che bonisoli ce la mandi buona

18 novembre, 2016

Porgy&Bess alla Scala

 

Per rimpiazzare la reiteratamente differita Fin de partie (chissà se Kurtag ce la farà mai a completarla...) agli abbonati alla stagione operistica è stata gentilmente offerta la possibilità di assistere a Porgy and Bess, tornata alla Scala dopo 20 anni suonati.

Il rispetto delle disposizioni (piuttosto ottuse e/o ipocrite) degli eredi di Gershwin (o cantano solo persone di colore, o l’opera non si può fare in forma scenica) ha indotto Philipp Harnoncourt (figlio del compianto Nikolaus, il quale diresse l’opera nel 2009 a Graz) ad optare per una rappresentazione cosiddetta semi-scenica.  

Il che ha comportato in sostanza la rinuncia a tradizionali scenografie (sostituite da foto o filmati – di Charleston? - proiettati sullo sfondo) e ad un impiego quasi-statico ed oratoriale del coro della Scala (che non è di colore...) sistemato prevalentemente su una tribunetta. Altre trovate sceniche più o meno intelligenti prevedono l’impiego del palco di barcaccia di destra come abitazione di Porgy, una scaletta che collega palco e buca per farvi transitare qualche personaggio che entra ed esce da CatfishRow e le passeggiate in platea (second’atto) dei due venditori ambulanti, a mo’ di maschere che vendevano nei cinema caramelle e gomme americane. Ecco, qualcosa quindi più vicino (ma solo scenograficamente!) ad un musical.   

Quanto al contenuto musicale, Harnoncourt-jr e il Direttore Alan Gilbert hanno seguito evidentemente le scelte di Harnoncourt-sr, che optò per una versione dell’opera basata sulla revisione fatta dall’autore dopo la prima di Boston del 1935. Per limitare ad uno solo gli intervalli, si è spezzato in due – dopo la prima scena - il second’atto (che da solo durerebbe ben più di un’ora) in modo da equilibrare lo spettacolo in due parti di 80 e 90 minuti rispettivamente.

In fin dei conti il risultato complessivo mi è parso di tutto livello. E proprio il coro di Casoni (compresi i piccoli di Marco De Gaspari nella loro fugace apparizione) merita un incondizionato elogio, per la brillantezza e la straordinaria verve che ha messo nel creare le atmosfere, vuoi allegre, vuoi tragiche, della comunità dei negri della South-Carolina. Rimarchevole anche la prestazione dell’orchestra - che Gilbert ha diretto con piglio ma anche con sobrietà di gesto – sempre efficace nelle esuberanti macchie di colore come nei passaggi più intimistici e strappalacrime della partitura. Davide Laura si è distinto nelle diverse apparizioni con il banjo.

Del cast vocale non potrei dire altro che bene: tutti autentici specialisti, tra i quali spiccano Morris Robinson, uno splendido Porgy e Chauncey Packer, brillante Sportin’Life. Bess era l’unica faccia... conosciuta qui da noi (Kristin Lewis) e se l’è cavata discretamente, salvo qualche bercio eccessivo. Ma tutti, proprio tutti hanno dato il massimo contributo alla piena riuscita dello spettacolo, che il pubblico (non foltissimo, ad essere onesti) ha accolto con crescente calore e applausi finali per tutti.

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