che bonisoli ce la mandi buona

20 luglio, 2017

Le 9 di Beethoven secondo Flor e laVerdi. 5


Ieri sera, in un Auditorium letteralmente preso d'assalto, si è conclusa la maratona beethoveniana di Flor e de laVerdi. E la Nona è stata il degno suggello a questa coraggiosa proposta del nuovo Direttore Musicale.

Rispetto al periclitante cast di solisti dello scorso Capodanno, devo riconoscere che Flor ieri aveva a disposizione quattro voci di buon livello: il soprano fiammingo Ilse Eerens (che ha rimpiazzato l’inizialmente annunciata Gal James); l’affermato contralto Sonia Prina (spesso ospite in Auditorium, anche con laBarocca di Jais); il 28enne tenore tedesco Moritz Kallenberg, un’interessante promessa, già protagonista qui nella Matthäus-Passion di Pasqua (sempre con Jais); e infine il basso-baritono Daniele Caputo che, a dispetto della giovane età, è una vecchia conoscenza de laVerdi, avendo fin dal 2010 militato nel coro di Erina Gambarini, prima di spiccare il volo verso più ambiziosi traguardi.
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Sulla Nona si è scritto (e fatto!) molto, ed anch’io ho dato il mio microscopico contributo, in occasione di un Capodanno di qualche anno fa, alla lettura del quale rimando i più... masochisti (!)

Questa volta torno sul tema delle Edizioni Critiche, che riguarda ovviamente anche la Nona. Di essa esistono sia l’autografo originale che copie eseguite poco dopo la composizione, ma l’edizione che ha poi costituito il primo riferimento è quella del 1826 di Schott (al quale Beethoven aveva affidato la pubblicazione della partitura). A partire da questa nel 1863 Breitkopf produsse una prima edizione critica, che poi è diventata il riferimento quasi universale per tutto il ‘900.

A parte il Finale (rivoluzionario per via dell’ingresso delle voci) è lo Scherzo (non titolato così, ma semplicemente Molto vivace) a presentare curiosità di tipo editoriale, e in particolar modo (c’era da dubitarne?) a proposito delle ripetizioni (i da-capo o ritornelli che dir si voglia) che lo caratterizzano. Le quali hanno un’influenza sul piano estetico (possono essere ad esempio apprezzate dal punto di vista dell’equilibrio complessivo fra i pesi dei quattro movimenti, oppure denigrate come fastidiose e a lungo andare nocive al godimento della sinfonia) e nello stesso tempo su quello materiale (i tempi di esecuzione che possono variare anche di parecchi minuti, come si vedrà, a seconda delle decisioni che prende il Direttore).

Il problema è particolarmente sentito in questo caso, poichè lo Scherzo della Nona è uno fra i più ponderosi dell’intera produzione sinfonica, e forse solo Mahler arriverà ad essere altrettanto megalomane, quanto a dimensioni (penso ad esempio alla sua Quinta). Siamo a livello di cicra 560 battute nette di musica, che supererebbero addirittura le 1200 se si eseguissero tutti i da-capo e che, in un’esecuzione media, si avvicinano comunque alle 1000. Ma il caso è anche emblematico di quanto siano ancora (o spesso) aleatorie le conclusioni di studi e ricerche che pure hanno caratteri di alta professionalità.

La tabellina che segue presenta, su due colonne, la struttura dello Scherzo come si deduce dall’esame di due famiglie di partiture: quella originaria di Schott del 1826 (cui pare essersi richiamato anche Ricordi, nel 1983) e quella di Breitkopf del 1863, che per molti versi è stata recentemente presa a modello da Bärenreiter (edizione curata da Jonathan Del Mar). Vi sono sommariamente riportati, con i relativi intervalli in termini di battute, i principali elementi, contraddistinti da macro-titoli (come Scherzo, Trio, Sezione, etc.) che non trovano riscontro diretto sulle partiture, ma sono logicamente deducibili dal contesto; e dalle lettere (reharsal-letters) – anch’esse apocrife, ma ormai entrate nella tradizione editoriale – che individuano micro-sezioni dell’opera. Oltre alle (principali) tonalità toccate e alle dinamiche indicate da Beethoven, vi sono anche riportati i segni di inizio e fine dei cosiddetti ritornelli.


Come si può notare, la differenza fra le due colonne (e le relative edizioni) risiede fondamentalmente nella presenza (in Schott) di una semplice indicazione per la ripresa dello Scherzo, con passaggio poi alla Coda, mentre in Breitkopf la ripresa dello Scherzo viene esplicitamente ristampata in coda al Trio. Quest’ultimo accorgimento ha più che altro lo scopo, come dire, di agevolare la lettura da parte degli interpreti (direttore e strumentisti) che possono così evitare un fastidioso ritorno all’indietro e un altrettanto disagevole salto verso la Coda.

Ma c’è poi un particolare che riguarda i contenuti: oltre alla solita miriade di piccoli aggiustamenti che si ritrovano nell’edizione più nuova (Bärenreiter / Del Mar) rispetto alle precedenti, c’è un punto che mostra clamorosamente come anche ricerche recenti non sempre diano risultati affidabili. Il problema riguarda l’esecuzione della ripresa dello Scherzo. Nell’edizione Schott, essendoci solo l’indicazione di ripetizione (fra i due segni) non è precisato se i da-capo delle due sezioni dello Scherzo siano da rieseguire o meno. Per la verità Beethoven sul punto è stato abbastanza contraddittorio: in alcuni scritti ha ordinato di saltare i da-capo (cosa oggi del tutto normale, ma non scontata ai suoi tempi) ma in altri ha fornito un’indicazione sibillina: non eseguire ripetizioni nella seconda parte. Orbene, come si vede nella colonna di destra, a suo tempo Breitkopf interpretò questa indicazione nel senso di proporre la ripetizione della Sezione 1, e non della 2 (la seconda parte, appunto). Invece Jonathan Del Mar, nella sua prima edizione del 1999 (e ancora nella ristampa del 2007) interpreta come seconda parte l’intera ripresa dello Scherzo, e quindi esclude anche il da-capo della Sezione 1. Ma poi, guarda un po’, nel 2006 si convince che l’interpretazione giusta era proprio quella, ottocentesca, di Breitkopf e così, nella ristampa del suo Critical Commentary del 2012, chiede scusa e annuncia di aver fatto modificare la sua partitura (!)

E qui siamo alle solite: ogni Direttore in realtà decide (una volta per tutte, o a seconda delle circostanze) se e quali da-capo eseguire, compresi quelli dell’esposizione iniziale dello Scherzo! Ecco alcuni esempi di diverse... composizioni del meccano, in ordine decrescente nell’impiego di pezzi (tutti eseguono regolarmente i da-capo del Trio) e dei diversissimi tempi di esecuzione (che ovviamente dipendono anche dai diversi approcci all’agogica):

Esecuzione del da-capo della Sezione 1 nella ripresa dello Scherzo:

Camerata Cassovia, con Walter Attanasi: 15’20”;

Chailly (da 16’11”) con tempi più spediti: 14’10”;

Omissione del da-capo della Sezione 1 nella ripresa dello Scherzo:

Paavo Järvi (da 14’33”): 13’30”;

Toscanini (da 13’49”) con tempi più spediti: 13’05”;

Abbado con i Berliner (da 14’22”) con tempi ancor più solleciti: 12’50”;

Omissione anche del da-capo della Sezione 2 nell’esposizione dello Scherzo:

Lenny Bernstein: 12’16”;

Furtwängler (1954, da 18’05”) un po’ più spedito: 11’50”;

Jansons (da 16’19”) ancora più rapido: 11’30”;

Karajan, stessa scelta, ma con tempi forsennati: 10’55”;

Omissione anche di entrambi i da-capo nell’esposizione dello Scherzo:

Josef Krips, che in più corre come un frecciarossa: 9’40”.

Come si vede, ce n’è per tutti i gusti e per tutti i... cronometri, in barba a tutte le edizioni critiche!
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Va da sè che dopo tutto ‘sto tormentone, come minimo sono obbligato a riferire della scelta di Flor: che è poi quella sua solita, mutuata da Furtwängler (tanto per andare sul sicuro) applicata anche pochi mesi orsono (che include anche la disposizine dell’orchestra e la collocazione dei solisti fra strumenti e coro). Ma questo è solo un dettaglio tecnico, chè l’importante è la prestazione maiuscola dei complessi de laVerdi, che si confermano di altissima qualità e di massimo affidamento, garantendo sempre un livello di eccellenza in questo repertorio.

Come detto, più che discreta la prestazione dei quattro solisti (forse Caputo ha un po’ sofferto l’emozione di essere protagonista fuori dal suo coro, ma aprire con quel micidiale recitativo la parte cantata del finale è roba sufficiente a distruggere un elefante...) e come sempre sontuosa quella del popolo di Erina Gambarini

Alla fine interminabili applausi e ovazioni, contrappuntate da qualche ululato che voglio proprio sperare (per la salute mentale degli ululanti) non fosse di disapprovazione... La stagione estiva ora si concede al Jazz, mentre l’Orchestra dà appuntamento a tutti per il 10 settembre al Piermarini!  

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