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15 aprile, 2016

Revival caselliano a Torino. 2

 

Ieri sera chi non stava seduto su una poltrona del Regio torinese ha avuto la possibilità di vedere (o solo ascoltare) su RAI5 o Radio3 La donna serpente di Alfredo Casella (il cui spunto, come si sa, è il famoso testo gozziano che già aveva ispirato un giovane musicista poi diventato qualcuno: Richard Wagner, con le sue Feen). 

Un’opera il cui soggetto è per Casella poco più che il pretesto per scatenare fantasia e ispirazione musicali; una lunga serie di avvenimenti (naturalistici o magici), di situazioni sorprendenti e di stati d’animo i più diversi (di protagonisti principali e maschere) che il compositore sembra divertirsi ad evocare musicalmente con un approccio neoclassico, lontano dalle seriosità del melodramma tradizionale ottocentesco e lontanissimo dagli eccessi del verismo. Siamo insomma esteticamente più vicini a Händel (il barocco magico) e magari a Mozart (la Zauberflöte) che non a Verdi o a Mascagni.

I numerosi interludi e intermezzi strumentali disseminati nell’opera testimoniano ulteriormente dell’attitudine di Casella verso la musica pura, magari da associare alla danza, più che al canto. E proprio della danza Arturo Cirillo ha fatto ampio uso nel suo allestimento (coreografie di Riccardo Olivier e danzatori della Fattoria Vittadini) per arricchire di contenuti visivi (grazie anche ai colori dei costumi di Gianluca Falaschi e alle luci di Giuseppe Calabrò) la musica di Casella.

Il cast vocale mi è parso all’altezza e Noseda ha mostrato di padroneggiare benissimo questa difficile partitura, il cui oblio a me sembra francamente immeritato e che il Regio ha fatto bene a riproporre (dopodichè sarebbe comunque azzardato attribuirle lo status di capolavoro, che non è di sicuro). Rimando ovviamente una valutazione più approfondita a dopo l’ascolto-visione dal vivo.

(2. continua)

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