Il
21° Concerto della stagione principale dell’Orchestra Sinfonica di Milano
vede il ritorno sul podio di Michael Sanderling, berlinese dell’est nato
come violoncellista e poi passato (sulle orme del padre Kurt) alla
direzione d’orchestra (oggi guida il KKL di Lucerna). In programma, omaggio ai
50 anni dalla scomparsa di Dmitri Shostakovich, la colossale e
patriottica Settima Sinfonia, divenuta
famosa fin dalle origini (1941) come Leningrado.
Sinfonia che esce da ogni schema precostituito, date le circostanze materiali in cui prese forma, essendo appunto nata con fini squisitamente politici (galvanizzare il popolo russo in un momento terribile e tragico della sua storia) più che artistici o estetici. In proposito, ecco un mio personale contributo al suo inquadramento.
Sinfonia divenuta da anni uno dei cavalli di battaglia dell’Orchestra, che la affronta oggi per la nona volta (a partire dal 2000) dopo essere stata guidata nell’impresa da direttori quali Caetani (3), Jurowski, Bushkov, Oue, Treviño e Boreyko.
Il
Maestro tedesco ha ancora una volta diretto con il consueto basso profilo, non
un movimento gratuito o plateale, ma gesto sobrio ed efficace. Che ha ottenuto
sempre, dalla sterminata orchestra messa in campo da Shostakovich, gli effetti
evidentemente voluti dall’Autore, dal colossale crescendo di suono e pathos (arrivo
delle armate naziste) dell’Allegretto iniziale, all’oasi più serena, ma
non senza sussulti, del Moderato (poco
allegretto), all’inopinato ritorno della guerra nel religioso Adagio,
fino allo smaccato Allegro non troppo del magniloquente finale,
retoricamente ed anche forzatamente trionfalistico.
Così, con Sanderling la serie si è arricchita di un nuovo successo, testimoniato da entusiastici applausi, anche ritmati, di un pubblico tornato, numericamente, ad un buon livello quantitativo.
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