso) viene chiesto di imitare strumenti caratteristici delle regioni orientali attraversate nel suo brano.

Qui il contrabbasso remoto è piazzato in fondo alla scena, sulla destra, e tiene quasi continuamente un pedale grave, oltre (saltuariamente) ad arricchirlo con tamburellamenti della mano sinistra sulla cassa. Il gong in pratica separa i quattro episodi del cammino, mentre gli altri contrabbassi schioccano autentiche frustate. Ma è il pianoforte a trasformarsi (opportunamente... maneggiato da Fazil con la mano appoggiata sul piano delle corde) in qualche strumento orientale, dal suono chiuso, opaco, come di corda pizzicata violentemente.

Insomma, un brano godibile, che Fazil propone con grande partecipazione emotiva e che il pubblico ha accolto con altrettanto calore.
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Dopo l’Ouverture delle Nozze dove l’Orchestra, guidata ieri da Dellingshausen, smentisce alla grande la teoria di Fellini, eseguendola senza Direttore (non è la prima volta che ciò accade) il corpo del programma, ad incastonare il lavoro di Say, è occupato dai due concerti per pianoforte in LA maggiore del Teofilo. Oltre a questi, i 21 concerti hanno tonalità DO (4 M+1m); RE (3M+1m); MIb (4M); FA (3M); SOL (1M) e SIb (4M). Il K414 e il K488 sono separati da meno di 4 anni (1782-1786): il 414 (con il 413 e il 415) fu proprio il primo dei tre composti a Vienna, dove Mozart si era trasferito dalla natia Salisburgo, affrancandosi (pena un... calcio in culo) dall’asfissiante tutela dello sbifido arcivescovo Colloredo, per intraprendere la libera professione di musicista e concertista.

Hanno struttura ovviamente classica, tre movimenti di cui il primo in tempo Allegro, il secondo in tempo lento (Andante e Adagio) e il terzo in forma di Rondo (Allegretto e Allegro assai). Molto interessante notare l’evoluzione dei contenuti, evidenziata dal rapporto tonale fra i movimenti: il 414 è assolutamente tradizionale (movimento interno sulla sottodominante RE maggiore) mentre il 488 presenta per la terza (ed ultima) volta l’Adagio centrale nella tonalità relativa minore (FA#), un’innovazione che Mozart aveva già sperimentato nei precedenti 456 (SIbM-SOLm) e 482 (MIbM-DOm).

A parte queste analogie e differenze, balza evidente all’orecchio il grande salto di qualità fatto da Mozart in quei pochi anni, e del resto il 488 è praticamente contemporaneo delle Nozze, sommo capolavoro operistico.

Fazil lascia praticamente la massima libertà all’orchestra, limitandosi a pochi e semplici segni di attacco, per concentrarsi sulla tastiera, dalla quale estrae tutta la magia delle melodie mozartiane con passione e partecipazione emotiva. Sarà pure un Mozart visto... dall’Anatolia, ma è di livello eccezionale e trascina il pubblico all’entusiasmo. Così, pur dopo tutto questo tour-de-force, il nostro ci regala ancora un altro suo capolavoro!

25 marzo, 2017

2017 con laVerdi – 13


Oggi cade il 150 anniversario della nascita di Arturo Toscanini e anche laVerdi ha voluto festeggiarlo dedicando alla memoria del grande Maestro il 13° concerto stagionale, affidato all’ormai navigata bacchetta di Jader Bignamini, in un programma classico: Beethoven-Schubert! E l’Auditorium si è letteralmente riempito come un uovo!

La star della serata è l’ex-bambino-prodigio Giovanni Andrea Zanon, che a poco più di 18 anni sta ormai entrando nel gotha del concertismo planetario! E qui ci propone nientemeno che un monumento del violinismo di tutti i tempi: l’Op.61 di Beethoven. Ecco qui un’interpretazione che ha fatto storia, quella di Jascha Heifetz con Toscanini (NBC, 1940).

Il ragazzino è davvero un fenomeno: e non solo per la straordinaria tecnica (cosa quasi scontata a quei livelli) ma per la grandissima maturità che dimostra nell’interpretazione. Cosa non ha saputo cavare dal Larghetto è addirittura stupefacente. Ma anche la cadenza (Kreisler) del primo movimento è stata una vera perla, così come il bis bachiano. Per i miei gusti, avesse tenuto un tempo un po’ meno sostenuto nel movimento iniziale (vedasi appunto Heifetz-Toscanini) si sarebbe trattato di un’esecuzione praticamente perfetta.   
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Infine la più classica delle sinfonie Incompiute, quella di Franz Schubert. Ecco ancora come Toscanini la interpretò nel1950 (sempre con la NBC Symphony). Bignamini (che non ci risparmia certo il da-capo dell’esposizione dell’Allegro moderato) ne dà una lettura romantica, ricca di sfumature e accenti di grande lirismo, meritando per sè e per i ragazzi lunghi applausi, ricambiati da un bis rossiniano (il Pas de six dal Tell, qui sempre da Toscanini con la NBC nel 1945).   

Insomma, una grandissima serata di musica nella Milano che è in attesa di... Francesco!

24 marzo, 2017

Matrimoni e divorzi in quel di Pesaro


L’ultima newsletter del ROF dà notizia della partnership triennale (a partire già da questo 2017) fra il Festival e l’OSN, che diventa quindi la principale produttrice di suoni non vocali per le prossime tre edizioni.

Il programma preliminare del ROF (di cui è sovrintendente Gianfranco Mariotti) ancora a gennaio 2017 indicava per le tre manifestazioni ora assegnate alla OSN la presenza ormai tradizionale dell’Orchestra del Comunale di Bologna (di cui è Direttore musicale il pargolo Michele Mariotti, comunque assente quest’anno a Pesaro).

Con l’Orchestra bolognese se ne va anche il coro di Faidutti, rimpiazzato da quello ascolano del Ventidio Basso.

Che dire? Dissapori in famiglia Mariotti o fra i Mariotti e Nicola Sani?
  

18 marzo, 2017

2017 con laVerdi – 12


Leonard Slatkin torna dopo lungo tempo a guidare laVerdi in un concerto dedicato a Berlioz, con antipasto... moderno. 

Ascoltiamo infatti in apertura Circuits dell’americana Cindy McTee (che casualmente risulta essere... la moglie del Direttore!) una breve composizione del 1990 per strumenti a fiato e percussioni, poi ristrumentata anche con gli archi. Stando all’Autrice, il titolo si giustifica con la presenza di ostinate ripetizioni motiviche su un tappeto di insistenti semicrome. Ciascuno può farsene un’idea (anche di come la dirige il maritino!) qui.

I 5 minuti passano tutto sommato abbastanza piacevolmente, con un progressivo arricchimento di spunti melodici che rompono la monotonia dell’ostinato sottostante. Applausi che non si negano mai in simili circostanze; tanto più quando a riceverli sono due simpatici turisti yankee di mezza età, lui tarchiato, canuto e cicciottello (gli hanno messo un gradino per salire sul podio); lei magra, asciutta, con corta capigliatura argentea...
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È un ritorno anche quello di Lisa Larsson, nuovamente qui dopo più di due anni per interpretare la Cléopâtre, una scena lirica per voce ed orchestra, nella quale Berlioz musicò (1829) versi di Pierre-Ange Vieillard de Boismartin, ispirati alla morte della Regina egiziaÈ suddiviso in 7 sezioni (qui il riferimento ad un’interpretazione della grande Jessie Norman): 

1. Introduzione strumentale (Allegro vivace con impeto

2. Recitativo (1’39”) C'en est donc fait! 

3. Aria (3’11”, Lento cantabile) Ah! qu'ils sont loin ces jours... 

4. Recitativo (9’26”) Au comble des revers... 

5. Méditation (10’35”, Largo, misterioso) Grands Pharaons, nobles Lagides... 

6. Aria (15’40”, Allegro assai agitato) Non!.. non,  de vos demeures funèbres... 

7. Recitativo misurato (18’40”) Dieux du Nil... vous m'avez... trahie! 

Alla maniera di Rossini, anche Berlioz reimpiegò passaggi di quest’opera piuttosto sfortunata (non gli procurò l’ambito Prix de Rome e passò presto nel dimenticatoio) in lavori successivi: le cinque battute (dal n°3)  sul verso Où sur le sein des mers, comparable à Vénus furono impiegate nel Cellini (e da qui nel Carnaval); l’intero passo della Méditation (n°5) fu riutilizzato per musicare il Choeur d'ombres (n°2 del Lélio); un passaggio dell’aria n°6 (da Du destin qui m'accable est-ce à moi de me plaindre?) fu impiegato – con modifiche - nell’Ouverture con coro La Tempête (poi divenuta il n°6 del Lélio).

La bella e bionda Lisa sfoggia la sua voce non potentissima ma assai apropriata ad esprimere i sentimenti di questa donna un po’ complessata e certamente ferita, che per Berlioz sarà una specie di apripista della futura Didon dei Troyens. Per lei applausi calorosi, mentre a laVerdi va il merito di aver proposto quest’opera che non merita proprio di rimanere nel dimenticatoio.
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Chiusura con la Fantastica, uno dei cavalli di battaglia dell’orchestra. C’è anche qui un labile e indiretto legame con la Cléopâtre: il celebre tema dell’Idée fixe viene da una delle altre tre cantate (Herminie) scritte da Berlioz per i concorsi al Prix de Rome

Slatkin dirige a memoria, ci mette qualcosa di suo a livello dettagli, esegue anche il ritornello dell’esposizione, ma a memoria suona evidentemente anche l’Orchestra, che sciorina una delle sue prestazioni solide e trascinanti. Alla fine ovazioni e applausi ritmati, innescati dai... piedi degli orchestrali per omaggiare il simpatico Leonard.

17 marzo, 2017

I Maestri trionfano alla Scala

 

Dopo ben 27 anni ieri sera le note dei wagneriani Meistersinger sono tornate a risuonare dentro il Piermarini (ahinoi con ampi spazi vuoti...) accolte da un autentico trionfo. E il trionfatore primo è stato Daniele Gatti, autore di una direzione e concertazione di livello assoluto: dallo stacco perfetto dei tempi, alla certosina meticolosità dello scavo dei particolari; dall’autorevolezza nel guidare le colossali scene corali alla cura con cui ha accompagnato il canto dei singoli. E l’Orchestra (piccole sbavature negli ottoni a parte) lo ha splendidamente assecondato, inondando la sala di suoni ora strepitosi, ora delicati e raffinati; ora tronfi ed enfatici, ora languidi ed accorati. Restituendoci tutta l’emozionante ricchezza di questa mirabile partitura. A partire dal Preludio, che Gatti ha meritoriamente spogliato di ogni eccesso di retorica guglielmina, moderando i suoni quasi a livello cameristico, per continuare con il Preludio del terz’atto, dove la cavata dei violoncelli e poi l’ingresso di viole e violini hanno avuto del memorabile. Quando poi ce n’è stato bisogno, Gatti non ha esitato a fare esplodere tutta la santabarbara orchestrale insieme a quella del coro di Casoni, con effetti davvero straordinari.

Per il direttore milanese un successo indiscusso, già prefigurato dagli applausi e dai bravo! piovutigli addosso ai due rientri e suggellato dalla trionfale accoglienza finale.

Nel cast vocale le cose non sono andate tutte allo stesso modo. Per fortuna ci ha pensato Michael Volle a deliziarci con una perfetta resa della personalità di Sachs: i suoi lunghi (o brevi) monologhi sono stati autentiche perle di espressività, da far salire le lacrime agli occhi; e la voce non ha mai perso smalto e profondità. Insomma, una prestazione che merita il massimo dei voti.

Sul fronte opposto, che dire del Walther di Michael Schade? Che il suo stesso cognome è l’immagine della sua prestazione? Che si può spiegare soltanto con un’improvvisa (e non annunciata) indisposizione: non altrimenti può accadere ad un tenore di dover portare quasi regolarmente all’ottava inferiore ogni nota superiore al SOL! Peccato davvero...

Note ancora positive per il Beckmesser di Markus Werba: la sua voce chiara e sempre controllata, senza inflessioni sguaiate che la parte potrebbe facilmente indurre, gli ha permesso di offrirci un Merker di alto livello: da incorniciare tutto il finale dell’incontro con Sachs nel terz’atto, oltre alle due memorabili serenate.

La Eva di Jacquelyn Wagner non mi ha francamente entusiasmato: voce minuta (spesso coperta dall’orchestra, che pure Gatti cercava di tenere a bada) e piuttosto aspra e vetrosa; si è comunque difesa onorevolmente almeno nel quintetto.

Suo padre Pogner è stato un ottimo Albert Dohmen, uno che interpretando ruoli di cattivoni e bastardi spesso esagera in sguaiatezze, mentre qui, nei panni di un padre nobile (magari un filino ottuso, ecco) ha dato il meglio di sè. Da incorniciare il suo indirizzo ai Maestri nel primo atto.

Benino anche il David di Peter Sonn, che a differenza di Schade evidentemente stava... bene e ha onorevolmente impersonato il ragazzo un po’ ingenuo che se la fa con una zitella!

La quale Magdalene è stata un’onesta Anna Lapkovskaja, che mi è parsa dotata di voce più penetrante di quella della Wagner.

Fra i Maestri, da menzionare in particolare il Kothner di Detlef Roth, tutti gli altri hanno... risposto bene al suo appello!

Efficace, nella minuscola ma importante parte del guardiano notturno, Wilhelm Schwinghammer.   

Da lodare tutti gli apprendisti(/e), allievi delle Accademie (scaligera, del Mozarteum e di Zurigo). Come detto, perfetto il coro di Casoni, con la perla del Wach’ auf!
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L’allestimento di Harry Kupfer (il cui gruppo di lavoro è stato pure calorosamente applaudito alla fine) va dritto al sodo, senza pretendere di scoprire chissà quali astrusi significati si nascondano nelle pieghe del libretto. Scene ridotte all’osso (ruderi della Katharinenkirche e ponteggi praticabili), costumi moderni, luci efficacemente dosate. Ma soprattutto: eccellente caratterizzazione dei personaggi e aderenza quasi maniacale (complice il concertatore) alle minuziose indicazioni che Wagner dissemina sulla partitura. Un esempio su tutti: la scena dell’arrivo di Beckmesser in casa Sachs nel terz’atto, dove ogni minimo dettaglio delle didascalie originali (che richiede perfetta sincronia tra ciò che si ode in orchestra e ciò che si vede sul palco) è stato restituito in modo a dir poco mirabile.

Qualche invenzione del regista non disturba più di tanto: mi limito a citare il Beckmesser che resta in scena dopo il fiasco della prova finale per ricevere una stretta di mano di Sachs.

All-in-all: uno spettacolo di assoluto livello che francamente non merita tutti i vuoti registrati ieri alla prima.

15 marzo, 2017

Alla Scala arrivano i Maestri (7). Walther(=Wagner) l’innovatore ispirato


Le esibizioni canore di Walther von Stolzing, il tamarro venuto dalla campagna in città per liberarsi dal monotono tran-tran di una vita senza problemi ma anche senza particolari emozioni, sono quattro, cui però ne va aggiunta una quinta, surrettizia ma importante. 

Orbene, come già l’apprendista (artigiano-calzolaio e cantore) David ha anticipato a Walther al momento di far la sua conoscenza in chiesa, e come poi pontificherà il Maestro Kothner leggendo la tavola che reca le Leges Tabulaturae, una Canzone di Maestro deve consistere in uno o più Bar (la struttura portante della canzone) a sua volta costituito da tre componenti: due strofe (Stollen) di testo diverso ma egual musica, più un epòdo (Abgesang) con testo e musica tassativamente diversi.

La prima esibizione di Walther è quella del Probelied (la canzone d’esame) che il nostro deve inventare lì sui due piedi ed esporre alla Gilde per accedere al titolo di Maestro. Siamo nel primo atto, chiesa di SantaCaterina e con Sixtus Beckmesser in funzione di censore. Walther canterà i due Stollen, poi l’Abgesang sarà contrappuntato e disturbato da continui interventi dei Maestri, che ormai lo hanno irrimediabilmente bocciato, travolto dalla gragnuola di segni d’errore sciorinata dal (prevenuto) censore. Ecco come si presentano il testo e la struttura musicale (numero di battute) della prima strofa: 

So rief der Lenz in den Wald,
dass laut es ihn durchhallt:

und wie in fern'ren Wellen
der Hall von dannen flieht,

von weither naht ein Schwellen,
das mächtig näher zieht.

Es schwillt und schallt,
es tönt der Wald
von holder Stimmen Gemenge;

nun laut und hell,
schon nah zur Stell',
wie wächst der Schwall!
Wie Glockenhall
ertost des Jubels Gedränge!

Der Wald,
wie bald
antwortet er dem Ruf,
der neu ihm Leben schuf:

stimmte an
das süsse Lenzeslied!
 4


 4


 4


 4



 6

  

  

 6

  


 4
Così ha chiamato la primavera entro la foresta,
che altamente tutta ne rintrona:


e come in onde sempre più lontane
via se ne fugge il suono,


di lontano s'appressa un ondeggiare
potente, via via più vicino.


Il quale rigonfia ed eccheggia,
e risuona la foresta
del concento delle dolci voci.


AAlta ormai e chiara,
già presso a me,
come l'onda cresce!
Come uno scampanìo,
rimbomba del giubilo il tumulto!


La foresta,
come súbita

risponde ella a quel grido,
che nuova vita le ha infuso:


è cominciato
il dolce inno della primavera!

A dispetto dell’orecchiabilità della musica, va riconosciuto che la struttura della strofa lascia un po’ a desiderare dal punto di vista della simmetria e del flusso melodico: in particolare nella seconda parte (i gruppi di 6 battute) sembra perdere scorrevolezza per sovrabbondanza di testo e note, ha una falsa cadenza su Der Wald wie bald (dopo la quale la canzone, invece di chiudere, riprende con un motivo del tutto nuovo) prima di quella effettiva (stimmte an). Insomma, sembra che Walther voglia strafare, aggiunge versi e musica che rischiano di appesantire la strofa e allungare inopinatamente il brodo.

Peggio ancora va alla seconda strofa (So rief es mir in der Brust) che ha le stesse caratteristiche (e quindi gli stessi problemi) della prima, ma con l’aggravante del maldestro preludio, causato dallo stato d’animo alterato di Walther a fronte della reazione negativa di Beckmesser alla sua prima strofa: dove il giovane fa addirittura del sarcasmo sul Merker, paragonato all’inverno che, nascosto in una siepe di rovi, cerca di rovinare il bel canto primaverile. Non è poi così strano che l’inflessibile Beckmesser ci trovi più di un errore, e pure gli altri Maestri (il solo Sachs escluso) si mostrino contrariati, poichè trovano difficoltà a seguirne la narrativa.

Così nel caotico Abgesang Walther romperà ogni argine, paragonando Beckmesser ad una civetta che aizza corvi, gazze e cornacchie (i Maestri!) contro il meraviglioso uccello (lui...) dalle ali dorate. Insomma, un esordio non proprio brillante (ma a Walther sarà sufficiente aver colpito l’immaginazione di Sachs...)

Passiamo ora alla canzone che Walther inventa – prendendo spunto da un sogno appena fatto - il mattino successivo, alla presenza e dietro le rassicuranti esortazioni di Sachs. Sarà (variata!) quella della gara finale (Preislied) ed è composta da due Bar (un terzo, Walther lo inventerà in seguito, in presenza di Eva) perfettamente identici nella musica. Ecco qua la prima strofa:

Morgenlich leuchtend in rosigem Schein,

von Blüt und Duft
geschwellt die Luft,


voll aller Wonnen,
nie ersonnen,


ein Garten lud mich ein,
Gast ihm zu sein.
 4

 2


 2


 4
Luminoso nel roseo chiaror della mattina,

del profumo dei fiori
l'aria impregnata,


pieno di tutte le voluttà
mai sognate,


un giardino m'invitava
ospitalmente ad entrare.

Come si nota, è una strofa assai regolare e all’ascolto presenta solo una piccola forzatura sul penultimo verso (la terzina sul mich). Chiude sul DO di impianto.

La seconda strofa (Wonnig entragend dem seligen Raum) ha la stessa struttura in versi della prima, mentre muta significativamente (anche se assai sottilmente) sul piano musicale: infatti alla settima delle 12 battute (Prangen dem Verlangen) un FA# al posto del LA produce la modulazione da DO a SOL maggiore, nella cui tonalità la strofa si chiude. Sachs lo fa prontamente notare a Walther, esortandolo a trovare un degno figlio a tali genitori (le due strofe, appunto) e così l’Abgesang torna, a partire dal SOL come dominante, a DO maggiore, dove viene esposto il bellissimo tema dell’amore:

Sei euch vertraut,
welch' hehres Wunder mir geschehn:
an meiner Seite stand ein Weib,
so hold und schön ich nie gesehn:


gleich einer Braut
umfasste sie sanft meinen Leib;


mit Augen winkend,
die Hand wies blinkend,


was ich verlangend begehrt,
die Frucht so hold und wert
vom Lebensbaum.
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 4



 6
Vi sia confidato,
quale alto prodigio m'è avvenuto:
al mio fianco stava una donna,
così dolce e bella, giammai avevo vista:


simile a sposa,
soavemente mi cinse la persona;


con gli occhi accennando,
la mano luminosa indicava


quel che io struggendomi bramavo:
il frutto così dolce e nobile
dell'albero della vita.

Beh, qui un pedante potrebbe obiettare (e Sachs non manca di farlo, bonariamente) sulla chiusa un poco affrettata, ma certo (sarà per la presenza del Maestro) rispetto al Probelied i progressi – almeno in fatto di proporzioni formali - sono evidenti. E vengono subito confermati dal nuovo Bar (Abendlich glühend in himmlischer Pracht) che Walther sciorina senza esitazioni e... tutto d’un fiato, in perfetta identità musicale (salvo minori differenze di orchestrazione) con il precedente!

Acquisita dimestichezza con il Bar, Walther la sfoggia (dopo che abbiamo assistito al siparietto con Beckmesser) all’innamorata, venuta da Sachs per problemi di... calzature. Questa nuova componente (Weilten die Sterne im lieblichen Tanz?) che completa la terna ispirata al sogno mattutino, ha la stessa identica struttura delle precedenti, anche qui con varianti solo di orchestrazione.

Arriviamo quindi alla quarta esibizione del nostro cavaliere, quella più importante e decisiva, alla tenzone canora e in presenza della moltitudine del popolo di Norimberga. Sappiamo come il povero Beckmesser abbia appena miseramente fallito la sua, bistrattando oltre ogni limite soprattutto il testo, trascritto da Sachs, del Lied di Walther. E poi lo stesso Sachs ha adeguatamente preparato il popolo ad accogliere come un eroe il cavaliere venuto dalla campagna. E poco prima – nel grande quintetto - lo aveva addirittura informalmente nominato Maestro in una cerimonia privata in casa sua (il battesimo del Lied del suo sogno!) testimoni Eva, Magdalene e David. Insomma, la gara è pure... truccata e il nostro ormai sa di avere campo libero. E allora che ti fa? Fa il gradasso! E si prende – rispetto alla pulizia formale del canto mattutino - un sacco di libertà, come del resto è nella sua natura di giovane ribelle e presuntuoso, natura che qui riemerge proprio come il giorno precedente, in occasione della prova in chiesa.

Cominciamo con il testo: Walther qui canterà un solo Bar, ma vi mescola versi dei tre Bar inventati al mattino a casa di Sachs: il primo Stollen è una variante ampliata di quello del primo Bar; il secondo Stollen attacca come il primo del secondo Bar, ma poi ne modifica profondamente e ne amplia il testo; lo stesso dicasi per l’Abgesang, che si basa sull’incipit di quello del terzo Bar, per poi modificarlo ed ampliarlo considerevolmente. Dal punto di vista letterario è interessante notare come le variazioni e soprattutto le tre nuove conclusioni (dei due Stollen e dell’Abgesang) introducano i concetti di Religione ed Arte che giocano un ruolo di primo piano nell’opera (e, non dimentichiamolo, nella prospettiva esistenziale-estetica di Wagner, che sembra far proprio il sogno di Walther!): il primo Stollen chiude con l’immagine di Eva in Paradiso; il secondo con quella della Musa del Parnaso; e l’Abgesang presenta la mirabile sintesi delle due figure: Parnaso e Paradiso!

Ma le conseguenze più importanti e macroscopiche di queste deviazioni nel testo sono ovviamente quelle che ricadono sulla musica, che acquista nuove (e magari... eterodosse) caratteristiche, legate all’allungamento del testo, che scombina le mirabili proporzioni originarie; e a sia pur momentanee modulazioni, che fanno deragliare la melodia dai sicuri binari della tonalità d’impianto (sempre DO) e dalla sua dominante SOL.

Il primo Stollen (Morgenlich leuchtend in rosigem Schein) ripercorre quasi pedestremente (testo e musica) i primi 6 versi dell’originale (fino a ein Garten lud mich ein); ma poi, invece di chiudere sul settimo e sulla tonica, e approfittando del fatto che i Maestri non seguono più il testo consegnato da Sachs a Kothner, aggiunge altri 7 versi e ciò comporta anche una forzata e quasi innaturale ripresa del discorso melodico (qui tutto e sempre in DO) che è certo di gran spessore, ma che appare anche piuttosto sovrabbondante, ripetitivo e molto... teatrale. E i Maestri infatti reagiscono in modo perplesso: riconoscendo la dignità e il valore del canto, ma rilevando anche il mancato rispetto delle famigerate regole. Quanto al pubblico, ad esso basta il confronto impietoso con i disastri di Beckmesser per garantire il suo apprezzamento.

Ancora più pesanti gli interventi di Walther sul secondo Stollen (Abendlich dämmernd umschloss mich die Nacht). Qui lui non solo modifica assai l’intero testo (sempre portandolo da 7 a 13 versi) ma introduce ardite modulazioni nella musica: invece di chiudere sulla dominante SOL, ecco che si imbarca (dort unter einem Lorbeerbaum) in una frase che vira bruscamente a SI maggiore! E subito dopo (ich schaut’ im wachen Dichtertraum) da SI maggiore modula ancora inopinatamente (su Dichtertraum) a RE maggiore! Da qui torna al DO di partenza (mich netzend mit dem edlen Nass) e sembrerebbe poi chiudere (Weib) sulla dominante, ma senza modularvi: quindi non è la chiusura prevista, cui si deve arrivare appunto sulla scala di SOL, passando dal FA#: ed ecco che allora il SOL di Weib viene sporcato da un DO#, creando un’atmosfera sospesa, dalla quale ripartono testo e canto (die Muse der Parnass!) per raggiungere il SOL, modulandovi come da copione. Insomma: un percorso tortuoso ed accidentato, che i Maestri battezzano come ardito e singolare, pur riconoscendone la cantabilità. Per il pubblico, piacevolmente sorpreso: di bene in meglio... e già canticchia la melodia!

L’Abgesang viene pure ristrutturato (da 11 a 15 versi) e la parte musicale viene semplicemente ampliata, con qualche ridondanza e ripetizione, ma restando sempre entro la tonalità di DO. La frase musicale che ne caratterizza la parte finale viene poi ripresa dal coro con un gran crescendo, a decretare il trionfo di Walther(=Wagner!)

Che dire? Il ragazzo è evidentemente esuberante e, quando non è indirizzato e monitorato da vicino da un maestro (come Sachs...) tende facilmente a partire per la tangente, perdendo il senso delle proporzioni e delle simmetrie, anche se la sua inventiva crea sempre motivi accattivanti e di facile presa sui... non esperti.   

Ma ora, dopo che abbiamo osservato e giudicato le diverse prestazioni del Walther cantore (ormai promosso a Maestro) torniamo proprio all’inizio, o quasi, della storia, cioè a quando lo Junker ancora non aveva cominciato ad esibirsi come Singer. È il momento in cui, di fronte ai Maestri riuniti in SantaCaterina, deve assolvere alcune burocratiche formalità, prima di sottoporsi alla prova: gli vengono chieste le generalità, la provenienza famigliare e geografica e attestazioni di onorabilità. A queste risponde, tagliando corto, il Maestro Pogner, che garantisce per Walther. Dopodichè al giovane aspirante è richiesto di esporre il suo curriculum: gli studi che ha fatto, gli insegnanti che lo hanno introdotto all’arte poetico-musicale e i relativi insegnamenti ricevuti. (Sappiamo che il curriculum di Walther è desolatamente vuoto...)

Walther risponde raccontando di letture di antichi poeti, morti e sepolti (il suo omonimo von der Vogelweide) e di maestri di canto... pennuti, abitanti di boschi e foreste! Beh, lui non ha altri meriti da vantare, ma a noi ciò che preme osservare è come lui li presenta. E qui ecco una clamorosa sorpresa: senza nemmeno rendersene conto, lui risponde cantando su una perfetta Barform!

Nel primo Stollen (tutto il Bar è in RE maggiore, 9/8) viene ricordato il libro di poesie di Vogelweide, letto e riletto nelle lunghe notti invernali:

Am stillen Herd in Winterszeit,
wann Burg und Hof mir eingeschneit,

wie einst der Lenz so lieblich lacht',
und wie er bald wohl neu erwacht,

ein altes Buch, vom Ahn' vermacht,
gab das mir oft zu lesen:

Herr Walther von der Vogelweid',
der ist mein Meister gewesen.
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D'inverno, al tranquillo focolare,
quando la neve copriva castello e cortile,

come soave un giorno abbia riso primavera,
e come presto ella nuovamente si ridesti,

un vecchio libro, eredità degli avi,
spesso m'offerse a leggere:

Sire Walther von der Vogelweide
è stato il mio Maestro.

Come si vede, si tratta di una strofa ben proporzionata, come versi e battute musicali.

Nel secondo Stollen – Wan dann die Flur, di struttura perfettamente identica, con due piccolissime varianti virtuosistiche, e che pure chiude sulla tonica RE - Walther spiega come d’estate il canto degli uccelli del bosco abbia materializzato la poesia contenuta in quel libro, e qui Kunz Vogelgesang fa rilevare ai colleghi come Walther abbia già messo insieme due graziose strofe.

Nell’Abgesang, assai articolato e con divagazioni tonali e ritmiche, Walther si impegna ad applicare queste sue esperienze alla creazione di un Canto di Maestro:

Was Winternacht,
was Waldespracht,
was Buch und Hain mich wiesen,

was Dichtersanges Wundermacht
mir heimlich wollt' erschliessen;

was Rosses Schritt
beim Waffenritt,
was Reihentanz
bei heitrem Schanz
mir sinnend gab zu lauschen:

gilt es des Lebens höchsten Preis
um Sang mir einzutauschen,
zu eig'nem Wort und eigner Weis'
will einig mir es fliessen,

als Meistersang, ob den ich weiss,
euch Meistern sich ergiessen.
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Quel che la notte d'inverno,
quel che la magnificenza della foresta,
quel che libro e selva mi insegnarono,

quel che la miracolosa potenza del canto poetico
a me segretamente dischiuse;

quel che il passo del destriero
nella cavalcata d'armi,
quel che la danza in cerchio
nel gioco sereno,
a me meditabondo dette ad ascoltare:

poi che si tratta il più alto premio della mia vita
di conquistarmi col canto,
con propria parola e propria melodia,
voglio che armonicamente mi fluisca,

e come Canto di Maestro, così com'io sappia,
si espanda innanzi a voi Maestri.

L’epòdo parte modulando alla sottodominante SOL maggiore, poi (su erschliessen) vira a SI minore (relativa del RE di impianto del Bar) e contemporaneamente (sull’accenno alla cavalcata) troviamo una battuta in ritmo appropriato – croma puntata, semicroma, croma – prima del ritorno (mit sinnend) al RE maggiore. Ecco poi una pausa (lauschen) ancora sulla sottodominante SOL praticamente a metà del brano (13 battute) quindi una ripresa del RE maggiore, dove troviamo una frase musicale che compare anche nelle strofe (il che è vietato, come pontificherà Kothner, dalle regole della Tabulatura).
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C’è una morale in tutto ciò? Wagner ci vuol convincere che l’Arte è presente in Walther come risorsa naturale (quella stessa che obbliga l’uccellino a cantare a primavera, come Sachs ci ha poeticamente ricordato nel suo monologo del second’atto...): dopodichè le regole dovranno semplicemente favorire la libera espressione dell’Artista, mai conculcarla o soffocarla.

In realtà qui Wagner ci sta narcisisticamente parlando di sè: non si autodefiniva forse come l’Artista ispirato che compone la sua musica quasi sotto dettatura di una forza superiore? Interpretando a suo modo le regole codificate e non esitando a violarle in nome della sua missione di redentore dell’Arte? Missione che si manifesterà ancora con il Ring (“Ora, se lo vorrete, avremo un’Arte”, dirà quel giovedi 17 agosto 1876 al termine del primo ciclo a Bayreuth) ed avrà la sua apoteosi con Parsifal e la redenzione al redentore... 
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Bene, da domani si parte, e che... Gatti ce la mandi buona!

13 marzo, 2017

Alla Scala arrivano i Maestri (6). L’altra faccia di Tristan

 

Wagner non fu l’inventore dei Leit-Motive (i motivi conduttori) che caratterizzano la sua produzione musicale, ma certamente fu colui che più e meglio di chiunque altro prima di lui ne seppe intuire la fondamentale portata e ne seppe sfruttare tutte le più recondite possibilità espressive. Anche prima della maturazione e, per così dire, codificazione di questa tecnica, Wagner già la stava di fatto impiegando fin, come minimo, dall’Holländer: vedi il tema della ballata di Elsa, un po’ il marchio di fabbrica dell’opera.

In Tannhäuser troviamo il canto di Heinrich nel pagano Venusberg che riaffiora poi nella sacra Wartburg; in Lohengrin possiamo citare, oltre a quello del protagonista, il tema del cosiddetto divieto, che ritorna spesso e volentieri a sottolineare azioni, sentimenti e comportamenti. Non parliamo poi della gigantesca rete di motivi che popolano il Ring, dove assurgono al rango di veri e propri protagonisti, con tanto di vita di relazione! L’ultimo lascito di Wagner, infine, è letteralmente fondato su un solo tema: l’Agape!

Tristan e Meistersinger, che si collocano appunto a valle del Ring e prima di Parsifal, sono a loro volta popolati da innumerevoli motivi, che i musicologi hanno scrupolosamente catalogato, magari attribuendogli nomi e qualche volta significati diversi. Ma ciò che vorrei mettere in risalto qui sono due motivi che spiccano nelle due opere, quasi a simboleggiarne il più profondo significato. E sono il tema del Dolore, che apre il Preludio di Tristan, e quello dell'Anelito primaverile, intravisto già nel Preludio dei Meistersinger (seconda sezione, in MI maggiore).

Si tratta di due motivi - e dei due accordi che li caratterizzano – di un’efficacia espressiva incomparabile, di quelli che letteralmente ti rivoltano le budella, e che da soli incarnano l’essenza ultima dei due drammi (serio e giocoso) che Wagner compose come impellente diversivo al Ring.

Tristan: ecco come si apre il Preludio:



Il tema del Dolore nei violoncelli (che appropriatamente scala una sesta per poi ripiegare, appunto dolorosamente, di due semitoni) sfocia nel famosissimo Tristanakkord: RE#-FA-SOL#-SI, una seconda maggiore più due terze minori sovrapposte, ma anche (RE#-SOL# + FA-SI) una quarta giusta sovrapposta ad un tritono! L’effetto che questo accordo procura alle nostre orecchie - e quindi alla nostra psiche - non è però quello di un dolore definitivo, irreparabile, bensì quello di uno straziante anelito, una brama che continua a dilaniare il corpo e l’anima. In tedesco è definita la Sehnsucht, e non a caso è proprio il motivo che porta quel nome a seguire immediatamente il Tristanakkord: con una salita cromatica SOL#-LA-LA#-SI negli oboi, che mirabilmente la evoca. Inutile dire che tutta l’azione del Tristan non è altro che un’incessante, addirittura insopportabile tensione (di cui avremo un tremendo culmine sonoro sulle parole di Isolde Ich trink sie dir!) che si risolverà proprio alla fine, quando il tema della Sehnsucht verrà messo definitivamente a tacere - con il SI che lo chiude inchiodato dall’orchestra alla tonica della triade maggiore - solo nelle ultime tre battute. Incidentalmente questo motivo ricomparirà nei Meistersinger a sottolineare la nobile e insieme dolorosa rinuncia di Sachs a Eva.

Cosa ci rappresenta invece, appunto nei Meistersinger, il tema cosiddetto dell'Anelito primaverile? Un altro anelito, altrettanto carico di tensione, altrettanto sbudellante. Dopo che ha fatto capolino nel Vorspiel, esso ritorna mille volte, e già nel primo atto accompagna in orchestra (tipicamente negli archi) le esternazioni di Walther e costituisce parte integrante del suo canto di ammissione a Cantore (il Probelied, dove appare per la prima volta sui versi Es schwillt und schallt, es tönt der Wald”). Poi, nel finale dell’atto, lo udiamo in primissimo piano, nell’oboe, incastonato fra il tumulto dopo la bocciatura di Walther e la coda conclusiva:


L’accordo che si sovrappone al RE dell’oboe è costituito da tre terze minori (DO-MIb-FA#-LA) e il suo effetto è proprio di creare una straordinaria tensione: anche questa è una forma di Sehnsucht, diversa però da quella del Tristan, poichè qui evoca l’irresistibile richiamo all’amore che ci arriva dalla primavera! Ed esploderà letteralmente nel second’atto, a sostenere l’accorata esternazione di Sachs (Lenzes Gebot, die süße Not) al ricordo del canto di prova di Walther, che ha suscitato in lui tanto interesse e ammirazione, sentimenti che ora il saggio maestro cerca di spiegare a se stesso:


Ed eccola, allora, la spiegazione: è quella dolce necessità (die süße Not, e sul süße quel mirabile accordo sboccia nell’intera orchestra) l’imperioso comando della primavera (Lenzes Gebot) che porta l’uccellino a cantare il suo richiamo d’amore; ma, dato che lui è obbligato a cantare, ecco che è anche naturalmente capace di cantare!

É la poeticissima similitudine con lo spontaneo canto di Walther (Dem Vogel, der heut’ sang...) ignorante di ogni regola, ma ispirato dalla natura a primavera... e dall’amore! 
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(continua...