che bonisoli ce la mandi buona

03 marzo, 2017

Alla Scala arrivano i Maestri (1): da cosa furono ispirati?

 

Wagner stesso ha ricordato, nella sua autobiografia (dettata, come sappiamo, a-posteriori alla seconda moglie Cosima) le circostanze che lo portarono, dal 1862, a riprendere decisamente in mano (per completarlo poi nel giro di 4-5 anni) il soggetto dei Meistersinger che lui aveva già preso in considerazione, sbozzandone i contenuti, durante un periodo di cure termali a Marienbad, nel lontano 1845.

L’ispirazione – così leggiamo nell’autobiografia – gli venne durante una visita a Venezia (1861, successiva al tragicomico fallimento parigino di Tannhäuser) dove era stato ospite dei coniugi Wesendonk (Otto e Mathilde) i quali – piuttosto inaspettatamente, per la verità, viste le circostanze abbastanza... ehm... scabrose che avevano provocato la loro brusca separazione più di 3 anni avanti – lo avevano invitato a raggiungerli in laguna. E durante quel soggiorno Wagner fu accompagnato dai coniugi zurighesi a visitare il Museo dell’Accademia, dove potè ammirare un quadro famoso, colà allora esposto: l’Assunzione della Vergine del Tiziano.


Per qualche insondabile motivo (ma forse una spiegazione c’è...) la vista di quel dipinto gli risvegliò il desiderio di Meistersinger, e così già nel (peraltro prematuro...) viaggio di ritorno (a Vienna) Wagner cominciò ad occuparsi seriamente della sua nuova opera, addirittura sbozzandone completamente il Vorspiel! Insomma, parrebbe proprio una specie di colpo-di-fulmine provocato dalla visione di un quadro.

E di fatto questa spiegazione è stata sempre presa per buona da (quasi) tutti i commentatori e critici musicali (a cominciare dall’informatissimo Westernhagen, per finire al nostro Massimo Mila) ed ancor oggi viene normalmente accettata e riproposta in esegesi o articoli di presentazione dell’opera.

C’è però chi ne contesta la verosimiglianza, facendo notare l’estraneità del soggetto del dipinto veneziano rispetto a quello della commedia brillante che Wagner aveva in testa - il che renderebbe assai labile o poco credibile un nesso di causa-effetto fra la vista dell’uno e il rinnovato interesse per l’altro. Inoltre andrebbe ricordato che Wagner era ancora alle prese con Tristan, già completato ma sempre in attesa di poter essere rappresentato da qualche parte (e infatti lui era in quel periodo a Vienna proprio per tale motivo). In più, aveva sempre da tornare al suo Siegfried, abbandonato da ormai 5 anni sotto un tiglio (e proprio a seguito di quello scabroso affaire con la bella e raffinata Mathilde). Insomma: non era per nulla a corto di impegni della massima portata, tali da riempire la sua agenda e la sua mente.

Nel suo libro Il dio Wagner e altri dei della musica (Rusconi, 1980) Teodoro Celli, sommo esegeta wagneriano, ha invece avanzato un’ipotesi (per lui) assai più credibile e comunque suggestiva, ricordando un particolare piuttosto... piccante (La vendetta di Re Marke). Bisogna fare qui un passo indietro, agli anni della permanenza di Wagner presso i Wesendonk a Zurigo: quando il musicista si era a tal punto infatuato della moglie del padrone di casa da piantare in asso il Ring per buttarsi a corpo morto nel Tristan, e da mettere a repentaglio il suo stesso ménage familiare (la moglie Minna aveva scoperto la tresca – non si sa se solo platonica – fra i due e se n’era tornata in Germania). Ma la cosa aveva avuto effetti piuttosto seri anche sull’unione dei Wesendonk, e pare che fra i due – e per iniziativa di lei - si fosse interrotto ogni rapporto sessuale (avevano già avuto quattro figli, dei quali due morti prematuramente) cosa nota a Wagner stesso, che vedeva in ciò la possibilità di tornare accanto alla sua Mathilde, per la quale non aveva per nulla sbollito la sua infatuazione.    

L’invito dei Wesendonk a Venezia lo aveva perciò colto di sorpresa, e non sapeva cosa aspettarsi: non è escluso che gli fosse balenata in testa persino una pazza speranza... E invece – ma guarda te che sorpresa! – Otto Wesendonk gli presenta la moglie con tanto di pancione! Ed entrambi i coniugi – leggiamo nell’Autobiografia - ...pareva si fossero proposti di scacciarmi i grilli dal capo facendomi partecipare alle loro delizie. A dimostrazione della ritrovata armonia coniugale. Insomma (cito sempre Teodoro Celli) ecco qua Marke che mostra a Tristan un’Isolde che gli sta dando felicemente un erede

E, quasi a volersi far perdonare, è proprio lei a suggerirgli (a mo’ di chiodo-scaccia-chiodo) di rimetter mano ai Meistersinger. Nei quali, allorquando Hans Sachs confessa alla giovane Eva, che gli ha appena fatto il più bel complimento, che lui non intende darvi seguito, Wagner mette in bocca al protagonista una frase sibillina: Hans Sachs war klug und wollte nichts von Herrn Markes Glück. Tradotto (da Guido Manacorda): Hans Sachs fu saggio e non volle niente della fortuna di Sire Marco. Ma perchè parlare di fortuna (o anche: felicità) di Marke, quando nel Tristan non ve n’è traccia alcuna? C’è forse un’allusione (conclude Teodoro Celli) a quella esibita a Venezia da Otto Wesendonk? Allusione confermata dal nome dato dai coniugi svizzeri al bimbo che Mathilde si portava in pancia: Hans!  

E così paradossalmente la bella Mathilde fu la causa, più o meno involontaria, della nascita di due autentici capolavori: il Tristan prima e poi, quasi per contrappasso, i Meistersinger!



Beh, una tesi convincente, poco da dire. Ma che forse non smonta del tutto quella tradizionalmente accettata, il colpo di fulmine di fronte all’Assunta. Sappiamo che Wagner in realtà non aveva mai smesso di pensare al soggetto dei Cantori, e non è escluso che già vi avesse associato un’immagine a cui farà riferimento (implicito, ma chiarissimo) nel testo dell’opera: quella di un altro dipinto, il Landauer-Altar di Albrecht Dürer.  
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(Ma ne riparliamo alla prossima puntata...)

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