Scongiurato (per ora) lo sciopero delle
maestranze del teatro, ecco approdato al Piermarini il Tell originale.
Rispetto all’edizione critica della
Fondazione Rossini (Bartlet, 1992) Mariotti ha omesso le due più
consistenti riaperture di tagli: il Pas de deux del primo atto e l’aria
di Jemmy del terzo. Due brani che furono eseguiti nella prima al
ROF del 1995, mentre nella ripresa pesarese del 2013 lo stesso Mariotti aveva
omesso il primo ma eseguito il secondo. Altri piccoli tagli riguardano ad
esempio i due interventi di Melcthal e quello di Tell nella Scena
VI del primo atto, l’intervento di un cacciatore all’inizio del second’atto, il
recitativo Arnold-Mathilde successivo al loro duetto (Atto II), una
parte del Pas de Soldats (atto terzo) e l’invocazione
degli austriaci a Tell, nella scena della tempesta (VII dell’atto finale, peraltro
riportata sul libretto
pubblicato come non tagliata…).
Esecuzione musicale di
livello assoluto. Grazie al Kapellmeister Mariotti, che il pubblico
ha accolto come vero trionfatore della serata. Un vero peccato i tagli: valeva
la pena iniziare alle 18:00 per ascoltare anche quest’altra musica sublime,
così magistralmente interpretata. Al prossimo ROF il profeta-in-patria dirigerà
Ermione, un appuntamento da mettere già in agenda…
Delle voci è da incorniciare
quella di Dmitry Korchak: non solo, ma ovviamente anche per la
scorpacciata di DO acuti (l’ultimo aux armes, scritto da Rossini un’ottava
sotto, è proprio da Manrico!) che il tenore russo ci ha propinato con
irrisoria facilità. Consensi unanimi e calorosi (vale sempre per lui il
consiglio di non farsi distrarre dalle ambizioni da podio…)
Michele Pertusi
cantò nel 1995 (quasi 30 anni fa!) questa edizione dell’opera al ROF: beh, l’età
ha portato esperienza, imponenza e autorevolezza, che ampiamente compensano l’inevitabile
logorio del mezzo vocale. Anche per lui un meritato trionfo.
Salomè Jicia ha
una bella voce, che negli acuti spinti va al limite dell’urlo, ma in complesso
è stata una Mathilde più che positiva, anche sul piano scenico.
Catherine
Trottmann mi ha felicemente sorpreso: un vero peccato, a maggior ragione,
averla (e averci) privata della bellissima (e lunga!) aria di Jemmy prima del
tiro-alla-mela.
Tutti gli altri interpreti (alcuni
sono navigati rossiniani) si sono bene (o benissimo) comportati, a
partire da Dave Monaco (il pescatore che deve rompere il ghiaccio con
qualche DO acuto non disprezzabile). E poi l’efficace Edwige di Géraldine Chauvet, il duro e sprezzante Gesler di Luca Tittoto, già veterano delle
recite del 2013 al ROF e poi a Bologna. Evgeny Stavinsky ha
dato voce ad un apprezzabile Melcthal, così come Nahuel Di Pierro è stato un più che discreto Walter. Dei restanti tre, Brayan Ávila
Martinez (Rodolphe) mi è parso di voce poco penetrante, Paul Grant è
stato un onesto Leuthold e l‘accademico Huanhong Li ha svolto
diligentemente il suo compitino come Cacciatore.
___
Che dire della regìa della
figlia del Maeschtre? Peste-e-corna è ancora poco!
Intanto: butta nel cesso
tutto il lancinante contrasto fra la vita di un popolo in pace con se
stesso e in piena armonia con la natura, ignaro di essere schiavo di una
potenza straniera… e la realtà dello stato di illibertà nel quale, appunto, non
si accorge di vivere, a differenza dei pochi (Tell, Melcthal) che soffrono per
tale stato di illibertà.
Invece la Muti, mandando in vacca tutta l’evocazione
panica della Natura, cosa ci mostra (scene di Alessandro Camera,
costumi di Ursula Patzak e luci di Vincent Longuemare)? Nibelheim
(!!!)
Ispirandosi
esplicitamente a Metropolis di Fritz Lang
(1927) la Muti cucina un minestrone in cui il tema (unico e perfettamente
delineato nel soggetto schilleriano tradotto in libretto da de Jouy e Bis)
della lotta di liberazione nazionale contro l’occupante straniero (tema
tipicamente romantico e pre-risorgimentale) viene indebitamente mescolato con
quello (moderno e tuttora attuale) dello sfruttamento capitalistico di masse
proletarie. Due temi che non possono stare insieme, come ci insegna la
Storia, che ci dice che le lotte dell’800 di liberazione nazionale da gioghi
stranieri (di cui la medievale vicenda del Tell è una remota ascendenza) non
ebbero per protagonista le classi proletarie, ma la borghesia capitalistica
alleata con sovrani costituzionali! (In Italia, il quartetto Vittorio Emanuele
II, Camillo Cavour, Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi. Operai, proletari?)
Nel 2013 a Pesaro Graham Vick aveva
scelto di proporci il Tell proprio nello scenario della lotta di classe: un’idea
che personalmente ho stigmatizzato, ma almeno aveva il pregio di essere presentata
con grande coerenza e non faceva a pugni con la presenza immanente della Natura,
tanto cara – per restare a questa produzione – al Concertatore,
e che qui invece si perde irrimediabilmente.
Basterebbe tutto ciò a liquidare questa
proposta come fallimentare. Ma poi ci sono, a dimostrazione della desolante
mancanza di idee precise della regista, le mille stupide trovate, disseminate a
piene mani lungo le 4 ore (nette) dello spettacolo: gli incappucciati del KKK,
le tre spose felici quasi stuprate dai mariti nella prima notte di nozze e poi
(passo a sei) bistrattate dagli occupanti; il povero Melcthal che nel
second’atto viene ripresentato appeso ad una croce e attorniato dalle tre
spose ormai usucapite dagli occupanti; un enorme scheletro d’albero (dal quale
Gesler dovrebbe cogliere la mela!); le coreografie (Silvia Giordano) che
avrebbero indotto gli amiconi del Jockey Club parigino a far dimettere il soprintendente
dell’Académie Royale de Musique! Il tutto culminato nella scena finale
con generale smutandamento delle masse proletarie!
Insomma, raramente si è assistito ad una simile, schizofrenica
dissociazione fra musica e immagini. Quindi, molto categoricamente:
pollice verso!!!