E
infatti quella Sinfonia tragica rimase un unicum (conclusione in
tonalità minore) in tutta la produzione mahleriana, anche in quella
posteriore: immediatamente, anni 1905-1906, che videro nascere la Settima,
chiusa da un esilarante DO maggiore, e l’Ottava, dove il MIb maggiore
abbonda fino alla nausea; ma anche successivamente all’annus
horribilis, con quella trilogia (1908-1910) che ostinatamente continua ad
evitare conclusioni funeree: il Lied chiude in DO maggiore, la Nona
in REb maggiore e la Decima (abbozzo) in FA# maggiore.
Insomma, si può dire che la dimensione tragica in Mahler fino al 1907 fu sempre e solo osservata dall’esterno, tutt’al più fatta propria con un sentimento di pietas per tutti i mali del mondo, di cui il compositore era stato ed era direttamente testimone. Ecco, dopo quel disgraziato 1907 tutto cambiò poiché Mahler sperimentò – inaspettatamente e a ripetizione - il tragico sulla propria persona, sia in termini materiali (la fine dell’avventura viennese, la diagnosi preoccupante del suo stato di salute) che spirituali (la scomparsa della figlioletta e il deteriorarsi del rapporto con Alma).
Possiamo quindi immaginare l’Ottava sinfonia (1906) come quella che chiude il ciclo della produzione del Mahler testimone del mondo; da lì in avanti, la sua musica sarà quella del testimone di se stesso, naturalmente in rapporto al mondo e all’aldilà.
Ed è proprio la trilogia della morte che in qualche modo sconfessa, come insincero, il pessimismo, quasi-nichilismo della Sesta: la quale, alla luce delle ultime opere, ci appare come una deviazione intellettualistica da quella strada che da sempre Mahler aveva percorso: l’amore sconfinato e una specie di fede laica nella Natura, di cui sono testimonianza i versi aggiunti di suo pugno alla fine del testo cinese dell’Abschied, che muta da fatalistico sconforto a rassegnazione serena, come gli orizzonti che si tingono d’azzurro…
In sostanza: in
quell’estate del 1907 Mahler di certo aveva preso coscienza che la fine avrebbe
potuto ormai bussare alla sua porta in qualunque momento, ma non era affatto un
uomo sfiduciato, era anzi un artista
che si manteneva in buona efficienza e piena attività. Caso mai la sua Nona – così come il Lied e i frammenti della Decima
– ci mostrano la sua intima convinzione che, pur sulle macerie lasciate da quei
terremoti, ci fosse ancora la prospettiva di una terza età che
certo escludeva per lui il ritorno ai trionfi (pubblici e privati) della
gioventù, ma che era pronto ad affrontare con il piglio di sempre (non per
nulla, appena completata la Nona, metterà subito in cantiere e
comincerà a lavorare alacremente alla sua Decima!)
Ecco perché è stata opportunamente chiamata proprio la Nona a chiudere il Festival: racconta della Sinfonia (come genere di opera musicale) che musicalmente interpreta il suo proprio tramonto in modo sereno, non traumatico, restando fedele al suo passato nella struttura complessiva (quella risalente a Mozart, all’ultimo Haydn e a Beethoven, i tre mostri sacri della prima scuola di Vienna…), nella forma-sonata del movimento iniziale e nella natura dei movimenti interni (uno comodo e l’altro vivace); ma essendosi spogliata dei tratti più eroici e sognatori - e magari velleitari - dei bei tempi andati (i due movimenti esterni, non più Allegro, ma Andante e Adagio).
E la Nona riprende precisamente il discorso lasciato in sospeso da quel MI-RE (ewig…) dell’Abschied: poiché dopo sei battute introduttive (piene di simboli e allusioni) i secondi violini si lanciano nell’esposizione del primo tema che inizia proprio con l’inciso mediante>sopratonica (ma qui FA#-MI, poiché siamo in RE maggiore…) che aveva chiuso il Lied!
Flor,
che già aveva diretto qui la Sinfonia pochi anni fa, ne ha dato una lettura che
definirei laica, asciutta (come testimonia il tempo spedito con cui
ha condotto il gemächliche Ländler); accentuando i contrasti del primo
movimento (grandi impennate eroiche seguite da catastrofiche cadute); poi
scatenando tutta la furia del Rondo.Burleske, nel quale compare, quasi un miraggio, quell’oasi
improvvisa dove la tromba anticipa il gruppetto, elemento fondante dell’Adagio
conclusivo.
Del quale Adagio è da ricordare il culmine caratterizzato dalla straziante perorazione dei quattro corni (ieri guidati da Giuseppe Amatulli, meritatamente ovazionato alla fine) per arrivare alla conclusione che, dopo il girotondo delle viole attorno alla dominante di REb, non ha contemplato minuti di raccoglimento come si fosse in una camera ardente dinanzi ad un feretro, ma qualche doveroso secondo di silenzio per far semplicemente decantare l’emozione che si prova sempre ascoltando questa musica. (Sì, perché qui anche il silenzio è… musica, che proprio sembra non volersi spegnere, ma continuare a vivere in eterno.)
Più di cinque minuti di liberatori applausi hanno salutato l’epilogo di questa grande e indimenticabile avventura.
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