che bonisoli ce la mandi buona

04 dicembre, 2012

Le turbe di Richard Loherangrin


Se Elsa è un enigma (l’amore umano allo stato puro, oppure… una povera donnicciuola senza spina dorsale) Lohengrin a sua volta non è mica un tipo facile da inquadrare. Com’è che il suo disegno (farsi amare come uomo, e non adorare come super-uomo) se ne va a meretrici?

Una spiegazione l’ha data lo stesso Wagner, nel suo pamphlet del 1851 intitolato Una comunicazione ai miei amici. Ecco la sua versione dei fatti: Lohengrin (che come appartenente alla comunità del Gral è di fatto un essere sopra- o super-naturale) ambisce ad un amore terreno, umano, e approfitta (per così dire) della sua missione umanitaria di soccorso ad Elsa per soddisfare con (o su di) lei questa sua (più o meno legittima) aspirazione.

Per garantirsi che l’amore di Elsa sia genuino e non condizionato dal suo status - insomma, una vicenda abbastanza simile a quella che vede protagonisti una tale Rosina e un tal Lindoro (alias Conte di Almaviva) in un certo dramma (smile!) di Rossini - decide di non rivelare ad alcuno la sua vera identità e proibisce tassativamente ad Elsa (e le ripete la proibizione due volte, per non essere frainteso) di chiedergli notizie di sé.

Peccato che – è sempre Wagner a riferircelo – a Lohengrin non riesca proprio di farsi passare per un normale essere umano: tutti lo guardano da subito come un agente divino (Gottgesandter Mann) un uomo-della-provvidenza al quale il popolo intero è pronto a restare fedele (e difatti lo rimarrà fino alla fine, esclusi 6 individui). La punta di diamante dei 6 scettici, o dei nemici di Lohengrin, è Ortrud; ed è lei (con il veleno dell’invidia) che – scrive Wagner – instilla scientificamente il dubbio nell’animo di Elsa, che contravverrà così al divieto di chiedere. Ergo, Lohengrin conclude di essere adorato e non amato, e non può far altro che rinunciare al suo sogno, rivelando la sua vera identità e tornandosene, distrutto, alla comunità del Gral.

Uno dei massimi studiosi dei drammi wagneriani, Carl Dahlhaus, ha pensato bene di prendere Wagner in castagna su questo punto preciso, avanzando una diversa spiegazione alla disobbedienza di Elsa. Che non sarebbe conseguenza del plagio da parte di Ortrud, ma di un marchiano errore di valutazione dello stesso Lohengrin. L’obiettivo del quale – passare per un uomo qualunque, quindi amato come tale e non adorato come un semidio – viene vanificato dallo stesso strumento che lui impiega per raggiungerlo (nascondere la sua vera identità). Sì perché, osserva Dahlhaus, a nessuno verrebbe in mente di chiedere spiegazioni e identità a Dio (o a un semi-Dio) che si adora, mentre è del tutto naturale farlo ad un uomo che si ama.

Ora, l’osservazione critica di Dahlhaus è stata sottoposta sotto forma di quesito da Enrico Girardi a Daniel Barenboim durante la presentazione della prima scaligera tenutasi giorni fa presso l’Università Cattolica (dove per la verità si è parlato di tutto, fuorchè del Lohengrin…) A 29:40” del filmato si vede Girardi porre la questione al Maestro, il quale la liquida facendo quasi una… pernacchia (smile!) e mostrando di infischiarsene altamente delle spiegazioni e delle dietrologie extra-musicali e buttando la palla nel campo della regìa!

C’è da dire però che Wagner stesso ebbe non pochi dubbi e ripensamenti riguardo al finale dell’opera, arrivando al punto di immaginarne un (quasi) lieto fine, fedelmente mutuato dai racconti di Wolfram von Eschenbach, dove Loherangrin e la Duchessa di Brabante vivono felici e contenti e mettono pure al mondo diversi figli, finchè (la crisi del settimo anno? smile!) lei gli pone le domande fatali e così manda all’aria il matrimonio.    

Insomma, un’opera che – se si guarda al di fuori di quanto messo, nero su bianco, in libretto e partitura - si presta a mille interpretazioni. E quindi vedremo cosa Guth si inventerà al proposito: certo, dalle scarne note che si possono leggere sul programma di sala, le premesse non mi sembrano precisamente entusiasmanti.

4 commenti:

Alberto Luchetti ha detto...

In effetti il Lohengrin ha delle beghe drammaturgiche di fondo di cui Wagner un tantino si deve essere accorto tardi, e (come nella sua natura) negli scritti ha cercato di fare apologetica e razionalizzazione a posteriori. Qui poi che siamo nell'opera cardine della produzione matura (ultima delle tre ancora non "drammi musicali") la cosa è tanto più evidente.

La questione di Elsa come donna innamorata che c'è nella Mittheilung per esempio sa tanto di revisione appunto "a posteriori". A vedere libretto e partitura il rapporto Elsa-Lohengrin pare più che altro una inversione dello schema delle prime due opere. Lohengrin arriva per salvare tutto e tutti e lei invece lo volgarizza e rovina tutto. Invertendo i generi sessuali: l'Olandese Volante non si fida di Senta e Tannhauser non dà ascolto ad Elisabeth.

Secondo me Wagner ha proprio voluto fortemente qui, rispetto alle due opere precedenti, spostare la figura del salvatore (l'Erloser, la sua ossessione) sulla figura maschile perché, come suggerisci tu nel titolo del post, voleva identificarvisi. E appunto nella Mittheilung lui fa il paragone fra Lohengrin e l'artista totale in cerca dell'amore umano. Se non che così facendo gli si è incasinata la posizione della donna (che non poteva tout court diventare una palla al piede combinaguai) e con essa tutta la questione, come ha ben visto Dalhaus. D'altronde, volendo fare del biografismo, è proprio negli anni post Lohengrin che Wagner è passato da Minna alla Wesendonck. Per la questione del femmineo credo abbia contato più questo che Schopenhauer (tanto che sempre Dalhaus fa notare come in Wagner l'amore è redentivo molto più che non la nolontà, perfino nel finale del Ring o nel Tristano).
La questione-donna peraltro non è mai stata risolta tanto da Wagner stesso, Kundry è proprio il sommo esempio di quanto ancora complessa dovesse essere la sua visione della donna compagna del "salvatore". Se consideriamo poi che il nostro è morto mentre scriveva un saggio sul femmineo: siamo a posto!

Insomma... il fascino dell'opera Lohengrin, probabilmente, sta proprio nel fermarsi ad un certo punto e "non chiedere" oltre il perché e il per come di certi sviluppi drammatici!

daland ha detto...

@Alberto Luchetti

Intanto grazie dell’interessante e acuto commento! Sul quale concordo in pieno (compreso… Das ewig Weibliche!) E in particolare sull’ultimo concetto espresso, il “non chiedere oltre”. Purtroppo oggi c’è invece chi si guadagna la parcella “chiedendosi fin troppo”: alludo ai registi tipo-Guth, che a forza di chiedersi finiscono per presentarci una storia che con l’originale nulla ha a che vedere, e che soprattutto fa a pugni con testo e musica.

Grazie, a presto (e complimenti per il tuo blog!)

Alberto Luchetti ha detto...

A proposito di questo "chiedere oltre" c'è un contrappunto che sarebbe da analizzare e sono le "note di regia" nei programmi di sala. Come dire: excusatio non petita... Sarebbe il caso di scrivere di questo assurdo in termini (cioè che una cosa fatta per essere capita in scena, come la regia, debba essere premasticata in un testo programmatico) prima o poi!

A presto!

daland ha detto...

@Alberto Luchetti
Beh, spiegare l'approccio, il contenuto, i criteri informatori di uno spettacolo o di un'opera non è di per sè disdicevole (mi viene in mente che Richard Strauss e Hugo von Hofmannsthal stesero addirittura una guida esplicativa per Die Frau ohne Schatten!)
Certo, se invece la spiegazione serve a giustificare perchè sotto il titolo Lohengrin si metta in scena una ricerca psicanalitica - per quanto accurata - su Wagner e i suoi personaggi... allora non ci siamo proprio!
Grazie, ciao!