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03 dicembre, 2016

laVERDI 2016 – Concerto n°36


Zhang Xian si ripesenta sul podio dell’Auditorium per il terz’ultimo concerto della stagione, che è anche il suo penultimo da Direttora Musicale de laVERDI. Il programma affianca due Rachmaninov (assai diversi fra loro) al Beethoven rampante dei primi dell’800.  

Si apre con un brano piuttosto sconosciuto, quasi un’opera prima, La roccia, che Rachmaninov compose nel 1893, a 20 anni, appena diplomatosi al Conservatorio di Mosca. Lavoro per la verità dalla forma abbastanza indecifrabile: Fantasia (come recita il frontespizio della partitura) ma anche Poema sinfonico, come dimostrerebbero le due (neanche una) fonti di ispirazione citate dal compositore medesimo: un gran nuvolone dorato che si posa di notte sul fianco di una roccia (versi di Mikhail Lermontov); ma anche un racconto di Cechov (Sulla strada) che narra di un vecchio e una ragazza che si incontrano in una notte di tempesta, prima che le loro strade si dividano...

La struttura del brano è – grosso modo – tripartita: si apre con l’esposizione di tre gruppi tematici, che vengono quindi ri-esposti (e sviluppati); il primo e il terzo occupano poi la sezione conclusiva del brano. L’armatura di chiave presenta 4 diesis, ma il MI emerge faticosamente, in mezzo a continue modulazioni. Proviamo a decifrarne il contenuto seguendo l’intrepretazione di un venerabile direttore russo: Evgeny Svetlanov
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Sono gli archi bassi (con breve intervento dei fagotti) a presentare – in tempo Adagio sostenuto - un primo tema A dal carattere piuttosto lugubre, che si innalza (dal pianissimo verso il forte) per poi degradare (tornando a pianissimo) verso il MI grave:

Possiamo immaginare – se proprio vogliamo seguire il riferimento extra-musicale – che questo motivo evochi la mole imponente della roccia che ci sta di fronte.

A 48” un tremolo degli archi alti - sul quale si innestano due incisi del secondo corno che richiamano il picco (DO-SI) raggiunto nell’esposizione del tema A – prelude alla presentazione nel primo flauto (Più vivo, 1’07”) del tema B, in MI maggiore, che dovrebbe richiamare le soffici forme della nuvola che avvolge la roccia:

Nuvola che successivamente (1’31”) si arricchisce di nuove evoluzioni, rappresentate da tre ascese nei legni (sostenute dal tremolo degli archi) ciascuna seguita da altrettante ricomparse del tema B nei legni arrichito ora (nei primi due ritorni) da ampi svolazzi dell’arpa (la brezza che muove i nembi?)  

Ecco a 2’18” comparire in flauto e oboe il tema C, di carattere languido e dolente (potrebbe forse evocare lo stato d’animo non proprio sereno di un osservatore di fronte a quello spettacolo naturale...):


È esposto inizialmente nel modo minore di SI (dominante del MI di impianto) con i violini a sostenerlo con RE tenuto (i primi) e a crome sforzate (i secondi): si noti la dissonanza creata da questi RE con il DO# del terzo tempo della battuta, un segno di modernità e quasi di sfrontatezza del giovane compositore.

Il tema viene ampiamente sviluppato da clarinetto e fagotti fino a sfociare, dopo una reiterazione in accelerando in corno e oboe, in una sua vigorosa riproposizione (Allegro molto, 3’00”) in SI minore, poi (3’14”) MI minore, quindi (3’20”) in SOL minore, e infine (3’27”) ancora in SI minore di tutta l’orchestra. Ecco quindi un rallentando generale che ci porta (3’38”, Moderato) alla chiusura dell’esposizione, con la comparsa di un ponte che introduce quello che di fatto si può definire uno sviluppo dei temi or ora presentati.

Dopo otto battute di ondeggianti crome del flauto su accordi dell’arpa e semiminime in trillo del violini secondi, ecco altre otto battute (4’06”, Un poco meno mosso) dove gli strumentini si sbizzarriscono in semicrome fortemente staccate, mentre sono i violoncelli e i corni a ripercorrere la melodia del tema A. Ancora quattro battute (4’33”, Moderato) con i flauti a ripetere la figurazione precedente ed ecco (4’47”) ricomparire (in minore) il tema B nel flauto spalleggiato dal clarinetto. Abbiamo ora (5’08”) la riproposta, variata, della tripla sequenza già udita più sopra (1’31”) sfociante nel ritorno (5’46”) del tema C, qui in FA# minore, poi (6’06”) in LA minore. Si accelera verso un Quasi presto (6’23”) dove il tema C viene esposto, abbastanza stravolto, dai primi violini, spalleggiati da arpa e corni per arrivare (6’59”, Moderato) al ritorno del tema B, in modo minore, che va lentamente a spegnersi finchè (7’33”, Meno mosso) gli subentra un passaggio in tremolo dei violini con il corno sullo sfondo, passaggio che, sempre Meno mosso, culmina in un perentorio SI, dominante del MI sul quale riudiamo (8’35”) ancora il tema B nei legni, letteralmente avvolto dalle semicrome delle arpe e dalle biscrome dei violini (insomma: il nuvolone che si espande in tutta la sua magnificenza): si tratta di una specie di cadenza, che si esaurisce completamente fino a spegnersi (9’55”) per dare spazio ad un Allegro con agitazione.

Siamo in effetti arrivati alla sezione finale del brano: sono 14 battute sul tema A che riaffiora negli archi bassi e porta, con un progressivo diminuendo (10’28”, Meno mosso) all’intervento di violini e viole che ripropongono il tema A in modo sempre più insistente, fino ad un lungo e strascicato crescendo che ci conduce ad un’esplosione (11’51”, Allegro  moderato) dove il tema si dilata a dismisura, negli ottoni, per poi degradare ancora verso il MI grave.

Qui (12’37”, Moderato) un tremolo degli archi con l’arpa in armonici ci conduce (12’44”) ad una riapparizione, nel corno, del tema C che sbocca (13’04”) in un gran tonfo dell’orchestra, che si ripete ancora poco dopo (13’42”) per lasciar spazio ad un reiterato succedersi di MI e infine (14’20”) a due ultimi respiri del tema A, prima della sommessa conclusione sull MI grave degli archi bassi, accompagnato da sommessi rintocchi del timpano.
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Che dire, sarà pure un Rachmaninov ancora acerbo, ma le promesse per un futuro di innovazione c’erano tutte. La successiva Prima Sinfonia in fondo confermava quel trend, ma digraziatamente fu demolita già all’esordio da un’esecuzione (Glazunov sul podio) a dir poco scandalosa, e così il povero Sergei rischiò addirittura la... pelle e quando risorse a nuova vita era semplicemente un altro, ecco.

L’op.43, Rapsodia su un tema di Paganini, arriva ben 40 anni dopo, nell’ultimo periodo di vita di Rachmaninov, caratterizzato da un impegno sempre più rarefatto nella composizione. A proporcela (a quasi 4 anni di distanza dall’apprezzata interpretazione della Zilberstein) è un ragazzino, il non ancora 24enne tulipano Lucas Jussen, che ha un fratellino di 20, Arthur, pure lui pianista.

La tecnica è fenomenale, e – diciamolo pure – in un brano come questo pesa per il 95% almeno, il che garantisce al simpatico Lucas grandi applausi, ricambiati da un romantico bis.
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Si chiude con Beethoven e la sua Seconda: come la altre pari è spesso trattata alla stregua di un’opera di transizione, se non di riflusso. Nulla di più errato, poichè invece ci si trovano spunti di innovazione assolutamente rilevanti. La sua stessa durata (eseguendo i da-capo) è inferiore soltanto a quelle della nona e della terza ed uguaglia sesta e settima, tanto per considerare un parametro magari non estetico, ma che testimonia della serietà con la quale Beethoven affrontò questo impegno.

Ma le novità della sinfonia non finiscono qui: a partire dal movimento iniziale, che apre à la Haydn, ma poi si prende grandi libertà nei confronti della forma-sonata, tanto come deviazioni dalla tonalità di base (RE) che per la ricapitolazione, che pare un secondo sviluppo.   

E poi c’è una cosa che deve aver fatto rizzare i capelli in testa non solo all’establishment, ma anche alla maggioranza silenziosa dei frequentatori dei concerti: nel cesso il vecchio, nobile, caro, innocente e pudico menuetto, sostituito da un volgare, impertinente, plebeo e blasfemo scherzo!

E a proposito di cessi, è leggenda metropolitana che il finale sia stato ispirato da... disturbi gastro-intestinali, dei quali Beethoven soffriva assai (come non bastasse l’incipiente sordità) quando componeva la sinfonia.

Insomma, senza esagerare troppo si potrebbe dire che questa sia la prima eroica del nostro!  

Purtroppo Xian l’ha piuttosto bistrattata, a cominciare dall’eliminazione (suo solito peraltro) dei ritornelli e dall’accentuazione eccessiva delle dinamiche. I corni, da parte loro, si sono adeguati con più di uno svarione, il che ha contribuito a rendere il tutto abbastanza... raffazzonato, ecco. Speriamo che domenica le cose migliorino.

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