che bonisoli ce la mandi buona

23 novembre, 2012

Orchestraverdi – concerto n.11


Oleg Caetani (-Markevitch) torna sul podio dell’Auditorium per presentarci un interessante programma, che parte dal Beethoven teatrale per arrivare a Shostakovich. Ieri la seconda tornata del concerto, la prima essendo stata anticipata allo scorso 20 in funzione dell’imminente trasferta dell’Orchestra in Russia.    

Si inizia con la celebre ouverture dalle musiche di scena dell’Egmont di Goethe, un vero gioiello di drammatica concisione, proprio del Beethoven eroico. Peccato che (alle mie orecchie) l’esecuzione sia parsa corretta sul piano tecnico, ma un po’ troppo blanda e rilassata su quello del pathos: insomma, qualche scatto in più non avrebbe guastato.

Poi arriva il giovane soprano Susanne Braunsteffer per offrirci due arie. Iniziando dalla seconda delle due che un Beethoven ancora giovane (poco più che venticinquenne) compose come arie di sostituzione per un Singspiel di Ignaz Umlauf, intitolato Die schöne Schusterin oder Die pücefarbenen Schuhe (La bella calzolaia, o la scarpa color pulce). Si intitola Soll ein Schuh nicht drücken (Una scarpa non deve stare stretta) e si basa sul testo originale di Gottlieb Stephanie der Jüngere.

L’aria, dal testo impertinente, che tratta dei classici problemi di calzaggio delle scarpe, è strutturata in 4 strofe, come A-B-A-B’, sempre in 6/8, quasi un Ländler. A è in SIb maggiore, con modulazione alla dominante FA e ritorno al SIb. B principia nella relativa SOL minore, poi modula ancora a FA e alla fine torna a SIb per la riesposizione del ritornello A. B’ riprende il motivo centrale di B ma portato canonicamente a SIb.

È un piccolo cammeo, ma vi si intravedono già stilemi che troveremo qualche anno dopo nel primo atto di Fidelio (ad esempio nella coda dell’aria di Marzelline). L’interprete vi ha modo di sfoggiare le sue capacità tecniche, con trilli e svolazzi diversi, che la bella e… abbondante Susanne esegue con più precisione che grazia.

Poi ecco la celebre Ah! Perfido, anch’essa del 1796, aria destinata alle sale da concerto, ma dallo spessore drammatico degno di una scena operistica, ed anche fisicamente pesante, dato che impegna l’interprete ininterrottamente per una dozzina di minuti filati.

Anche qui abbiamo apprezzato una più che dignitosa interpretazione della Braunsteffer (certo la Callas era un altro pianeta, smile!): la ragazzona tedesca ha una voce che arriva fin negli spazi siderali, deve solo mettere a punto, credo io, la sensibilità interpretativa. Cosa che avrà certamente tutto il tempo di fare.

Il pezzo forte della serata è la Settima Sinfonia (Leningrado) di Shostakovich, preceduta da una breve introduzione del Direttore, che ne ha ricordato le circostanze della composizione. Un’opera indecifrabile e da sempre tirata da ogni parte, per ragioni squisitamente extra-musicali, anzi precisamente politiche: al suo apparire, osannata dai sovietici e in Occidente (Toscanini in testa) in funzione anti-nazi; abbattuto il nazismo, in Occidente si è preferito dimenticarla, per non dar fiato a Stalin e nipotini, che ne avevano fatto un simbolo di superiorità morale del comunismo; poi qualcuno ci ha trovato germi di… anticomunismo e allora evviva, disseppelliamola!

Nata per essere una specie di poema sinfonico, o una fantasia (e l’iniziale Allegretto è in effetti tutto tranne che un primo movimento di sinfonia come-si-deve…) è poi cresciuta a dismisura, fino a raggiungere proporzioni sesquipedali, sotto una specie di costrizione patriottica di cui l’Autore fu vittima a seguito dell’invasione nazista.

Quella specie di bolero-di-ravel-su-tema-di-lehár che è incastonato nel movimento iniziale fu descritto (a posteriori, fra l’altro, come spesso accade ai programmi appiccicati alla musica) come il marciare dei cavalieri teutonici sulla città: dapprima si sentono e si vedono in lontananza, laggiù in fondo alla steppa sconfinata, e paiono una squadretta di boy-scout che marciano allegramente accompagnati da pifferi e tamburino:
Poi però, man mano che si avvicinano, ecco che si scorgono dietro alle loro bandierine colorate delle baionette, quindi si profilano le torrette dei tank, poi le spaventevoli sagome dei mezzi d’artiglieria, e in cielo gli stormi della Luftwaffe! Dico, una sinfonia, o la parodia dell’Ouverture 1812? Non per nulla il mite e un po’ sfigato Bartók ci fece sopra uno sberleffo, nel suo Concerto per orchestra.

I due movimenti centrali son certo meno prosaici e pretenziosi (a parte la lunghezza…) e ci restituiscono uno Shostakovich lirico, ma poi col Finale torniamo ai fracassi della guerra, interrotti da qualche… funerale.

Insomma, un’opera difficile da digerire, perché è difficile capire quale ne sia la natura più autentica.

Caetani e laVerdi però sono maestri nell’interpretare lo Shostakovich sinfonico (ne hanno inciso l’integrale!) e l’esecuzione è pressoché impeccabile, accolta da un calorosissimo successo di pubblico.    

Prossimamente avremo una… defezione (ahinoi, del venerabile Helmuth Rilling) che sarà comunque colmata da Ruben Jais

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